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Full text of "Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni. Compilazione di Gaetano Moroni romano"

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DIZIONARIO 

DI  ERUDIZIONE 

STORICO-ECCLESIASTICA 

DA  S.  PIETRO  SINO  Al  NOSTRI  GIORNI 

SPECIALMENTE     INTORNO 

AI  PRINCIPALI  SANTI,  BEATI,  MARTIRI,  PADRI,  AI  SOMMI  PONTEFICI,  CARDINALI 
E  PIÙ  CELEBRI  SCRITTORI  ECCIESIASTICI ,  AI  VARII  GRADI  DELLA  GERARCHIA 
DELLA  CHIESA  CATTOLICA  ,  ALLE  CITTA  PATRIARCALI  ,  ARCIVESCOVILI  E 
VESCOVILI,  AGLI  SCISMI,  ALLE  ERESIE,  AI  CONCILII ,  ALLE  FESTE  PIÙ  SOLENNI, 
AI  RITI,  ALLE  CEREMONIE  SACRE,  ALLE  CAPPELLE  PAPALI  ,  CARDINALIZIE  E 
PRELATIZIE,  AGLI  ORDINI  RELIGIOSI,  MILITARI,  EQUESTRI  ED  OSPITALIERI,  NON 
CUE    ALLA    CORTE  E  CURIA  ROMANA    ED  ALLA  FAMIGLIA    PONTIFICIA,  EC.    EC.    EC. 

COMPILAZIONE 

DEL  CAVALIERE  GAETANO  MORONI  ROMANO 

SECONDO  AIUTANTE  DI  CAMERA 

DI  SUA  SANTITÀ  PIO  IX. 


VOL.  XLV. 

IN     VENEZIA 

DALLA     TIPOGRAFIA     EMILIANA 
MDCCCXLVII. 


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DIZIONARIO 


DI  EKUDIZIONE 


STORICO -ECCLESIASTICA 


n 


MET 

IVjETZ  {Meten).  Città  con  resi- 
denza vescovile  e  forte  di  Francia 
nella  Lorena,  capoluogo  del  dipar- 
tiraento  della  Mosella,  di  circonda- 
rio e  di  tre  cantoni^  distante  3o 
leghe  da  Strasburgo,  e  6i  da  Pa- 
rigi, in  un  bacino  magnifìco,  al 
confluente  della  Mosella  e  della 
Scilla.  Capoluogo  della  terza  divi- 
sione militare,  e  della  XXJI  conser- 
vazione forestale,  è  sede  d'  una  cor- 
te reale  dalla  quale  dipendono  i 
dipartimenti  della  Mosella  e  delle 
Ardenne;  di  tribunali  di  prima  i- 
stanza  e  di  commercio.  Avvi  una 
chiesa  concistoriale  riformala,  ed 
una  sinagoga  concistoriale,  le  dire- 
zioni dei  demani  e  delle  contribu- 
zioni dirette  ed  indirette,  una  con- 
servazione delle  ipoteche;  camera, 
borsa,  direzione  del  genio;  scuole 
reggiraentarie  e  d'artiglieria,  di  pi- 
rotecnica militare;  accademia,  col- 
legio reale  ;  società  delle  lettere , 
scienze  ed    arti,    d' incoraggimento 


MET 

d*  agricoltura  e  industria,  scuole  gra- 
tuite di  diverse  cose,  società  medi- 
ca, d' arti  e  mestieri  con  conser- 
vatorio, cassa  di  risparmio  e  di 
prestiti^  ed  altri  stabilimenti.  Giun- 
gendo a  Metz  dal  lato  ovest,  la  Mo- 
sella è  divisa  in  due  rami  che  co- 
municano insieme  mediante  due  ca- 
nali che  formano  l' isola  Sauley,  e 
scorrendo  separatamente  attraverso 
il  nord  vi  formano  l' isola  Cham- 
bière.  Il  ramo  occidentale  è  il  più 
considerabile,  quello  dell'  est  si  di- 
vide in  due  correnti,  che  formano 
la  piccola  isola  ov'  è  il  palazzo  della 
prefettura  e  il  teatro.  La  gelile  che 
viene  dal  sud  è  appena  pervenuta 
alle  fortificazioni  che  si  divide  in 
due  rami,  uno  de'  quali  circonda  la 
piazza  all'est,  e  l'altro  percorre 
l' interno  di  Metz,  onde  riunirsi 
tosto  al  primo  ;  verso  i  trinciera- 
menti  di  Guisa  innalzati  nel  i552 
dal  duca  di  tal  nome,  la  Seille  si 
congiuDge  al  braccio  orientale  della 


6  MET 

Mosella.  Le  diverse  correnti  di  que- 
ste due  riviere  sono  attraversate  da 
venti  ponti.  Metz  è  una  piazza  di 
guerra  di  prima  classe  assai  impor- 
tante, sia  per  la  difensiva  che  per 
l'offensiva;  alle  sue  antiche  forti- 
ficazioni furono  sostituite  opere  im- 
mense, sotto  gli  ordini  de'  mare- 
scialli Vauban  e  Belle-Ile.  Si  cita- 
no fra  le  sue  opere  principali,  il 
forte  della  Double-Couronne  e  quel- 
lo di  Belle-Croix:  Carlo  V  voleva 
da  principio  tentare  la  presa  di 
Metz.  L'antica  cittadella,  situala 
sulla  riva  destra  della  Mosella  al- 
l' ovest,  era  vastissima  ed  assai  for- 
te; fu  in  parte  smantellata  nella  ri- 
voluzione, e  le  sue  fosse  si  conver- 
tirono in  un  bel  giardino  pubbli- 
co ed  in  estese  piantagioni.  Al  sud 
della  città  evvi  il  Paté,  fortificazio- 
ne avanzata  che  occupa  il  sito  del- 
la naumachia  che  i  romani  aveano 
stabilito  a  Metz.  Si  entra  nella  cit- 
tà per  nove  porte,  fornite  di  ponti 
levatoi,  Metz  è  eretta  in  parte  so- 
pra un  poggio,  che  va  a  termina- 
re all'  estremità  dell'  angolo  che 
formano  i  corsi  della  Mosella  e  del- 
la Seille,  di  cui  la  piazza  di  s.  Cro- 
ce segna  la  sommità.  L'interno  è 
generalmente  bello  e  di  un  vivo 
aspetto;  le  strade  sono  larghe,  di- 
ritte e  bene  lastricate;  la  piazza 
Quartier  Coislin  è  bellissima,  e  la 
spianata  della  cittadella  offre  uu 
passeggio  amenissimo  ;  altre  piazzo 
sono  adorne  di  arcale,  che  danno 
un'idea  dell'antica  Metz.  Un  gran 
numero  di  edifìzi  pubblici  sono 
degni  di  osservazione  ;  tali  sono  la 
cattedrale,  monumento  gotico  in- 
cominciato nel  1064,  di  cui  si  am- 
mira l' arditezza  e  la  sorprendente 
leggerezza,  e  eh'  è  sormontato  da 
una  torre  traforata  alta  SyS  piedi; 
U  palazzo  del    governo    cretto  con 


MET 

gran  spesa  sotto  Luigi  XVI,  e  do- 
ve risiedono  i  tribunali;  il  palazzo 
pubblico,  quello  della  prefettura, 
il  collegio  reale,  l*  ospedale  milita- 
re, gli  arsenali  e  le  caserme  di  di- 
verse armi,  il  mercato  coperto  e 
nuovamente  fabbricalo ,  le  chiese 
della  Madonna,  di  s.  Vincenzo  e  di 
s.  Simeone,  il  tempio  riformato,  la 
casa  di  carità  e  di  lavoro,  la  bi- 
blioteca della  città,  ed  il  teatro  la 
cui  facciata  è  adorna  di  portici  di 
ordine  toscano.  Vi  sono  altie  quat- 
tro biblioteche  ;  quella  della  città 
contiene  piìi  di  3-2,000  volumi,  le 
altre  sono  quelle  del  vescovato,  del- 
l' artiglieria  e  genio,  e  dell'  ordine 
degli  avvocati.  Metz  ha  pure  gabi- 
netto di  storia  naturale  e  giardino 
botanico,  e  ne' dintorni  il  vivaio 
dipartimentale.  Questa  piazza  rin- 
chiude grandi  stabilimenti  militari; 
la  polveriera  è  una  delle  piii  belle 
del  regno;  il  grande  arsenale  di  co- 
struzione, la  fonderia  reale  di  can- 
noni, la  fucina  di  artiglieria,  ec. 
Neil'  isola  di  Chambière  si  trovano 
il  bel  poligono  dell' artiglieria,  il 
campo  di  manovra  della  guarnigio- 
ne, una  nitriera  artifiziale  e  il  por- 
to della  città.  Vi  fioriscono  molte 
manifatture,  ed  il  commercio  è  im- 
portante. Questa  città  è  patria  di 
molti  uomini  illustri,  fra  gli  altri 
del  maresciallo  Fabert,  di  David, 
Carlo  e  Giuseppe  Ancillon,  Carlo 
Fieux,  cav.  di  Mouhy,  Beauregard 
predicatoj'e,  Ferry  ministro  prote- 
stante, Buchoz  medico  e  naturali- 
sta, Giacomo  le  Ouchat  scrittore, 
Pilaslre  Desrosiers  lo  sfortunato 
primo  areonauta ,  Sebastiano  Le- 
dere ingegnere,  geografo  e  incisore, 
i  generali  Gustine  e  Lasalle,  Lacra- 
telle  il  vecchio  ec.  Gli  ebrei  so- 
novi  numerosi.  Presso  il  villaggio 
di  Jouy-aux-Arclies    vi    si    vedono 


MET 
ancora  17  archi  d'acquedotto  ro- 
mano, che  conduceva  Je  acque  del 
villaggio  di  Gorze,  distante  da  Metz 
tre  leghe,  ad  una  naumachia  esi- 
stente verso  la  estremità  sud  di 
questa  piazza.  Nel  territorio  si  tro- 
vano sorgenti  salse. 

Questa  antichissima  città  che  pri- 
ma della  rivoluzione  era  il  capo- 
luogo del  paese  Messio  nella  Lore- 
na, fu  fondata  dai  gaulesi  in  un'e- 
poca assai  rimota.  Nel  IV  secolo  in- 
cominciò a  prendere  il  nome  del  po- 
polo de  Medioniairicì,  assai  possen- 
te nella  Gallia  Belgica,  divenendo 
la  sua  capitale,  nome  che  fu  adot- 
talo sino  agli  scrittori  del  IX  seco- 
lo. Ciò  non  pertanto  dal  principio 
del  V  il  nome  del  popolo  de  Mc' 
diomalrici  e  quello  della  città  si 
cangiarono  nell'altro  di  Meltis  o 
Metae,  la  cui  origine  è  sconosciuta. 
Allorché  se  ne  impadronirono  i  ro- 
mani era  già  importantissima,  dan- 
dole Tacito  il  titolo  di  Socio-civi- 
tas;  essi  vi  scopersero  hei  monu- 
menti. Fu  chiamata  pure  Divodu- 
rum  Mediomairìconim,  Civitas  Me- 
diomatricoriim.  Fu  una  delle  pri- 
me città  della  Gallia,  che  depo- 
nendo la  sua  antica  barbarie,  si  sia 
incivilita  sul  gusto  de' romani,  di- 
stinguendosi per  varie  opere  vera- 
mente magnifiche.  Fu  interamente 
rovinata  nel  ^5i  dagli  unni,  allor- 
ché sotto  il  comando  d'Attila  en- 
trarono nelle  Gallie,  Divenne  po- 
scia la  capitale  del  regno  fianco 
di  Ostrasia  o  Aulrasia,  spesso  anco 
chiamato  regno  di  Metz,  e  che  pre- 
se verso  l'anno  855  il  nome  di  Lo- 
rena [Fedi).  Nel  928  Enrico  l'Uc- 
cellatore, imperatore  d'Alemagna, 
se  ne  impadronì,  e  rimase  ai  suc- 
cessori di  questo  monarca  sino  al 
secolo  XI,  in  cui  pervenne  a  go- 
vernarsi colle  proprie  leggi,  dividcn- 


MET  7 

do  l'autorità  col  proprio  vescovo, 
ma  sotto  la  protezione  dell'impero, 
e  fu  allora  che  divenne  assai  flo- 
rida pel  suo  commercio  coli'  Ale- 
magna.  Nel  i444  i'  l'e  Carlo  VII 
l'assediò,  per  Renato  duca  di  Lo- 
rena, ma  conservò  la  sua  prima 
libertà  sino  al  i552,  in  cui  fu 
presa  dal  contestabile  di  Montmo- 
rency  generale  di  Enrico  II,  il  qua- 
le vi  fece  erigere  una  cittadella  e 
fu  riconosciuto  come  il  ristaurato- 
re  e  il  difensore  della  germanica 
libertà.  Nell'ottobre  dell' istesso  an- 
no fu  Metz  assediata  con  100,000 
uomini  da  Carlo  V,  che  dopo  65 
giorni  d' inutili  sforzi  fu  costretto 
alla  ritirata  dal  duca  di  Guisa  che 
n'  era  governatore.  Però  i  vescovi 
di  Metz  continuarono  ad  ammet 
tere  la  sovranità  degl*  imperatori 
ricevevano  da  loro  le  investiture 
rendendo  loro  fede  ed  omaggio 
ciò  sussistette  sino  al  i633,  in  cu 
Luigi  XIII  dichiarossi  signore  so 
vrano  de'  tre  vescovati  di  Metz, 
Toul  e  VerduHj^  lo  che  fu  anche 
confermato  pel  trattato  di  W^estfa- 
lia  nel  1648,  e  precisamente  per 
l'articolo  44'  Dall'epoca  della  oc- 
cupazione fatta  da  Enrico  li ,  Metz 
perdette  i  diritti  di  città  libera,  e 
diminuirono  il  suo  commercio  e 
la  popolazione  ;  quel  re  vi  eresse 
un  parlamento  pei  vescovati  di  Metz, 
Toul  e  Verdun,  godendo  il  vesco- 
vo di  Metz  il  titolo  di  principe 
dell'impero.  Metz  fu  ancora  l'an- 
tica sede  de'  re  di  Lorena. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  nel 
HI  secolo  nella  provincia  di  Tre- 
veri,  della  cui  metropoli  fu  falla 
sufFraganea,  ma  poscia  lo  divenne 
di  Besangon  e  lo  è  tuttora.  Dice 
Commanville,  che  il  vescovo  di  Metz 
prelese  al  titolo  di  arcivescovo  o 
di  prototrono.  Il  primo  vescovo  di 


8  MET 

Metz  fu  s.  Clemente  romano  disce- 
polo di  s.  Pietro,  secondo  la  tra- 
dizione della  chiesa,  speditovi  da 
Roma,  e  morì  verso  l' anno  gS. 
Giuseppe  Cajot  nelle  Antichità  di 
Metz,  prova  che  s.  Clemente  non 
ha  potuto  essere  mandato  da  Roma 
da  s.  Pietro,  e  che  si  recò  nelle 
Gallie   verso  la   metà  del  III  secolo. 

I  ss.  Celestio  o  Celestino  e  Felice 
che  ve  l'aveano  seguito  da  Roma, 
occuparono  successivamente  la  sede. 

II  quarto  vescovo  s.  Paziente  gre- 
co fondò  fuori  le  mura  della  città 
la  chiesa  di  s.  Giovanni  Evangeli- 
sta ;  nel  iigS  si  scoprirono  le  sue 
reliquie  nella  chiesa  di  s.  Arnolfo. 
Gli  successe  s.  Vittore,  che  fece  o- 
norevolissima  comparsa  nel  concilio 
di  Colonia  del  346  ;  indi  fiori  s. 
Simeone  onorato  nell'abbazia  di  Se- 
pones,  ove  furono  portate  le  sue 
veliquie  nel  770;  e  poi  Sambacio 
che  fu  come  il  predecessore  sepol- 
to nella  chiesa  di  s.  Clemente,  ove 
pure  venne  deposto  il  successore  s. 
Rufo,  cioè  nelle  catacombe  di  Metz. 
Dopo  di  lui  e  nei  primi  del  V  se- 
colo divenne  vescovo  s.  Adelfo,  indi 
s.  Firmino  greco,  Legonzio,  s.  Au- 
tore che  fu  testimonio  nel  45i  del- 
la presa  della  città  fatta  dagli  unni. 
Degli  altri  vescovi  di  Metz  notere- 
mo Aigulfo,  nato  da  una  figlia  del 
re  Clodoveo,  che  ampliò  le  rendite 
della  mensa  ,  cui  il  Chenu,  Ardi. 
et  episc.  Galliae,  dà  per  successo- 
ci un  s.  Arnolfo  o  Arnoaldo  ni- 
pote del  re  Dagoberto,  e  Papulo 
che  eresse  presso  le  mura  la  chie- 
sa di  s.  Siniòriaiio;  quindi  regi^tra 
8.  Arnolfo  o  Arnoldo  discendente 
de'  primi  re  di  Francia,  che  sposò 
Doda.da  cui  ebbe  s.  Clodolfo  o  Clo- 
doaldo,  che  fu  esso  pure  vescovo  di 
Metz;  eletto  dal  popolo  nel  6i4>  la 
QiogU^  si  fece   monaca,  mei  liaun» 


MET 

ziando  nel  62q  per  ritirarsi   nel  rao» 
nastero  di  Remiremond,  vi  morì  nel 
641,  donde  le   sue  reliquie  furono 
portate  a  Metz  nell'  abbazia  del  suo 
nome,  dal    successore    s.  Quirico  o 
Goerico,  il  quale  costruì  la  basilica 
di  s.  Pietro.  A  questi  il  Chenu  dà 
per  successole  Dodo,  poi  Glodulfo, 
o  sia  s.     Clodoaldo  figlio  di  s.   Ar- 
nolfo, che  il  Butler     dice  eletto  ad 
onta  di  sua  ripugnanza  vescovo  di 
Metz,  ove  morì  nel  696,  e  parte  di 
sue  reliquie  furono  poste  nella  chie- 
sa del  suo    nome  :     il  suo    fratello 
Ansegisio  sposò  Regga  figlia  di  Pi- 
pino da  Landen,  da  cui  nacque  Pi- 
pino padre  di  Carlo  Martello  cep- 
po de'  Ciu-Iovingi    di   Francia.     Nel 
742   divenne    vescovo  s.   Crodegan- 
go  nipote  di    Pipino  che     lo  spedì 
ambasciatore  al     P&pa    Stefano  III 
invitandolo     in     Francia,  e     poi  ad 
Astolfo   re  de'  longobardi  :    nel   755 
cangiò  il   capitolo  della  cattedrale  in 
una  comunità  regolare,  e   morì   nel 
766.  Drogone    figlio    naturale  deU 
l' imperatore  Carlo  Magno,  fu  prii 
ma  monaco  a  Luxeuil,  diventò  po- 
scia arcicappellano,  ed  ottenne  il  pa- 
lio col    titolo  di    arcivescovo,    nella 
qual     qualità     presiedette    a     molti 
concilii  :  il  Papa  Sergia  li  lo  stabi- 
lì  vicario  apostolico  in  tutte  le  Pro- 
vincie di  là  dalle    Alpi;    fu  abbate 
commendatario  di  Saint-Tron   pres- 
so Liegi,  e  morì  uelT  855.  S.  Ben- 
none  primo    canonico  di  Strasbur- 
go, poi   eremita  sul  monte  d'  Ercel 
presso  Zurigo,  ottenne  il  vescovato 
dall'  imperatore  Enrico,  ma  nel  928 
alcuni      malevoli     lo     sorpresero     a 
Metz,  gli  cavarono  gli  occhi   ed  aU 
tre  parti,  e  lo  misero  fuori  di  sta-» 
to  di  esercitare     le  sue  funzioni.   U 
concilio  di  Duinsburg   punì  gli  au- 
tori del  delitto,   e    Rennone  rinunt 
ztato  il  vescoviito   otlenne  in  com« 


MET 
penso  un'abbazia  per  vivere.  Teo- 
dorico consobrino  dell'  imperatore 
Ottone  I,  nel  984  dall'  Italia  tra- 
sferì nella  chiesa  di  s.  Vincenzo 
martire  molli  corpi  di  santi,  e  fon- 
dò la  chiesa  cattedrale  sotto  l' in- 
vocazione di  s.  Stefano.  S.  Teogero 
figlio  del  conte  di  Metz,  nel  1100 
si  fece  cluuiacense.  Il  cardinal  Ste- 
fano del  II 20  era  nipote  di  Calli- 
sto II.  Giacomo  figlio  del  duca  di 
Lorena,  discendente  di  s.  Arnolfo, 
sontuosamente  edificò  V  abbazia  e  il 
monastero,  accrebbe  le  rendite  della 
mensa,  e  morì  nel  1260.  Per  mor- 
te del  vescovo  Reginaldo  de'  duchi 
di  Bar,  il  capitolo  elesse  due,  onde 
Giovanni  XXII  sostituì  in  vece  En- 
rico. Il  vescovo  Ademario  dichiaiò 
esente  dalla  giurisdizione  vescovile 
l'abbazia  di  s.  Arnolfo  posta  fuori 
le  mura,  ciò  che  confermò  il  car- 
ilinal  Guglielmo  legalo.  Nei  i384 
fu  nominato  vescovo  Pietro  di  Lii- 
xembttrgo  [P^edi)  che  l' antipapa 
Clemente  VII  creò  anticardinale, 
beatificato  nel  1527.  Corrado  Bayer 
del  i4i(ì  eresse  i  conventi  de' do- 
menicani e  carmelitani.  Il  cardinal 
Giovanni  di  Lorena  del  i53o;  il 
cardinal  Roberto  di  Lenoncourt, 
morto  nel  i533;  il  cardinal  Carlo 
di  Lorena,  morto  nel  i574;  il  car- 
dinal Carlo  di  Lorena,  morto  nel 
1607;  il  cardinal  Anna  d' Escart 
de  Ginry,  morto  nel  161  2,  cui  suc- 
cesse Enrico  o  Gastone  Foix,  figlio 
naturale  di  Enrico  IV.  Quanto  ai 
cardinali,  si  possono  vedere  le  loro 
biografie.  Gli  ultimi  vescovi  furono 
preconizzati  ne'  seguenti  anni ,  se- 
condo le  Notizie  di  Roma.  i'j33 
Claudio  de  Saint-Simon  di  Parigi, 
traslato  da  Noyon.  1761  cardinal 
Lodovico  Giuseppe  de  Lavai  Mont- 
morency,  traslato  da  Condom.  1806 
Gaspare  Giovanni  Andrea   Giusep- 


MET  9 

pe  Jauffiet  della  diocesi  d'  Aix. 
1823  Giacomo  Francesco  de  Bos- 
sen  o  Bessgn  della  diocesi  di  Beily. 
Per  sua  morte  Gregorio  XVI  nel 
concistoro  de' 27  gennaio  i843  di- 
chiarò l'odierno  vescovo  monsignor 
Paolo  Giorgio  Maria  Dupont  Des- 
loges  di  Rennes,  canonico  della  cat- 
tedrale di  sua  patria,  vicario  gene- 
rale d'  Orleans. 

La  cattedrale,  una  delle  più  bel- 
le chiese  della  Francia,  è  sacra  a 
Dio  sotto  r  invocazione  di  s.  Stefa- 
no protomartire.  Il  capitolo  si  com- 
pone di  nove  canonici,  compreso  il 
teologo,  il  penitenziere  e  il  mae- 
stro del  canto,  di  altrettanti  cano- 
nici onorari,  oltre  i  pueri  de  cfioro; 
intervenendo  nelle  solennità  gli 
alunni  del  grande  e  del  piccolo  se- 
minario. Anticamente  il  capitolo  a- 
vea  dodici  dignità  e  ventililo  ca- 
nonici. Nella  cattedrale  vi  è  pure 
la  parròcchia,  alcpianto  distante  dal- 
la quale  evvi  l'episcojiio,  amplissi- 
mo e  decente  edifizio.  Inoltre  nella 
città  vi  sono  sei  chiese  parrocchiali 
col  battislerio,  due  conventi  di  re- 
ligiosi, e  cinque  monasteri  di  reli- 
giose, diverse  confraternite.  Ire  ospe- 
dali, grande  e  piccolo  seminario,  ed 
il  monte  di  pietà.  La  diocesi  è  va- 
sta, comprendendo  tutta  la  provin- 
cia di  Mosella.  JVella  città  eianvi 
Ire  chiese  collegiale,  di  cui  la  prin- 
cipale era  quella  del  ss.  Salvo lore. 
I  benedettini  della  congregazione 
di  s.  Vannes  vi  avevano  quattro 
abbazie,  cioè  s.  Arnoldo,  s.  Vin- 
cenzo, s.  Sinforìano,  ec.  Allorché  s. 
Leone  IX  fu  a  Metz  consacrò  la 
chiesa  di  s.  Arnoldo.  Nel  970  Teo- 
dorico vescovo  di  Metz,  ottenne  dal 
Papa  Giovanni  XIII,  di  poter  l'ab- 
bate di  s.  Vincenzo  usare  della  dal- 
matica e  de'  sandali.  Anche  le  mo- 
nache benedettine   avevano  tre  an- 


IO  MET 

tiche  abbazie,  s.  Pietro,  s.  Maria 
e  s.  Glossinola.  Eravi  un'ottava  ab- 
bazia, quella  di  Ponlifroy,  trasferi- 
ta in  città  nel  iSya,  la  quale  era 
dell'ordine  de'cisterciensi,  e  regola- 
re. Tra  le  comunità  religiose  di 
Metz,  i  domenicani  insegnavano  la 
teologia.  Nella  diocesi,  che  prima 
era  più  ampia,  si  contavano  altre 
dodici  abbazie,  con  moltissimi  sta- 
bilimenti religiosi.  Clemente  IX  con- 
cesse a  Luigi  XIV  re  di  Fran- 
cia e  suoi  successori,  di  poter  no- 
minare le  chiese,  monasteri  ed  al- 
tri benefizi  della  diocesi  di  Metz. 
Avanti  la  rivoluzione  il  vescovo  go- 
deva 1 20,000  lire  annue  di  rendita, 
e  pagava  6000  fiorini  per  le  bolle. 
Al  presente  i  fi-ulti  della  mensa 
sono  tassati  ne'  libri  della  camera 
apostolica  in  fiorini  870. 

Concini  di  Metz. 

Il  primo  fix  tenuto  nel  55o,  e 
fuvvi  consacrato  Cantino  vescovo 
di  Alvernia.  Regia  t.  XI  ;  Labbé 
t.   V;  Arduino  t.  II. 

Il  secondo  nel  Sgo  in  ottobre 
contro  Egidio  arcivescovo  di  Reims, 
convinto  di  lesa  maestà  e  deposto: 
Crodielda  e  Basina  monache  ribel- 
late contro  r  abbadessa,  vi  furono 
ricevute  alla  comunione.  Ivi;  Ar- 
duino t.  III. 

Il  terzo  nel  7^3  contro  gì'  ince- 
stuosi, e  furono  statuiti  i  regola- 
menti pei  pedaggi  de' ponti.  Regia 
t.  XVU;  Labbé  t.  Vi;  Arduino 
t.  III. 

Il  quarto  neir834>  in  cui  fu  as- 
tolto Lodovico  I  il  Pio,  scomuni- 
cato da  Ebbone  arcivescovo  di 
Reims.  Regia  t.  XXI  ;  Labbé  t.  VII. 

11  quinto  neir  835.  I  vescovi  a- 
vendo  celebrato  la  messa  in  s.  Ste- 
fano,   sette    arcivescovi    recitarono 


MEU 

sette  orazioni  sull'imperatore  Lo- 
dovico I,  cui  era  stato  interdetto 
r  ingresso  in  chiesa,  indi  gli  misero 
la  corona  in  capo,  ed  Ebbone  di 
Reims  che  aveva  contribuito  alla 
deposizione  del  principe,  sulla  tri- 
buna ad  alta  voce  pubblicò  che 
r  imperatore  era  stato  ingiustamen» 
te  deposto.  Arduino    t.  II. 

Il  sesto  concilio  nell'  SSg  a'  28 
maggio,  per  riconciliare  Carlo  il 
Calvo  e  Lotario  suo  nipote,  eoa 
Luigi  il  Germanico,  il  quale  fu  as- 
solto dalla  scomunica  con  divei'se 
condizioni  non  accettate.  Labbé 
t.  Vili. 

Il  settimo  nell'  863  o  concilia- 
bolo e  perciò  non  riconosciuto,  a- 
vendo  approvato  il  matrimonio  di 
Lotario  con  Valdrude  sua  concubi- 
na, perchè  i  legati  non  eseguirono 
la  volontà  del  Papa.  Ivi. 

L' ottavo  neirSGg,  in  cui  fu  de- 
ferita la  corona  di  Francia  a  Carlo 
il  Calvo,  a  pregiudizio  di  Luigi  II 
fratello  di  Lotario.  Regia  t.  XXII  ; 
Labbé  t.  Vili. 

Il  nono  neir888,  tenuto  da  Rat- 
bodo  arcivescovo  di  Treveri  nella 
chiesa  di  s.  Arnoldo,  per  ristabilir 
la  pietà  e  la  disciplina,  e  fu  proi- 
bito ai  signori  di  prender  parte  al- 
le decime  delle  chiese  di  giuspa- 
trouato.  Regia  t.  XXIV;  Labbé 
t.  IX;  Arduino  t.  VI. 

Il  decimo  nel  1240,  contro  l'im- 
peratore Federico  II.  Lenglet. 

Il  decimoprimo  nel  1 252,  presie- 
duto da  Giovanni  cardinal  legato. 
Mansi,  Sappi,  t.  11,  p.  479- 

MEVN,  Magcfunwn.  Città  di  Fran- 
cia, dipartimento  di  Loiret,  capo- 
luogo di  cantone,  in  situazione  a- 
mena  sulla  riva  destra  della  Loira. 
Assai  ben  fabbricata,  rimarcabile  pei 
suoi  prodotti,  seguì  sempre  la  sor- 
te di  Orleans,  fu  molte  volle  pre- 


MEZ 

sa  e  ripresa  tlagl'  inglesi  e  dagli 
ugonotti  :  il  suo  castello  fu  ristau- 
rato  sotto  Luigi  il  Grosso.  Nel- 
1*89 1  vi  fu  tenuto  un  concilio,  nel 
quale  venne  determinato  che  l'ab- 
bate di  s.  Pietro  di  Sens  sarebbe 
eletto  dai  sufiVagi  liberi  de'raonaci. 
Labbé  t.   IX;  Arduino  t.  VI. 

MEVENNO  (s.),  abbate.  La  sua 
leggenda  gli  dà  comunemente  il 
nome  di  Conardo- MeK'enno.  Usci 
da  nobile  e  ricca  famiglia  della 
provincia  di  Gwent  nel  Soult-Wa- 
les,  e  passò  a  predicare  il  vangelo 
nell'Armorico  con  grande  edificazio- 
ne e  buon  successo .  Fondò  un 
monastero  sulle  sponde  del  Meu, 
di  cui  fu  fatto  abbate  verso  il 
55o,  e  stabilì  in  esso  una  mirabile 
osservanza.  Altro  monastero  fondò 
presso  Angers  ,  che  popolò  de'suoi 
discepoli,  e  che  visitava  sovente 
per  mantenervi  il  fervore.  Morì 
verso  r  anno  617,  e  non  pochi 
miracoli  resero  celebre  la  sua  tom- 
ba. La  sua  festa  è  notata  come 
solenne  nei  calendari  della  maggior 
parte  delle  diocesi  di  Bretagna, 
sotto  il  giorno  2 1    giugno. 

MEZO,  Amyzon.  Sede  vescovile 
della  provincia  di  Caria,  esarcato 
d'Asia,  sotto  la  metropoli  di  Slau- 
ropoli,  eretta  nel  V  secolo,  nell'A- 
sia minore,  tra  Magnesia  ed  Ala- 
banda,  distante  trenta  miglia  da 
Mileto,  presso  il  mare  Egeo.  Al 
presente  Mezo  ,  Ainyzoneìi ,  è  un 
titolo  vescovile  in  parlìbus  sotto 
l'arcivescovo  pure  in  parlibus  di 
Stauropoli,  che  conferisce  il  Papa. 
Per  morte  di  Michele  a  Santander, 
Gregorio  XVI  nel  concistoro  dei 
i3  giugno  1844  i^e  insignì  monsi- 
gnor Francesco  Grossmann  di  Rob- 
wen,  diocesi  di  Warmia,  canonico 
capitolare  di  questa  cattedrale,  e 
vicario    generale,   già   parroco  e  i- 


MEZ  II 

spettore  delle  scuole  ,  che  in  pari 
tempo  dichiarò  sufiraganeo  di  War- 
mia nella  Prussia  orientale. 

MEZZA  LUNA,  o  Luna  crescen- 
lE.    Ordine  equestre.    Si    dice   isti- 
tuito nel    1269  da  s.  Luigi  IX  re 
di  Francia,  anco  col  titolo  del  Na- 
viglio,  o  della  Doppia  mezza  luna, 
di  cui  diede  il    collare  ai  suoi  tre 
figli,  fratello  e  nipote,  ed  a  molti  si- 
gnori francesi,  per  animarli  ad  accom- 
pagnarlo nel  suo  secondo  viaggio  per 
liberare  i  cristiani,  e  vuoisi  che  ter- 
minasse colla  morte  dell'  istitutore, 
ma  i    critici    lo  credono  chimerico. 
Quelli  che    pretendono    che    abbia 
esistito,  dicono  che  il  collare  era  in- 
treccialo di  conchiglie  marine  d'ar- 
gento, e  di    doppie  mezze  lune  di 
oro,  con  un  naviglio  pendente  bian- 
co  in    campo  rosso,  e  colla    punta 
screziata  di  bianco    e  verde.    Piut- 
tosto   sembra    questo     essere    stato 
r  ordine   degli  Argonauti    (  Fedi  ), 
istituito  da    Carlo    IH   Durazzo    re 
di    Napoli,  che  il  p.   Boiianni  a  p. 
71    del    suo     Catalogo    attribuì     a 
Carlo  I   d'Angiò  re  di   Sicilia,  e  lo 
dice  estinto  sotto  Pio  II;  parlando 
di  quello  della  Nave  o  Naviglio  di 
s.    Nicola     vescovo    di  Mira,     eh'  è 
appunto  quello  degli  Argonauti,    a 
p.  86,  e  scrivendo  ch'ebbe  termine 
dopo  la  morte    di    quel     principe, 
ovvero  nel     i448>  perchè    lo  sop- 
presse Renato  d'Angiò  cacciato  dal 
Irono  di  Napoli  da  Alfonso  V  d'A- 
ragona.  In   tale   anno  bensì  Renato 
11   in    Angers     istituì     o     ripristinò 
l'ordine  dei    cavalieri    della  Mezza 
luna,  sotto  la  protezione  di  s.  Mau- 
rizio martire,     consistendo  la  deco- 
razione in  una    mezza    luna    d'oixi 
coir  epigrafe     Loz    (lode)    nel    cre- 
scere, in    lettere    di     color    celeste, 
per  significare  che  si  acquista  lode 
nel  crescere  in   virtù    e    in    gloria. 


la  MEZ 

Da  questa  mezza  luna,  che  per 
tre  catenelle  pendeva  da  collana  o 
catena  d'oro  a  tre  giri,  si  conosce- 
va il  valore  e  la  generosità  dei 
cavalieri,  perocché  vi  si  attacca- 
vano tante  verghette  d'oro  trava- 
gliate a  maniera  di  cilindro,  oppure 
tanti  puntali  da  stringa  d'oro,  quan- 
te volte  si  erano  trovati  in  batta- 
glia e  in  assedi  di  città,  dal  nu- 
mero de'  quali  si  giudicava  del 
valore  e  gloriose  azioni  da  essi 
fatte.  I  cavalieri  portavano  il  man- 
tello di  velluto  cremisi  rosso,  e  il 
maresciallo  di  velluto  bianco  con 
fodera  e  la  sottana  dello  stesso 
drappo,  e  sul  braccio  destro  una 
mezza  luna  d'oro  pendente  da  una 
catena  pur  d'  oro,  come  si-  vede 
nella  figura  prodotta  dal  p.  Bo- 
nanni.  Si  compose  l'ordine  di  cin- 
quanta cavalieri,  compreso  il  capo 
col  titolo  di  senatore  o  presidente. 
]I  re  Renato  mai  assunse  tal  tito- 
lo, ma  solo  quello  di  mantenitore. 
Slabin  pure  che  niuno  fosse  am- 
messo nell'ordine  se  non  era  prin- 
cipCj  duca,  marchese,  conte,  viscon- 
te, o  almeno  non  fosse  nobile  per 
quattro  generazioni,  e  ch'essi  fosse- 
ro esenti  da  eccezioni  vili.  L'assem- 
blea dell'ordine,  che  appellavasi  an- 
co V Ordine  di  Anjou ,  si  teneva 
nella  chiesa  di  s.  Maurizio  di  An- 
gers.  Gli  statuti  prescrivevano  diverse 
pratiche  religiose  e  regolamenti.  La 
seconda  persona  dell'ordine  era  il 
cappellano  o  limosiniere,  che  dove- 
va essere  arcivescovo  o  vescovo,  es- 
sendone i  primari  ufficiali  il  cancel- 
liere, il  maestro  delle  suppliche, 
il  tesoriere,  il  registratore,  ed  il 
re  d'armi,  alcuni  de' quali  porta- 
vano differenti  mantelli ,  come  di- 
stinto era  qiidlo  del  senatore. 

MEZZA  ROTA  SC  ARAMPO  Lo- 
dovico, Cardinale.  Lodovico  Mezza- 


MEZ 

rota  Scarampo  ovvero  dell'Arena, 
padovano  di  basso  e  oscuro  lignag- 
gio, secondo  alcuni,  che  altri  dico- 
no di  Treviso;  pel  suo  valore  ed 
egregie  doti  e  gloriose  azioni  si  re- 
se chiarissimo  al  mondo,  ed  assai 
utile  alla  Chiesa.  Studiò  in  Padova 
la  medicina  e  le  scienze  naturali, 
né  trascurò  le  buone  lettere,  le  qua- 
li poscia  nella  sua  vita  formarono 
il  suo  amore,  sebbene  quasi  sem- 
pre distratto  da  aflFari  gravissimi 
ed  occupato.  Portatosi  in  Roma, 
dove  a'quei  tempi  soprattutto  era- 
no in  pregio  le  armi  e  gli  uomini 
di  valore,  a  motivo  degli  usurpato- 
vi e  piccoli  tiranni,  che  di  frequen- 
te infestavano  lo  stato  ecclesiastico, 
tutto  si  diede  alla  professione  della 
milizia,  quantunque  l'Ammirato  Io 
voglia  medico  di  Eugenio  IV  e 
suo  cameriere  segreto.  Dopo  molte 
illustri  imprese,  sotto  il  comando 
del  cardinal  Vitelleschi,  in  cui  die- 
de prove  di  marziale  fortezza  e 
di  coraggio  superiore  a  quelle  di 
altri  capitani,  venne  sostituito  in 
di  lui  luogo  nel  governo  delle  trup- 
pe pontificie.  La  prima  impresa, 
che  come  capo  dell'  esercito  gli  ac- 
quistò eccellente  reputazione  e  no- 
me assai  celebre,  fu  quella  di  ac- 
correre in  aiuto  de'  fiorentini  con- 
federati col  Pontefice,  e  di  dare 
una  sconfitta  totale  al  famoso  Ni- 
colò Piccinino  capitano  della  Lom- 
bardia, per  cui  vendicò  dalla  tiran- 
nide di  Francesco  Sforza  la  Marca 
d'Ancona,  e  ricuperò  altre  parti  del- 
lo slato  della  Chiesa  da  molti  usur- 
patori e  nemici  oppresso.  Grato  il 
Pontefice  a  Lodovico,  che  già  dal 
vescovato  di  Tran  avea  trasferito 
all' arcivescovato  di  Firenze,  col  pa- 
triarcato di  Aquileia  nel  14^9,  cui 
il  Sigonio  aggiunge  il  vescovato  di 
Bologna,  sebbene  quel  comune  non 


MEZ 

volle    mai   riconoscerlo    e    riceverlo 
per    vescovo,    a'  22    giugno    o    nel 
primo  luglio   144^*  '^  *^''^^  cardina- 
le prete  di  s.    Lorenzo  in  Dam;iso 
e  camerlengo,    sebbene  altri  dicono 
vicecancelliere.    II   medesimo  Euge- 
nio IV   Io   incaricò  della    legazione 
a  Filippo  Maria  duca  di  Milano,  al 
doge  di  Venezia,   ed  alla  repubbli- 
ca   fiorentina.    Dopo    la    memorala 
vittoria  Eugenio  IV    non   fece  cosa 
di  momento  senza    consultarlo  pri- 
ma, e  per    la  singolare  destrezza   e 
prudenza    ond'  era  fornito,    gli   affi- 
dò la  direzione  di   lutti   gli  affari  s'i 
ecclesiastici  che  politici  del  suo  pon- 
tificato,   per  cui    sembrava  eh'  egli 
solo  lo  amministrasse  sotto  il   nome 
del    Papa.    JNicolò  V    nel    i^5^  gli 
conferì   l'abbazia  di  Monte  Cassino, 
di  cui   fu   il  primo  comuiendatario, 
e  che  poi   unì  alla    mensa   de'  mo- 
naci, ciò  che  approvò  con  sua  bol- 
la Calisto  III.  Questi  lo  spedì  colle 
truppe  della  Chiesa  contro  i   turchi, 
e  capo  della  piccola  flotta  che  per- 
ciò   pose    in  mare.    Riportò  quindi 
diverse  vittorie,  poiché  con   piccolo 
corpo  di  soldatesca    diede  agi'  infe- 
deli   solenne    sconfitta    presso    Bel- 
grado, ove  ne  lasciò    morti    seimi- 
la sul  campo,  colla  perdita  di  ses- 
santa  pezzi   di  cannone,  bagaglio  e 
stendardo    militare.    Lo    stesso    fece 
presso  Rodi,  dove  con  poche   navi 
fugò  e  disperse  una  numerosa  flot- 
ta de'  turchi,  e  tolse  loro  dalle  ma- 
ni tre  isole    dell'Arcipelago.  Resti- 
tuitosi a  Roma,   fu  accolto   dai  ro- 
mani con  gioia   e  plauso  universa- 
le, e    con  sommo  onore    dal  Papa 
e  dal  sacro  collegio.  Avendo  consi- 
derato che  la  piazza  di  Campo  dei 
fiori  stavasi  negletta,  e   ridotta  pa- 
scolo e  ricettacolo  di  cavalli,  la  fe- 
ce lastricare  di    pietre.  Adornò  di- 
versi  edilìzi    contigui    alla    basìlica 


MEZ  i3 

del  suo  titolo,  e  con    gran  spesa  ne 
costruì  de'nuovi.  Ebbe   alcune  gravi 
differenze    col    caidinal   Barbo,   poi 
Paolo    li,    nipote    di    Eugenio   IV, 
perchè    vedeva    con    gelosia    la  so- 
verchia  potenza  che  esercitava  sotto 
lo  zio  e  a   di  lui   preferenza.   Giun- 
to   a    notizia    di    Lodovico    che    il 
cardinal   Barbo  bramava  il  vescova- 
to di  Padova,  egli  con  pretesto  di 
condursi    ai    bagni,  volò    in  quella 
città  e  quindi   a  Venezia   per  attra- 
versarne indarno    l' edètto,    mentre 
r  emulo    presso    lo    zio    Io    poneva 
in  discredito.   Il  Papa   Nicolò   V   lo 
trasferì  al    vescovato    di    Albano,  e 
gii  diede  la  pingue  abbazia  di  Chia- 
ravalle.  Non  potè  il   caidinale  sfug- 
gir la  taccia  degli  storici  contempo- 
ranei,   per    avere    pel  primo    tra  i 
porporati   mantenuto   in   copia  cani 
e  cavalli,  numerosa  famiglia  e  pre- 
ziose suppellettili,    imbandita   men- 
sa   lauta  e    sontuosa,    come    altresì 
di  essere  stato  dedito  a'conviti  ed  al 
giuoco,  in  cui  è   fama  che   in    una 
sola   notte  perdesse  con    Alfonso  re 
di    Napoli   ottomila    ducati,  perdita 
che  niun   pregiudizio  gli  dovette  re- 
care   come  il    più  ricco    di  quante 
persone  e    famiglie    private    fossero 
per     tutta     1'  Italia.    Intervenne     a 
quattro    conclavi,  e    per  quello    di 
Paolo  II  concepì  tal  rammarico  per 
la  sua   esaltazione,  che    passati   po- 
chi mesi  morì  di  affanno  nel  ì^65, 
d'anni   64.  Fu    sepolto  nella  chie- 
sa   titolare    di   s.    Lorenzo,  dove  il 
canonico    della    medesima     Antonio 
Tocco  ne  ruppe  la   tomba,  spoglian- 
dolo   per  avidità    delle  sacre    vesti 
e    dell'  anello    cardinalizio,    per  cui 
il  sepolcro  restò   negletto   per  qua- 
ranta anni,    finché  la    liberalità  di 
Enrico  Ilunis  arcivescovo  di  Taran- 
to, segretario    del  sagro    collegio  e 
tesoriere,    per   dare  al  defunto  un 


i4  MEZ 

contrassegno  di  stima  ed  affetto,  a 
proprie  spese  gli   fece  costruire  un 
magnifico    avello,   lavorato   sul  gu- 
sto antico,  che  poi  fu  trasferito  nel- 
la  sagrestia    de'  canonici,   con    ele- 
gante iscrizione.    Il  cardinale  lasciò 
tulli  i  suoi  beni  mobili,  che  monta- 
vano a  enorme  somma,  a  Nicolò  e 
Luigi    Scarampi   suoi    famigliari   o 
nipoti  come   li  chiama  il  Novaes,  i 
quali    presero    la  fuga.    Ma    Paolo 
li  che  gli  avea  accordato  la  facoltà 
di  fare  testamento,  tuttavolla  li   le- 
ce   arrestare    a  Castelnuovo,     cari- 
chi d'oro  e  di  argento.  Li  fece  ri- 
tenere sotto  onesta    custodia  finche 
non  furono  tutti  insieme  raccolti  e 
adunati   i   beni  del  cardinale,  e  da- 
ti  ad  essi  circa  scudi    duemila,   ed 
alla  famiglia  settemila,    oltre   il  sa- 
lario di  due  mesi,    il  Papa  fece  il 
rimanente  distribuire  ai  poveri,  alle 
chiese,  e  parte  l'impiegò  nella  guer- 
ra   d'  Ungheria.  Gaspare    Veronese 
storico  contemporaneo  narra,  che  il 
cardinale    quando    fece    testamento 
non  avea  più  1'  uso  libero  della  ra- 
gione,   e  che    il    Pontefice    giudicò 
non    essere   convenevole    che  tante 
ricchezze,  che  derivavano  dalla  Chie- 
sa,   dovessero    passare  in    mano  di 
persone    che  non    vi  aveano   alcun 
diritto.    Ne'  beni    immobili    poi,    e 
nelle  terre  e  possessioni  che  si  va- 
lutarono   cinquemila    rubbi  di    ter- 
reno, istituì  eredi  un  fratello  e  un 
nipote,   i  quali  in  brevissimo  tempo 
dissiparono  il  ricco  e  pingue  patri- 
monio,    fino    a  ridursi    alla    men- 
dicità. 

MEZZAVACCA  Bartolomeo,  Car- 
dinale. Bartolomeo  Mezzavacca,  di 
illustre  famiglia  bolognese,  compiti 
ì  suoi  studi  nella  scienza  legale. 
Tenne  in  essa  laureato  nel  1 369. 
Passato  indi  a  Roma,  ottenne  da 
Gregorio  XI    un  posto  tra  gli  udì- 


MEZ 

tori   di    rota,    e    dal  medesimo    fu 
promosso    nel    iSyS    a    vescovo  di 
Rieti.  Sebbene   assente,   nell' istesso 
anno  a'  18    o  28  settembre  Urba- 
no VI  lo  creò    cardinale  prete  del 
titolo  di  s.  Marcello,  e  per  singola- 
re distinzione  gli    trasmise  a  Bolo- 
gna il  cappello  cardinalizio,  il  qua- 
le fu  da  lui  ricevuto  con  gran  pom- 
pa   e    solennità    nella   chiesa    di  s. 
Domenico,  da  Giovanni  di  Lignano 
insigne  giureconsulto.  Dotato  essen- 
do di  coraggio    superiore    all'ordi- 
nario, di  sommo  spirito  e  singolare 
destrezza  nel  maneggio   degli  affari, 
fu    inviato  a    Napoli    dal  Pontefice 
insieme  coi  cardinali  di    s.  Ciriaco 
e  di  Venezia,  al  re  Carlo    III  Du- 
razzo,  che  coli'  aiuto  di  Urbano  VI 
occupato  avea  il    regno  di    Napoli, 
acciocché    presso    quel    principe    si 
maneggiassero    tutti   d'accordo  con 
calore    ed    efficacia   perchè   si    ese- 
guisse  quel  tanto    che  il    re  aveva 
promesso  in  corrispondenza  dell'aiu- 
to prestatogli,  cioè  di  cedere  il  du- 
cato di  Capua  e  di  Amalfi  a  Fran- 
cesco Butilli  nipote  di  Urbano  VI. 
Giunti  i  cardinali  a  Napoli,  si  avvi- 
dero subito  che  il  re  faceva  il  sor- 
do   alle    istanze    de'  rappresentanti, 
non  essendo  disposto  a  compiacere  il 
Papa.  Ciò  non  pertanto  il  cardina- 
le di  s.  Ciriaco  appoggiò  con  forza 
le  richieste  del    Papa,  il  veneto   si 
regolò     con  ambiguità,   bilanciando 
le    ragioni   delle  parti,  il  solo  cardi- 
nal Reatino,  così  detto  dal  suo  ve- 
scovato, trovando  indebite  le  preten- 
sioni di  Urbano  VI,  non  seppe  ri- 
solversi a  cooperare    che  acquistas- 
se  le  nominate    signorie  un   giovi- 
nastro   perduto    nella    mollezza     e 
nel  lusso,  che  contribuiva  non  po- 
co al  discredilo  del  pontificato,  on« 
de  piuttosto  sostenne  le  ragioni  del 
re.    Ritornati    i  cardinali    a  Roma 


MEZ 

senza  aver  nulla  conchiuso,  Urbano 
VI  ne  fremè  di  sdegno,  e  preso  in 
grave  sospetto  il  cardinale  di  Rieti, 
montò  in  ira  col  re  Carlo  III,  con- 
tro del  quale  determinò  di  portarsi 
armata  mano  per  indurlo  colla  forza 
a  mantenergli  le  promesse,  e  inti- 
mò ai  cardinali  di  doverlo  seguire. 
Negando  però  questi  di  unanime 
consenso  di  obbedire,  intentò  un  ri- 
goroso processo,  per  cui  sarebbero 
stali  in  seguilo  riguardati  come  ri- 
belli e  contumaci  se  dentro  un  da- 
to termine  non  si  univano  con  lui, 
minacciandoli  inoltre  di  privarli 
della  porpora  cardinalizia.  Siccome 
però  il  cardinal  di  Rieti  era  più  di 
ogni  altro  sospetto  al  Papa  come 
fautore  del  contegno  di  Carlo  III, 
e  fomentatore  della  disobbedienza 
degli  altri  cardinali,  lo  privò  con 
tutte  le  formalità  della  dignità  car- 
dinalizia, ed  ai  cardinali  di  s.  Ci- 
riaco e  di  Venezia  assegnò  il  ter- 
mine di  quattro  giorni  a  produrre 
le  loro  difese;  se  non  che  interposti 
parecchi  ragguardevoli  personaggi  in 
questa  causa,  furono  ambedue  ri- 
messi in  grazia  del  Papa.  Solo  del 
cardinal  Mezza  vacca  non  volle  sen- 
tire ragione  alcuna  di  difesa.  Spa- 
ventato esso  dalla  severità  del  Pon- 
tefice, prima  d'incappargli  nelle  ma- 
ni, si  involò  con  segreta  fuga,  e  reca- 
tosi in  Avignone  dall'  antipapa  Cle- 
mente VII  aderì  allo  scisma,  e  tramò 
congiura  contro  Urbano  VI,  alla 
quale  presero  parte  cinque  cardina- 
li che  furono  puniti  coli' estremo 
giudizio  in  Genova.  Bonifacio  IX, 
successore  di  Urbano  VI,  nel  primo 
anno  del  suo  pontificato  lo  restituì 
insieme  con  altri  alla  primiera  di- 
gnità col  titolo  di  s.  Martino  ai 
Monti,  perchè  il  suo  antico  tito- 
lo eia  stato  conferito  ad  altri,  e  de- 
coroUo  delle  legazioni  di  Genova  e 


MIC  iS 

Viterbo.  Narra  il  Gonlelorio  che 
alcuni  cardinali  adunati  nel  castel- 
lo di  Luzzara,  alla  morte  di  Urbano 
VI,  in  disprezzo  del  suo  carattere 
violento,  trattarono  di  eleggere  in 
successore  il  cardinale  benché  de- 
posto. Mori  dopo  tante  vicende  tran- 
quillamente in  Romanci  iSgG,  ed 
ebbe  sepoltura  nella  basilica  di  s. 
Maria  Maggiore,  dove  in  antica 
tomba  insieme  col  suo  nome  si 
vedono  scolpite  le  insegne  di  sua 
famiglia. 

MEZZODÌ',  o/"f/i/ie  equestre.  Que- 
st'ordine cavalleresco  della  croce  del 
mezzodì  nel  Brasile,  venne  istituito 
nel  dicembre  1 826  da  Pietro  I 
imperatore  del  Brasile,  per  premia- 
re que'  sudditi  che  lo  avevano  eoa 
zelo  e  valore  assistito  nel  sottomet- 
tere le  Provincie  ribelli  del  Brasile, 
dopo  le  turbolenze  scoppiate  a  Fer- 
nambuco, e  gli  avevano  appianato 
la  via  al  trono,  venendo  proclama- 
to imperatore  del  Brasile  nel  1822. 
La  decorazione  consiste  in  una  cro- 
ce d'  oro  che  si  appende  nella  par- 
te sinistra  del  petto. 

MIC  ARA  Lodovico,  Cardinale. 
Lodovico  Micara  nacque  in  Fra- 
scati a' 12  ottobre  1775,  dotato  di 
pronto  e  felice  ingegno,  ben  pre- 
sto volle  professare  vita  religiosa 
tra  i  cappuccini,  in  cui  meritò  per 
diversi  gradi  essere  eletto  ministro 
generale  del  suo  ordine,  quando  già 
Pio  VII  per  la  sua  dottrina  ed  e- 
loquenza  avealo  promosso  a  predi- 
catore apostolico.  Divenuto  Ponte- 
fice l'antico  suo  amico  Leone  XII 
[Vedi),  gli  affidò  varie  incumben- 
ze,  indi  a'20  dicembre  1824  '^ 
creò  e  riservò  in  petto  cardinale 
prete,  pubblicandolo  a'i3  marzo 
1826  con  quell'onorevole  elogio  che 
riportammo  nel  voi.  XXVII,  pag. 
i5o  e  i5i    del  Dizionario,  parlan- 


i6  MIC 

do  ancora    di    sua  famiglia,   confe- 
rendogli per  titolo  la  chiesa  de' ss. 
Quattro.  Lo  abilitò  per  un    tempo 
ad  esercitare  il  supremo  magistero 
del  suo  ordine,  ed  a  continuare  l'uf- 
fizio di   predicatore    apostolico.    In- 
di  Io  annoverò    alle    congregazioni 
dell'indice,  delia  disciplina    regola- 
re, dell'esame    de'  vescovi    in  sacra 
teologia,  degli   affari    ecclesiastici,  e 
poi   lo  fu  pure  a  quella  de' vescovi 
e  regolari,  dichiarandolo  presidente 
della    deputazione    permanente    dei 
Conservatori  di  Roma  [Vedi).  Gre- 
gorio  XVI    nel    1837     lo    nominò 
vescovo  di  sua    patria,    alla     quale 
facendo  l'ordinaria   dimora,  con  ze- 
lo pastorale  esercitò    quelle    benefi- 
cenze che    accennammo    nel    citato 
voi.   XXVn,  p.   218.   Divenuto  nel 
1843  sotto- decano  del  sacro  colle- 
gio, preferì  restare  nella   chiesa  di 
Frascati,  in  vece  di  passare  a  quel- 
le di   Porto,  s.  Ruffina  e  Civitavec- 
chia, ed  il  medesimo  Papa  gli  con- 
ferì    la     prefettura     de'  sacri     riti. 
Quando  nel    i844  successe    al  de- 
canato del  sacro  collegio,  Gregorio 
XVI   lo  trasferì  ai   vescovati    d'O- 
stia e    Velletri  e  alla   legazione    di 
Velletri,  colle  prerogative  e  protet- 
torie  inerenti  alla    sua    ragguarde- 
volissima   qualifica  ;     essendo    stato 
protettore  anco  di  Frascati,  del  con- 
servatorio pio  e  della  confraternita 
di  s.   Andrea  de'pescivendoli.  Inter- 
venne   ai  conclavi     in    cui    furono 
eletti    Pio  Vili,   Gregorio  XVI    e 
Pio  IX.     Visse   parcamente    o    nel 
seminario  di  Frascati  o  nel  conven- 
to    de' cappuccini     di    Roma,    solo 
breve  tenjpo  passò  in    Velletri.  Fi- 
nalmente dopo  lunga  e  penosa  in- 
fermità, morì  in  Roma  a*24  "^ag- 
gio    1847,  nell'almo   72  di  sua  età. 
1   funerali  si  celebrarono  nella  chie- 
sa della  6S.  Concezione  de'  cappuc> 


MIC 

cini,  in  cui  celebrò  la  solenne  mes- 
sa il  cardinal  Vannicelli,  ed  ivi  fu 
sepolto  secondo  la  sua  disposizione. 
Nei  Diari  di  Roma  n.  46  e  47?  ^ 
nelle  Notizie  del  giorno  num.  28, 
si  leggono  gli  onori  funebri  che  gli 
resero  la  città  di  Velletri,  la  città 
e  seminario  di  Frascati,  con  ora- 
zioni necrologiche  celebranti  le  sue 
qualità,  scienza  e  meriti.  Amorevo- 
le colla  famiglia  in  gran  parte  la 
beneficò  con  pensioni  vitalizie,  de- 
stinando la  principal  porzione  di 
sua  cospicua  eredità  in  favore  del 
conservatorio  di  Frascati  e  di  altri 
pii  istituti,  ciò  che  meglio  descri- 
veranno i  suoi  biografi,  quando  gli 
eredi  fiduciari  ne  avranno  pubbli- 
cate le  disposizioni.  Di  aspetto  gra- 
ve, con  bella  barba,  egli  vestì  al 
modo  detto  nel  voi.  XXVI,  p.  iS^. 

MICHELE  (s.),  ordine  equestre 
di  Portogallo.  V.  Aia  di  s.  Miche- 
le, che  si  estinse  sotto  il  re  Sancio 
I  figlio  del  fondatore,  e  ne  tratta 
pure  il  p.  Bonanni  nel  Catalogo 
degli  ordini  p.  80,  riportandone  la 
figura. 

MICHELE  (s.),  ordine  equestre 
di  Napoli.  Fedi  Armellino,  ordi- 
ne non  più  esistente,  di  cui  parla! 
ancora  il  p.  Bonanni  nel  Catalogo 
degli  ordini  p.  84,  riproducendo- 
ne la  figura. 

MICHELE  (s.),  ordine  equestre 
di  Francia.  Pretendono  alcuni  scrit- 
tori che  Carlo  VII  re  di  Francia 
avendo  abolito  l'ordine  della  Stella 
[Fedi)  istituito  da  Giovanni  li,  per 
disprezzo  impose  il  collare  di  tal 
ordine  al  Bargello^  ed  ordinando 
che  i  suoi  Birri  portassero  delle 
stelle  sulle  casacche,  avesse  intenzio- 
ne d'istituire  un  altro  oidine  sotto 
r  invocazione  di  s.  Michele  arcan- 
gelo, antico  protettore  del  regno  di- 
Francia,    lo  che   a  cagione    di  sua 


MIC 
morte  non  potè  mandare  ad  effet- 
to, e  che  Lodovico  XI  suo  figlio 
per  effettuare  le  sue  brame  istituis- 
se l'ordine  in  memoria  dell'insi- 
gne vittoria  riportata  dai  francesi 
contro  gl'inglesi  sul  ponte  d'Or- 
leans ove  è  tradizione  che  s.  Mi- 
chele si  fece  vedere  in  aria  a  favo- 
re de'  francesi.  Certo  è  che  Lodo- 
vico XI  Io  fondò  nel  primo  d'ago- 
sto i4^9  ^^^  castello  d' Amboise, 
composto  di  soli  Ireiitasei  cavalieri 
gentiluomini,  e  che  il  re  ne  sarebbe 
il  capo;  ne  creò  subito  quindici,  e 
gli  altri  si  riserbò  nominarli  nel  pri- 
mo capitolo,  ma  il  numero  mai 
Io  completò.  Diede  ai  cavalieri  per 
decorazione  un  collare  d'  oro  com- 
posto di  conchiglie  intrecciate  da 
doppio  legame,  poste  sopra  una 
catena  d' oro  da  cui  pendeva  vma 
medaglia  rappresentante  il  santo  ar- 
cangelo in  atto  di  cacciare  il  de- 
monio, o  atterrare  un  dragone.  Que- 
sto collaie  i  cavalieri  dovevano 
portarlo  dovunque  ogni  giorno,  tran- 
ne quando  erano  coU'esercito,  por- 
tando allora  la  semplice  medaglia 
pendente  da  una  catena  d' oro,  o 
da  un  cordone  di  seta  nera,  e  que- 
sta mai  potevano  lasciare;  la  divi- 
sa o  motto  poi  era:  Immensi  (re- 
mor  Oceani,  secondo  la  pia  creden- 
za, che  il  santo  arcangelo  con  tem- 
peste disperdesse  i  nemici  della 
Francia  tutte  le  volte  che  si  ap[iros- 
simavano  nell'  Oceano  al  monte  di 
s.  Michele,  ove  fu  fondata  un'  ab- 
bazia in  suo  onore,  e  per  la  sua 
apparizione  ivi  accaduta  ad  Aut- 
berto  o  Otberto  vescovo  d' Avran- 
ches  verso  l' anno  706,  per  cui  in 
Francia  se  ne  celebra  la  festa  ai 
16  ottobre.  11  gran  collare  dovea 
pesare  duecento  scudi  d'oro,  ma 
senza  gioie,  dovendosi  in  morte  re- 
stituire  al   tesoriere    dell'ordine.    I 


MIC  17 

cavalieri  non  potevano  guerreggia- 
re senza  farne  consapevole  il  con- 
siglio, ed  i  francesi  non  potevano 
servire  principi  stranieri  e  far  lun- 
ghi viaggi  senza  permesso  del  re. 
Per  eresia,  tradimento  o  viltà  i  ca- 
valieri venivano  privati  dell'ordine, 
e  quando  a  questo  erano  ammessi 
doveano  lasciar  quelli  che  aveano, 
tranne  i  ricevuti  dai  Papi,  impera- 
tori, re  e  duchi.  Nell'ammissione 
pagavano  al  tesoro  dell'ordine  ^o 
scudi  d'oro,  o  l'equivalente  per  , 
gli  ornamenti  della  chiesa  del  Mon- 
te s.  Michele  in  Normandia,  desti- 
nata da  Lodovico  XI  per  celebrar- 
vi i  divini  uffizi  e  ricevervi  i  be- 
nefizi e  le  fondazioni  in  favore 
dell'ordine  ;  ma  poi  dichiarò  che 
le  cerimonie  e  le  feste  dell'  ordi- 
ne si  celebrassero  nella  cappella  di 
s.  Michele  situata  nella  corte  del 
palazzo  in  Parigi  ;  tuttavolta  non 
pare  che  le  assemblee  e  le  fe- 
ste si  facessero  in  tali  luoghi.  Alla 
morte  d' un  cavaliere  ognuno  do- 
veva fargli  celebrare  venti  messe. 
Nella  vigilia  della  festa  di  s.  Mi- 
chele i  cavalieri  doveano  col  ve 
portarsi  alla  chiesa  vestiti  con  man- 
to di  damasco  bianco  lungo,  bor- 
dato d'oro,  ornato  di  conchiglie  e 
nodi  d'  amore  fatti  di  ricamo,  e  fo- 
derato di  ermellino,  e  colla  testa 
coperta  di  cappuccio  cremisi.  Nel 
di  seguente  alla  messa  presentava- 
no i  cavalieri  all'offertorio  una  mo- 
neta d'  oro,  indi  pranzavano  col  re. 
Assistevano  al  vespero  in  mantelli 
neri  con  cappucci  simili,  violetto 
essendo  quello  del  re.  Intervenivano 
ancora  al  mattutino  de' defunti  per 
l'anniversario,  e  nel  giorno  seguente 
alla  messa  offrivano  un  cero  d'una 
libbra  col  proprio  stemma.  Nel  dì 
appresso  assistevano  alla  messa  can- 
tata in  onore  della  Beata  Vergine. 


i8  MIC 

Nel  1496  Alessandro  VI,  ad  istan- 
za di  Callo  Vili,  figlio  di  Lodovico 
XI,  confermò  questo  ordine. 

In  principio  ufìfìzialt  dell'ordine 
erano  il  cancelliere,  il  registratore, 
il  tesoriere  e  1*  araldo,  che  porta- 
vano vesti  lunghe  di  ciambellotto 
bianco  foderate  di  panno  celeste 
con  cappucci  di  scarlatto,  ed  il 
cancelliere  era  semplice  ecclesiasti- 
co ;  ma  Francesco  I  variò  il  col- 
lare, sostituendo  ai  doppi  nodi  un 
cordoncino  in  memoria  di  sua  ma- 
dre Anna  di  Bretagna,  istilulri- 
ce  dell'ordine  della  Cordeliera  [Ve- 
di). Enrico  II  nel  j548  ordinò  nel 
capitolo  di  Lione  che  i  cavalieri 
portassero  mantello  di  tela  d'  ar- 
gento ricamato  di  tre  mezze  lune 
intrecciate  di  trofei,  seminati  di 
lingue  e  fiamme  di  fuoco,  col  cap. 
puccio  di  veluto  cremisi  pure  ri- 
camato; che  il  cancelliere  portasse 
mantello  di  velluto  bianco  e  cap- 
puccio di  velluto  cremisi  ;  che  il 
preposto  ed  il  maestro  di  cerimo- 
nie, il  tesoriere,  il  registratore  e 
r  araldo  avessero  un  mantello  di 
raso  bianco  ed  il  cappuccio  di  ra- 
so cremisi  ,  e  che  portassero  una 
catena  d'oro  con  conchiglia  simile 
pendente  ;  e  che  lutti  i  cavalieri 
presenti  assistessero  col  re  per  la 
solennità  dell'ordine  nella  cattedrale 
di  Lione  ai  primi  vesperi  della  fe- 
sta di  s.  Michele,  e  nel  seguente 
giorno  alla  gran  messa  e  secondi 
vesperi  ;  altri  dicono  che  Enrico 
II  volle  che  i  divini  uffizi  si  cele- 
brassero nella  santa  cappella  di 
Vincenues,  Avendo  Francesco  II 
e  Carlo  IX  per  diverse  circostanze 
aumentato  grandemente  il  numero 
de'cavalieri,  nel  iSyS  il  re  Enri- 
co III  fondò  l'ordine  dello  Spirilo 
Santo  [Fedi)y  principalmente  per 
ridurre  a  nuovo   splendore    questo 


MIC 

di  s.  Michele  di  molto  decaduto  e 
comune,  a  cagione  delie  persone 
ch'erano  decorate,  non  essendovi 
che  pochissimi  nobili  ,  onde  in 
Francia  si  diceva  per  proverbio: 
le  collier  de  s.  Michel  à  toutes  bé- 
tes,  o  l'ordre  des  bctes  de  sommej 
ordinò  dunque  Enrico  IH,  che 
chiunque  venisse  decorato  della 
croce  dello  Spirito  Santo,  dovesse 
ancora  prendere  quella  di  s.  Mi- 
chele nel  d'i  precedente  al  conferi- 
mento della  prima,  laonde  le  armi 
degl'  insigniti  venivano  ornate  dei 
due  collari,  ed  essi  chiamati  cava- 
lieri degli  ordini  del  re.  Tutlavol- 
ta  introdotti  nell'ordine  nuovi  abu- 
si, ed  avvilito  dai  particolari  che 
lo  avevano  ricevuto  senza  dar  pro- 
vedi nobiltà  e  de'  servigi  prestati, 
queste  esigette  nel  1661  Luigi 
XIV  quando  operò  la  riforma  com- 
pleta dell'ordine;  quindi  nel  i665 
fece  un  nuovo  regolamento,  pre- 
scrisse r  osservanza  degli  statuti 
compresi  in  sessantacinque  capitoli, 
e  ridusse  a  cento  il  numero  dei 
cavalieri  da  lui  scelli,  oltre  quelli 
dello  Spirito  Sauto,  e  che  tra  essi 
fossero  compresi  sei  ecclesiastici  co- 
stituiti in  dignità,  e  sei  uffiziali  del- 
le compagnie  reali,  e  ninno  potesse 
essere  decorato  dell'  ordine  di  s. 
Michele  se  non  fosse  cattolico,  ben 
costumalo ,  nobile  per  due  genera- 
zioni, con  altri  requisiti  ;  che  ogni 
anno  tutti  i  cavalieri  si  riuniranno 
capitolarmente  nella  sala  de'  fran- 
cescani di  Parigi,  per-  esaminare  i 
regolamenti  necessari  al  manteni- 
mento dell'ordine,  presiedendo  l'as- 
semblea un  cavaliere  deputato  dal 
re  ;  e  che  la  cnjce  dell'aulica  forma 
e  figura  fosse  |)ei'  u)età  più  piccola 
di  quella  dello  Spiiilo  Santo,  u  ri- 
serva della  culuiiibu  che  sta  nel 
mezzo  di  questo,    iuvece  dovendovi 


MIC 

essere  r  immagìue  in  ismaUo  di  >. 
Michele,  pendente  da  nastro  nero; 
tutti  poi  doveano  portar  la  spada, 
tranne  i  mentovati  sei  ecclesiastici 
ed  uHkiali,  e  le  scarpe  l)ianclie,  co- 
me si  può  vedere  a  p.  8i  del  p. 
Bonanni,  che  ne  riporta  la  figura 
nel  Catalogo  degli  ordini  equestri. 
Le  regole  dell'  ordine  le  registrò 
ancora  il  Sansovinn,  e  l'ultima  edi- 
rione  degli  slalnti  fu  stampata  a  Pa- 
rigi nel  1725.  Luigi  XVIII  desti- 
nò quest'ordine  per  decorare  i  pri- 
mari scienziati  ed  artisti,  e  quelli 
che  si  fossero  distinti  con  nuove 
invenzioni  ed  intraprese  utili  allo 
slato,  avendolo  ristabilito  con  ordi- 
iiiM«a  de' 16  novembre  i8i6j  ma 
dopo  la  rivoluzione  del  i83o  non 
fu     più  conferito. 

MICHELE  (s.),    ordine  equestre 
di  Baviera.  L'istituì  a'29  settembre 
1693    Giuseppe   Clemente    elettore 
di  Colonia,  come  duca  di  Baviera, 
nella  sua  residenza  di   Monaco;  in- 
di venne    solennemente   confermato 
dal  re  di  Baviera  Massimiliano  Giu- 
seppe, nella    revisione    degli  oi'dini 
reali,    agli    11     settembre    1808.  II 
suo  primiero    scopo  è    il    sostenere 
la    religione    cattolica,  e    difendere 
l'onore  divino,    cui  si  aggiunse    il 
dovere    di    soccorrere    i     difensori 
della  patria,  ton  decreto   de'6  ago- 
sto 18  IO  nella  nuova  conferma  e  ri- 
forma degli  statuti  dell'ordine,  chia- 
mandolo    Ordine    del    merito  di  s. 
Michele.  In     principio     l'ordine     si 
compose  di  tre  classi,  cioè  di  gran 
croci  che  formano  il    capitolo,  de- 
gli uftlziali    e    de'  cavalieri ,    a    cui 
più  tardi    fu    aggiunta    la    quarta 
classe  de'  cavalieri    onorari  :  per  es- 
sere ammesso  ad  una  delle  lie  pri- 
me classi     bisogna  daie     prove    di 
nobiltà.  Il  gran  maestro  nomina  ca- 
valieri onorari   di  suo  proprio  moto 


MIC 


'9 


e  senza  ammettere  petizione,  uomi- 
ni   di   un    merito  distinto,    non   fa- 
cendo differenza  di   nascita,  di  con- 
dizione   o   di    religione ,    e    nessun 
membro  può  essere  eletto  senza  il  be- 
neplacito del  re.  Gli  statuti  prescris- 
sero che  vi  debbono  esseie  dieciot^ 
to  gran  croci,  otto    ufliziali,  trenta- 
sei   cavalieri,  e    dodici    cavalieri  o- 
norari,     tanto     ecclesiastici     quanto 
laici.  Pio  VII  col   breve,   Quoniani 
iuler  niilitares  cquestres  ordines,  dei 
5  febbraio   1802,  Bull,  Boni.  Conti- 
nualio    t.  XI,  p.   284,    dichiarò  ad 
onore  di  questo  ordu>e,  che  quegli 
ecclesiastici   che  ne  fossero  insigniti 
godessero  1'  abito  prelatizio    e  lutti 
i  privilegi    de'  prelati   domestici.    Il 
regnante  Luigi    Carlo  Angusto,  con 
foglio  governativo  de'  i4  settembre 
1846,  pubblicò  il  regio  decreto  col 
quale  stabilì,  che  quest'ordine    del 
merito  di  s.  Michele   si    compones- 
se di  membri  dell'  ordine  naziona- 
le, di    trentasei    gran    croci,  di  ses- 
santa commendatori   e   di  trecento- 
venti  cavalieri.   La  dignità  di  gran 
maestro,  coli'  approvazione    del    re, 
viene    conferita    ad  un  principe  del 
sangue,  ed    ultimainenle    lo  era    il 
duca  Guglielmo  di  Baviera  duca  di 
due    Ponti  Bii^kenfeld.    Sullo  scudo 
di  s.   Michele,  nella  faccia  della  de- 
corazione vi   è  l'epigrafe:    Quis  ut 
Deus?  Sulle  quattro  parti  della  cro- 
ce vi  sono  le    iniziali    P.  F.  F.  P. 
che  significano /7/e/rtJ,  fidelitaSy  far- 
iitudo,  perseverantia.    Nel  rovescio 
vi  è  la   leggenda  ;   Dominus  potens 
in  praelio. 

MICHELE  e  GIORGIO  (ss.) 
DELLE  ISOLE  JoNiE,  Ordine  equestre. 
Pel  trattato  de' 2  3  maggio  i8i4 
fu  ceduta  l' isola  di  Malta  e  sue 
dipendenze  all'  Inghilterra  ,  e  per 
quello  del  5  novembre  181 5  po- 
ste le  isole  Jouie  sotto  la  protezio- 


I 


20  MIC 

ne  del    sovrano    della    gran  Breta- 
gna, il  re  Giorgio    III    eresse  l'or- 
dine   di     san     Michele    e    di     san 
Giorgio  a'27   aprile    1818,  pubbli- 
candosi gli  statuti  a'  12  agosto,  indi 
riformati  da  Giorgio   IV   li  5  aprile 
1826,    e    poscia  dal    i"e    Guglielmo 
IV   il    17   ottobre    i832.    11    re  del- 
la gran     Bretagna    è    sovrano    del- 
l'ordine;  un     principe    del     sangue 
reale  n'è    il  gran    maestro,    ed   at- 
tualmente è  il  duca    di  Cambridge 
Adolfo  Federico;  in  caso  di  assen- 
za viene  rappresentato  dal  lord  pri- 
mo   commissario    dello    stalo    libe- 
ro e  indipendente   della  repubblica 
delle  isole  Ionie.  L'  ordine  si  com- 
pone   di    tre    classi,    cioè    di    gran 
croci,   di  commendatori  e  di    cava- 
lieri.    Il   numero    de' gran    croci    è 
stabilito    di  quindici,    non  compre- 
so  il  gran  maestro,  quello  de'com- 
inendatori    di    venti,    quello  de'  ca- 
valieri di   venticinque.    Ciascuna  di 
queste  tre  classi  piglia  posto  subilo 
dietro    quella    del  nome    medesimo 
dell'ordine  del  Bagno  [Vedi);  da  ciò 
e  dal  limitato  numero  de'cavalieri  di 
ogni  classe,  deriva  che   l'ordine  di 
s.  Michele    e  di  s.   Giorgio    sia  di- 
stintissimo.   La     placca    della    gran 
croce  che  forma  l'.insegna  de'cava- 
lieri, è   composta  di   sette  raggi  di 
argento,  separati  da  piccole  liste  di 
oro,  e  per  di  sopra  si  vede  impressa 
in  rosso  la  croce  di  s.   Giorgio  :  lo 
scudo  posto  su  tal  croce    ha  1'  effi- 
gie dell'arcangelo   s.  Michele,  colla 
epigrafe  :    /ìiispiciuni  mclioris   nevi. 
I  commendatori  oltre  la  decorazio- 
ne   portano   una   placca    d'argento, 
e  nella  decorazione  evvi  l'immagine 
di  s.  Giorgio  sullo  scudo,  colla  leg- 
genda suddetta.  La  festa  solenne  del- 
l'ordine   suole    celebrarsi  con  ma* 
gnifjca  pompa  il  2  3  aprile,  giorno 
ia  cui  cade  la  festività  di  s.  Giorgio. 


MIC 
MICHELE    ARCAiTGEto    (s.).    La 
Chiesa  onora  s.    Michele  come  ar- 
cangelo,   od  il    primo  e    principale 
degli  angeli,  come  il  capo  dell'ar- 
mata celeste  ;  il  suo  nome  significa: 
chi  è  simile  a  Dio  ?   Qitis  ut  Deus  ? 
Daniele  parla  di  s.   Michele   nei  ca- 
pitoli X  e  XII  :  egli  seppe  nelle  sue 
visioni,  che   1'  angelo    custode  della 
Persia   erasi    fortemente   adoperato 
in  favore  di  questo  paese,    e    che 
Michele,    al    quale    era    affidata  la 
guardia    degli    ebrei,  avea    rimosso 
tutti  gli  ostacoli  che  si  franietteva- 
no    al   loro    ritorno  dalla    cattività. 
Gabriele    disse    a    Daniele,    ch'egli 
avea  fatto  per  ciò    grandi  sforzi   in 
Persia    per    veotnn    giorni,    e    che 
Michele  essendo  venuto  in  suo  soc- 
corso, tutte  le  dillicoltà  erano  state 
superate.     Parlando    Daniele     della 
crudele  persecuzione  di   Antioco,  si 
esprime    cosi:    «    Allora    si    leverà 
Michele,  questo  gran  principe,  ch'è 
il   protettore  dei  (igli  del   tuo  popo- 
lo "  ;    il  che    significa    che    questo 
arcangelo  verrebbe  in  soccorso  dei 
Maccabei  e  degli   altri  difensori  de- 
gli   israeliti.   Credesi    che  sia    stalo 
Michele  quell'angelo    che  condusse 
gli  ebrei    nel   loro    viaggio  nel    de- 
serto, e  di  cui  dicesi  nel  cap.  XIII 
dell'  Esodo  :    «  Manderò  il   mio  an- 
gelo, il  quale  vada   innanzi  a  te  ". 
L'  apostolo  s.  Giuda  riferisce  la  con- 
tesa che     Michele  ebbe  col    demo- 
nio per    la  sepoltura    del  corpo  di 
Mosè,  e  raccomanda  la  pietà,  l'u- 
miltà e  la  modestia  coli' esempio  di 
questo    arcangelo,    che    lasciando    i 
rimproveri    e   le  maledizioni ,    con- 
tentossi    di  dire    al  suo  avversario  : 
»»  Il  Signore  ti  soggioghi  ".  S.   Gio- 
vanni   nell'Apocalisse,    cap.  XII,  ci 
fa  la  descrizione  di  un   altro  com- 
battimento   tra  Michele    ed  il    de- 
monio, a  motivo  della  Chiesa  figu- 


MIC 
rata  dalla  donna  ch'era  fuggita 
nel  deserto,  dove  Dio  le  aveva  pre- 
parato un  ritiro.  Fu  da  questo  pas- 
so che  venne  conchiuso,  che  l' ar- 
cangelo s.  Michele  era  il  tutelare 
ed  il  difensore  della  Chiesa  cristia- 
na. La  festa  di  s.  Michele  si  cele- 
bra ai  29  di  settembre  dal  quinto 
secolo  in  poi.  Essa  era  certamente 
stabilita  nella  Puglia  nel  ^()3,  e  se 
ne  riporta  l' istituzione  nell'occiden- 
te alla  dedicazione  della  celebre 
chiesa  di  s.  Michele  sul  Monte 
(largano,  oggi  Monte  sant'Angelo 
nel  regno  di  Napoli  ;  per  ciò  è 
detta  la.  Dedicazione  di  s.  Mi- 
chele nei  martirologi  di  s.  Giro- 
lamo, di  Beda,  ec.  Benché  s.  Mi- 
chele sia  non)inalo  solo  nel  titolo 
di  questa  festa,  apparisce  però  dal- 
le orazioni  della  Chiesa  esserne  og- 
getto tutti  i  santi  angeli.  Celebra- 
vasi  nello  stesso  gioino  in  occiden- 
te la  dedicazione  di  molte  altre 
chiese  intitolate  del  santo  arcange- 
lo, principalmente  di  quella  ch'era 
sulla  mole  Adriana.  Il  culto  di  s. 
Michele  e  degli  angeli  non  fu  me- 
no celebre  in  oriente  posciachè  Co- 
stantino ebbe  abbracciato  il  cristia- 
nesimo. Sappiamo  da  Sozomeno  che 
questo  imperatore  fece  fabbricare 
in  onore  del  santo  arcangelo  una 
chiesa  che  si  chiamò  Michaelion 
e  nella  quale  Dio  operò  dei  miraco- 
li :  era  questa  forse  quattro  miglia 
lungi  da  Costantino[ioli.  Nella  stes- 
sa città  eranvi  f|ualtro  chiese  dedi- 
cate a  s.  Michele,  e  crebbe  il  nu- 
mero di  esse  (Ino  a  quindici,  tutte 
di   fondazione  imperiale. 

La  Chiesa  cristiana  celebra  inol- 
tre tre  apparizioni  di  s.  Michele. 
La  prima  è  quella  di  Colossi  nella 
Frigia,  della  quale  non  si  sa  di- 
stintamente il  tempo,  la  cui  festa  è 
fissata  a' 6  di  settembre  in  tutte  le 


MIC  2r 

chiese  di  oriente.  La  seconda  è 
quella  sul  Monte  Gargano,  di  cui 
parlammo  all'articolo  Apparizioive 
DI  SAN  Michele  arcangelo  .  La 
terza  è  quella  che  il  santo  ar- 
cangelo fece  ad  Autberto  od  Ot- 
berto  vescovo  d'Avranches,  su  di 
uno  scoglio  chiamato  la  tomba  od 
il  periglio  del  mare,  nel  golfo  tra 
la  Normandia  e  la  Bretagna,  dove 
tiovasi  l'abbazia  di  s.  Michele:  que- 
sta apparizione  accadde  verso  l'an- 
no 706,  e  la  festa  fu  sempre  di 
poi  celebrata  in  Francia  ai  16  di 
ottobre,    f^.  MANpnEDOMA. 

MICHELE  DE'SANTI  (beato). 
Nacque  in  Catalogna,  nella  città  di 
\ich,  a' 29  seltembie  i^gr,  di 
Enrico  Augemit  e  di  Margherita 
di  Monserrada,  ambedue  ragguar- 
devoli per  casato  e  per  probità. 
Essi  si  presero  grandissima  cura 
dell'educazione  del  loro  figliuolo, 
il  quale  fino  dai  più  verdi  anni 
mostrò  molta  inclinazione  alla  pie- 
tà. Perduti  i  genitori,  uno  de'suoi 
zii  incaricossi  della  tutela  di  lui,  e 
lo  allogò  presso  un  mercante.  Il 
suo  primitivo  spirito  di  fervore  e 
di  mortificazione  non  venne  meno 
fra  le*  occupazioni  del  commercio, 
alle  quali  accudendo  eziandio  con 
somma  esattezza,  si  meritò  l'ammi- 
razione del  suo  padrone  e  di  quan- 
ti il  conobbero.  Sentendosi  chiama- 
to ad  un  genere  di  vita  più  per- 
fetto, partecipò  al  padrone  la  sua 
risoluzione  di  entrare  nello  stato 
religioso  ;  si  recò  a  Barcellona,  e 
andò  a  presentarsi  al  superiore  di 
un  convento  di  trinitari,  nel  quale 
fu  ricevuto.  Dopo  tre  anni  di  pro- 
ve, fece  professione  a  Saragozza,  il 
3o  settembre  1607,  in  un'altra 
casa  dell'ordine.  Nel  16 19  passò 
ad  Alcalà,  e  vi  pronunziò  di.  nuo- 
vo i  suoi  voti.  I  superiori  Io  man- 


il  MIC 

darono  a  cominciare  gli  (tudi  al- 
l' università  di  Baez  :  a  Salamanca 
terminò  il  corso  di  teologia,  e  fu 
ordinato  sacerdote.  Da  quel  momen- 
to egli  si  occupò  interamente  in 
tutte  quelle  opere  che  potevano 
procurare  la  gloria  di  Dio  e  la 
salute  delle  anime.  11  suo  merito 
e  le  sue  virtìi  indussero  i  suoi  fra- 
telli ad  eleggerlo  due  volte  supe- 
riore del  convento  di  Valladolid, 
casa  a  cui  egli  rese  assai  grandi 
servigi.  Iddio  lo  innalzò  ad  un  al- 
to grado  di  contemplazione,  gli 
diede  lo  spirito  di  profezia  ed  il 
potere  di  far  dei  miracoli.  In  capo 
ad  alcuni  anni  di  fatiche  a  van- 
taggio della  religione,  terminò  la 
sua  santa  carriera  nel  iGaS,  tren- 
tesimo quarto  di  sua  vita.  Il  Papa 
Pio  VI   lo  beatificò  nel    1779. 

MICHELE,  Cardinale.  Michele 
cardinale  prete  fu  incaricato  da  Co- 
stantino Papa  del  708  di  trasferir- 
si in  Costantinopoli,  col  carattere  di 
apocrisario  all'imperatore  Anastasio, 
per  congratularsi  nel  pontificio  no- 
me di  sua  assunzione  al  trono  im- 
periale, come  ancora  per  confermar- 
lo nella  fede  ortodossa,  e  per  ri- 
conciliare colla  Chiesa  molti  vescovi 
penitenti,  ch'erano  miseramente  ca- 
duti. Fu  di  tal  facondia  ed  erudi- 
zione fornito,  che  colla  forza  degli 
argomenti  e  colia  perspicacia  e  vi- 
vacità dell'ingegno  convinceva  co- 
loro che  avevano  opinioni  contrarie 
ed  opposte  alla  caltolicn  fede.  Gre- 
gorio Il  immediato  successore  di 
Costantino  lo  confermò  nella  antica 
carica,  quantunque  il  Baronio  sia 
d'opinione  che  un  altro  cardinale 
dello  stesso  nome,-  rliverso  dal  no- 
stro, fosse  da  quel  Pontefice  spedi- 
lo a  Costantinopoli.  Si  crede  però 
che  sia  Io  stesso,  tanto  più  che  gli 
aatichì    scrittori    non    fanno    alcun 


MIC 

motto  della  partenza  del  nostro 
cardinale  dalla  corte  dell'impera- 
tore in  occasione  del  nuovo  Papa. 
D'  ordine  di  8.  Gregorio  II,  il  car- 
dinal legata  depose  Giovanni  pseu- 
do  patriarca  costantinopolitano,  e 
di  universale  sentimento  del  clero 
e  popolo  collocò  sopra  quella  sede 
Germano  santissimo  arcivescovo  di 
Cizico,  soggetto  insignemente  zelan- 
te della  purità  della  cattolica  fede. 
Restituitosi  a  Roma  dopo  tante  e 
sì  egregie  azioni,  vide  il  termine 
de' suoi   giorni   verso    l'anno   720. 

MICHELI  Giovanni,  Cardinale. 
Giovanni  Micheli  nobile  veneziano, 
uomo  di  gran  talento  e  pari  dot- 
trina, nipote  per  canto  materno  di 
Paolo  II,  fu  da  questi  a*  2  i  novem- 
bre 1468  creato  cardinale  diacono 
di  s.  Lucia  in  Scplisolio,  quindi  nel 
1471  fatto  vescovo  di  Verona,  a 
cui  nel  i485  Innocenzo  Vili  ag- 
giunse la  chiesa  di  Padova,  dove 
mostrossi  padre  de'  poveri  e  mece- 
nate de'  letterali.  Tuttavolta  scrive 
il  Marcelli  contemporaneo  canonico 
di  Padova,  che  il  cardinale  rinun- 
ziò subito  alla  chiesa  di  Padova,  e 
mai  ne  prese  il  possesso,  quantun- 
que r  Ughelli  ed  il  Ciacconio  affer- 
mino averla  tenuta  tre  anni.  Men- 
tre governava  quella  di  Verona, 
Sisto  IV  restituì  alla  cattedrale  la 
dignità  dell'arcidiacono,  che  godu- 
to avea  fino  dai  tempi  i  più  re- 
moti, e  l'imperatore  Federico  HI, 
essendo  di  ritorno  da  Germania, 
passando  per  Verona  prese  alloggio 
nell'episcopio.  Innocenzo  Vili  lo 
decorò  del  titolo  di  patriarca  di 
Costantinopoli,  quindi  Io  incaricò 
della  legazione  dell'  esercito  ponti- 
ficio contro  Ferdinando  re  di  Na- 
polij  ed  egli  con  ammirabile  pru- 
denza e  destrezza  si  maneggiò  co- 
sì   bene,    che    stabilì    uell'  Italia  la 


J 


MIC 
pace  tanto  desiderala.  Siccome  però 
era  assai  ricco  e  dovizioso,  pei  ma- 
neggi di  Cesare  Borgia  che  accu- 
sollo  ad  Alessandro  VI  di  falsi  de- 
litti, fu  posto  in  Castel  s.  Angelo, 
e  vi  perde  miseramente  la  vita  a 
mezzo  di  nn  potente  veleno,  ap- 
prestatogli da  un  domestico,  che 
ne  pagò  la  pena  sotto  Giulio  II. 
Morì  il  cardinale  nel  i5o3,  in  età  di 
5'/  anni,  e  35  di  cardinalato,  essendo 
vescovo  di  Porto,  chiesa  che  avea 
ottenuta  da  Alessandro  VI  nell'ago- 
sto 1492.  Rimase  sepolto  in  Ro- 
ma nella  chiesa  di  s.  Marcello, 
presso  al  lato  destro  della  porta,  in 
un  magnifico  e  antico  sepolcro,  sul- 
r  urna  del  quale  vedesi  la  statua 
del  cardinale  vestito  in  abiti  ponti- 
ficali, e  nella  sua  base  si  legge  o- 
norevole  iscrizione.  Lasciò  per  te- 
stamento la  somma  di  quattordici- 
mila scudi  per  la  fabbrica  della 
cattedrale  di  Verona,  a  cui  inoltre 
donò  tutta  la  sua  ricca  suppelletti- 
le da  dividersi  colla  chiesa  di  Pa- 
dova. Tutti  convengono  nell'elogio 
di  personaggio  di  gran  dottrina, 
protettore  degli  uomini  eruditi  e 
letterati,  e  padre  dei  poveri. 

MICHELINA  (beata).  Nata  a 
Pesaro  d' illustre  famiglia,  fu  ma- 
ritata in  età  di  dodici  anni  ad  un 
signore  della  casa  dei  Malatesta.  A 
vent'anni  perdette  lo  sposo,  e  po- 
co dopo  l'unico  figlio.  Questa  dop- 
pia perdita,  che  vivamente  la  com- 
mosse, la  distaccò  affatto  dal  mon- 
do, e  la  decise  ad  entrare  nel  terzo 
ordine  di  s.  Francesco.  La  sua  pie- 
tà parve  follia  a' suoi  genitori,  i 
quali  la  fecero  rinchiudere  in  una 
torre;  ma  rimasta  in  libertà,  se  ne 
giovò  per  darsi  alla  pratica  delle 
opere  di  misericordia,  e  per  fare 
un  viaggio  alla  Terrasanta.  IMori 
nella  sua  patria,  in  età  di  ciuquau- 


MIC  »3 

tasei  anni,  a'ig  giugno  i356.  La 
santa  Sede  approvò  il  suo  culto  nel 
1737,  e  ne  fissò  la  festa  al  di  del- 
la sua  morte. 

MlCONE(Mconen).  Città  vesco- 
vile, capoluogo  dell'isola  del  suo  no- 
me nell'Arcipelago,  nel  dipartimen- 
to greco  delle  Cicladi  settentriona- 
li, sulla  costa  occidentale,  a  60  le- 
ghe da  Tripolitza,  con  porlo  buo- 
nissimo, e  più  di  4000  abitanti. 
L'isola  di  Micone  o  Miconi,  My- 
conos,  è  di  forma  triangolare,  che 
al  nord  ha  l'altro  porto  di  Panor- 
mo  ;  gli  abitanti  cogli  idrioti  sono 
riputali  i  pili  abili  marini  dell'Ar- 
cipelago. Il  prelato  di  Tine  [Fedi) 
si  qualifica  anche  vescovo  di  Mico- 
ne, ove  all'occorrenza  manda  un  sa- 
cerdote, e  vi  rimane  una  chiesa 
con  pochissimi  cattolici,  almeno  in- 
digeni. 

MICROLOGO.  Operetta  assai 
stimata  sui  riti  e  sulle  cerimonie 
della  Chiesa,  che  si  attribuisce  a 
Giovanni  scrittoi'e  francese,  o  piut- 
tosto italiano,  del  secolo  XII,  inti- 
tolata: De  ecclesiaslicis  ohservalìo- 
nibus,  che  il  Berlendi,  Delle  oblazio- 
ni all'  altare,  edizione  seconda,  chia- 
ma libro  ripieno  di  santa  e  vera  eru- 
dizione, e  che  merita  in  materia  di 
riti  di  essere  ad  ogni  altro  piepo.sto; 
ma  dice  non  potersi  certamente  as- 
serire chi  ne  sia  stato  l'autore:  ne 
tratta  a  p.  io3  e  seg.  riportando  pu- 
re le  diverse  opinioni,  e  parlando  del 
Micrologo,  libro  di  musica  compo- 
sto da  Guido  d'Arezzo  monaco  pom- 
posiano  (su  di  che  F.  Musica),  e 
del  Micrologo  della  vita  di  Carlo 
Magno,  Enrico  Warthon,  nel  suo 
supplemento  all'Usserio  sulle  scrit- 
ture, a  pag.  35g  cita  un  libro  mss. 
col  nome  d'ivone  di  Chartres,  in- 
titolato :  Degli  uffizi  ecclesiàstici, 
e  dice,  che  questo  libro  è  lo  stesso 


24                     MIC  MID 

che    il    Micrologo    stampato    tante  Micrologo    ad  Anversa    nel     i565, 

volte,  e    di  cui     finora    veiamenle  ed  annientò  la  sua  edizione  di  /\.o 

non  se  ne    conosce    bene    l'autore;  capitoli.  Indi  nel    i56B    Melchiorre 

ma  mentre  negli  stampati  è    desso  Hittorp     inserì     il  Micrologo    nella 

composto  di    soli   62    capitoli;   nel  sua  Raccolta  degli  scrini  liturgici  . 

rass.     di  Warthon    in    vece    se    ne  Venne  altresì  pubblicato    posteriore 

contano    71.     Gli    otto    primi,    che  mente  nella  Biblioteca  de  padri,  e 

mancano  nelle  nostre  edizioni,  trat-  trovasi   nel    t.   XVIII    di  nuella  di 

tano  del  mattutino     e  delle    laudi,  Lione.  Si   possono    <listinguere  due 

delle  ore  di  prima,  terza,  sesta,  no-  parti  del  Micrologo:    la    prima  ri- 

na,  del  vespero  e    della    compieta,  guarda  la  celebrazione  della   messa 

11  nono  capitolo  è  sull'introito  del-  secondo  il  rito  romano;   la  seconda 

la   messa:   è  con  questo  capitolo  che  tratta  delle    diverse    altre    pratiche 

comincia   il  Micrologo  stampato  ;  in  della  Chiesa  sotto  il  pontificato  di 

testa  dell'opera  del   mss.    di    War-  s.   Gregorio   VII.    Vi    sono    riferite 

thon  leggesi     il   nome  d'Ivone    ve-  dettagliatamente  le  parti  dell'udizio 

scovo  di  Chartres,    locchè    esclude  delle  quattro  tempora   e  delle  quat- 

qualunque    equivoco.     Sì    può    ag-  tro  seguenti    domeniche.     Trovansi 

giungere  sull'asserzione  di  Warthon  pure  diverse  osservazioni  sulla  dis- 

che  la  scrittura  del  mss.  corrispon-  posizione  degli   ufìizi    dell'  avvento  , 

de  al   tempo  nel  quale  viveva   Ivo-  sulla    notte     di  Natale,     sull'  ulhzio 

ne,  cioè  alla  fine  del  secolo  XI  od  della     festa     di    s.  Stefano    e    degli 

al  principio  del  Xll.  L'autore  qual-  Innocenti,  sull'uffizio  della  domeni- 

sìasi  del  Micrologo,  si  occupa  della  ca  e  dell'ottava  della  Natività,  sul- 

spiegazione    delle     cerimonie     della  la   festa    dell'Epifania,  e    sulle    do- 

chiesa  romana,  e    si     dà  ad    onore  meniche  che  seguono. 

di  averne  imparate  molte  dalla  hoc-  MIDA  (s.).    f^.   Ita   (s.). 

ca  stessa  del  dotto  Papa  s.  Grego-  MIDAIUM,  Medaeuin,  Medaiuin. 

rio  VII,  eletto  nel  1078,  morto  nel  Sede  vescovile  della  Frigia  Saluta- 

io85.   La  prima    edizione   del    Mi-  re,     nell'esarcato     d'Asia,     sotto    la 

crologo  è    dovuta  a     Giacomo     Le  metropoli  di  Sinnada,  eretta  nel  V 

Fevre  d'Etaples  che  lo   fece    stam-  secolo.  Ne  furono   vescovi    Epifanio 

pare  a   Parigi   nel    i5io,  col  nome  che  fu    al    concilio    di    Calcedonia; 

di  Bernone  abbate    di    Richenou  o  Giovanni  che  intervenne    a    quello 

Augiense.  Ivi  nel    1527  fu    ristam-  di  Costantinopoli  sotto  Menna;  Co- 

pato  insieme    al    trattato    d' Eckio  stantino  che  fu  al    V  concilio    ge- 

sul  sagrifizio  delia  messa.  Giovanni  nerale;  Teodoro  sottoscrisse    ai    ca- 

Cochlee  ne  fece  una  terza  edizione  noni  in  IVulloj  Giorgio  fu  al   VII 

a  Magonza    nel  suo    Specchio   del-  concilio  generale;  e  Metodio  a  qiiel- 

l'antica  divozione   verso    la.  messaj  lo  di  Fozio,  nel  pontificato  di  Gio- 

raa  pubblicò    i  soli  primi' 22  capito-  vanni  Vili.   Oriens  chrìst.    tom.   I, 

li    del     Micrologo     che    riguardano  p.   84 1. 

particolarmente  la  celebrazione  del-  MIDDELBURGO  ,    Middclbitr- 

la  messa  ;  su  quella  di  Cochlee   fu-  gnni  o  Mediohurguni.  Città    vesco- 

rono  fatte  l'edizioni  di  Venezia  nel  vile  de' Paesi  Bassi,  capoluogo  del- 

iSay  e  di  Roma  nel  1590.  Pame-  la  provincia  di  Zelanda,  di  circon- 

lio    fece    nuovamente    stampare  il  dario  e  di  cantone,  a  28  leghe  da 


MID 

Aiusterdam,    in    mezzo  all'isola     di 
Waiclicien,  che  si   trova    alle    boc- 
che dello  Schelda    sopra    un  largo 
canale,  e    comunica    col   mare    del 
nord;    canale    scavato    nel    r8i6    e 
1817  in  sostituzione  dell'antico  por- 
to   delia     città    interamente  colmo. 
E  residenza  del    governatore    della 
provincia  e  di  altre  autorità.  Que- 
sta città,  di  forma  quasi   semicirco- 
liuc,  è  grande    e    bella  ;  le  sue  for- 
tificazioni  fiuono  in  parte  distrutte, 
n)a    conservò  de'ripari  con  bastioni, 
cinti    da    una    fossa    larga     e    pro- 
fonda.  Il  palazzo    pubblico    situato 
nella  gran   piazza   è  osservabile  per 
la  sua  gotica    architettura,  e  sopra 
vi   sta   un'alta    torre;    la    facciata  è 
adorna  di   venticinque  statue    degli 
antichi  conti  e  contesse  di  Zelanda. 
La  piazza   Rotonda  è  circondata   di 
viali    d'alberi,    e  di    bei    fabbricati 
detti  dell'abbazia,   e  cos\  pure  del- 
l'edilizio   deiramiiiiragliato;    sì    os- 
serva  inoltre  la  chiesa  di  s.  Pietro, 
antica  cattedrale,  che  contiene  mol- 
li   bei     mausolei,    gii    edilizi    della 
compagnia    delle   Indie  e    del  com- 
mercio, gli  arsenali,  i  fabbricati  del 
pubblico  peso,   il  quartiere    Molen- 
Water  ed   i  pubblici  passeggi.     Vi 
sono  diversi  stabilimenti  scientifici , 
come  la  società  zelandese  per  tutti 
i   rami  di  letteratura,  arti  e  scienze, 
che  ha    biblioteca,  museo   di  storia 
naturale,  collezione  di  medaglie  e  di 
oggetti  rari.  Un  tempo  il  suo  com- 
mercio  era  assai  considerabile;  no- 
mina otto  membri  agli  stati  di  Ze- 
landa, e  tra  gli  altri    fu  patria  del 
{)octa  Adriano  Beverland,  e  del  teo- 
logo Melchiorre    Leydeker.    I    din- 
torni sono  paludosi  e  pregiudizievo- 
li, e    l'uragano  del     iS-ìj     cagionò 
terribili  guasti  alla  città. 

Middelburg     (piazza    di    mezzo) 
prese  il  nome  dalla  sua  situazione 


MIE  25 

nel  mezzo  di  Walcheren.  In  ori- 
gine era  un  piccolo  villaggio,  che 
i  signori  di  iJorsselle  ingrandirono 
poscia,  e  fecero  cingere  di  mura 
nel  iiSa.  Dopo  un  assedio  di  22 
mesi  la  città  fu  presa  agli  spagnuuii 
nel  i574,  da  Gugliehno  i  princi- 
j>e  d'Orange,  capo  de'  confederati, 
e  riunita  alle  Provincie-Unite,  di 
cui  fece  parte  sino  al  16  inaggio 
1795,  in  cui  ceduta  alla  Francia 
fu  incorporata  nel  territorio  fhm- 
cese  a'  2  ottobre.  Compresa  pri» 
jiia  nel  dipartimento  della  Schel- 
da, divenne  poscia  il  capoluogo  del 
dipartimento  delle  Bocche  delia 
Schelda.  GÌ'  inglesi  la  presero  nel 
1809  nella  loro  spedizione  contro 
r  isola  di  Walcheren,  ma  furono 
costretti  evacuarla  nel  medesimo 
anno. 

La  sede  vescovile,  ad  istanza  di 
Filippo  li  re  di  Spagna,  fu  istitui- 
ta da  Paolo  IV  a'  12  maggio  loSg 
culla  bolla  Super  universa,  dichia- 
randola suliraganea  della  metropoli 
d'  Utrecht.  Stabilì  la  diocesi  nel  ter- 
ritorio di  56  niii^lia  di  lunghezza 
e  33  di  larghezza,  ed  al  vescovo 
gli  assegnò  tremila  ducati  d'oro 
annui  dalle  decime,  e  millecinque- 
cento ducati  da  detto  re ,  cui  die 
il  diritto  di  nominare  a  questa 
chiesa.  Ne  fu  primo  vescovo  Nico- 
la Castro  o  de  Castel,  ma  i  suoi 
successori  non  risiedettero  mai  a 
Middelburg,  perchè  la  città  e  tut- 
ta la  Zelanda  avea  abbracciato  le 
nuove  fatali  opinioni  religiose  della 
pretesa  riforma,  onde  il  vescovato 
durò  soli  tredici  anni.  Al  presente 
Middelburg  è  un  decanato  della 
missione  d'Olanda,  con  otto  stazio' 
ni,  altrettanti  pastori  e  più  di  2000 
cattolici  con   una  chiesa. 

MIESGIllERTO.  Sede  vescovile 
armena  sotto  il  cattolico  di  Sis,  di 


26  MIO 

cui  furono  Tescovi  Precursoi-e  che 
fu  al  concilio  di  Sis,  e  Wierse  cui 
scrisse  il  Papa  Innocenzo  XI.  Oriens 
christ.  t.  I,  p.    i436. 

MIOAZZl  Cristoforo,  Cardina- 
le. Ciislofoio  de  Migazzi  de  Valle  a 
Sullelturin,  nacque  da  nobile  fami- 
glia in  Trento  a' 20  ollobrc  17  i4' 
Educato  nelle  scienze,  secondo  la 
sua  distinta  condizione,  ben  presto 
mostrò  desiderio  di  abbracciare  lo 
stato  ecclesiastico,  e  ne  effettuò  po- 
scia la  vocazione.  Benedetto  XIV 
lo  dichiarò  arcivescovo  di  Cartagi- 
ne in  parllbus,  quindi  colla  riten- 
zione del  titolo  arcivescovile,  nel 
concistoro  de' 20  settembre  lySG 
lo  traslatò  al  vescovato  di  Vacci» 
in  Ungheria,  e  nell'anno  seguente 
ali  ma""io  lo  trasferì  alla  chiesa 
arcivescovile  di  Vienna  d'Austria. 
Clemente  XI lì  nel  concistoro  de'2  3 
iioven)bre  1761  lo  creò  cardinale 
dell'ordine  de'  preti,  rimettendogli 
la  berretta  cardinalizia  per  monsi- 
gnor Mantica  di  Udine,  cameriere 
segreto  e  segretario  d' ambasciata 
dello  stesso  Papa,  poi  cardinale. 
Jntervenne  successivamente  ai  con- 
clavi di  Clemente  XIV  e  Pio  VI, 
ed  ebbe  per  titolo  la  chiesa  de'  ss. 
Quattro  Coronati,  divenendo  poscia 
primo  cardinale  dell'ordine  de'preti. 
Venne  annoverato  alle  congrega- 
7/ioni  de'vescovi  e  regolari,  di  pro- 
paganda fide,  de' riti  ,  delle  indul- 
genze e  sacre  reliquie,  non  clie 
fatto  protettore  dell'ordine  de'  mo- 
naci di  s.  Paolo  primo  eremita. 
Allorché  Pio  VI  nel  1781  si  recò 
n  Vienna  dall'imperatore  Giuseppe 
11,  il  cardinale  si  recò  ud  ineon- 
Irarlo  e  ad  ossequiarlo  nel  castel- 
lo di  Sluppach,  e  nella  sua  per- 
inanen/.a  in  Vienna  ricevcile  testi- 
monianze di  particolare  slima  e  be- 
nevolenza dai   Poulelìce.    Assislclle 


MIQ 

alle  «acre  funzioni  che  vi  celebrò, 
e  l'accompagnò  in  diversi  luoghi 
che  Pio  VI  onorò  di  sua  presen- 
za, incedendo  nella  carrozza  ponti- 
ficia ;  e  nella  messa  pontificale  che 
celebrò  nella  metropolitana  nel  gior- 
no di  Pasqua,  il  cardinale  fece  da 
vescovo  assistente  al  trono  ed  all'al- 
tare. Nella  partenza  di  Pio  VI  si 
trovò  nell'abbazia  di  Molk,  ove  gli 
celebrò  la  messa  ed  augurò  pro- 
spero viaggio.  Per  l'elezione  di  Pio 
VII  non  potè  il  cardinal  recarsi  al 
conclave  di  Venezia,  e  finalmente 
giunto  alla  età  grave  d'anni  ottan- 
totto e  mezzo  circa,  mori  in  Vienna 
a'i4  aprile  i8o3,  venendo  esposto 
nella  sua  metropolitana  decorosa- 
mente, ed  ivi  restò  sepolto,  avendo 
goduto  quarantadue  anni  la  dignità 
cardinalizia.  Fu  compianta  la  sua 
perdita  per  le  virtù  ed  eccellenti 
doti  che  lo  fregiavano  ,  pel  zelo 
pastorale  ,  e  pei  benefizi  da  lui 
fatti  all'  arcidiocesi. 

MIGLIORATI  Cosimo,  Cardi- 
nale. V.  Innocenzo  Vili  Papa. 

MIGLIORATI  Giovanni,  Cardi- 
nale, Giovanni  Migliorati  di  Sul- 
mona,  eccellente  dottore  nel  dirit- 
to canonico,  Bonifacio  IX  lo  sur- 
rogò al  di  lui  zio  cardinal  Cosimo 
nell'arcivescovato  di  Ravenna  l'an- 
no i4oo,  ove  introdusse  i  carme- 
litani, a'quali  concesse  il  tempio  di 
s.  Giovanni  Battista.  L'Agnello  non 
Solo  diminuisce  la  sua  dottrina,  ma 
aggiunge  che  giammai  risiedè  nella 
sua  chiesa,  e  non  fu  gran  fatto 
economo  de' beni  ecclesiastici.  Di- 
venuto lo  zio  Papa  Innocenzo  VII, 
a'  12  giugno  i4o5  lo  creò  cardi- 
nale prete  di  s.  Croce  in  Gerusa- 
lemme, coir  amministrazione  per- 
petua della  sua  chiesa.  Intervenne 
ol  concilio  di  Pisa  ed  ai  conclavi 
eh'  ebbero  luogo  ai  suo  tempo,  ino- 


MIG 

rendo  in  Bologna  nel  i4'o>  o  fu 
sepolto  nella  chiesa  di  s.  Petronio 
con  semplice  iscrizione. 

MIGLIORATI  Cosimo,  Cardina- 
le. Cosimo  Migliorati  romano,  deno- 
minato Orsini  a  cagione  della  ma- 
dre ch'era  di  questa  illustre  fami- 
glia, o  come  pretendono  altri  na- 
poletano c|ual  discendente  d' Inno- 
cenzo VII.  Professò  nell'ordine  di 
s.  Benedetto,  e  fu  abbate  di  Farfa, 
quindi  da  Sisto  IV  fu  nel  i479 
promosso  ad  arcivescovo  di  Trani, 
ed  a  5  maggio  i48o  a  cardinale 
prete  del  titolo  di  s.  Sisto.  Ma  do- 
^po  venti  mesi  di  cardinalato  colpi- 
to da  fulminante  apoplesia,  termi- 
nò il  corso  de' suoi  giorni  in  Brac- 
ciano nel  i48i  j  e  trasportalo  al 
monastero  di  Farfa  fu  ivi  sepolto 
in  un  mausoleo  di  marmo. 

MIGNANELLI  Fabio,  Cardinale. 
Fabio  Mignanelli  patrizio  sanese,  sog- 
getto assai  inoltrato  nelle  buone  let- 
tere e  nelle  scienze,  laureato  nell'una 
e  l'altra  legge  nell' università  della 
patria,  nella  quale  lesse  pubblica- 
mente per  alcuni  anni,  avendo 
fatto  molti  progressi  in  quella  fa- 
colla.  Trasferitosi  a  Roma,  sposò 
Antonina  sorella  del  cardinal  Ca- 
podiferro,  che  ad  esimia  bellezza  e 
pari  pudicizia  univa  la  cognizione 
delle  lingue  greca  e  latina,  quale 
dopo  averlo  fatto  lieto  di  un  figlio, 
per  mezzo  di  cui  propagossi  poi 
in  Roma  la  prosapia  Mignanelli  , 
essendo  rapita  dalla  morte  gli  die- 
de agio  d'applicare  l'animo  alle 
cose  di  chiesa.  Ottenuto  un  luogo 
tra  gli  avvocati  concistoriali,  colla 
mediazione  del  cardinal  Capodi fer- 
ro fu  destinato  nunzio  al  senato 
veneto,  e  poi  alla  corte  di  Vienna 
a  Carlo  V,  dove  condusse  ad  ot- 
timo fine  le  incumbenze  delle  qua- 
li era  stato  incaricato.  In  appresso 


MIL  27 

venne    trascelto   al    governo    della 
Marca,,  e  nei     i5/\.i  da  Paolo    HI 
alla  vicelegazione  di   Bologna,  dove 
essendo  legato  il   cardinal  Bonifacio 
Ferreri,     ricevè    tal    Pontefice    che 
ritornava  da    Lucca  dopo  il  collo- 
quio avuto  in  quella  città  con  Car- 
lo V,  che  nel    i54o    1*  avea  nomi- 
nato al   vescovato     di  Lucerà.   Con 
tal  carattere    intervenne  al  concilio 
di  Trento,  e  fu  uno  de'  vescovi  che 
si  distinse  per    la    sua  dottrina,  in 
premio    della    quale  e    degli     altri 
suoi  meriti  Giulio  HI  a'  20  dicem- 
bre   i55i    lo    creò  cardinale  prete 
del   titolo  di   s.   Silvestro  in  Capite. 
Indi  lo  fece  prefetto  della  segnatu- 
ra  di  giustizia,  e  con  felice  successo 
delegato  a  Siena   per  quietare  i  tu- 
multi  destatisi    in   quella  città,  che 
trovavasi   in  gran  pericolo  per  aver 
cacciato     il    presidio    spagnuolo    di 
Carlo  V.  Due  anni  dopo  la  sua  pro- 
mozione alla  porpora  fu  dal  vesco- 
vato di    Lucerà    trasferito  da   Giu- 
lio III    a  quello  di    Grosseto.  Ven- 
ne oltre  a  ciò    deputalo,   ma  senza 
successo,  insieme    col     cardinale  de 
la  Baume,  a  comporre  una   molesta 
e  spinosa  controversia  sui  confini,  e 
su    certi  castelli    occupati     e    molli 
danni  fatti  nella  Campagna  romana 
dalle  truppe   di     Pietro    di   Toledo 
viceré  di    Napoli    sotto   Paolo    IV . 
Mori  in  Roma  nel     iSSy  in  ripu- 
tazione di  gran  cardinale,  d'anni  61, 
dopo  aver  col  suo  suffragio  contri- 
buito alle   elezioni     di    Marcello  H 
e  Paolo  IV,  e  fu  sepolto  nella  chie- 
sa di  s.  Maria  della  Pace  senza  al- 
cuna funebre    memoria.  Scrisse  un 
libro  sul  peccato  originale  e  la  giu- 
stificazione, che  dedicò  ai  padri  con- 
gregati  nel  concilio    di   Trento. 

M 1 LAWO  GiANiODovico,  Cardina- 
le. Gianlodovico  Milano  da  Valen- 
za nella   Spagna,    quantunque    gio- 


•28  MIL 

vane  di  eia,  ma  di  gran  senno  for- 
nito   e  d'ultima    indole,  lo  zio  Ca- 
listo IH  lo  fece  vescovo  di  Segovia, 
ed  a' 20    febbraio     14^6    lo    creò 
cardinale  prete,  pubblicandolo  a'  j8 
settembre,  e  conferendogli  per  tito- 
lo la  chiesa  de'  ss.    Quattro.  Dipoi 
lo  nominò  vescovo  di  Lerida,  lega- 
to di  Bologna  e   coramissiirio  apo- 
stolico   per   sedare    le    controversie 
ch'eransi  eccitale  nel  principato  di 
Catalogna    e  nella     contea  di  Bar- 
cellona, tra  il    comune     di     quelle 
Provincie  e    Giovanni   re  d'Arago- 
na.  Dopo  essere  intervenuto  ai  con- 
clavi di     Pio    II    e    Paolo    II,    es- 
sendo slato    assente  da  quelli    di  Si- 
sto  IV,  Innocenzo  Vili     ed     Ales- 
sandro  VI,  morì    nella    Sj)agna  in 
età  decrepita  nel    i5o8,    dopo    52 
anni   di  cardinalato,  e  fu  sepolto  in 
Lerida   nella  chiesa  di  s.   Anna  dei 
domenicani^  a   norma  di  sua   testa- 
mentaria disposizione. 

MìLk^O  {Mecliolanen).  Città  con 
residenza  arcivescovile,  antichissima 
d' Italia,  nobilissima  e  magnifica  ca- 
])itale  del  regno  Lombardo- Feiieto 
(f^edi),  capoluogo  del  governo  del 
suo  nome,  di  provincia  e  di  quat- 
tro distretti  che  rinchiudono  no- 
vanlotto  comuni  ;  a  5o  leghe  da 
Venezia,  altra  capitale  di  detto  re- 
gno,  i4o  da  Vienna,  i  io  da  Ro- 
ma,  e  160  du  Parigi.  Longitudine 
est  6',  5ì',  16";  latitudine  nord 
45",  8',  -ì" .  È  posta  in  una  pianura 
fertile  e  ridente,  circondata  a  qual- 
che distanza  da  amene,  ubertose  e 
deliziose  collinette,  e  dolcemente  in- 
clinata dal  nord  ai  sud,  sulla  riva 
sinistra  dell'  Olona.  Mediante  tre 
canali  navigabili,  il  Naviglio  grande, 
che  viene  dal  Ticino,  il  canale  Mar- 
tesana,  che  deriva  dall' Adda  e  che 
circonda  la  maggior  parte  della  cit- 
tà   propriamente    delta,    e    quello 


MIL 

di  Pavia,  questa  città  comunica 
col  Po,  e  quindi  col  mare  Adriatico. 
E  residenza  del  viceré,  d'uu  coman- 
do militare  e  di  un  governatore; 
di  nn  magistrato  camerale,  di  una 
corte  d'appello,  di  un  tribunale  ci- 
vilcj  di  uno  criminale  ed  uno  di 
commercio,  di  una  congregazione 
centrale,  e  di  un  istituto  imperia- 
le e  reale  di  scienze,  lettere  ed  ar- 
ti, di  un'  accademia  di  belle  ar- 
ti, ec.  Questa  celebratissima  città 
ha  la  forma  di  un  poligono  irre- 
golare. E  cinta  di  mura  con  ba- 
stioni, tranne  lo  spazio  dai  Por- 
tello alla  porta  Tenaglia  ,  dpve 
non  avvi  che  un  semplice  muro 
di  ciiconvallazione  ;  queste  fortifi- 
cazioni sono  però  deboli  troppo  per 
servire  di  difesa.  Un  tale  circuito 
che  rinchiude  gli  anticlii  sobborghi 
ha  dodici  porte,  cioè  sei  principali 
e  sei  minori.  Fra  le  prime  si  di- 
stinguono r  Argentea  della  ora  O- 
rientale  e  Renza  per  corruzione , 
che  dicesi  anticamente  dedicata  al 
sole;  incominciata  nel  1784  e  co- 
strutta in  due  spartili  edilizi  sui 
disegni  dei  Piermarini_,  non  ebbe 
alloia  compimento:  demulilisi  que- 
sti due  fabbricali,  venueio  eretti 
sul  sito  slesso  due  grandiosi  corpi 
ad  uso  di  barriera,  secondo  il  di- 
segno dei  Vantini;  la  Romana  co- 
strutta nei  1098  per  condecorare 
il  ricevimento  di  Margherita  d'Au- 
stria, destinata  sposa  a  l'ilippo  HI 
monarca  di  Spagna  e  duca  di  Mi- 
lano, tutta  in  pietra  e  con  Ijei  la- 
vori; la  Ticinese,  detta  anche  di 
Marengo,  di  recente  costruzione,  e 
d'architettura  del  marciiese  Cagno- 
la,  decorata  da  un  muestoso  arco 
isolato  di  magnifica  costruzione.  Le 
altre  porte  maggiori  sono  la  Ver- 
cellina,  disegno  del  Canonica,  dei 
i8o5;  la    Couiasiua,    iabbricula  in 


MIL 

pietra  arenaria,  e  compita  nel  1826 
a  spese  de' negozianti  ;  e  la  Nuòva, 
eretta  nel  1812,  sui  disegni  del 
professore  Zanoia,  tutta  ptuedi  pie- 
tra arenaria,  e  di  elegante  ordine 
corintio.  Sono  le  sei  minori  quelle 
della  Tosa  o  Tonsa,  Vigentina,  Lo- 
dovica, Poilello  del  castello,  1'  Arco 
della  piazza  d'armi,  Tenaglia.  Dal 
secolo  XI  sino  al  fine  del  passato 
la  città  dividevasi  in  sei  porte, 
oltre  le  minori  dette  Pusterle,  con 
stemma  proprio,  quali  vedonsi  an- 
cora nello  stendardo  di  s,  Ambro- 
gio. Alle  dette  porte  si  possono  ag- 
giungere due  altii  accessi  per  le 
barche  del  canale  Caviglio,  le  cui 
acque  ,  derivale  dall'  Adda  e  dal 
lago  di  Como,  entrano  in  città  pres- 
so la  porta  JVuova,  il  qual  canale 
coli' altro  Naviglio  delle  acque  pro- 
venienti dal  Ticino  e  dal  Lago  Mag- 
giore, oltre  il  beneficio  dell'  irriga- 
zione neir  adiacente  pianura,  e  quel- 
lo della  navigazione  felicemente  con- 
tinuata fino  all'  Adriatico,  da  dove 
giungono  le  merci  fino  alla  riva, 
formano  particolarmente  il  comodo 
e  la  ricchezza  della  città  per  la  fa- 
cilissima comunicazione  colla  stessa 
de'  paesi  e  luoghi  vicini  ai  canali 
medesimi,  massime  pel  trasporto  dei 
prodotti  e  materiali  d'ogni  genere, 
come  di  massi  di  marmo  e  grani- 
to, di  cui  tante  belle  colonne  e  nu- 
merosissime adornano  questa  città. 
Essa  è  fabbricala  in  generale  con 
poca  regolarità  ;  le  strade  sono  be- 
ne lastricate,  alcune  larghe,  tutte 
con  canali  coperti  e  sotterranei  che 
ricevono  le  pioggie,  senza  l' incon- 
veniente de'  stillicidii,  e  s'immet- 
tono ne'  canali  sotterranei  maggio- 
ri destinati  allo  spurgo  della  città 
e  comodo  degli  abitanti.  Le  case, 
generalmente  ben  fabbricate,  hanno 
da  tre    a  cinque  piani;  molte  sono 


MIL  29 

bellissime  e  tneritano  il  pome  di 
palazzi,  essendo  fra  questi  osservabi- 
le quello  vastissimo  e  di  giandiosa 
architettura  della  famiglia  Serbello- 
ni,  la  cui  facciata  è  imponente,  ma- 
gnifico l'atrio  interno,  ed  elegante 
il  cortile  adorno  di  portici,  distin- 
guendosi nel  mezzo  della  facciata  un 
bellissimo  pezzo  architettonico  con  co- 
lonne isolate,  che  forma  una  mae- 
stosa loggia,  decorata  d'  un  grande 
bassorilievo  di  stucco  rappresentan- 
te alcuni  avvenimenti  storici  di  Mi- 
lano del  teuìpo  di  Federico  I.  Fra 
gli  altri  pubblici  edifìzi,  monumen- 
ti principali,  rami  diversi  di  am- 
ministrazione, e  stabilimenti  civili , 
militari  e  giudiziari  sparisi  per  la 
città,  si  distingue  il  palazzo  della 
corte  rifabbricato  nel  passato  se- 
colo, sugli  avanzi  dell'antico  palazzo 
ducale,  con  facciata  di  ordine  joni- 
co  moderno,  disegno  di  Piermari- 
ni,  con  vasto  cortile,  magnifico  sca- 
lone, adorno  ne*  suoi  ricchi  e  co- 
modi appartamenti  di  belle  pittu- 
re, distinguendosi  soprattutto  il  gran 
scalone  di  ordine  corintio,  detto 
delle  cariatidi.  Il  palazzo  arcive- 
scovile, dono  dei  duchi  Visconti, 
alla  bramantesca,  ristorato  ed  or- 
nato dall'arcivescovo  Guido  Anto- 
nio Arcimboldi,  sul  finire  del  XV 
secolo  nel  i494>  diviso  in  due  se- 
parati cortili,  il  più  magnifico  dei 
quali  d'ordine  di  s.  Carlo  venne 
costrutto  dal  Pellegrini,  di  cui  è 
pure  la  facciata  del  palazzo,  del 
quale  per  altro  non  fu  eseguita  che 
la  sola  porta  maestosa,  ed  il  suo 
compimento  lo  ebbe  dal  ricordato 
Piermarini  :  la  bella  galleria  fu  do- 
nata dall'arcivescovo  Monti,  con  a- 
bitazione  de'  canonici  maggiori,  i 
beneficiati  minori  abitando  nell'  o- 
spizio  parallelo  all'  arcivescovato 
stesso,  il  quale  sta  annesso  al  duo- 


3o  MIL 

tao.  11  palazzo  del  governo,  il  cui 
interno  consiste  in  un  ampio  qua- 
drato arcato  con  colonne,  e  due 
belle  ed  ornate  scale,  che  mettono 
a  vari  comodissimi  appartamenti,  i 
quali  servono  di  residenza  al  gover- 
natore, e  a  diversi  uffizi  apparte- 
nenti al  governo,  con  gran  facciata 
adorna  di  una  loggia  grandiosa. 

11  palazzo  della  contabilità,  edifi- 
zio  di  Fabio  Magnone,  altra  volta 
collegio  Elvetico,  e  di  cui  s.  Carlo  fu 
il  primo  a  concepire  V  idea  per  la 
educazione  de'  seminaristi  svizzeri, 
e  per  opporsi  alla  propagazione  del- 
l' eresia  sotto  la  direzione  degli  u- 
miliati.  Ne  fu  benemerito  Gregorio 
XIII,  che  gli  die  nuova  vita  e  lo 
affidò  per  la  istruzione  scientifica 
ai  gesuiti  in  Brera  nel  iSyg,  quin- 
di dopo  averlo  sovvenuto  col  suo 
asse  privato,  nel  i584  gli  assegnò 
i  frutti  della  commenda  della  Ma- 
donna del  Prusseno  :  oltre  s,  Carlo 
che  gli  assegnò  benefizi,  il  suo  cu- 
gino cardinal  Altemps  vi  um  la  sua 
commenda  di  Mirasele,  acciocché 
vi  avessero  posto  24  chierici  della 
diocesi  di  Costanza.  Gli  alunni  ve- 
stivano di  saia  rossa.  Vi  erano  am- 
messi i  giovani  grigioni  ,  svizzeri, 
vallesi,  e  specialmente  di  Friburgo 
e  Soletta,  i  cui  cantoni  nominava- 
no quattro  posti;  sei  posti  vi  avea 
il  vescovo  di  Coirà.  Vi  si  studiava 
teologia  dommatica  e  scolastica,  sa- 
cra scrittura,  santi  padri,  non  che 
le  controversie  per  acquistare  ca- 
pacità di  confutare  gii  errori  di 
Lutero,  Zuiniglio  e  Calvino.  Soppres- 
so il  collegio  da  Giusc'[)pe  11,  fu 
destinato  ad  uso  di  residenza  del 
governo  di  allora:  1' edifizio  fu  fat- 
to dal  magnifico  cardinal  Federico 
Borromeo.  La  sua  architettura  è 
bellissima,  e  non  teme  questa  fab- 
brica il  confronto  di  qualunque  mo* 


MIL 

numento    dell'  antichità,  sia  per  la 
purezza  dello    stile,  sia    per  la  in»- 
ponente  grandiosità    che    vi  domi- 
na ;  vi  si  entra  per  due  cortili  cir- 
condati da  portici  con  colonnati  di 
granito  roseo,  che    vengono  riuniti 
da  uno  de'suoi  tre  grandi  vestiboli, 
servendo  gli  altri,     uno  d'ingresso, 
ed  il   terzo  di  comunicazione  ed  ac- 
cesso ad   una  gran     sala  :   le  ampie 
abitazioni   tanto  del    piano  terreno, 
quanto  del    superiore    servono  ora 
per  gli   uffizi  della    direzione  gene- 
rale della  contabilità,  ivi  collocata  : 
la  repubblica  Cisalpina  vi  aveva  po- 
sto il  corpo    legislativo  de'giuniori, 
e  il  regno  d'Italia  il  ministero  del- 
la guerra,'  poi    il  senato.    Gli  elve- 
tici nel  giugno   1797    cessarono    di 
godere  i  posti   nel   collegio,  e  i  beni 
furono  dati    all'  ospedale     maggiore 
in  compenso  de'  soldati   infermi  che 
avea    mantenuti.    Pei  reclami  degli 
svizzeri,  l'imperatore  d'  Austria  ri- 
slcibili   ^4    posti   per   alcuni  elvetici 
nel     i84t     coir  annuo     assegno    di 
1000   lire,  onde  studiare  in  Milano 
per  sei  anni  la  fisolofia  e  teologia. 
La  direzione  generale  delle  pub- 
bliche    costruzioni,    acque  e  strade 
è  in   piazza  s.    Marta,  colla  stampe- 
ria reale  :     prima     era    nel  palazzo 
detto     la     canonica.    La     stamperia 
reale,  già  ducale,  onorifico  ed  assai 
vantaggioso    stabilimento,    con  nu- 
mero considerabile    di    torchi,  cioè 
trentasei,  ove  sonovi    impiegali  più 
di  cento  trenta    operai,     oltre     alle 
persone  addette    agli   uffizi   di  am- 
ministrazione, con  fonderia  di  scelti 
caratteri,  litografia,   calcografia,  car- 
tiera, ec.  L'introduzione    della    tipo- 
grafia   in     Milano    è    generalmente 
assegnata   ul     1469,     su  di     che  dà 
importante    documento     il     Marini, 
Archiatri  t.  II,  p.  209  e  seg.,  ret- 
tifìcaudo    il    Sassi  che    dottameute 


MIL 

Sdisse  dell'origine   e    de*  progressi 
dell'arie     d'imprimere     i   libri     in 
Milano,  in  cui    ora    sonovi  più     di 
4o    lipogiafìe.   La  zecca  è  un  gran- 
dioso    slabilitnenlo    monetario  ,     e- 
relto    nel    1778,   considerato  come 
uno  de'  migliori   esistenti,  tanto  per 
la    quantità     delle     macchine    che 
servono  alla  fabbricazione  delle  mo- 
nete, quanto   per    l'ottimo  sistema 
inlrodollo,  e  per  la  scelta  degli  ar- 
tefici ed  operatori  di    ogni  genere, 
ammirandosi  in  esso  tutti  i  conge- 
gni necessari  alla    fusione    e  parti- 
zione dei  metalli  :  il  suo  gabinetto 
numismatico  fu     trasferito  a  Brera 
nel    1817.  La  zecca    di  Milano  ri- 
sale ai  tempi    dei    romani,    essendo 
conosciute  le  due  monete  d'  oro  di 
Luitprando  e    Desiderio   re  de'  lon- 
gobardi, ivi  battute.  Stabilita  l'im- 
munilà,  Lotario  diede  privilegio  di 
batter  moneta  all'  arcivescovo,  come 
conte  della  città,    e  con  l'impronta 
dell' imperatore  ;    costituitasi  la  cit- 
tà a  repubblica,  rivendicò  tal  diritto 
regio,  battendosi   monete  colla  cro- 
ce patria    e  l'eflìgie   di  s.    Ambro- 
gio: Azone  Visconti    pel  primo  ne 
impresse  in   pi-oprio  nome.  Osserva 
il   Muratori,  diss.  XXVII,  che  fino 
da  antichissimi  tempi  cominciò  que- 
sta nobilissima  città  a  goder  il  pre- 
gio della  zecca  e  del  batter  mone- 
ta, a  fronte  della  vicinanza  di  Pa- 
via ;  poiché  tanta    sempre  fu  la  di- 
gnità  e  lo  splendore  di  questa  me- 
tropoli dell' Iiisubria,  che  non  me- 
no i  re  longobardi,  che  gì'  impera- 
tori  franchi  e  tedeschi,  a  riserva  di 
Federico  I,  vollero    sempre  in  essa 
conservato    qucH'  onore,    perchè  ivi 
sovente  i  re    ed   imperatori   posero 
la   loro  sede,  e  vi     piesero  talvolta 
la   Corona  ferrea  ( l'ali) ;  anzi  an- 
che sotto  gl'imperatori  cristiani  nel 
secolo  IV,  si  trovano    monete  bat- 


MIL  3* 

tute  in  Milano;   che    parimenti  in 
tempi    de' re     goti    continuasse     ivi 
la  prerogativa    della  zecca,  sembra 
molto  credibile.   Veramente  Federi- 
co  I  distrutta  Milano  non  soppres-  ^ 
se  la  zecca,  ma  da    s.    Mattia  alla 
Moneta    dove   stava,     la    stabilì  in    '• 
un  vicino  villaggio,     dove   si  coniò 
moneta  imperiale,    imitata  per  tut- 
ta  Italia,  e  che  fra   i  milanesi   ebbe 
corso  nominale  fino  al    1778.  L'i- 
stituto  geografico-militare,  grandio- 
so   ed  utilissimo  stabilimento  eretto 
e  dalla   sovrana  munificenza  protet- 
to,  in  cui   vedesi     una    ricca    colle- 
zione   di    mappe,  carte  geografiche, 
stromenti    relativi,  e  scelta   bibliote- 
ca.  11  monte    del    regno  Lombardo- 
Veneto,     edifizio    d'ordine     jonico, 
disegno  di    Piermarini,     eretto     sui 
caseggiati  dell'  antica    famiglia  Mar- 
liani,  ed  aperto  il  5  settembre  i753, 
col  nome  di   Monte   s.  Teresa,  indi 
riaperto  nel    i8o4  sotto  quello  del- 
l'amministrazione de' fondi   del   de- 
bito pubblico,  nel   luglio    i8o5  de- 
nominato    Monte    Napoleone,     dal 
18  «4    al     1821      provvisoriamente 
chiamato  Monte  dello  stato,  e   che 
nel  gennaio    1821    assunse  la  deno- 
minazione presente    di     Monte  del 
regno  Lombardo- Veneto  :  stanno  in 
questo    locale     riiuiiti     vari     uflìci  , 
([uelli  cioè  della  prefettura  dei  mon- 
te, e  della     commissione   liquidatri- 
ce  del   debito    pubblico.    Di   questo 
monte,  chiamato  volgarmente  Mon- 
te di  Milano,  meglio  ne  parlammo 
ai   voi.   XVII,  p.  45    e  seg.,  e  XL, 
p.    i59  e    162  del    Dizionario. 

La  direzione  generale  del  censo 
risiede  in  una  porzione  dell'  antico 
edificio  del  collegio  de'  gesuiti,  a- 
datta  perciò  ai  vari  suoi  ullici,  per 
cui  vennero  disposte  nel  piano  su- 
periore vastissime  gallerie,  con  co- 
lonne isolate,  e  con  grandi  sale  per 


32  M  I  L 

la  formazione  e  riunione  delle  map- 
pe,   per    gì'  ingegneri    geogiafì,  ed 
altre  ad   uso  di    archivio.  Sul  cele- 
bre censimento  milanese,  tanto  en- 
comiato ed  ammirato,    diremo  che 
sotto  Carlo  V     nel    r543    fu  ordi- 
nato    un  estimo    generale  e     reale 
di   tutto   lo  stato  milanese,  compito 
nel   i584,  e  posto  in  esecuzione  nel 
1599.  Carlo   VI    nel     17 18     istituì 
una  giunta    al    censimento     nuovo, 
per  compilare  un  nuovo   e  diligen- 
te estimo    generale    e  il    valore  di 
<;iascun  fondo;  quindi  Maria  Tere- 
sa  nel    1749  ne  ordinò  la  revisione 
e  compimento,  operazione  eh'  ebbe 
fine  nel    175^7     ed     esecuzione  nel 
1760.   Aggregato  al  IMilanese  il  du- 
cato di   Mantova,     ne  fu     ordinato 
il  censimento.     Venute    allo    stato, 
dopo  la  rivoluzione,     le     provincia 
di   Beigamo,   Brescia,  Crema    e    la 
Valtellina,  indi    altre     formanti     il 
regno  italico,    poi  il  Lombardo-Ve- 
neto,  fu   voluto    estendere  a     tutte 
il  censimento,    che  con  lode  si  sta 
ora  perfezionando.  L'  uffizio  del  da- 
zio grande,  e  quelli    delie  finanze  e 
tesoreria  occupano  il  uìaesloso  impo- 
nente palazzo  altre  volte  di  Tomma- 
so  Marini,     con    facciata    composta 
di   tre  ordini     d'architettura,  ed  il 
cui  interno,  formato  da  portici  con 
colonne,   fa    risaltare    una     perfetta 
armonia     coli'  esteriore,   per  la  ric- 
chezza   e    profusione    degli    ornali. 
Diverse  e  grandiose  sale  nel   piano 
terreno  ornate    di     buone     pittiu-e, 
servono  per  la    cassa    del    tesoro  e 
delle  finanze;  il    superiore  essendo 
destinato,  come  lo  fu,   per  alloggio 
de' principi.   Il    palazzo    altre   volte 
Clerici   è  la    residenza    de'  tribunali 
civili  di  prima    istanza,  di  appello, 
di  commercio,  e  della   pretura  ur- 
bana o  tribunale    di  conciliazione. 
I  vari    appartamenti    che  lo  coni- 


MIL 

pongono  fornirono  tutte  le  comodi- 
tà   necessarie    agli     uffici     di     tutti 
questi   tribunali.   Il  casino  della   no- 
bile società,    nella    contrada  di     s. 
Giuseppe,  occupa  un    vasto  fabhri- 
cato,  che  le  serve  di  adunanza  sino 
dal  dicembre    18 15,  e  il  cui  dise- 
gno è  in  origine  del  Bramante,  ma 
che  il  cav.  Cagnola  abbellìnell' in- 
terno con  elegante  e  ricca  decora- 
zione. Numerose    sono  le  sale,  ma 
la  più  grandiosa  è  quella  che  serve 
alle  grandi  accademie  ed  alla  dan- 
za, tutte  però  adorne  di  buone  mo- 
derne pitture.    Fondata    questa  so- 
cietà nel    1799,    fu   ripristinata  nel 
181 5:   in   questo    luogo    sorgeva   il 
palazzo    de'  Torriani.     Il    magnifico 
palazzo  innalzato  da  Leonardo  Spi- 
nola  nel    1591,  e  che  poscia  passò 
alia   famiglia    Cusani,    fu  di  recente 
acquistalo    dalla     società    detta    del 
Giaidino.  Il  suo  cortile  è  decoroso, 
e  le  parti  che    compongono  questo 
edificio  sono  ricche,  bene    intese  e 
grandiose;  i   migliori  artisti  ebbero 
parte  agli  ornati  delle  sale,  di  recen- 
te accomodate,   vedendosi    unito   al 
fabbricato  un  giardino   ridotto  an- 
ch' esso  a  vaga  forma,  con  passeggi, 
grotte,  cascate  d'acqua    ec.  Il   casi- 
no e  società    del     Giardino     origi- 
nato nel    1793,  nel    1818  acquistò 
il  palazzo  di  architettura  Palladia- 
na.   Vi  sono  altri  casini,  come  del- 
l' Unione,  del  Commercio,  ec. 

Passando  dalla  strada  detta  Isara 
e  Marina,  che  da  porta  Orientale 
mette  a  porta  Nuova,  presentasi 
uno  de'  più  ricchi  e  magnifici  pa- 
lazzi architettonici  moderni,  in  tut- 
te le  sue  parli  decorosamente  ador- 
no, innalzato  nel  1790  dal  conte 
Lodovico  di  Belgioioso.  L'  interno 
e  l'esterno  annunziano  la  grandio- 
sità di  chi  lo  fece  costruire,  non 
meno  che    il   buon    gusto    del  suo 


MIL 

al'chitelto  Leopoldo  Polack  vienne- 
se. Esso  è  adorno  di  statue,  basso- 
rilievi e  pitture  a  fresco.  Merita 
pure  particolare  osservazione  il  bel- 
lissimo giardino  annesso  sul  dise- 
gno dello  stesso  architetto,  il  quale 
dacché  fu  dato  in  proprietà  al  prin- 
cipe viceré  ,  fu  considerabilmente 
ingrandito  colla  unione  dell'  orlo 
die  apparteneva  alla  cosi  detta  Ca- 
nonica. Dei  quattordici  archivi  sono 
i  più  importanti  quelli  notarile,  del- 
lo stato,  diplomatico,  di  giustizia, 
della  guerra,  capitolare  di  s,  Am- 
brogio :  quello  della  curia  arcive- 
scovile pati  grave  incendio  poco 
prima  di  s,  Carlo.  Fra  le  caserme 
merita  particolare  menzione  quella 
magiiinca  di  s.  Francesco,  sulla 
piazza  dì  s.  Ambrogio,  eretta  nel 
luogo  del  convento  de'  francescani, 
anticamente  basilica  Naboriana,  ed 
una  delle  più  grandiose  e  bene  in- 
tese che  in  questo  genere  di  edifizi 
veder  si  possa;  ne  fu  architetto 
r  ingegnere  militare  Rossi,  del  cui 
disegno  è  pure  1'  altra  caserma  del 
Castello  nella  piazza  del  Foro,  e  che 
fa  parte  del  fabbricato  interno,  stato 
riservato  dall'antica  fortezza  prima 
della  sua  demolizione  nel  1801  ;  ha 
una  porla  maestosa,  d'ordine  dorico, 
costruita  in  granito  rosso.  La  caser- 
ma di  cavalleria  di  s.  Simpliciano 
occupa  il  soppresso  monastero  di 
tal  nome,  e  presenta  una  ricca  e 
regolare  facciata,  grandiosi  e  co- 
modi cortili  ed  ampie  scuderie.  Al- 
tre grandiose  e  comode  caserme  si 
sono  stabilite,  e  trovansi  distribuite 
nella  città  dopo  la  soppressione  dei 
monasteri,  e  sono  la  caserma  di 
cavalleria  e  fanteria  in  s.  Vittore 
grande,  quella  dell'  Incoronala  nel 
borgo  di  porta  Comasina,  l'altra 
di  s.  Angelo  nella  piazza  di  tal 
nome,  quella  di  s.  Euslorgio  nella 

voi.    XLV. 


MIL  33 

piazza  cosi    nominata,    ed  il    gran 
corpo  di  guardia    nella    piazza  dei 
Mercanti.  Le  piazze  in  generale  so- 
no piuttosto    piccole,  tranne    però 
la  vasta  piazza    d'armi,  chiusa  da 
un  muro  di   cinta,    che    separa  la 
città  dalle    campagne,  e  ,che  serve 
di  passeggio    amenissimo.    Sul  lato 
sud-est  di  questa   piazza  ed  al  con- 
fine delle  antiche  mura,  Galeazzo  II 
signore  di  Milano  fece   erigere  nel 
i358  un  castello   che  prese  la  de- 
nominazione di  Giove,     dall'antica 
porta  Giovia  soppressa  ed  incorpo- 
rata nella  fortilicazione  del  castel- 
lo medesimo,  il  quale  dopo  la  sua 
morte  fu  demolito  dai  cittadini  nel 
1378.  Il  suo  successore  e  figlio  Gio- 
vanni Galeazzo    Io  fece    ricostruire 
nello  stesso   luogo,    assai  più  forte^ 
con  alte    muraglie    e    di    profonde 
fosse    munito,  e   questo    durò  sino_ 
alla  morte  di  Filippo  Maria  ultimo 
de'  Visconti,  cioè  sino  al  i447'  Am- 
mutinatasi  la  città  col  pensiero  di 
reggersi  in  repubblica,  fu  di  nuovo 
dal    popolo    rovinato    e    demolito; 
IVel   1430  impadronitosi  della  città 
Francesco  Sforza  marito  di  Bianca 
Visconti,  fu  da    esso  col    consenso 
de'  cittadini  per    la  terza  volta  ri- 
fabbricato con   maggiore    ampiezza 
e  solidità,  avendo    sostenuto  in  va- 
ri tempi  lunghi  assedi.   Finalmente 
nel   1801,  come  si    disse,  vennero 
atterrate  tutte  le  esteriori  fortifica- 
zioni, e   nel     loro     luogo    formosti 
una  vastissima  piazza  detta  del  Ca- 
stello o  del  ForOj  e  vi   si  sostitui- 
rono al  luogo    delle  antiche  mura, 
de'  ben  ordinati    viali    pei  pubblici 
passeggi,   ombreggiali    da    piante  «- 
sotiche. 

All'  estremità  della  piazza  d'Armi 
nel  i838  si  terminò  l'arco  di  trion- 
fo   ordinato    nel    i8o4)    ma   ioco- 
minciato    nel   1807    a    capo    della 
3 


34  MIL 

strada  del   Sempione,  di  cui  dovea 
portare    il    nome,    tutto  noanno  di 
Crevola,  ed  elevato  dalle  fondamen- 
ta sul  grandioso  e  ben   immagina- 
to disegno  del  cav.   march.  Cagno- 
Ja,  in  occasione  delle  nozze  del  prin- 
cipe Eugenio  viceré:  dovea  fregiar- 
lo   una  statua  della  Vittoria,  in  ri- 
cordo della     battaglia  di    Jena,  e  i 
fasti  Napoleonici.    Le  vicende  politi- 
che fecero  rimaner  sospesi   i  lavori, 
ma   ricominciati  per  munificenza  di 
Francesco  I,    ordinò  che    condotta 
fosse    a     compimento     un'opera    sì 
bella,  accettandone  la     dedica,  col- 
r  inauguramento  di  Arco  della  Pa- 
ce. Dodici  grandiosi    bassorilievi  fi- 
gurano le  imprese  che  la  pace  tor- 
narono, oltre  sei    busti.  Il    grande 
sopraornato    di     bronzo     figura    la 
Pace,   tratta    in  cocchio  da   sei  ca- 
valli, mentre  quattro  fame    da  cia- 
scuno   degli    angoli  ne  annunziano 
l'arrivo.   1   quattro    colossi  sdraiati 
in  alto  rappresentano  il  Po,  il  Ti- 
cino, il  Tagliamento  e  l'Adige.    Al 
nord    dell'  atterrato  castello    si  co- 
strusse    sotto    il    governo    italiano 
il  così  detto    anfiteatro     od  arena, 
disegno  lodatissimo    del     Canonica, 
lino  de'  più  insigni  cdifizi,  fatto  per 
accrescere  il  decoro    e  lo  splendore 
della  città  di  Milano,  che  mancava 
ancora  d' un  monumento  di  questo 
genere.    Questo    ampio    e  sontuoso 
recinto  nel  genere  antico,  ad  imita- 
zione del  circolo  di  Caracalla,  è  di 
forma  elittica  ,    lungo  braccia  4<^o> 
e  largo  200,  e  vedcsi    cinto  da  un 
muro  altissimo  in  pietra,  e  circon- 
dato sino  ad  una    certa  elevazione 
da    comode    gradinate    al    disopra 
delle  quali  evvi  una  piattaforma  di 
sufficiente  larghezza,    che    offre  un 
passeggio    ombreggiato  ;  può  conte- 
nere quasi  4^,000   spettatori,  e  ser- 
ire  dì  circo,  d' ippodromo  e  di  nau« 


]\1IL 
machia,  avendovi  il  comodo  di  riem* 
pirlo  coir  acqua    che  scorre  all'in- 
torno.  Nel  giorno    17    giugno  1807 
vi  si  diede  il    primo   spettacolo    di 
corse,    e    nel     successivo    dicembre 
una    regata,  presente    Napoleone  j 
indi    si     fecero    ascensioni    areosta- 
liche,  fuochi    d'artifizio,     ed     altri 
spettacoli.  Ad  un'estremità  del  mag- 
gior   diametro     stanno     le     carceri, 
compite  nel    i  827,  fiancheggiate  da 
torri;    all'altra     parte    una     porta 
trionfale  dorica    di    granilo,  bellis- 
sima. Nell'asse  minore  la  porta  Li- 
bitinaria  fa  fronte  al  Pulvinare,  sul 
quale  sorge  uno  de'  più  insigni  por- 
liei   moderni  con     otto  colonne  co- 
rintie di  granito  rosso  pulito.  Sen- 
za parlare  di  altre   piazze,  ci  limi- 
teremo a    citar  quella  de'  Mercanti, 
posta   nel  centro     della  città,    fian- 
cheggiata da    alcuni    fabbricati     di 
antica  origine,  ed  altri  di  bella  ar- 
chitettura,  ch'ebbe    prima  il   nome 
di  piazza  di  Tribunali,  a  cagione  dei 
tribunali     che     ivi   esistevano,    ora 
trasportali  al   palazzo  Clerici,  e  po- 
scia quello  di  piazza  de'Mercanti,  per- 
chè quivi  questi    si   adunano,  quasi 
ad   una  specie  di   borsa,  essendo  sta- 
la  per  tale  oggetto  formata  una  sala 
nel  fabbricato  con  portici.  In  questa 
piazza  hanno  le  loro  residenze  vari 
pubblici    dicasteri    ed     uffici  ,     cioè 
r  archivio    pubblico     notarile,  e  la 
commissione    centrale  di   beneficen- 
za, la  cassa    di   risparmio.,     la  con- 
gregazione   centrale,     1'  ufficio  delle 
ipoteche,  la  camera  di    commercio, 
la  scuola  elementare  maggiore  nor- 
male, la  direzione  generale  de' gin- 
nasi, e  r  ispettorato    delle  scuole  e- 
Icmentari     normali,  la     delegazione 
del  primo    circondario     di     polizia, 
ed  il  gran   corpo    di     guardia  mi- 
litare. 

Per  l'esercizio  del    culto  caltoli- 


MIL 

co  numerosissime  in  Milano  sono  le 
chiese.  Fra  i  più  celebri  e  rinoma- 
ti edifìzi  dell'Italia,  vanta  Milano 
la  sua  cattedrale  metropolitana  o 
duomo,  dopo  quella  di  Roma,  il 
costante  oggetto  di  uni  versai  me- 
raviglia per  la  mole  gigantesca  e 
singolarità  del  disegno  di  gotica  co- 
struzione ardila  e  bizzarra  ,  sor- 
prendente per  magnificenza  e  ric- 
chezza, osservabile  per  la  leggerez- 
za delle  masse  piramidali,  per  la 
moltitudine  delle  statue,  sculture  e 
bassirilievi  ,  che  in  ogni  parte  l'a- 
dornano s'i  entro  che  fuori,  per  cui 
non  dubitarono  alcuni  di  chiamar- 
la r  ottava  meraviglia  del  mondo. 
Questo  tempio  tutto  coslrutto  in 
marmo  bianco,  estratto  dal  monte 
Gandolia,  dicesi  occupi  il  luogo  di 
un  famoso  tempio  di  Minerva  ;  esso 
ebbe  principio  l'anno  i386  il  i5 
di  marzo,  ma  non  piacendo  a  Gian 
Galeazzo  Visconti  questa  sua  pri- 
ma costruzione,  non  parendogli  il 
tempio  corrispondente  alla  magni- 
ficenza di  quella  che  destinava  ca- 
pitale d'Italia,  fece  disegnarne  uno 
che  non  avesse  il  pari  nello  stile 
d'  allora,  ed  ordinò  gli  si  desse  una 
nuova  e  piìi  grandiosa  forma  nel 
iSSy.  Fu  il  tempio  compito  nel- 
la facciata  per  ordine  di  Napo- 
leone, che  vi  si  fece  coronare  re 
d'  Italia  :  a  tal  fine  si  vendè  il 
patrimonio  della  fabbrica,  che  pro- 
dusse un  milione  e  mezzo  ;  e  dei 
promessi  cinque  milioni  dal  fon- 
do di  religione,  Napoleone  ne  diede 
due  soli.  Vuoisi  che  Gian  Galeaz- 
zo ordinasse  V  erezione  del  tempio 
in  conseguenza  di  un  volo  fatto  al- 
la Beata  Vergine,  perchè  gli  inter- 
cedesse figli  maschi.  S' ignora  chi 
ne  fu  il  primo  architetto,  si  nomi- 
na un  Gamodia  tedesco,  ma  non 
è  certo,    sebbene  lo  siile    ricordi  il 


MIL  35 

gotico  oltramontano.  Tra  i  primi 
che  diressero  la  fabbrica,  si  trova- 
no Simone  da  Oisenigo,  Guarniero 
da  Sirtori,  Marco  Bonino,  Matteo 
da  Campione.  Incominciando  da  ta- 
le epoca,  si  vuole  avervi  operato 
i83  architetti.  La  forma  interna  è 
quella  di  una  croce  latina  diretta 
dall'  est  air  ovest,  e  divisa  in  cin- 
que navate,  delle  quali  quella  di 
mezzo  è  al  doppio  più  larga  delle 
altre;  S2  grossi  piloni  di  marmo 
quasi  ottagoni,  dell' altezza  di  brac- 
cia 4'>  dividono  queste  navate  e  sos- 
tengono le  volte  gotiche,  e  quattro 
altri  più  grossi  sostengono  la  cupo- 
la del  centro  della  chiesa  :  per  la 
cupola  Galeazzo  Maria  Sforza  chia- 
mò tre  architetti  di  Strasburgo,  ma 
solo  verso  il  i49o  'a  fece  voltare 
Lodovico  il  Moro  .  La  maggio- 
re lunghezza  del  duomo  è  metri 
148,109:  sul  pavimento  di  s.  Pie- 
tro di  Roma  è.  fatta  di  palmi  6o5, 
cioè  metri  i35, 16;  s.  Pietro  è  187; 
s.  Maria  del  Fiore  di  Firenze  è 
1 55,72.  Larghezza,  compreso  lo 
sfondo  delle  braccia,  metri  87,80; 
larghezza  totale  delle  cinque  navi, 
metri  57,67.  Altezza  della  maggio- 
re nave,  dal  pavimento  al  colmo  del- 
la volla,  metri  46,80;  della  cupola 
fino  all'impostatura  della  lanterna, 
metri  64,25  ;  da  questa  imposta- 
tura al  belvedere,  metri  27,37; 
della  cuspide  piena,  metri  i2,5o; 
statua  e  piedistallo,  metri  ^,i6. 
Dal  pavimento,  compreso  la  grande 
guglia  di  siile  moresco,  e  la  statua 
in  rame  dorato  della  Beata  Vergi- 
ne Assunta,  la  elevazione  totale  di 
questo  superbo  cdifìzio,  ascende  a 
metri  108,28.  Alla  sinistra  entran- 
do vedesi  il  bel  battistero  a  foggia 
di  tabernacolo  isolato,  formato  da 
una  grande  urna  di  porfido,  prò- 
veuiente,  senza  dubbio,  da  qualche 


36  MIL 

antico  bagno  ronfiano,  che  servì  di 
deposito  alle  sacre  spoglie  di  s. 
Dionigi  vescovo  di  Milano,  con  altri 
santi  martiri,  e  che  da  s.  Carlo  fu 
destinato  a  conservar  l'acqua  bat- 
tesimale per  immergervi  la  testa 
dei  bambini,  secondo  il  rito  am- 
brosiano quivi  professato  ;  le  colonne 
che  lo  circondano  sono  di  marmo 
antico  detto  macchia-vecchia,  ed  i 
capitelli  di  bronzo  mirabilmente  la- 
vorali. Gli  altari,  le  cappelle  sono 
in  marmo  a  colori  diversi,  e  ve- 
desi  il  tutto  adorno  di  bassirilievi 
in  ogni  genere,  pitture  pregiale  e  la- 
vori finissimi  e  ricercati.  Vi  si  dislin- 
gue la  statua  in  marmo  bianco  di 
Martino  V,  il  quale  consacrò  l'alta- 
re maggiore  ;  quella  pregiatissima 
di  s-  Bartolomeo,  opera  di  Mar- 
co Agrati,  che  rappresentò  il  san- 
to scorticato,  e  portante  la  sua 
pelle  sul  dorso;  il  magnifico  mo- 
numento sepolcrale  di  Gio.  Giaco- 
mo de  Medici,  zio  di  s.  Carlo  e 
fratello  di  Pio  IV;  quello  in  mar- 
mo nero  del  cardinal  Marino  Ca- 
racciolo governatore  di  Milano;  il 
deposito  di  Ottone  Visconti  detto 
il  Magno,  e  di  Giovanni,  zio  e  ni- 
pote, arcivescovi  e  signori  di  Mila- 
no, cui  sovrasta  la  statua  sedente 
di  Pio  IV;  il  mausoleo  con  tre 
busti  rappresentanti  gli  arcivescovi 
Giovanni,  Guido  e  Gio.  Francesco 
Arcimboldi,  oltre  tanti  altri  monu- 
menti sepolcrali,  lapidi,  ec.  Il  coro 
fu  disegnato  dal  Pellegrini,  e  gli 
stalli  di  noce  furono  bellissimamen- 
te intagliati  su  disegni  de'  migliori 
cinquecentisti.  Nell'altare  maggiore 
sotto  un  tempietto  di  bronzo  sta 
un  magnifico  tabeinacolo  pur  di 
bronzo  doralo,  coi  dodici  apostoli 
attorno,  e  il  Salvatore  in  alto,  e 
molli  rilievi,  dono  di  Pio  IV.  Nel- 
i'  abside,  ridipinta  e  dorata  non  ha 


MIL 

guari,  conservasi  il  santo  Chiodo, 
postovi  il  i46r.  bell'architrave  di 
legno  nell'arcone  del  coro,  vi  è  il 
Crocefisso  di  s.  Corbella,  secondo 
l'uso  particolare  del  rito  ambrosiano, 
avendone  riportata  la  ragione  nel  voi. 
XVIll,  p.  272  del  Dizionario, 
mentre  nel  voi.  XI li,  p.  98  e  99 
parlammo  della  mentovata  reliquia. 
Questa  metropolitana,  come  capo- 
rito,  serve  di  esempio  alle  altre  chie- 
se dell'  arcidiocesi,  e  la  forma  del- 
l' altare,  del  tabernacolo,  degli  os- 
tensori!, degl'incensieri,  de' busti, 
sono  il  tipo  di  quei  che  il  rito  ri- 
chiede. È  degna  soprattutto  di  mi- 
nuta osservazione  la  sotterranea 
cappella,  ove  riposa  il  corpo  di  s. 
Carlo  Borromeo,  di  forma  ottango- 
lare, con  la  volta  coperta  di  bassi- 
rilievi  ,  trofei  ed  ornamenti  assai 
rilevali  di  lastra  d'argento,  i  quali 
ricordano  gli  avvenimenti  più  ri- 
marcabili della  vita  del  santo,  ed 
otto  cariatidi  negli  angoli,  pure  di 
grossa  lastra  d' argento,  ra|)presen- 
tanti  le  sue  virtù:  i  lavori  d'ar- 
gento sono  doni  dell'  arcivescovo 
Lilla,  del  duca  Borromeo,  e  del 
cardinal  Quirini.  Nel  1817  si  can- 
giò e  rinnovossi  1'  aspetto  di  questo 
luogo  con  nuovo  disegno  dell'ar- 
chitetto Peslagalli,  che  lo  rese  più 
elegante  e  magnifico.  Sull'  altare 
posa  il  sarcofago  che  contiene  le 
spoglie  mortali  del  santo  arcivesco- 
vo in  abito  pontificale,  arricchito 
di  gioie.  Il  sarcofago  è  composto  di 
una  cassa  pesante  4o^o  oncie  di 
argento,  con  rarissimi  cristalli  di 
monte  legati  in  argento,  dono  di 
Filippo  IV  re  di  Spagna,  i  cui 
slemmi  vi  si  vedono  apposti  in  oro 
massiccio.  Una  grande  finestra  oriz- 
zontale, praticala  nel  pavimento  della 
chiesa,  illumina  il  sotterraneo,  e  dà 
luogo  ai  fedeli  di  poter  assistere  ai 


MIL 

divini  uffici  ch'entro  vi  si  celebrano. 
Tutte  le  pitture  che  adornano  que- 
sto tempio  sono  de'priini  maestri  di 
Italia.  1  vetri  dipinti  rappresentan- 
ti diversi  fatti  storici,  aggiungono 
maggior  lustro  alla  sua  maestà,  ma 
lo  rendono  un  poco  oscuro;  il  Bren- 
ta, e  più  il  Bertini,  benemerito 
dell'  arte,  rinnovarono  le  finestre 
cadute  per  una  salva  di  cannoni 
all'epoca  repubblicana.  11  suo  pa- 
vimento di  marmo  a  colori  diversi, 
fatto  a  compartimenti    con  disegno 

^B       arlifizìoso,     fu    compito    nel    i835. 

^^  La  straordinaria  quantità  di  statue 
interne  ed  esterne  che  adornano 
questo  sacro  edifizio,  si  fanno  a- 
scendere  a  più  di  2800,  e  dicesi 
giungeranno  a  34oo  circa  quando 
d'ogni  grandezza  saranno  collocate 
per  compimento  degli  ornali  e  del- 
la chiesa.  Neil'  esterno  la  profusio- 
ne delle  colonne,  delle  statue,  de- 
gl'  intagli,  delle  medaglie,  de'  bassi- 
rilievi,  dei  lavori  pregiati  d' ogni 
sorla,  gareggiano  colla  magnificen- 
za, polendosi  dire  francamente,  che 
quanto  la  scultura  e  1' architettura 
ha  di  più  bello,  tutto  fu  posto  in 
opera  all'  adornamento  della  faccia- 
ta di  questo  tempio,  che  ha  cinque 
porle,  delle  quali  è  singolarmente 
pregevole  la  maggiore .  Le  statue 
in  marmo  bianco,  poste  sopra  tutto 
l'edifìzio  e  che  sembrano  staccate 
come  tante  punte,  formano  il  più 
imponente  colpo  d'  occhio.  Le  gu- 
glie terminate  ed  abbellite  di  sta- 
tue e  gotici  arabeschi  ,  superano 
finora  il  numero  di  80,  oltre  alle 
24  minori,  dovendo  essere  in  tulle 
i35  ad  opera  compita.  Verso  la 
facciala  è  degna  di  osservazione 
una  grandiosa  meridiana,  che  ai- 
traversa  per  intero  il  tempio:  fu 
con  diligenza  e  somma  accuratezza 
eseguita  sotto  la  direzione  degli  a< 


MIL  37 

slronomi  dell'osservatorio  di  Brera 
nel  1786,  ed  ha  il  gnomone  all'al- 
tezza di  73  piedi. 

Alle  pomposissirae  funzioni  pon- 
tificali servono  moltissimi  sacri  ar- 
redi e  paramenti  che  si  conserva- 
no nella  sagrestia.  Due  tesori  pos- 
sedeva questo  duomo  di  Milano  : 
quello  della  metropolitana  e  quel- 
lo de'  doni  falli  a  s.  Carlo,  che 
nel  dì  della  sua  festa  esponevan- 
si  parte  nel  sotterraneo,  parte  sul 
balaustro  superiore.  Gran  parte  an- 
dò alla  zecca  al  tempo  della  re- 
pubblica ;  il  rimanente  è  unito  nel- 
la sagrestia  meridionale.  Fra  le 
ricchezze  di  questo  tesoro,  capo  di 
arte  del  cesello  è  una  Pace  d'  010 
donata  da  Pio  IV,  con  due  colon- 
ne di  lapislazzuli,  croce  a  tredici 
diamanti,  e  vari  cammei,  probabil- 
mente lavoro  del  Caradosso.  In 
mezzo  rilievo  si  rappresenta  Cristo 
deposto  in  grembo  alia  Madre  con 
quattro  altre  figure,  e  di  sotto  la 
balena  che  rigetta  Giona,  in  alto  il 
Padre  Eterno  e  angeli.  Un  evangeli- 
slario  antico  su  pergamena,  ricchis- 
simo d'oro  e  gemme,  con  Crocefisso 
d'  oro  da  un  lato,  e  altre  figure,  do- 
nato dall'  arcivescovo  Ariberlo  da 
Canlù.  Due  statue  d' aigenlo  dei 
ss.  Ambrogio  e  Carlo ,  dono  la 
prima  della  città,  la  seconda  degli 
orefici.  Croce  d' oro  per  le  proces- 
sioni capitolari,  pesante  oncie  370, 
con  veutuna  gemma.  Il  magnifico 
paliolto  pesante  5ooo  oncie  d'  ar- 
gento, regalo  di  monsignor  Taver- 
na canonico,  fatto  nel  i835,  per 
non  rammentare  altro.  Una  degna 
piazza  anteriore  manca  al  duomo, 
dietro  al  quale  era  anticamente  un 
campo  santo.  Molti  descrissero  que- 
sta insigne  cattedrale,  che  si  posso- 
no leggere  nella  bibliografia  mila- 
nese  t.  I ,   p.    386  ,    Milana   e  il 


38  MIL 

suo  territorio,  fra'  quali  Gaetano 
Franchetti  che  ne  pubblicò  la  Sto- 
ria e  descrizione  nel  182  r.  lu 
detta  bibliografia  sono  pure  gli  au- 
tori che  fecero  la  storia  e  illustra- 
rono la  maggior  parie  delle  chiese 
di  questa  città. 

Fra  le  altre  numerose  chiese 
di  Milano  meritano  particolar  men- 
zione quella  di  s.  Maria  presso 
s.  Celso,  una  delle  più  ragguar- 
devoli per  la  sua  architettura,  e 
delle  più  ricche  pei  capi  d' opera 
dell'arte  che  l'adornano,  la  quale 
ebbe  principio  nel  i49'>  P^^'  o^'" 
dine  di  Gian  Galeazzo  Maria  Sfor- 
za, nipote  di  Lodovico  il  Moro,  sul 
disegno  del  Bramante  ;  quella  di  s. 
Lorenzo,  che  dev'  essere  antichissi- 
ma. Distrutta  dal  fuoco  nel  1071 
l'antica  chiesa.  Tenne  rifabbricala 
in  più  piccola  forma,  e  questa  pu- 
re rovinala  dal  tempo,  s.  Carlo 
ordinò  si  rifabbricasse  quella  ora 
esistente,  col  disegno  di  Martino 
Bassi  ;  è  d'  ordine  dorico,  ricca  di 
sculture,  di  dipinti  pregiati,  e  di 
monumenti  sepolcrali ,  fra  i  quali 
si  distingue  quello  antico  di  Galla 
Placidia,  figlia  di  Teodosio  il  gran- 
de, e  del  di  lei  marito  Ataulfo  :  è 
pure  osservabile  1' antichissiaio  mo- 
saico, che  dicesi  mostri  Cristo  di- 
sputante coi  dottori.  La  chiesa  di 
s.  Ambrogio,  una  delle  più  auliche 
e  rispettabili  basiliche  della  cillà, 
edificala  nel  887  da  s.  Ambrogio, 
che  vi  celebrò  i  divini  udlzi  e  vol- 
le in  essa  essere  sepolto  vicino  ai 
corpi  de'  gloriosi  martiri  Gervasio 
e  Proiasio,  in  onore  de'quali  l'avea 
fabbricala.  Era  in  origine  divisa  in 
due  chiese,  separale  da  un  mino 
con  tre  porte,  ma  vennero  riunite 
nel  i5o7  ,  e  si  formò  una  chiesa 
sola,  decorala  da  un  atrio  o  cor- 
tile  rettangolo,  con    portici  udorui 


MIL 

di  antichi  dipinti.  L'interno  è  co- 
strutto in  tre  navale  di  gotica  ar- 
chitettura ,  con  magnifiche  cappel- 
le e  pitture  pregiate.  Anticamente 
nel  coro  della  basilica  di  s.  Am- 
brogio si  tenevano  i  concilii  provin- 
ciali. La  chiesa  di  s.  Maria  della 
Passione,  innalzata  nel  i58o  in  for- 
ma di  croce  latina,  con  torreggian- 
te  cupola,  tanto  nell'interno,  quan- 
to neir  esterno  riccamente  abbelli- 
ta. E  divisa  in  tre  navi,  con  al- 
trettante porte,  e  contiene  otto  cap- 
pelle per  parte;  è  forse  più  di  ogni 
altra  adorna  di  pitture.  La  chiesa 
di  s.  Stefano  maggiore,  altre  volte 
collegiata  ed  ora  parrocchiale ,  la 
cui  fondazione  viene  altribuita  a  s. 
Marliniano  vescovo,  e  prima  chia- 
mata s.  Zaccaria.  Nel  secolo  X  [ 
devastata  dalle  fiamme,  fu  quindi 
rifatta,  non  però  colla  maestà  del- 
la precedente,  e  venne  denominata 
s.  Stefano  al  Broglio  ed  alla  Ruo- 
ta, La  chiesa  attuale  fu  coslrulla 
al  tempo  dell'arcivescovo  Visconti, 
successore  di  s.  Carlo,  e  perfeziona- 
ta nel  1596;  r  interno  è  diviso  in 
tre  navi,  con  sei  arcate  per  parie, 
con  cappelle  corrispondenti,  ed  un 
coro  maestoso,  il  tutto  adorno  di 
pitture  e  di  statue.  La  chiesa  di 
s.  Paolo,  superstite  del  vasto  mo- 
nastero delle  agostiniane  dette  an- 
geliche, con  bella  facciata  ricca  di 
ornamenti  ;  è  di  una  sola  nave  di 
ordine  corintio,  saviamente  architet- 
tata e  di  bei  dipinti  adorna.  La 
chiesa  di  s.  Nazzaro  grande,  basilica 
edificata  nel  882  circa  ad  onore  dei 
ss.  Apostoli,  e  quindi  della  Nazza- 
riana  pel  capo  di  s.  Nazzaro  in  es- 
sa trasportato  da  s.  Ambrogio.  F'or- 
ma  vestibolo  a  questa  chiesa  il 
grandioso  sepolcrale  edifizio  con 
cappella  deilicala  alla  Beata  V'eigi- 
ne  Assunta,  costrutto  nel    i. il 8  al- 


MIL 

la  bramantesca  dal  maresciallo  Gio. 
Giacomo  Trivulzio,  dello  il  Magno, 
che  vivo  volle  prepararsi  il  soggior- 
no della  morte.  La  facciala  di 
questo  vestibolo  è  di  figura  qua- 
drata, ma  non  ridotta  al  termine, 
ornata  di  pilastri ,  con  tre  porle 
che  danno  accesso  all'  interno,  di 
figura  oltagona,  semplice,  e  conve- 
niente al  carattere  dell'  edifizio,  sla- 
to piti  volte  ristaurato  e  rimoder- 
nato, con  statue  e  pitture.  La  chie- 
sa di  s.  Alessandro  in  Zebedia,  co- 
strutta come  attualmente  si  trova 
nel  1602,  con  la  forma  d'una  cro- 
ce greca,  con  magnifica  cupola,  spa- 
zioso coro,  e  comodo  presbiterio  ; 
menzionata  questa  chiesa  sino  dal 
secolo  XI f,  col  titolo  di  parrocchia- 
le, fu  data  nel  XVI  ai  barnabiti,  i 
quali  soppressi  nel  fine  del  secolo 
passato,  vennero  di  nuovo  ristabili- 
ti nel  1825  nel  possesso  di  essa 
coli' assegno  di  una  parte  dell' au- 
lico collegio.  È  adorna  di  buone 
pitture,  ed  il  suo  altare  maggiore 
vedesi  ornato  di  pietre  duie  stima- 
bilissime. La  chiesa  di  s.  Maria 
presso  s.  Satiro^  innalzata  sugli  a- 
vanzi  di  un  profano  tempio,  dal 
duca  Lodovico  Sforza  il  Moro,  sul 
disegno  del  Bramante,  formata  di 
tre  navi,  adorna  di  bronzi  dorati, 
sculture,  dipinti  a  fresco,  statue,  ec: 
è  composta  di  due  chiese  unite, 
cioè  di  s.  Maria  falla  dal  Moro,  e 
eli  s.  Satiro  eretta  dall'  arcivescovo 
Ansperto  nell' 869.  La  chiesa  di  s. 
Sebastiano  eretta  per  voto  della 
città  in  occasione  della  peste  del 
1570,  con  disegno  del  Pellegrini, 
che  riuscì  una  delle  più  belle  di 
Milano,  con  tre  porle  ihe  danno 
ingresso  all'interno,  il  quale  corri- 
spondo alla  bellezza  esterna  per  la 
sua  semplicità  ed  elegatiza.  La  chie- 
sa di    s.  Euslorgio,    annoverata  tra 


MIL  39 

le  più  antiche  di  Milano,  è  risguar- 
data  come  uno  de' primi  cristiani 
edifizi,  di  cui  viene  da  alcuni  re- 
putato fondatore  lo  stesso  s.  Eu- 
slorgio  nel  IV  secolo,  assumendone 
il  nome  dopo  di  essere  slata  dedi- 
cata ai  ss.  Re  Magi.  Ne'primi  tem- 
pi era  ben  lontana  dalla  città,  ma 
soggetta  quindi  alle  incursioni  ed 
al  devastamento  de'  barbari,  fu  m 
varie  epoche  riedificata;  nel  secolo 
XIII  rimodernata  ed  ingrandita,  e 
finalmente  ridotta  con  maggiore  re- 
golarità e  decoro,  come  si  trova  al 
presente,  con  tre  porte  corrispon- 
denti alle  tre  navate  dell'interno, 
adorno  di  belle  cappelle,  statue, 
monumenti  e  pitture.  La  chiesa  di 
s.  Maurizio  delta  il  monastero  mag- 
giore, posta  secondo  alcuni  ov'era 
il  tempio  di  Giove;  l'interno  è  di 
una  sola  nave  con  buoni  freschi: 
dedicala  prima  alla  Beala  Vergine, 
nel  secolo  XII  lo  fu  a  s.  Maurizio. 
Il  monastero  serve  al  presento  di 
ricovero  a  varie  religiose  di  diver- 
si soppressi  monasteri.  La  chiesa  di 
s.  Vittore  al  Corpo,  basilica  di  an- 
tica fondazione,  che  dal  nome  di 
Porzio,  figlio  di  Filippo  Oldani  suo 
fondatore  nel  1 1 4,  prese  la  deno- 
minazione di  Porziana,  ma  essendo- 
vi stalo  trasportato  nel  3o3  il  cor- 
po del  martire  s.  Vittore,  fu  da 
quel  tempo  chiamata  col  nome  pre- 
sente. Da  essa  s.  Ambrogio  ricu- 
sò l'  ingresso  all'  imperatore  Teo- 
dosio I  reduce  dalla  strage  di  Tes- 
salonica.  UtKziavano  da  antico  un 
capitolo  e  i  monaci  cisfercicnsi,  il 
primo  dura  tuttora  cogli  onori  del- 
la nobiltà  imperiale.  Dicesi  che  nel 
monastero  de'  cislerciensi  fosse  se- 
polto Bernardo  re  d'Italia  figlio  di 
Pipino.  Divenula  1'  antica  chiesa 
cadente  dal  tempo,  venne  riparata 
nel   990    dall'arcivescovo   Arnolfo, 


io  MIL 

ed  in  essa  furono  stabiliti  i  bene* 
dettini,  che  \i  «tetterò  alcuni  seco- 
Ji,  indi  passò  in  abbazia,  e  final- 
roente  nel  iSoj  fu  data  agli  oli- 
Tetani,  i  quali  eressero  l'odierna 
bellissima  chiesa  nel  iS^i  sul  di- 
segno di  Galeazzo  Alessi  perugino: 
l'interno  è  fatto  a  croce  latina,  in 
tre  navi  separate  da  piloni,  con 
archi ,  con  belle  cappelle  e  con 
pitture  di  merito.  La  chiesa  di  s. 
Maria  delle  Grazie,  di  gotica  archi- 
tettura, fabbricata  nel  luogo  ove 
esistevano  i  quartieri  delle  milizie 
del  duca  Francesco  I  Sforza,  che 
donò  nel  i463  il  fondo  ai  dome- 
xiicani  per  fabbricarvi  la  chiesa  ed 
il  convento,  unendovi  somme  gran- 
diose. Lodovico  il  Moro  nel  i49^ 
prese  ad  ingrandire  questa  chiesa 
in  forma  di  croce  latina  sui  disegni 
del  Bramante,  ma  per  le  di  lui 
vicende  restò  l' opera  imperfetta, 
però  ripiena  di  fini  lavori  di  cotto, 
stemmi,  medaglie  ed  emblemi.  La 
facciata  è  semplice  di  gotica  archi- 
tettura, come  lo  è  l'interno,  fatto 
a  tre  navi  con  grandiosa  cupola, 
ampio  coro  e  cappelle  semicircola- 
ri ne'  lati,  disegno  del  Bramante, 
come  la  magnifica  sagrestia  ed  il 
contiguo  chiostro.  Degne  sono  di 
ammirazione  le  belle  opere  a  (ver 
SCO  e  le  pitture- pregiate  che  a- 
dornnno  la  chiesa  e  le  cappelle, 
esistendo  ancora  1'  avanzo  della  di- 
pintura del  famoso  Cenacolo  di 
Leonardo  da  Vinci  nel  refettorio 
del  vasto  convento,  che  contiene  di- 
verbi grandiosi  cortili,  ed  ora  ad  uso 
del  militare:  (|uivi  s.  Pio  V  vista- 
bili  la  inquisizione.  Il  palazzo  pontifì- 
cio di  Roma  possiede  due  arazzi  rap- 
presentanti il  detto  Cenacolo,  e  ne 
facemmo  parola  nel  voi.  IX,  p.  5o 
del  Dizionario.  La  chiesa  di  s. 
Simpliciano,    basìlica    di  gotica  co- 


MIL 

struzione,  ed  una  delle  quattro  che 
anticamente  esistevano  fuori  della 
città,  e  che  si  vuole  fondala  da  s. 
Ambrogio  sotto  il  titolo  della  Bea- 
ta Vergine.  Seppellito  essendovi  nel 
4oo  s.  Simpliciano,  prese  il  nome 
di  questo  santo  :  1'  interno  della 
chiesa  è  costrutto  in  tre  navi  in 
forma  di  croce  latina  con  cupola, 
e  va  adorno  di  buone  pitture.  La 
chiesa  di  s.  Maria  Incoronata  è 
formata  da  due  chiese  unite  fra 
loro,  con  eguale  e  semplice  fac- 
ciata, essendo  di  eguale  forma  il  lo- 
ro interno  con  due  presbiterii,  da 
poco  tempo  restaurato  ed  abbellito. 
J-.a  prima  fu  eretta  ad  onore  della 
Beata  Vergine  Incoronata  nel  i^5i 
dal  duca  Francesco  Sforza  Visconti, 
e  la  seconda  nove  anni  dopo,  da 
Bianca  Maria  di  lui  moglie,  che 
dedicolla  a  s.  Nicola  di  Tolentino: 
essa  va  adorna  di  depositi  e  di 
monumenti.  La  chiesa  di  s.  Angelo 
che  serviva  altre  volte  coli'  annesso 
grandioso  convento  ai  minori  os- 
servanti, è  di  costruzione  imponen- 
te, con  facciata  di  due  ordini  e  l'in- 
terno di  una  sola  nave  che  si  al- 
larga nel  presbiterio:  benché  sog- 
getta a  diverse  vicende,  pure  si 
conservarono  molti  freschi  preziosi 
e  varie  pitture  degne  di  ammira- 
?ione.  La  chiesa  di  s.  Fedele  è 
bellissima  architettura  del  Pellegri- 
ni, non  avendo  però  la  facciata 
compita  :  i  gesuiti  n'entrarono  al 
possesso  nel  iSGq,  ma  soppressi 
nel  1773  vi  subentrarono  i  cano- 
nici della  cappella  ducale  di  s.  Ma- 
ria della  Scala,  cessati  i  quali,  con- 
tinuò ad  essere  nel  numero  delle 
parrocchie,  conservando  il  titolo  di 
cappella  ducale.  Di  questo  insigne 
edìfizio  due  sono  gli  ordini  archi- 
tettonici della  sua  bella  facciata,  ed 
elegaotissiniQ   ^    sorpvendeale  l'ini 


MIL 

terno,  composto  del  solo  ordine  co- 
rintio, con  colonne  pregiate  e  con 
magnifica  cupola,  spirandovi  tutto 
grandiosità  e  bellezza. 

Fra  i  numerosi  stabilimenti  di 
beneficenza,  ospedali ,  orfanotrofi  ed 
altri  luoghi  pii ,  vanta  Milano  l'o- 
spedale maggiore,  quello  militare, 
la  Senaura  od  ospedale  pei  pazzi, 
r  ospedale  dei  benfratelli  per  gli 
uominij  e  quello  delle  sorelle  della 
carità  per  le  donne,  l'orfanotrofio 
civile  maschile,  e  quello  delle  don- 
ne, il  luogo  pio  degli  esposti  e 
delle  puerpere,  il  luogo  pio  Trivul- 
i\,  il  pio  istituto  delle  monache,  il 
collegio  delle  nobili  vedove;  due 
pie  case  d'industria,  sia  per  gli  uo- 
mini che  per  le  donne  privi  di 
giornaliero  lavoro  :  il  numero  che 
■vi  si  accoglie  è  di  circa  2800  al 
giorno  ;  il  monte  di  pietà,  la  cas- 
sa di  risparmio,  la  compagnia  d'as- 
sicurazione contro  i  danni,  ed  il 
lazzaretto.  Aggiungasi  l'ammini- 
strazione centrale  di  beneficenza, 
chiamata  congregazione  di  carità, 
nella  quale  vennero  concentrali  tren- 
ta e  più  luoghi  pii  elemosinieri,  e 
che  annualmente  distribuisce  la  som- 
ma di  circa  800,000  lire  milanesi. 
Il  eh.  Cattaneo  a  p.  CIX  delle 
sue  Notizie,  dice  che  l'ospedale  di 
Milano  ricetta  nel  corso  d'un  anno 
24,000  infermi .  Meritando  però 
alcuni  degli  accennali  stabilimenti 
una  qualche  breve  indicazione,  a- 
■vrà  il  primo  luogo  l'ospedale  mag- 
giore nella  contrada  del  suo  nome, 
maestosa  ed  imponente  fabbrica 
posta  fra  le  due  basiliche  di  s.  Ste- 
fano e  di  s.  Nazzaro  grande.  De- 
vesi  questo  edifizio  alla  generosità 
di  Francesco  Sforza  duca  di  Milano, 
non  che  della  di  lui  moglie  Bianca 
Maria,  ed  alla  contribuzione  volon- 
tavia  del    popolo    milanese.  (  dellj 


MIL  41 

principi  diedero  per  tal  opera  pia 
un  loro  palazzo  ed  alcune  case  e 
giardini  vicini,  ed  essendosi  a  que- 
sta aggregati  i  vari  ospedali  sparsi 
per  la  città  e  diocesi,  e  riunite 
eziandio  le  rendite  dei  medesimi, 
fu  perciò  detto  maggiore.  La  sua 
fondazione  segna  l'epoca  12  aprile 
i45'6.  Antonio  Filarete,  detto  l'A- 
verulino,  fu  l' architetto  di  questa 
fabbrica  di  gotica  architettura  ,  la 
quale  forma  un  perfetto  quadrato 
con  portici  inferiori  e  superiori. 
Possiede  nove  cortili,  uno  de'qua-^ 
li,  il  più  vasto,  trovasi  perfeltainen- 
te  nel  mezzo.  La  distribuzione  del- 
le crociere  presenta  la  fi'gura  d'u- 
na croce  greca  :  nel  1 797  fu  dato 
compimento  alla  fabbrica  coll'ere- 
zione  di  un  fianco  mancante.  Di 
fronte  al  magnifico  ingresso  della 
porta  maggiore  sta  la  chiesa  di  buo- 
na forma.  Non  avvi  parte  relativa 
ai  bisogni  dello  stabilimento,  che 
non  sia  disposta  con  ordine  e  ra- 
ra intelligenza.  A  questo  grandioso 
ospedale  sono  uniti  i  seguenti  sla- 
bilimenti  :  il  luogo  pio  di  s.  Corona, 
che  somministra  il  comodo  de'me- 
dici,  chirurghi  e  medicinali  a  tulli 
i  poveri  infermi  della  cillà;  quello 
detto  la  Senaura,  posto  fuori  di  por- 
ta Tosa,  ed  a  poca  distanza,  vasto 
fabbricato  destinato  al  ricovero  ed 
alla  cura  de'pazzarelli.  Questo  loca- 
le, altra  volta  de' gesuiti,  è  capace 
per  un  numero  di  4^0  posli,  fra 
i  quali  ve  ne  sono  de'gratuiti  ed 
altri  a  carico  delle  famiglie  o  dei 
comuni.  Provvidi  e  filosofici  rego- 
lamenti dirigono  questo  istituto,  e 
nulla  viene  trascurato  onde  addol- 
cire, per  quanto  è  possibile,  la  sor- 
te di    quegli  sgraziati. 

Altri  stabilimenti  sanitari  con  pen- 
sione trovansi  eretti  in  questa  città 
sotto    provvide    discipline,  da   abilj 


4i  MIL 

professori  assistili.  Il  benefico  islitiUo 
degli  esposti  e  delle  puerpere  sta 
nel  soppresso  monastero  di  s.  Cate- 
rina della  P».ota,  ed  in  esso  sono  an- 
nualmente mantenuti  più  di  4<300 
individui  de'due  sessi.  Neirospedale 
erasi  da  prima  destinato  nn  luogo 
per  la  tumulazione  de' cadaveri , 
ma  ritrovatosi  col  tempo  troppo 
angusto  ed  incomodo,  si  pensò  a 
farne  uno  più  vasto  e  più  lontano 
dall'abitato  ,  e  scelto  il  luogo  op- 
portuno, si  eresse  nel  1698  una 
chiesa  a  croce  greca ,  chiamata  s. 
Michele  de'  nuovi  sepolcri,  la  qua- 
le oggi  non  forma  che  il  corpo  di 
mezzo  della  fabbrica  attuale.  In  se- 
gtiito  ingrandita,  formossi  un  ma- 
gnifico portico  all'intorno  della  chie- 
sa, nel  quale  si  pose  un  continua- 
to numero  di  sepolcri,  più  alti  da 
terra,  affine  di  preservarli  dall'ac- 
qua sorgente,  e  fu  chiamato  Fop- 
pone  :  il  porticato  fu  perfezionato 
nel  lySi  ;  ma  ora  il  luogo  diven- 
terà magazzino  della  strada  ferra- 
ta, ed  invece  i  morti  si  seppellisco- 
no ne' cimiteri  di  s.  Gregorio,  al 
Genlilino,  di  porla  Romana,  ec. 
ed  il  consiglio  comunale  nel  i838 
decretò  un  ampio  camposanto.  L'ot- 
timo stabilimento  di  beneficenza 
ch'ebbe  principio  nel  177 1,  e  di 
cui  fu  fondatore  il  principe  Antonio 
Tolomeo  Trivulzi,  che  destinò  il 
proprio  palazzo  a  ricevere  le  per- 
sone d' ambo  i  sessi  superiori  all'e- 
tà di  60  anni,  incapaci  a  gua- 
dagnarsi il  villo,  pia  opera  a  cui 
con  benefica  liberale  oiano  con- 
corse anche  1'  imperatrice  Maria 
Teiesa,  fu  chiamato  luogo  pio  Tri- 
vulzi, il  quale  ampliato  poscia  da 
altre  pie  largizioni,  è  ora  capa- 
ce per  5oo  persone,  che  vi  tro- 
vano ogni  sorta  di  soccorso.  Qui- 
vi   muri  nell'anno  1799  la  celebre 


MIL 

Maria  Gaetana  Agnesi,  la  quale 
dopo  aver  brillato  fra  i  matemati- 
ci, venne  a  nascondere  volontaria 
in  questo  luogo  la  sua  letteraria 
rinomanza,  prestandosi  all'  assisten- 
za ed  al  soccorso  delle  persone  in 
esso  ricovrate.  La  benemerita  isti- 
tuzione sotto  ii  titolo  di  s.  Gio- 
vanni di  Dio  ebbe  luogo  fino  dal 
i588,  ed  è  opera  veramente  de- 
gna e  caritatevole.  Con  V  acquisto 
di  una  porzione  del  luogo,  da  pri- 
ma abitato  dagli  umiliati,  si  eres- 
se r  ottimo  stabilimento  col  titolo 
di  ospedale  de'  religiosi  benefratelli, 
a  sollievo  de' poveri  ed  onesti  cit- 
tadini infermi,  i  quali  dà  questi  pie- 
tosi religiosi  laureati  in  medicina, 
chirurgia  e  farmacia,  vengono  assi- 
sliti  e  provveduti  colla  maggior 
cura  in  lutto  ciò  che  può  ad  essi 
abbisognare  sino  alla  loro  perfetta 
guarigione.  Col  mezzo  di  ricche 
dotazioni,  e  disegno  di  Pietro  Gi- 
lardoni,  nel  iSaS  s'ingrandì  con 
nuova  e  grandiosa  fabbrica  que- 
st'  ospedale,  il  di  cui  esterno  prese 
una  foima  più  regolare  ed  ele- 
gante. In  origine  lu  fondato  pei 
convalescenti  dell'ospedale  u)aggiO' 
re,  secondo  l' intendimento  di  s. 
Carlo;  ma  nel  1 842  il  sacerdote 
Luigi  Sormanni  fece  costruire  a 
proprie  spese  una  sala  per  comodo 
de'  convalescenti  dell'  ospedale  dei 
benefratelli.  La  chiesa  eretta  nel 
iSgS  è  dedicata  a  s.  Maria  Ara- 
celi. 11  luogo  pio  ha  acquistato  il 
locale  di  s.  Maria  di  Loreto  per 
erigervi  un  nuovo  ospedale,  col  ca- 
pitale perciò  lasciato  dalla  marche- 
sa Luigia  Visconti  Castelli,  e  coi 
sopravanzi  sempre  crescenti  dell'os- 
pedale dei  benefratelli  stesso,  do- 
vendo servire  per  gli  ecclesiastici 
regolari  e  secolari  infermi,  per  le 
persone  civili  decadute,  e  forse  per 


allre  ancora.  Nel  i836  la  contessa 
Lama  Visconti  Ciceri  a  proprie 
spese  fece  alzare  dalle  fondamenta 
r  ospedale  delle  fate-bene-sorelle  , 
con  disegno  di  Giulio  Aiiiisetti  ;  ii 
vasto  ed  ordinato  edifizio  fu  aperto 
nel  1840,  ed  aliìdato  alle  suore  dei- 
la  carità.  Sulla  piazza  di  s.  Ambro- 
gio, nel  soppresso  vasto  monastero 
de'cisterciensi,  fu  stabilito  l'ospeda- 
le militare.  La  fabbrica  è  del  Bra- 
mante, la  quale  consiste  in  due 
grandiosi  cortili,  con  portici  che  li 
circondano,  divisi  da  un  lungo  cor- 
ridoio. Non  avvi  niente  di  più  ma- 
gnifico di  questi  cortili,  dorico  l'uno, 
jonico  l'altro,  con  colonne.  L' inter- 
no dell'  antico  refettorio  presenta 
grandiosità  e  magnificenza.  Nel  vasto 
monastero  soppresso  de' benedettini, 
fu  trasportato  l'antico  orfanotrofio 
civico  maschile,  luogo  assegnatogli 
da  Giuseppe  II  a  benefizio  dello 
stabilimento,  colle  rendite  de' mo- 
naci, i  quali  concentrò  nel  mona- 
stero di  s.  Simpliciano,  aggiun- 
gendovi anche  1'  entrate  della  sop- 
pressa inquisizione  e  quelle  dell'al- 
bergo de'  pellegrini.  I  due  grandiosi 
cortili  di  questo  vasto  edifizio  si 
credono  opere  del  Bramante.  Fin 
dal  secolo  XVI  pensandosi  a  sop- 
primere la  mendicità,  s.  Carlo  sta- 
biPi  nel  iSyS  un  ospedale  de'men- 
dicanti.  Fatto  arcivescovo  di  Mila- 
no il  cardinal  Federico  Borromeo, 
fece  costruire  la  solida  e  semplice 
fabbrica  per  applicarla  al  ricovero 
degli  orfani  di  ambo  i  sessi  ,  la 
quale  venne  poscia  destinata  a  be- 
nefìcio delle  sole  femmine.  Accre- 
sciuto il  numero  di  queste,  ne  fu 
collocata  porzione  nell'antico  mo- 
nastero delle  cappuccine,  indi  riu- 
nite allorché  fu  ingrandito  1'  orfa- 
notrofio. Appena  fuori  di  porta 
Oriente  è  situalo    il  lazzaretto,  sor- 


MIL  43 

prendente  edifizio  eretto  nel  1488 
da  Lodovico  il  Moro,  in  occasione 
della  pestilenza  del  146  f>  avendo 
contribuito  alla  generosa  impresa  il 
cardinal  Ascanio  Sforza  suo  fratel- 
lo. Questa  fabbrica  allora  non  com- 
pita, fu  ridotta  nel  i5o6  allo  sta- 
lo presente,  al  tempo  di  Luigi  XI [ 
re  di  Francia,  in  quell'  epoca  signo- 
re di  Milano,  ma  coi  fondi  lasciati 
dal  conte  Galeotto  Bevilacqua  al- 
l'ospedale grande,  di  cui  è  tuttora 
proprietà.  L'edifizio  pressoché  qua- 
drato, ha  il  portico  arcuato  e  con- 
tinuo, sostenuto  da  colonne,  termi- 
nato da  sole  tre  parti,  gira  all'in- 
torno, e  dava  accesso  a  296  ca- 
mere, giudiziosamente  provvedute 
de' necessari  comodi  e  ventilazione; 
il  profondo  canale  di  acqua  viva 
che  scorre  all'intorno,  serviva  al- 
la nettezza  ed  impediva  qualunque 
comunicazione  coli' interno.  Questo 
lazzaretto  fu  di  grande  soccorso  nel- 
le quattro  epoche  memorabili  in 
cui  la  peste  fece  stragi  in  Milano, 
e  soprattutto  nel  1629:  oggi  é  ri- 
dotto ad  abitazioni  private.  Milano 
ha  la  gloria  che  nel  1828  fondò 
la  cassa  di  risparmio,  il  primo  be- 
nefico stabilimerito  di  questo  gene- 
re che  si   fondasse  in   Italia. 

Le  scienze  e  le  arti,  coltivate 
splendidamente  con  zelo  in  questa 
città,  contano  molti  stabilimenti  , 
accademie,  biblioteche,  licei,  ginna- 
si, collegi,  scuole,  ec,  annoveran- 
dovisi  il  palazzo  delle  scienze  ed  arti 
in  Brera,  l'istituto  di  scienze,  let- 
tere ed  arti,  r  accademia  delle  bel- 
le arti,  la  pinacoteca,  la  biblioteca, 
il  gabinetto  numismatico,  l'osserva- 
torio, la  scuola  d' incisione  ed  al- 
tre scuole  di  belle  arti,  la  biblio- 
teca Ambrosiana,  il  gabinetto  dei 
bronzi  dorati,  il  conservatorio  di 
musica,     il     seminario,    il    collegio 


44  MIL 

Longone,  il  collegio  Calchi-Taeggi, 
il    collegio    militare,     l' istituto    dei 
sordi  e  muti,  il  collegio   della  Gua- 
stalla, il    collegio     di  s,  Filippo,  il 
collesio  della    Visitazione    detto  di 
s.    Sofia,  il    liceo  e  ginnasio    di  s. 
Alessandro,    il    ginnasio    comunale 
di  s.  Marta,    la    scuola    elementare 
maggiore    normale,  la    scuola     ele- 
mentare femminile,    la  scuola   vete- 
rinaria, ec.  ec.  Non  riuscirà  discaro 
almeno  un   qualche  cenno  di  alcu- 
ni  di  questi  scientifici    stabilimenti. 
11   più    rimarcabile,     tanto     sotto  il 
rapporto  dell'architettura,  che  sot- 
to quello  della  sua    destinazione,  è 
senza  dubbio  il  palazzo  delle  scien- 
Ee  ed  arti    in    Brera,    uno    de'  più 
grandiosi  e    imponenti  di    Milano, 
con  bella    facciala,    e    con    interno 
magnifico,  sede    sempre  delle  pub- 
bliche scuole,   e    sotto    il    governo 
dell'  imperatrice    Maria     Teresa    e 
de' (li    lei     successori   arricchito     di 
diversi  rami  di  scienze,  essendo  pre- 
sentemente  il   complesso  ed  il  cen- 
tro   de' più  celebri    ed  elevati   isti- 
tuti  di   pubblica  istruzione.  Vi  s'in- 
segna grammatica,  rettorica,  logica, 
matematica,    fisica,    diritto,  istoria, 
botanica,  chimica,  anatomia,  econo- 
mia   politica,    diplomazia,  architet- 
tura, scultura,    disegno,  pittura  ed 
incisione.  Sono    stabiliti    in    questo 
palazzo  l'istituto    di    scienze,  l' ac" 
cademia  di  belle    arti,  la  pinacote- 
ca, la   biblioteca   ricca   di  rare  edi- 
zioni e  mss.,  il  gabinetto  numisma» 
tico,  r  osservatorio  astronomico,  la 
scuola    d' incisione,  e    quelle  di  di- 
seguo, pittura,  architettura,  scultur 
ra,     ornato,  prospettiva,    anatomia, 
gessi,  ed  altri  oggetti  di  belle  arti. 
Avvi   piu'e    un     ginnasio     imperiale 
con  tutte  le  sue    scuole,  ed     unito 
vi  si  trova  un  orto  botanico.  Uno 
de'  più  grandiosi  e  pregevoli  slabi- 


MIL 

limenti,  si  è  la  unione  delle  nume- 
rose sale  che  compongono  la  pina- 
coteca, nel  qual  prezioso  deposito 
si  riunirono  tutti  i  quadri  più  in- 
signi delle  diverse  chiese  e  mona- 
steri soppressi,  e  vi  si  aggiunsero 
anche  molti  quadri  di  gran  valore, 
comprati  dalla  munificenza  del  go- 
verno italiano,  sotto  cui  ebbe  vita 
questo  raro  deposito,  adorno  delle 
opere  di  Raffaello,  Guido  Reni,  Al- 
bano, Domenichiuo,  Palma,  Gior- 
gione,  Gentile  Bellini,  Mantegna, 
Francia,  Cima,  Tiziano,  Paolo  Ve- 
ronese, Carpaccio,  ec.  Oltre  a'  qua- 
dri si  trovano  qui  pure  riuniti 
bassirilievi,  modelli  di  busti  e  sta- 
tue, disegni  d' invenzione,  e  lavo- 
ri premiati  d'  incisione,  gessi  tol- 
ti dai  migliori  originali,  busti,  vasi, 
candelabri,  ec.  La  biblioteca  rico- 
nosce il  suo  principio  dalla  muni- 
ficenza di  Maria  Teresa.  Nel  lySS 
la  congregazione  dello  sfato  fatto 
avea  l'acquisto  della  celebre  libre- 
ria l^ertusati,  che  unita  alle  altre 
due  di  Brera  e  di  s.  Fedele,  ven- 
ne collocata  in  questo  palazzo  delle 
scienze  ed  arti,  in  ampie  e  mae- 
stose sale  nel  1770.  La  benefica 
sovrana  fece  l' acquisto  di  gran 
porzione  della  preziosa  libreria  del 
famoso  Alberto  Haller,  quindi  i  di 
lei  successori  gareggiarono  nell'  ar- 
ricchirla di  novelli  tesori  con  iscel- 
te  opere  della  biblioteca  di  Fir- 
mian  ed  altre  ancora.  La  soppres- 
sione de' corpi  religiosi  aggiunse 
pure  nuova  e  numerosa  suppellet- 
tile d'ogni  specie  di  libri,  oltre  ai 
doni  ed  ai  legati  numerosi;  che 
se  questa  biblioteca  non  abbonda 
di  mss.  e  codici,  come  altre  d'  Ita- 
lia, primeggia  però  nelle  opere  del- 
le scienze  esatte,  e  per  tutte  quelle 
più  dispendiose  e  classiche,  relative 
ai  viaggi  ed  alia  storia   naturale.  \[ 


MIL 

prezioso  stabilimento  del  gabinetto 
numismatico  ebbe  principio  nel 
i8o3  nella  zecca,  colla  raccolta  dei 
conii  e  coi  pezzi  sottratti  alla  fu- 
sione e  meritevoli  di  conservazio- 
ne. Fu  costituito  il  gabinetto  reale 
delle  medaglie  con  decielo  6  mag- 
gio 1808,  ed  arriccbito  da  quel  pe- 
riodo con  molti  altri  musei.  Com- 
prende questa  collezione  la  classe 
antica  e  la  moderna  colle  rispet- 
tive loro  diramazioni,  ed  è  corre- 
data di  ricca  e  scelta  analoga  bi- 
blioteca. Questo  gabinetto  fu  tra- 
sferito per  sovrano  decreto  7,3  gen- 
naio 1817  nel  palazzo  delle  scien- 
ze ed  arti,  ed  aperto  al  comodo 
del  pubblico.  L'osservatorio  astro- 
nomico fu  innalzato  dai  gesuiti  nel 
1 766,  sul  disegno  del  celebre  p. 
Boscovich.  Questo  stabilimento  vi- 
desi  da  quel  tempo  ,  e  molto 
più  in  seguito,  arricchito  dei  più 
preziosi  esteri  islromenti.  In  vici- 
nanza trovasi  la  scuola  d'  incisione, 
istituita  dalla  munificenza  austria- 
ca sotto  Leopoldo  II,  e  formata 
d'una  lunga  sala  bene  illuminata 
ed  ottimaoiente  disposta,  adorna 
d'  un  numero  considerabile  di  stam- 
pe di  classici  autori.  Brera  ebbe 
origine  dagli  umiliati,  ordine  reli- 
gioso del  milanese,  il  quale  ivi  fab- 
bricò il  convento  nel  luogo  rega- 
lato da  Algiso  del  Guercio,  chia- 
mato praedium  e  volgarmente  bre- 
da  o  brera,  onde  conservò  l' anti- 
co nome.  Abolito  l'ordine,  s.  Car- 
lo destinò  il  locale  e  gran  par- 
te de'  beni  ai  gesuiti,  i  quali  nel 
1572  vi  aprirono  collegio  pubbli- 
co, e  coi  denari  del  sauto,  di  Tom- 
maso Crivelli  e  del  municipio,  fe- 
cero un  maestoso  edificio,  eh'  è 
quello  di  cui  .si  è  parlato,  venendo 
nel  18 IO  disfatta  la  chiesa  antica 
per  dare  spazio   all'  accademia. 


MIL  45 

Fra  i  liberali   istituti  di  cui  può 
Tantarsi  Milano,   evvi  la   biblioteca 
Ambrosiana,  nel  luogo  delle  antiche 
scuole  pubbliche,  ftibbricafa   e  do- 
tata  di    fondi   dal   cardinal  Federico 
Borromeo     cugino  di  s.   Carlo,    ed 
aperta  ad  uso  pubblico  nel    1609; 
vi    raccolse    dall'  occidente    e     dal- 
l' oriente    tal  copia    di    libri,     tale 
rarità  e  numero  di    mss.,    che  su- 
bito in    maraviglioso    modo  se    ne 
sparse  la    fama    nelle    più    rimote 
contrade.   Al  cullo    delle  scienze    e 
delle  lettere  il    cardinale     aggiunse 
lo  studio  delle  lingue  persica,  ebrai- 
ca, caldea,  arabica,  siriaca,  armena, 
e  costituì   un     collegio  di     dottori  , 
cui  altro  aggiunse    che  appellò  tri- 
lingue, per   l' italiano,  latino   e  gre- 
co; ed  un  terzo  degli  alunni,  onde 
ne' linguaggi    esotici   fossero  eruditi 
gl'ingegni    più     eletti  de' seminari; 
ora  è  superstite  il  collegio  de*  dot- 
tori.  In    questo     grandioso  edifizio, 
architettato  da  Fabio  Mangone,  poi 
ingrandito     coli*  area     della     chiesa 
della    Rosa,    con  facciata  di   ordine 
dorico,   in   molte    stanze  vedesi  di- 
sposto un  magnifico  deposito  gene* 
rale  delle     produzioni    delle  arti   e 
scienze    d' ogni    paese,  vari    oggetti 
di  storia  naturale,  pezzi   di  antichi- 
tà e   di  scultura,    pitture,  modelli, 
gessi,  statue,  busti,    lavori     mecca- 
nici, ec.  Contiene  più  di    i4o,ooo 
volumi,  e  più  di  i5,ooo  mss.  pre- 
ziosi, contandovisi   le  Antichità  giu- 
daiche di  Giuseppe  Ebreo,  tradot- 
te in  latino  da   Ruffino,    sopra  un 
papiro  egiziano   del  V  secolo  ;    un 
Virgilio     del    Petrarca,    con     note 
scritte  di  sua  mano,  e  con  minia- 
ture; il  prezioso    volume  di    Leo- 
nardo da  Vinci,  detto  il  codice  At- 
lantico, restituito    nel    1816    dalla 
Francia  dei  tredici    volumi  che  di 
sua  mano  nel   1796  *i  presero  tra 


46  M 1 L 

le  altre  cose  gii  agenti  della  sua 
accademia  nazionale,  onde  gli  altri 
dodici  sono  restati  nella  biblioteca 
dell'  istituto  di  Francia  ;  la  cronaca 
dei  Papi,  di  Martino  Polono;  un 
Dante  su  pergametìa  del  XV  seco- 
lo; il  Decamerone  stanipato  nel 
1471  da  Valdarfer  ;  il  Virgilio 
membranaceo  stampalo  a  Venezia 
nel  1470;  una  considerevole  serie 
della  corrispondenza  epistolare  di 
s.  Carlo  e  del  cardinal  Federico; 
alcune  cose  di  Galileo,  ed  altre  ra- 
rità. E  noto  che  dai  paliinsesli  di 
questa  biblioteca  si  trassero  le  let- 
tere di  Frontone,  e  vari  frammen- 
ti di  Cicerone,  che  furono  stampa- 
li dal  dotto  cardinal  Mai,  come 
anche  l'Omero  miniato,  la  versione 
gotica  della  Bibbia  di  Ulfila,  inter- 
pretala e  illustrata  dal  conte  Ot- 
tavio Castiglioni,  ed  altre  novità. 
IVeir  ultima  sala  della  biblioteca  si 
ammirano  varie  produzioni  assai 
pregevoli  del  pennello  e  della  ma- 
tita, distinguendosi  il  cartone  raris- 
simo originale  della  scuola  di  Ale- 
ne dipinta  nel  Vaticano  da  Raffael- 
lo, alcuni  quadri  di  primi  autori, 
e  vari  disegni  a  penna  di  celebri 
artisti  e  maestri.  Il  reggimento 
amministrativo  della  biblioteca  Am- 
brosiana è  affidato  ad  una  congre- 
gazione di  conservatori,  tra  i  quali 
senza  elezione  e  in  vita  è  un  ec- 
clesiastico della  famiglia  Borromeo, 
e  mancando  questo,  il  setolare  an- 
ziano della  medesima.  Vedasi  l' o- 
puscolo  :  La  biblioteca  ydmbrosia- 
na,  epistola,  del  ci»,  ab.  Luigi  Po- 
lidori,  Milano    i83i. 

La  grandiosa  canonica  de'  cano- 
nici regolari  lateranensi,  unita  alla 
chiesa  della  Passione,  fu  dal  gover- 
no italico  nel  1808  convertita  in 
un  conservatorio  di  musica,  dove 
giovani  dell'uno  e  dell'altro    sesso, 


MIL 

sotto  opporlunissime  discipline  e 
r  insegnamento  di  celebri  maestri  e 
professori,  s' istruiscono  nell'  arte  del 
canto,  del  suono  ed  anche  della 
composizione  musicale:  vi  sono  1^ 
piazze  gratuite,  16  j)er  i  maschi 
e  8  per  le  donne,  oltre  ai  posti  di 
pensione.  Molti  allievi  si  sono  già 
distinti  sui  pubblici  teatri  per  sin- 
golare capacità  ed  intelligente  Or 
secuzione  della  musica  vocale  ed 
istrumentale.  Il  seminario  maggio- 
re o  teologico,  secondo  il  disposto 
dal  concilio  di  Trento,  s.  Carlo  si 
affrettò  di  aprirlo  nel  i564,  che 
poi  collocò  nelle  case  presso  il  pon- 
te di  porta  Renza,  e  lo  dotò  con 
alcune  possessioni  degli  umiliali,  e 
con  decime  sui  beni  ecclesiastici  ; 
Io  diressero  i  gesuiti,  poi  gli  oblati. 
Per  bene  alloggiare  gli  alunni,  s. 
Carlo  nel  iSyo  cominciò  la  magni- 
fica fabbrica,  sul  disegno  di  Giu- 
seppe Meda,  ampio  quadrato  eoa 
portico  a  colonne  binate  di  granito, 
e  riuscì  uno  de'  pezzi  più  insigni 
dell' archilellura  moderna  in  Mila- 
no. Da  questo  seminario  arcivesco- 
vile dipendevano  quel  della  cano- 
nica, quello  sopra  Arona  fondalo 
dal  cardinal  Federico,  quel  di  Ce- 
lana  posto  sul  territorio  veneto  , 
quel  di  Monza  e  quel  di  Poleggio. 
Non  bastando  il  seminario  mag- 
giore al  crescente  numero  de' chie- 
rici, il  governo  restituì  a  tal  uso 
la  canonica.  Questa  fu  istituita  nel 
loSy  fuori  di  porta  Nuova  al  tem- 
po de'  concubinari,  acciocché  ì  pre- 
ti migliori  vivessero  in  comune, 
secondo  i  canoni.  Vi  si  posero  poi 
gli  umiliati,  aboliti  i  quali,  s.  Car- 
lo ne  fece  un  altro  seminario  di 
60  chierici  sotto  gli  oblati  ;  il  go- 
verno del  1798  r  avea  dichiarala 
proprietà  dello  slato.  Dopo  la  sop- 
pressione del    monastero  e    chiesa 


ì 


MIL 

de'  cislerciensi  dedicata    a  s.  Luca, 
venne  questo    locale    convertito    in 
un   bellissimo  ed  utile  stabilimento 
per  gli   orfani  militari,  e  fu  aperto 
nel   1802  sotto  il   nome    di    colle- 
gio militare  di    s.    Luca.    Il    gene- 
rale   Theuliè,     in     allora    ministro 
della  guerra,    concepì  il  disegno  di 
questo   benefico    stabilimento,  e  ne 
divenne  il  più  attivo  e  zelante  pro- 
tettore sino  alla  fine  della  sua  vita. 
In  esso  stanno  riuniti  3oo  allievi,  la 
maggior  parte  figli  de'  bravi   morti 
sul  campo  dell'  onore  o  che  furono 
altrimenti    benemeriti    della  patria. 
La  utilissima    istituzione  de' sordo- 
muti, dalla  munificenza  governativa 
sostenuta,  fu    ultimamente  traspor- 
tata da  porta    Tosa    ne!  borgo  di 
s.  Calocero,  e  stabilita  pel   mante- 
nimento di    trenta    maschi    ed    al- 
trettante   femmine,    nell'  antico  pa- 
lazzo    Sforza-Pallavicino,     espressa- 
mente   a     tale     uso     riaccomodato. 
JN'el  collegio  di  s.  Filippo  si  dà  alle 
fanciulle  una  compiuta,   religiosa  e 
nobile  educazione,  potendo  gareggia- 
re coi   più   distinti  e  rinomati  delle 
principali  città:  fu  istituito  nel  i8i  i 
a  spese  dello  stato.   Per  non  dire  di 
altri  collegi   di  femmine,    nominere- 
mo quello    della    Guastalla,  di  cui 
parlammo  all'articolo  Guastalline. 
Milano  possiede    sette    teatri,   li 
grande,  detto    della     Scala,  perchè 
eretto    sull'area     dell'antica  chiesa 
di   s.   Maria   della  Scala,  è   uno  dei 
più    grandi   e  magnifici    dell'Euro- 
pa, con   architettura  del   Piermari- 
ni,  aperto  ai   pubblici  spettacoli  nel 
1779,  e  recenleme?ite   rimodernato 
e  dipinto,  con    due    ampie    sale  e 
molli  comodi  luoghi;  riesce  de' più 
sonori,  mercè  la  curva  della  volta, 
liscia  e     di     poca    centinatura.    La 
chiesa   di  s.   Maria    della  Scala  era 
stata  edificala   da  Regina  della  Sca- 


M1L 


47 


la   moglie  di    Barnabò,     con     belle 
decorazioni  ;  indi   dopo  la  sua  mor- 
te il   marito  nel    i384  ottenne  che 
Urbano  VI  l'erigesse     in  collegiata 
con  padronato,  ma  avverte  il  Ma- 
rini, Archiatri,    t.   I,  p.     io4j  che 
tali  grazie    Regina   aveva    oUenute 
nel    1 383    dall'  antipapa     Clemente 
Vlf,  con     di   più   una  ricca    indul- 
genza a  chi    visitava    la    chiesa.   Il 
teatro  della  Canobbiana,  così  chia- 
mato dall'antica  scuola  di    dialetti- 
ca  e  morale  filosofia,  chequi  vicino 
esisteva,  fondata  da  Paolo  Canobio,  fu 
eseguito  sul  disegno    del  medesimo 
Piermarini,  ma  in  più  piccola  forma  : 
la   facciata  è  bella  e  regolare,  e  l'in- 
terno comodo  e  ben  decorato,  poi- 
ché   questo   e    quello    della     Scala 
hanno  il   vanto  di  aver   veduto  re- 
staurarsi  la   pittura  decorativa.  Per 
mezzo  di   due  archi   comunica   col- 
r  imperiale  reale  corte,  e  fu  aperto 
nell'estate  1779.  Sulla  già  soppressa 
chiesa  di  s.   Salvatore   fu    eretto  il 
piccolo  ma  elegante  teatro  Re,  che 
prese  il  nome  da  Carlo  Re  suo  posses- 
sore, che  lo  fece  costruire  ultimamen- 
te con  disegno  del  cav.  Canonica,  e 
ridipinto  nel    i836.  Ivi   il  buon  ar- 
ciprete Datco   aveva  nel     787   fon- 
dato la  chiesa  di  s.  Salvatore,  e  il   . 
primo  spedale   di    trovatelli  o  bam- 
bini  abbandonati    che  al   mondo  si 
conosca.  Per  essere  nel  centro  della 
città  è  assai    frequentato    il    teatro 
Carcano,    così    detto  dal  suo     pro- 
prietario  Giuseppe,  fu    eretto    nel 
1 8o5  con     disegno  del  cav.  Cano- 
nica,   ove  anticamente    esisteva    la 
chiesa    e  monastero    di  s.   Lazzaro. 
E  assai  elegante    ed  armonico,  ma 
poco  frequentato   per  la  sua   lonta- 
nanza dal  centro  della  città,  il  teatro 
di  Lentasio,  di  semplicissima  forma, 
così  detto  per  essere  slato  costruito 
nel   i8o5    nel   silo  della  soppressa 


48  IVÌIL 

chiesa  e  monastero  del  Lentasio 
eretti  da  un  arcidiacono  di  quel 
cognome.  Ove  esistevano  la  chie- 
sa ed  il  monastero  de'  ss.  Co- 
sma e  Damiano  sorge  un  elegan- 
tissimo teatro  di'  declamazione,  e- 
relto  da  una  società  che  assunse  il 
nome  di  Filo-Drammatici.  Per  l'ad- 
dietro  due  erano  i  teatri  delle  ma- 
rionette, ma  ora  rimane  quello  solo 
detto  del  Fiando  ,  dal  nome  del 
proprietario,  comunemente  chiama- 
to Girolamo  dal  protagonista  mon- 
ferrino.  Da  poco  in  qua  se  ne 
pose  uno  corrispondente  al  ponte 
de'  Fabbri. 

Fra   le  altre    cose  degne    d'esse- 
re vedute  in  Milano,  si  osservano  le 
sedici    colonne     in     marmo    bianco 
d'ordine  corintio,  composte  di  quat- 
tro  pezzi,  che  stanno  lungo  il  cor- 
so di  porta  Ticinese,  e   che  forma- 
no il     monumento     più     grandioso 
delle  antichità   di  questa  città.  Cre- 
desi   una  parte  preziosa  delle  terme 
Erculee,  fabbricate  da  Massimiliano 
Erculeo.   Le  opere  che  trattano  del- 
le antichità    di   Milano  sono     nota- 
te nella   citata  bibliografìa    milane- 
se. Il     corso     di  porta     Orientale  , 
fiancheggiato    di    vari     palazzi  ,     il 
pili  gradito    e    frequentato     tralte- 
uimento  della    popolazione.  I  pub- 
blici     giardini     deliziosissimi ,    con 
luoghi  per    .spettacoli     popolari.   11 
principio  della  strada   del  Sempio- 
rie,  opera  delle  più    dispendiose    e 
didicili  che  siasi  intrapresa  sotto  il 
cessato  governo  italiano.  Le  strade 
ferrate  di  Monza,  e  quella  Lombar- 
do-Veneta che  conduce  a  Venezia. 
Milano  contiene    in  genere  di  fab- 
briche e  manifatture  lutto  ciò  che 
serve  al  bisogno,    al    comodo  e  al 
piacere  della  vita.   Le    arti  mecca- 
niche sono  quivi  lodevolmente  col- 
tivale al  paro  delle  liberali  ;  1' arie 


MIL 
della   lana  e  quella    delia  seta  fu* 
ronvj     introdotte  nel     ii48    dagli 
umiliali,    quali    alimentavano    ses- 
santamila   operai    pel    lanifìcio,    e 
quarantamila    per    le  seterie.    Rag- 
guardevoli   sono    le    fabbriche    di 
stoffe  di  seta  in  ogni  generCj  e  con 
oro  ed  argento;    lavori  in  tali    ed 
altri    metalli  ;    istromenti  di  mate* 
malica,  fisica,  chirurgia,  armi,  ec.  ; 
concie  ed  altre    fabbriche;  slampe- 
rie,  librerie,    litografìe;     manifattu- 
re di     fiori   e  frutta    finti  :    alcune 
delle  tante  fabbriche  sono  premia* 
te  e  privilegiate.    Oltre  le  chiese,  i 
palazzi    ed  i  pubblici    stabilimenti, 
si  trovano  in  Milano  anche  presso 
i  privali  cittadini  non  poche  galle- 
rie, biblioteche  e  musei  contenenti 
molti   oggetti  d'  arte     meritevoli  di 
osservazione.   Come  la  copiosa  rac- 
colta di  quadri    della  casa    Castel- 
barco,  cominciata  con  quella  de'con- 
ti  Simonetta,    poi  cresciuta    conti- 
nuamente    dagli     attuali     sontuosi 
possessori,  ove  in  22  locali  sono  di- 
stribuiti più   di    mille  dipinti  d'  o- 
gni  scuola,    incominciando  dall'  età 
di  Cimabue  sino  ai  viventi.  La  gal- 
leria Borromeo   ha  oltre  4oo  qua- 
dri delle    migliori    scuole;  le  altre 
più    rimarchevoli    sono    le    gallerie 
Lillo,  Melzi,  Archinto,  Scotti-Galle* 
rati ,  ec.  Celebre  è  la   biblioteca  e 
museo  Trivulzio;  fra  le  biblioteche 
private  la    Lilla  è  la    più  copiosa, 
contando    3o,ooo    volumi;  le  rac- 
colte Verrij    Taverna,    Mulazzani, 
Beccaria  ;  l' armeria    Uboldo,  com- 
posta di  mille  e  più    pezzi  d',armi 
di  difesa  e  da  oflesa  di  epoche  di- 
verse, riunita  e  messa     in  bell'or- 
dine dal    cav.    Ambrogio    Uboldo  j 
assai  importante  è  la  serie  degli  scu- 
di e  degli  elmi,  la  cui  erudita  de- 
scrizione fu   nel   1839  e  1841  pub- 
blicala dallo  slesso  colto  possessore. 


MIL 
11  museo  del  cav.  Pelagio  Pelagi, 
consistente  in  raonumenli  antichi  di 
nazioni  e  di  epoche  diverse;  il 
gabinetto  mineralogico  fondato  in 
sua  casa  dal  conte  Vitaliano  Borro- 
meo, ec.  ec. 

Nel  12 15  per  cura  del  podestà 
Brunasio  Porca  novarese  furono 
compilati  gli  statuti  di  Milano,  testi- 
monianza di  mero  e  misto  impe- 
ro; magistrato  supremo  era  allora 
il  podestà,  ■  risiedendo  la  sovranità 
nel  consiglio  generale.  Questi  sta- 
tuti civili  perderono  ogni  vigore 
coir  unità  imposta  dal  codice  Napo- 
leone, che  aboPi  ogni  legislazione 
spontanea.  Franchigia  nazionale  fu 
il  senato,  istituito  da  Luigi  XII. 
La  congregazione  di  stato  antica 
terminò  col  1796.  Ab  antico  la 
città  per  stemma  porta  in  bianco 
la  croce  rossa,  con  ornalo  di  pal- 
me e  ulivi,  simbolo  di  pace  e  di 
guerra.  L*  arma  viscontea,  che  fu 
quella  dello  stato^  ed  ora  è  dive- 
nuta propria  del  regno,  è  la  biscia 
d'azzurro  in  campo  d'argento,  con 
fanciullo  rosso  nascente  dalle  sue 
fauci  :  di  sua  origine  parlammo  nel 
Tol.  XXIX,  p.  59  del  Dizionario. 
Lo  stemma  ecclesiastico  della  città 
e  diocesi  di  Milano  si  compone 
delle  immagini  di  s.  Ambrogio  in 
mezzo  ai  ss.  Gervasio  e  Protasio, 
coir  epigrafe  :  Tales  ambio  dejen- 
sores.  Il  palazzo  della  città,  nomi- 
nato Broletto,  stava  in  piazza  dei 
Mercanti,  ove  ancora  sorge  la  tur- 
re  della  campana  del  comune,  che 
ogni  sera  suona  la  rintoccata  ;  ia 
prima  fu  dov'  è  la  corte.  La  torre 
fu  eretta  nel  1272  da  Napoleone 
della  Toire,  e  fu  abbellita  dal  pode- 
stà Bossi.  Quello  dove  ora  siede  la 
municipalità,  vastissimo  corpo  aper- 
to in  due  ampi  cortili  a  portico, 
fabbricato  da  Filippo  Maria  Vis- 
voi.  xi\. 


MIL  49 

conti  >  la  città  ne  fece  acquisto 
nel  iSrg.  La  congregazione  muni- 
cipale è  composta  d'  un  podestà,  e 
sei  assessori,  oltre  il  consiglio  com- 
posto di  sessanta  nobili,  e  principa- 
li negozianti.  A  spese  della  città  è 
mantenuto  un  coipo  di  zappatori 
pompieri, istituito  nel  181 1.  llcarat- 
teie  morale  de'  milanesi  li  mostra 
inclinati  alla  beneficenza,  alla  tran- 
quillità d'animo,  ai  comodi  della 
vita,  ai  divertimenti,  senza  pregiu- 
dizio dell'  industria,  delle  arti  e 
manifatture,  e  de' buoni  studi,  che 
distintamente  vi  si  coltivano.  La 
dovizia  e  bontà  de'  cittadini,  e  l<i 
ricchezza  degli  stabilimenti  pubblici 
provvedono  generalmente  alla  classe 
indigente.  Il  dialetto  milanese  di 
fondo,  grammatica  e  costruzione  i- 
taliano,  ritiene  alcuni  modi,  paro- 
le e  pronunzie  de' suoi  diversi  do- 
minatori, e  moltissimo  dei  trova- 
dori o  poeti  provenziali  che  canta- 
rono le  armi,  gli  amori,  le  cortesie. 
L' attuale  popolazione  della  cit- 
tà di  Milano  e  de'  Corpi  santi 
(  villaggi  presso  diverse  porte  )  è  di 
circa  200,000  anime;  anticamente 
però  era  assai  maggiore,  e  nel  se- 
colo XV  contava  quasi  3oo,ooo 
abitanti  ;  ma  le  guerre  e  le  pesti- 
lenze ad  un  tempo  ne  diminuiro- 
no non  solo  la  grandezza  e  l'opu- 
lenza, ma  anche  la  popolazione. 
Nello  spazio  infatti  di  666  anni, 
cioè  dal  964  al  i63o,  la  città  ven- 
ne afflìtta  da  contagiose  pestilenze 
per  quattordici  volte,  fra  le  quali 
la  più  crudele  fu  ne' tre  anni  che 
precedettero  al  i363,  che  secondo 
riferisce  Pietro  Azario  vi  perirono 
75,000  persone;  fatale  fu  quella 
ancora  del  1461  che  die  origine 
al  lazzaretto;  quella  del  1576  in  cui 
rifulse  il  prodigioso  zelo  di  s.  Carlo 
Borromeo;  e  nell'ultima  del  i63o 

4 


5o 


MIL 


morirono  20,000  persone.  Circa 
25o  sono  gl'israeliti  ed  altrettanti 
gli  acattolici.  Tn  Milano  l' aria  vi  è 
salubre,  né  frizzante,  né  rilasciata, 
massime  dopo  che  furono  tolte  le 
risaie  dalle  sue  vicinanze.  A  p.  877 
della  bibliografia  milanese,  dell'  o- 
pera  citata,  sono  riportale  le  storie 
di  persone  illustri  o  nobili  fami- 
glie milanesi.  Molli  santi  e  sante 
milanesi  accrebbero  i  fasti  della 
Chiesa,  su  di  che  si  possono  vedere 
Bosca,  Martyrologinm  ecclesiae  Me- 
diolanensisy  i6g5.  Sormani,  La 
gloria  de  sand  milanesi,  1 761,  Fio- 
rirono altresì  gran  numero  di  mi- 
lanesi nelle  armi  e  per  valorose 
imprese,  nella  lelleralura  e  nelle 
belle  arti,  di  cui  discorrono  le  o- 
pere  bibliografiche  notate  a  p.  384 
e  385.  Tra  gli  altri  nomineremo^ 
il  poeta  Ialino  Cecilio  Stazio,  lo 
storico  Valerio  Massimo,  Salvio  Giu- 
liano compilatore  dell' Editto  perpetuo 
e  prefetto  di  Roma,  gl'imperatori  ro- 
mani Elvio  Pertinace  e  Giuliano  Di- 
dio,  ed  oltre  i  nominati  di  sopra  ed 
altri  che  ricorderemo,  fra  gì'  innu- 
merabili illustri  milanesi  registre- 
remo i  seguenti.  Nella  storia,  Co- 
rio,  Calco,  Ripamonti,  Giulini,  Oslo, 
Puricelli,  Verri,  Allegranza,  Fuma- 
galli, Bianconi.  Nell'architettura, 
Giambattista  e  Sanlo  Corbelli,  So- 
lerò, Agrippa,  Giacomo  della  Por- 
ta, Tibaldo,  Bassi.  Nella  pittura , 
parecchi  usciti  dalla  scuola  del  Vin- 
ci, Lomazzo,  Crespi,  Campi,  Pro- 
caccini, Bossi,  Appiani.  Nella  scul- 
tura, Marco  Agrato,  Girolamo  e 
Guglielmo  della  Porta,  Buonvicino, 
Rusconi,  Albertolli.  Altri  artisti, 
Caradosso, Saracchi,  Cristiano  Sanlo 
Agostino,  Guzzi,  Domenico  dc'Cam- 
mei,  Giovanni  delle  Corniole,  Ja- 
copo da  Trezzo,  Birago,  Rossi,  Del- 
finoue,  Paladini,    Pigino,  PcUizoue. 


MIL 

Poeti,  DoUino,  Bellincioni,  Biffi,  Vis- 
conti, Raineri,  Maggi,  Alessandro 
Verri,  Parini,  Monti.  Medici,  Piro- 
vano, Varese,  Sacco,  Rasori.  Mili- 
tari, i  Torriani,  i  Visconti,  i  Tri- 
vulzi,  Serbelloni,  Medici.  Scienziati 
e  scrittori  diversi,,  Maino,  Piatti, 
Paciolo,  Maioragio,  Alciato,  Carda- 
no, Benzoni,  Busca,  Cicerano,  Ot- 
tavio Ferrano,  Gregorio  Leti  scrit- 
tore maligno.  Cavalieri,  Ceva,  Bec- 
caria, Frisi,  Lecchi,  Pini,  Regi,  O- 
riani,  Sacchi,  Carpani,  Marchesi, 
Carli,  Gioia,  Romagnosi,  Custodi  ; 
e  tra  le  donne  la  celebre  Agnesi 
che  ottenne  vma  cattedra  di  ma- 
tematica nell'università  di  Bolo- 
gna, e  la  famosa  Manzoni  che  s'il- 
lustrò nella  poesia.  Nelle  arti  e  nel- 
le scienze  tuttora  fiorisce  un  eletto 
numero  di  chiari  ingegni.  Milano 
diede  alla  Chiesa  universale,  oltre 
uu  grandissimo  numero  di  vescovi, 
cinque  sommi  Pontefici,  cioè  Ales- 
sandro Il  Baggio  o  Badagio,  Ur- 
bano III  Crivelli,  Celestino  IV  Ca- 
stiglioni.  Pio  IV  Medici,  e  Grego- 
rio XIV  Sfrondati  oriundo  di  Cre- 
mona; ed  al  sacro  collegio  i  se- 
guenti cardinalij  ad  ognuno  de'qua- 
li  premetteremo  l'epoca  dell'  esalta- 
zione, e  tulli  còme  i  Papi  hanno 
le  loro  biografie. 

1061  s.  Anselmo  Buggio  o  Ba- 
dagio. 1088  Conte.  II 38  Tom- 
maso. II 44  s-  Guarino  Foscari. 
1 1 55  A rdizzone  Rivoltella.  ii65  s. 
Caldino  Valvassi-Sala.  1  lyS  Uber- 
to Crivelli,  poi  Urbano  III.  1182 
Albino.  I  198  Uberto  Tcrzago,  U- 
berto  Pirovano.  1227  Goffredo  Ca- 
stiglioni,  poi  Celestino  IV.  1^44 
Goffredo  Castiglioni.  1281  Glusa- 
nio  Casati,  1288  Pietro  Pcregrossi. 
1375  Simone  Brussani.  i4i  «  Bran- 
da Castiglioni.  14^9  Gerardo  Lan- 
driani  de' Capitani.   i456    Giovanni 


MIL 

Casliglioni.   1473    Giovanni  Arcim- 
boldi.    i483    Gianiacopo  Scalfenali. 
1484  Ascanio  Maria    Sforza.    i493 
Giannantonio  Sangiorgi.  1 5oo  Anto- 
nio   Trivulzio.     i5i7    Scaramuccia 
Trivulzio,  Agostino  Trivulzio.    i535 
Jacopo    Simonetta.     154^     Giovan- 
ni   Moroni.    i544  Francesco    Sfon- 
drati  .      1^49     Giannangelo    Medi- 
ci, poi  Pio  IV.    1557  Antonio  Tri- 
vulzio.    i56o     Giannantonio     Ser- 
belloni,    s.    Carlo  Borromeo.    i56i 
Lodovico    Simonella.     i565    Carlo 
"Visconti,   Francesco  Abondio  Casti- 
glioni,  Alessandro   Crivelli,  France- 
sco Alciato,  Francesco  Crasso.  ìS'jS 
Renato  Birago.     i583  Nicolò  Sfon- 
drati,  poi  Gregorio  XIV.    i587  Fe- 
derico    Borromeo.    i588     Agostino 
Cusani.    1^90  Pietro    Emilio  Sfon- 
drato.  iSiQi   Flaminio  Piatti  o  Pla- 
to.   iSgS    Alfonso    Visconti.    i6o4 
Ferdinando  Taverna.    1621    Giulio 
Roma.     1629    Teodoro    Trivulzio. 
i633    Cesare    Monti.    i652    Luigi 
Alessandro  Omodei.    1 654  Giberto 
Borromeo,      i657     Camillo    Melzi. 
i6(36  Alfonso  Lilla.    1667   Vitalia- 
no   Visconti.     1670    Federico  Bor- 
romeo.    1681     Federico    Visconti. 
i6go     Ferdinando    d'  Adda,    Luigi 
Omodei.    iGgS  Jacopo  Antonio  Mo- 
rigia,    Federico     Caccia,     Celestino 
Sfondrali.  1699  Giuseppe  Archinlo. 
1712    Agostino    Cusani.     1713  Be- 
nedetto    Erba     Odescalchi.     1715 
Bernardino    Scotti.     1717     Giberto 
Borromeo.    i73g    Gaetano  Stampa, 
Marcellino  Corio.     1 743   Gioacchino 
Besozzi,  Giuseppe  Pozzobonelli.  1 747 
Gio.  Battista  Mesmer.  1753   Fabri- 
zio Serbelloni,*Gio.   Francesco  Stop- 
pani,  Carlo  Francesco  Burini.  1756 
Alberico    Archinlo.     17^9     Ignazio 
Crivelli,   Antonio  Maria  Erba  Ode- 
scalchi,     Giuseppe    Maria    Castelli. 
1766    Vitaliano    Borromeo.    1771 


MIL  5i 

Antonio  Eugenio  Visconti.  1776 
Giovanni  Archinlo,  Angelo  Maria 
Burini.  1789  Ignazio  Busca.  1794 
Antonio  Bugnani.  1801  Gian  Fi- 
lippo Gallerati  Scolti,  Lorenzo  Lil- 
la. 1802  Carlo  Crivelli.  1804 
Carlo  Opizzoni. 

Fuori    delle    mura    di    Milano 
crescono  i  boi-ghi  e  nominatamen- 
te   quello  degli    Ortolani  e   quello 
di  s.  Goliardo.  Importantissimi  so- 
no   i  contorni  del   contado  di  Mi- 
lano,   ma  solo  accenneremo    alcuni 
de'  principali.    Un    miglio    circa  da 
Milano    \i  è    la  strada    che    riesce 
due  miglia  all'  abbazia   di   Chiara' 
valle  [J^edi).    II  monastero  andò  in 
parte  distrutto,   avendovi  cessato  i 
cisterciensi   nel    1797;    la    chiesa  è 
delle  più  notabili  della  diocesi.  Fu 
edificala     sulle    rovine    d' una     più. 
vecchia  verso  il  fine  del  secolo  XllI, 
ed  è  di  quello  stile  che    dicesi  go- 
tico, divisa  in  tre  navi,  attraversata 
in  cima    da  un  lungo    braccio  che 
gli    dà    figura    di    croce  .    La    na- 
ve   maggiore    è  tutta    dipinta    dai 
fiamminghi,  e  finisce  nel  coro  con 
sedili  di  noce    diligentemente  inta- 
gliali.   L' altare    maggiore  ha    pre- 
gevole dipinto,  de'  quali  nelle  cap- 
pelle   ed  altrove  ve   ne  sono    altri. 
Vi  è  la  cupola  con  campanile  con 
bei  lavori:    quivi  ebbero  sepolcri  i 
Torriani,  gli  Archinli  ed  altri.  Nella 
strada    Pavese,    un  miglio  lunge  il 
famoso  castello  di  Binasco,  sorge  la 
Certosa    (  Fedi  )    della    di    Pavia, 
uno   de'  più  sontuosi  edifizi    d' Eu- 
ropa. Bice  il    Marini,    Archiatri  t. 
I,  p.    io5,  che  Gian  Galeazzo  Vis- 
conti ,     disgustato    di    Urbano    VI 
perchè  non  potè  avere    il  titolo  di 
re,    seguì     le    parti     dell'  antipapa 
Clemente  VII,  quando  con  affetta- 
la ed  apparente  religiosità    gli  fece 
cader  nel  pensiero  di  Tuler  edifica- 


Si  MIL 

re    la  magnifica   Certosa   di  Pavia, 
con    un  tempio    di  quaranta  altari 
per  ofFerirvisi    giornalmente   altret- 
tanti e   più    sacrifizi,    la  qual   cosa 
fu   subito    dall'antipapa   approvata 
con  bolla  degli  i  r   luglio  i  394,  die 
riporta  nel  t.  II,   p.  53,  avvertendo 
che  r  ignorò  lo  stesso    p.  Tromby. 
Però  la  prima  pietra   vuoisi  gettata 
da  Gian  Galeazzo  agli  8   settembre 
1396.  Il  Visconti  verso  il    1399  vi 
chiamò   i    certosini    che  compirono 
splendidamente    V  edilìzio ,    vi   stet- 
tero fino  al   1782,  e  vi  furono  re- 
integrati nel   1843.  Del  tempio  al- 
cuni   reputano     architetto    Enrico 
Gamodia,  altri  Marco  da  Campio- 
ne :  lo  stile  non  gotico  tedesco,  ma 
piuttosto    di  quello   che   allora  do- 
minava,  ha  queir  eleganza  che  sul 
principio   del  secolo    XV    appariva 
in  tutte  le  arti  del  disegno.  Ha  tre 
navi     e  forma    di  croce    latina;  la 
facciata  di  stile  bramantesco  fu  co- 
minciata   nel   147^    ^^^    disegni  di 
Ambrogio   da    Possano,   adorna    di 
gran  numero  di  scolture    ed  orna- 
ti i  più  squisiti  del  secolo  XV.  La 
porta  che  mette  al    tempio  è  ope- 
ra   d' Agostino  Busti,    ricca  di   su- 
perbi fregi    e  storie  a  bassorilievo, 
fra  le  quali    primeggiano  la  fonda- 
tione  fatta  dal  Visconti,   e   il  tras- 
porto  delle    di  lui   spoglie  mortali 
nel    tempio,  la   cui  interna    veduta 
è  veramente   maestosa.    La  volta  è 
dipinta    ad    oro  ed  oltremare    con 
stelle    d'oro;    i    piloni    rivestiti  di 
marmo,  fregiali  di  statue;  le  quat- 
tordici cappelle  nelle  navi  ornate  di 
preziosi    marmi,  di  tavole,  di  affre- 
schi, di  bassorilievi,    di  paliotti    di 
squisito  lavoro.  Un  cancello  magni» 
fico  introduce  alla  crociera  del  co- 
vo,   che  precede    il    santuario  ;  gli 
stalli    ne  sono    intagliati  con   artifi- 
cio finissimo.  Nella  crociera  spicca- 


MIL 

no  due  cappelle  sontuosamente  or- 
nate :  in  angolo  vedesi  il  mausoleo 
del    fondatore,    ricchissimo  di  scol- 
ture.   Il    magnifico   monumento   dì 
Gian     Galeazzo  ,    isolato  ,    è    uno 
de' più    grandiosi    per    la    mole  e 
per  merito  d'  arte.  A  molte  finestre 
sono    bellissimi    vetri    colorati  ;    ed 
agli  altari    laterali  dei  bracci  della 
croce,   sono  quattro    stupendi    can- 
delabri di  bronzo.  La  cupola  è  tut- 
ta dipinta  a  buon  fresco.  Ricca  ba* 
laustrata  sta  innanzi  all'altare  mag- 
giore, il  quale  è  tutto  commesso  a 
gemme,    e    fregiato    di    vaghissime 
scolture.  Sono   degni  pur  di   consi- 
derazione la  vecchia  e  nuova  sacre- 
stia, il  lavatoio  e  il  refettorio  de'mo* 
naci  ;  il  gran  chiostro  coi  ventiquat- 
tro  casini  isolati,    con   orticelli  per 
le  abitazioni  de'religiosi,  ispira  vene- 
razione  e  raccoglimento.  La  Certosa 
forma  come  il  Vaticano  una  piccola 
città.    Benché    soggiacque    a    molte 
dilapidazioni,  questo  monumento  è 
ancor  grande.  Prima  di  questa  ce- 
lebre Certosa,  nella  strada  del  Sem- 
pione  altra  n'era  stata  fondata  nel 
i349  da  Giovanni  Visconti  arcive- 
scovo   e  signore  di    Milano  ,  finita 
nel   i353,    quando    il  Petrarca  di- 
morava presso  il  Visconti  ;  più  vol- 
te   si    restaurarono    la    chiesa    e  il 
monastero  :  questa  chiamasi  la  Cer- 
tosa di  Garegnano. 

Il  Lago  maggiore  o  Verha' 
no,  sulle  sue  riviere  ,  sui  mon- 
ti e  nelle  valli  circostanti  offre 
i  più  svariati  prospetti  ,  e  vi  si 
vedono  i  begli  orrori  selvaggi  del- 
le Alpi,  e  le  bellezze  pittoresche 
dell'Italia:  la  sponda  orientale  ap- 
partiene al  regno  Lombardo-Ve- 
neto, da  Sesto  a  Pino;  l'occiden- 
tale agli  stati  sardi  sino  a  Bris- 
sago;  e  fra  Brissago  e  Pino  ambe- 
due   le  sponde  al    cantone  svizzero 


MIL  MIL  53 

del    Ticino.    Questo  lago,    nno  ilei     a  cui  conduce  un'agevole  via  sparsa 
più    ampi    d'Italia,    è  nutrito    spe-     di    alcune    cappelle.    Fu    innalzato 
cialoienfe  dalla  Toce  e  dal  Ticino;     nel     1697    a    spese    degli    abitanti 
ha  acque  trasparenti  che  contengo-     de'  contorni    e  della   famiglia  Bor- 
no    varie    specie    di    pesci    e    delle     romeo.  La  statua  ha  28  metri  d'al- 
tratte,  alcune  delle  quali  grandissime,     tezza,  e  20  il  piedestallo  di  granito: 
In  ampio    seno    si    presentano  sulla      testa,  piedi    e  mani  sono  di  bron- 
riva    orientale  Aligera,  Arona  sul-     zo  fuso,  il  resto  di  grosse  lastre  di 
r  occidentale,    che    si    fanno    l' una     rame,   mentre   le   barre   che  queste 
all'altra    prospetto,   gloriose  ambe-     sostengono  fanno  scala  per  salir  si- 
due  del  nome  de'  Borromei  ;  e  ver-     no  al  capo.   11  disegno  è  del  Cera- 
so la    metà  delia    riva    occidentale     no,  l'opera  di  Siro  Zanella    pavese 
evvi  la  baia  delia  Toce,  ove  si  tro-     e    di    Bernardo    Falconi    higanese; 
vano  le  famose /.yo/e  Borromee.  Art-     mirabili  le  proporzioni.    Valicata  a 
gtra  ha  favolosa  origine,  chiamossi     sinistra  del  Lago  maggiore  la  pun- 
anticamente  Stazzona,  vi  fu  stazio-     ta   di  Belgirate,   si   è  in    quel  seno 
ne  militare,  poi  emporio  di  fiorentis-     del    lago  in    cui  sorgono  le  dccan- 
simo  commercio.    I  conti  di  Ange-     tate    isole  Borromee,    che    vedonsi 
ra   o  Angleria    ebbero    origine,  se-     emergere  come    un  mazzo  di  fiori, 
condo    la  tradizione,   dai   re    longo-     Prima  presentasi   alla  vista  l'isola  di 
bardi,   ed  a    loro   si    attribuisce  la     s.  Giovanni,  segue  l'isola  Madre  che 
costruzione    della    rocca.    L' arcive-     sorge  in  mezzo  del  seno,  poi  l' iso- 
scovo    Ottone    Visconti,    toltala     ai      la  Bella,  già  Isabella  dal  nome  di 
Torriani,  la   fece  rifabbricare  ed  or-     una  d'  Adda    moglie  di    un  Borro- 
nare  di  pitture  allegoriche  alla  bat-     meo,  che  in  parte  nasconde  la  Su' 
taglia  da    lui   vinta  a  Desio.    Dopo     penare.  L' isola  di  s.   Giovanni  del- 
Ottone,  i  Visconti  e  gli  Sforza  pre-     ta    Isolino,  e  la    Superiore  che  di- 
serò il  titolo  di  conti  d'Angera,  an-     cesi    anco  de  Pescatori,    fanno   bei 
zi  usarono  conferirlo  ai   propri  pri-     contrasto    colla    sfoggiata    magnifi- 
mogenili.  Filippo  Maria  Visconti  nel     cenza  delle  isole  Bella  e  Aladre,  e 
1439  die  in    feudo  questa  signoria     questa  resa    più  vaga  dalla  natura 
ai  Borromei,  che  tennero  molla  cu-     fa  bel  contrasto  con  quella,  in  cui- 


ra  della  rocca,  ed  il  cardinal  Fe- 
derico, rivendicatala  dal  fìsco,  la  in- 
grandì e  vi  aggiunse  nuovi  edifizi. 
11  giardino  contiguo  ha  romane  e- 
pigrafi.  Feudo  de'  Borromei  fu  pu- 


r  arte  raccolse  tutti  i  suoi  ornamen- 
ti, ingegni  e  graziose  bizzarrie.  Fu 
il  conte  Vitaliano  Borromeo  che 
nel  1637  trasformò  tale  scoglio  in 
un    luogo    di  ricercate   delizie,  con 


re  Arona,  nella  cui  rocca  atterrata  dieci  giardini  posti  a  scalinata,  con 

nel    1800,  nacque  s.    Carlo;  accre-  ridente  selva  d'aranci,  di  folto  bo- 

sciuta  a' dì  nostri   dal  trafilco,     eb-  sco  d'allori,    di  torri,    d'archi,    di 

be  titolo  di  città.    La  maggior  sua  statue,    e    d' un    grandioso   palazzo 

chiesa  è  di  corretto  stile.  Il  nuovo  ove  sono  profuse  tutte  le  squisitez- 

teatro,  le  pubbliche  scuole,  le  bel-  ze,    i  cui    sotterranei    formano    un 

le  case  e  le  pulite  vie,  la  rendono  appartamento  a  musaico  da  stupo- 

pregevole.   Lustro  maggiore  le  viene  re.   Inoltre    nell'  isola  Bella    è  una 

dal   famigerato    colos>o  di   s.  Carlo,  galleria   con  pregiate  tavole;  ed  in 

che  sorge  sopra  un  prossimo  colle,  quella    Madre  sonovi   cinque  giav- 


54  MIL 

dini,  ed  ampio  bosco  d'  allori,  d'a- 
beti e  cipressi. 

Faremo    per    ultimo    parola   di 
Monza  ,    oltre    quelle  dette  altro- 
ve,  come  all'articolo  Corona   fer- 
rea,   ove   dicemmo    di  essa  e    del 
tesoro    della  basilica    di  san    Gio- 
vanni Battista,  edificata  dalla  regi- 
na Teodolinda,  la  quale  in  essa  ri- 
pose   i    doni    di  s.  Gregorio  I,  ac- 
cennati    air  articolo     Longobardi. 
Monza  sotto  i  romani   fu  chiamata 
Moguntia,  perchè  Augusto  ne  fece 
un  luogo  di   ritiro  pei    soldati    che 
aveano  combattuto  aMagonza;   poi 
fu  detta  Modoelia,  e  Teodorico    re 
de'  goti   vi  eresse  un   palazzo.  Sotto 
I   longobardi  divenne  la  favorita  re- 
sidenza d'alcuni  loro  re;  e  Federi- 
co I  v'ebbe  un  palazzo.  Soggiacque  a 
varie  vicende,  secondo  che  fu  con- 
traria o  favorevole    a'  milanesi  :  da 
Carlo    V  venne    data  in    feudo  ad 
Antonio    di    Leyva  governatore    di 
Milano,  indi  fu  da  Antonio  venduta 
per  3o,ooo  ducati  ai  conti  Durini, 
ed    ora  ha    titolo   di    città  ;    e  per 
industria,    popolazione,  e    vanto  di 
antiche  e  recenti  memorie  primeg- 
gia fra    tutte  le  terre    del  contado 
milanese.  La  basilica  fu  ingrandita 
nel  secolo  XIV  coi  disegni  di  Mat- 
teo   da    Campione.    La    facciata  di 
stile    gotico,    di    marmi    bianchi    e 
neri,   con    bassorilievi,    statue  e    a- 
rabeschi,    ha  sulla    porta   maggiore 
la  statua  in  rame    dorato  del  Pre- 
cursore. L'alto    campanile  è  gran- 
diosa   fabbrica    del    Pellegrini,  che 
disegnò  pure  1'  elegante  batlisterio. 
Il   tempio  ha  tre  navi,  ed  è  adorno 
.di  assai    pregevoli    dipinti:   l'altare 
maggiore  disegnato  dall' Appiani,  è 
ricco  di   paliollo  d'  argento  dorato, 
con    bassiriliovi  ,    gemme  e    snaalti. 
Delle  altre  chiese  di  Monza,  le  più 
ipler^ssanti  sono  s.  Maria  in  Islra- 


MIL 
da,  ».  Maurizio,  s.  Gerardo.  Gran- 
dioso è  il  seminario,  con  due  por- 
tici di  88  colonne  di  granito  ;  ele- 
gante   il  teatro,    bello  il  ponte  sul 
Lambro,  ampio  il  collegio  de'  bar- 
nabiti, ragguardevole  il  palazzo  mu- 
nicipale,   importante    l' archivio.     I 
dintorni  offrono  una  serie  di  ame- 
ne ville,  oltre  la  villa  reale,  delizia 
degna    di    principi    e    rinomata    in 
tutta  Europa;  il  parco  reale  è  uno 
de'  più  vasti  d'Italia,  comprendendo 
ri,ooo   pertiche  di  terreno.    11  pa- 
lazzo   venne  eretto    nel   1777    dal- 
l'arciduca Ferdinando    con  disegno 
di    Piermarini,    ove    l' Appiani    di- 
pinse la  favola  di  Psiche. 

Milano,  Mediolanwn,  già  capita- 
le   di    tutta    la    Gallia    Cisalpina 
[f^edl),  e  più.   volte  residenza  degli 
imperatori    occidentali    e    de'  re  di 
Italia,  non    che  capitale    dell'  Insu- 
bria,  nome  antico  di  quella  porzio- 
ne della  Lombardia  [T^edi)  fra  l'Ad- 
da e  il  Ticino,    i    cui  popoli    chia- 
maronsi    insubri,    i    quali    secondo 
Tito   Livio  erano    celti  o   gauli  ;  è 
vero  però  che  sotto  il   nome  d' in- 
subri si  comprendevano  pure  mol- 
ti   popoli,  i    primi    de' quali    erano 
venuti  dal  nord  ;  sembra  che  il  lo- 
ro   nome   primitivo    fossero    ombri, 
significante  nella    loro  lingua    valo- 
l'osi.    Vaghe  ed    incerte  sono  le  o- 
pinioni  del  nome  Milano,  come  sul- 
la   origine    de'  primi    abitatori    del 
suolo  milanese.  Risalgono  alcuni  al- 
le   origini   etrnsche,    e    supponendo 
Olenio  0(1  Olano  Galeno,    lucurao- 
ne    etrusco,    venuto    nell'  Insnbria, 
altro    capo    introducono    di    quella 
nazione  detto  Medo,  e  da  que'due 
nomi    riimiti,  deducono    quello    di 
Milano  o  Mediolano,  come  accenna 
r  Alciali.    Altri  la  credono  così  det- 
ta  quasi   in   medio  aniniiim,  perchè 
posta    tra    i    c|M6    fi  unii    Ticino  ed 


MIL  MIL                    SS 

Adda;    ricorrono    altri    ad    origini  gali  dagli  etruschi,  che  istituite  do- 
celtiche,  dalle  quali   verrebbe  quel-  dici  città  chiamarono  Etruria  nuo- 
la  denominazione    ad  indicare    una  va,  abbiano  questi  ultimi  ad  essere 
città  posta    in  mezzo  alle  terre    ed  considerati    come  i    principali    abi- 
alle  pianure,  e  come    ora  direbbesi  latori   del  milanese,    sembra  essere 
mediterranea.  Sembra  priva  di  fon-  quasi  una  certezza  che   Milano,  si- 
damento  la  supposizione  del   ritro-  tuata  nell'  Insubria,  sia  stata  fooda- 
vamento  di   una  troia  col  tergo  la-  ta  od  almeno  ingrandita  nell'  anno 
nulo    solo  per    metà,    all'  epoca  in  Sgo  piima  di  Gesù  Cristo,  da  Bel- 
cui  Beiloveso  determinossi  alla  fab-  loveso    capitano    dei     gallo-insubri 
bricazione  o    piuttosto  alla   riediQ-  nell'  Italia  (redi)    superiore,  e  ni- 
cazione  di  Milano  ;  si  abbracciò  tut-  potè  di   Ambigato  principe  de' cel- 
lavia  quella  tradizione,  confermata  ti.  Beiloveso  con  una  banda  di  bi- 
dai  versi  di    Ciaudiano    e    di  Sido-  turigi,  edui,  arverni,  gessati  e  am- 
nio  Apollinare  ,    perchè  riguardan-  barri,  dopo  aver  cacciato  dal  pae- 
dosi  Milano  a   qualche  epoca  come  se  gli  etruschi,  colla  pace  com|M  le 
una  seconda  Roma,  vi  si   trovò  u-  opere    di  essi.    Ogni    borgata    ebbe 
na  certa  conformità  con  Roma  me-  un  capo  gallo;  con  rozza  e  robusta 
desima,  ponendosi  la  troia  quasi  al  religione  veneravano    le  forze  della 
confronto  colla    lupa  allattatrice  di  natura,    imponendo    i  druidi    leggi 
Romolo  e   Remo.    Se  però   è  vero  e    superstizioni    ai    popoli.    Quanto 
che  i  galli  giunti  in  Italia,  cogli  in-  fossero    fieri  lo    provò    Roma,    che 
subri  si  collegarono  più  facilmente,  salvata    dai  valorosi    difensori  della 
perchè    trovarono   il  nome    di  una  patria,    costituì  un    tesoro  apposta 
città  corrispondente  a  quella  di  un  da   non  toccare    se    non    quando  i 
loro  boigo  o  villaggio,  sotto  il  no«  galli  minacciassero, 
me  di   Milain,    presso   Autun,    con-  Da  prima  Milano  non  fu  che  un 
viene  supporre   il   nome  di   Milano  borgo,    ma    ben    presto    divenne   il 
più    antico    della    venuta     de'  galli,  luogo  principale  de'  galliinsubri-ci- 
Alla  tedesca  lingua  di  quei  popoli,  salpini  ;   il  perchè    conoscendo  Ro- 
May-lnnd,    o    paese    di    maggio,  e  ma    non  potersi    tenere  sicura   fin- 
propriamente    in    gallico    3Ied-lan,  che  non  dominasse   la  Gallia  Cisal- 
fertile  paese,    e  Mcl-lan,  in    mezzo  pina,  com'essa    intitolò  1' Insubria, 
alle    pianure,    onde  altri    Medioln-  perciò  Lucio  Furio  e   Caio    Flami- 
niim  si  riscontrano  in  Francia.  Om-  nio  consoli  romani   varcarono  il  Ho 
mettendo    le     opinioni     che    alcuni  coli'  esercito  ;   ma    sconfitti    si     rifu- 
storici    e  filologi    ci    lasciarono    sui  giarono     tra'  cenomani,    dalla    Gai- 
primi  abitatori  del  suolo  milanese,  lia   venuti    sul    bresciano  e    sul  ve- 
e  non  disputando  se  tal  preminenza  ronese,     i    quali   disertando  la  cau- 
si debba    accordare,    secondo    Stra-  sa     nazionale,     s' allearono     ai     ro- 
bone,  ai  primi  discendenti  di  Noè,  mani,  che  senza  tregua  molestava- 
o  agli  orobii,  secondo  altri,    oppu-  no    1' Insubria.   Allora    i  galli    ten- 
re  agl'insubri,  la  cui   principale  re-  tando  l'estremo    caso,  nel   123   fu- 
sidenza   dicesi   essere  stata   nel    luo-  rono  vinti  da   Marco  Claudio  Mar- 
go  chiamato  Hnudii    Campi  o  Ca-  cello    e    Gneo    Cornelio,    e  Virido- 
stel  Seprio,  e    passando  stil  diilibio  maro    ultimo    re    de'  galli-cisalpini 
se  quei  due  popoli  vinti    e  soggio-  restò  ucciso  sul  campo,    indi  Mila- 


.^6  MIL 

no  soccombette  ai   vincitori,  e  Mar- 
co   vi    entrò  trionfante.    Dopo  che 
Mario  a   Vercelli  sbaragliò  una  nuo- 
va irruzione  di  cimbri,   dal    conso- 
le Publio  Cornelio  Scipione  Nasica, 
l'anno     191,  seguita  la    ritirata  di 
Annibale  (il  quale  da  Milano  ave- 
va ricevuto  opportuni  soccorsi),  la 
Hallia  Cisalpina    fu  ridotta    a    pro- 
vincia, e  Milano    fu  onorata  del  ti- 
tolo di  primaria  città  dell' Insubriaj 
soggetta  però  a  leggi    e   magistrati 
romani;    e    sotto     il    consolato    di 
Pompeo    fu  onorala    del    nome    di 
seconda  Roma,    come  la    più   ricca 
e  maestosa    delle    altre    città    della 
provincia.    Tra  gli    altri    l'ebbe  in 
governo  Cicerone,  e  poi  Bruto  cui 
i  milanesi  eressero  una  statua.  Giu- 
lio Cesare  già  nell'  anno  4^  avan- 
ti    la   nostra  era,  avea    concessa  la 
cittadinanza     romana      alla     Gallia 
Cisalpina,  e    ftlilano  venne  ascritta 
alla  tribù  Onfentina,  perciò  teneva 
comizi  propri,  e  raccolti    i    voti    li 
mandava    suggellati    a  Roma,    per 
valere  come  fossero  dati  di   presen- 
za.   Neil'  impero ,    la    Gallia    restò 
sotto  r  immediata   tutela  del  senato 
romano,  e  solo   a' tempi  di    Adria- 
no vi  fu  spedito  un    prefetto,  pro- 
teggendo il  popolo  i  difensori  della 
città,  specie    di  tribuni.  Ad    abbat- 
tere il  dominio  di  Roma,  i  germa- 
ni  minacciarono  le  sue  provinole   e 
J' Italia,    onde  sembrò    agl'impera- 
tori necessario    risiedere  più    vicino 
alle  Alpi.  Prima  vi  stavano  a  tem- 
po, poi   quando    la  difesa   rese    ne- 
cessario   dividere  l'impero,    Massi- 
miano    Erculeo    vi    si    fermò    sta- 
bilmente, cìnse  di  mura  la  città,  e 
l'abbellì    nell'anno    2^5    della  no- 
stra era,     poscia     abdicò    all'impe- 
ro •  nel     3o5.    Il    poeta    e    console 
Ausonio  quindi  celebrò  in  versi   le 
sontuosità    di    Milano,    dicendo    ivi 


MIL 
essere  tutto  mirabile,  abbondanza 
d'  ogni  cosa,  belle  case,  doppio  mu- 
ro, circo,  teatro,  templi,  palazzo, 
zecca,  terme,  marmorei  portici,  fe- 
condi ingegni,  costumi  all'  antica, 
per  cui  quasi  non  avea  di  che  in- 
vidiare Roma.  Frattanto  non  solo 
l'evangelo  erasi  propagato  in  Mi-' 
lano  e  nella  regione,  ma  fioriva 
nel  sangue  de'  suoi  martiri,  e  Co- 
stantino imperatore  nel  3i3,  dopo 
aver  dato  in  Milano  sua  sorella  in 
isposa  a  Licinio  imperatore,  vi  pub- 
blicò la  legge  ove  tollerava  qua- 
lunque religione,  primo  passo  a 
render  dominante  la  vera,  legitti- 
mando l'esercizio  del  culto  cristia- 
no. Inoltre  dividendo  Costantino 
l'Italia  in  due  parti,  stabilì  Milano 
capitale  della  settentrionale,  e  la 
residenza  di  un  vicario  distinto  cbe 
governava  sette  provincie:  la  Ligu- 
ria nella  quale  era  compreso  il  mi- 
lanese, l'Emilia,  la  Flaminia,  ii 
Piceno  annonario,  la  Venezia  col- 
r  Istria,  le  Alpi  Cozie,  e  le  due 
Rczie.  Continuando  Milano  ad  au- 
mentare in  ricchezza  e  magnificen- 
za, giunse  al  suo  più  alto  grado 
di  splendore,  a  segno  che  gli  stes- 
si imperatori  vi  fissarono  la  loro 
ordinaria  residenza  nel  secolo  IV  e 
e  nel   principio  del  V. 

Parteggiando  l'imperatore  Co- 
stanzo per  gli  ariani  nemici  di  s. 
Atanasio,  e  trovandosi  in  Milano, 
ivi  nel  355  fece  con  violenza  con- 
durre il  Papa  s.  Liberio,  ma  non 
gli  riuscì  fargli  abbandonar  la  di- 
fesa di  s.  Atan.'tsio,  onde  1' esiliò  in 
Tracia.  Nel  365  gì' imperatori  Va- 
lentiniano  I  e  Valente,  essendosi 
tra  loro  diviso  l'impero,  il  primo 
si  tenne  la  parte  occidentale,  e  non 
in  Roma  ma  in  Milano  fermò  la 
sua  sede.  L'  itnperatore  Valenti- 
niano    II    incaricò   s.  Ambrogio  di 


MIL 

tlissuadere    1'  imperatore    Massimo 
dall'  invadere  1'  Italia,  e  di  doman- 
dargli   il   cadavere    .dell'ucciso    im- 
peratore   Graziano;  e    morendo  gli 
lasciò  raccomandati  i  suoi   figliuoli. 
Il  santo  in   più  incontri  con  sacer- 
dotale  franchezza  parlò  all'impera- 
tore Teodosio  I   mentre  era  in  Mi- 
lano, e    gli   vietò  la    comunione    e 
r  ingresso  alla  basilica  Porziana  do- 
po l'eccidio  di  Tessalonica.   Avendo 
Teodosio  I     spartito    in  due     tutto 
r  impero,  Costantinopoli   fu   metro- 
poli    dell'  orientale  ,     dell'  occiden- 
tale   Milano  ,     da     cui     dipendeva- 
no    l'Italia,     l'Africa,   la   Gallia  , 
la   Spagna,  la    Bretagna,  il  Norico, 
la   Pannonia,   la   Dalmazia  e  mezza 
Illiria.    Ma    venendo    presa    e    sac- 
cheggiata Milano  nel  4^2  da  Atti- 
Io    re  degli    unni,    cessò    di  essere 
residenza     degl'  imperatori,     come 
cessò  allora  di   essere  metropoli  del- 
l'Insubria.    JVel    4?^  cadde    in   po- 
tere  degli    eruli    comandati    da   O- 
doacre,  che  si    proclamò  re  d'Ita- 
lia, dando  termine  all'impero  d'oc- 
cidente.  Nel  493  Teodorico    re  dei 
goti    se    ne    fece    padrone,    ma    la 
maggior  depressione   della  città  ed 
il    più  grande    suo  avvilimento    fu 
nel   539,  quando  soggiogata  da  U- 
raia    nipote   e    generale    di    Vitige, 
trovossi  spogliata    de'  suoi  abitanti, 
i    quali,    escluse   le   donne    date  ai 
borgognoni,     furono    tutti     crudel- 
mente trucidati.    Tanto    fece  Uraia 
considerando  Milano    ribelle  e  par- 
teggiare per  gl'imperatori  greci  che 
pretendevano  l'Italia.  In    fatti,  -ve- 
nuti   Belisario     e    Narsete    generali 
di    Giustiniano  I,    la  città  divenne 
suddita  degl'imperatori   d'oriente,  e 
inoh'i  de'  fuggili  ripalriarono.  Men- 
tre Narsete  cominciava  a  ricingerla 
di  mura,  venuto  in   Italia  nel  568 
Alboino  coi  longobardi, Milano  passò 


MIL  57 

sotto  il  dominio  di  essi,  che  incomin- 
ciarono quel  regno  che  lasciò  il  no- 
me al  paese,  scegliendo  per  sede  Pa- 
via. Il  re   Alboino  impose   a  Mila- 
no per  duca  uno  de'capi  dell'  eser- 
cito,   che    sparli    fra'  suoi    fidi    le 
terre,  e  gli  abitanti   ridusse  a  con* 
dizione  di   servi  :  il  duca  pose  sua 
corte  a  Cordusio,  curia  diicis,  epo- 
ca   fatale  e    terribile,    in   cui   restò 
Milano  oppressa  e  negletta.  Il   Pa- 
pa   Adriano  I,    avendo    invocato  il 
soccoi-so     di    Carlo    Magno,    questi 
coir  imprigionamento    del  re    Desi- 
derio,   nel    773    o    poco    dopo  die 
termine    al  regno    longobardico,  e 
principio    a  quello    nuovo  d'  Italia. 
I  longobardi  aveano  tenuto  il    cle- 
ro in    assoluta  soggezione,    e  Carlo 
Magno    per  consolidare    il  suo    pò-! 
tere  lo  léce  intervenire  alle  assem- 
blee, considerandolo  come  gli  altri 
possidenti.  In  tal  modo  crebbe  l'au- 
torilà    episcopale,    e  l'arcivescovo 
di    Milano  divenne    il    personaggio 
più  ragguardevole  di  Lombardia,  e 
contrappeso  all'armata  potenza   dei 
conti,    ciò    che  il  popolo    vide    vo- 
lentieri. 

In  processo  di  tempo,  sotto  i  de- 
boli successori  di  Carlo  Magno, 
l'arcivescovo  di  Milano  cogli  altri 
vescovi  più  volle  elessero  il  re  in 
Lombardia.  Il  magnanimo  arcive- 
scovo Ansperlo  da  Biassono,  ricinse 
la  città  di  forti  mura,  verso  18 79, 
la  ristorò  dalle  passale  rovine,  l'ab- 
bellì con  edifizi,  e  singolarmente 
coH'atrio  di  s.  Ambrogio.  I  vesco- 
vi fatti  potenti,  conferirono  la  coro- 
na d'  Italia  non  più  a  stranieri^ 
ma  ad  italiani,  per  cui  nelI'SSS 
Berengario  duca  del  Friuli  fu  co- 
ronato dall'arcivescovo  Anselmo. 
Gli  disputarono  quella  dignità  i  re 
di  Geimania;  poi  Lamberto  duca 
di  Spoleto,    eletto    da    una  fazione 


58  MIL 

contraria  all'nrci vescovo  di  Milano, 
assediò  anche    e  prese  Milano  nel- 
r8g6.     Qui    cominciarono    le    gare 
fra  vari  re,  duranli   le    quali    l'ar- 
civescovo   e  il    popolo  crebbero   di 
importanza  ,  perchè  gli  emuli   cer- 
carono amicarseli    con  doni    e  pri- 
vilegi.   Intanto    sopraggiunsero    gli 
unni  a    devastare    le   campagne,    e 
Milano  si  accrebbe  colla  distruzio- 
ne di  Pavia  ordinala  nel    924    da 
Berengario  condottiere  degli    unga- 
li o  unni  :  nel  945  vi  si   tenne    la 
prima   dieta     per  l'elezione    del    re 
d'  Italia,   Passata  nel  962     la   coro- 
na imperiale  ai   tedeschi,   fu  l'Italia 
unita  alle  sorti  di   Germania  (P'c 
di),  non  perchè  gl'imperatori   pro- 
priamente la  padroneggiassero,  ma  ne 
aveano  l'alto  dominio,  governando- 
si i  principati,  le  repubbliche  e  si- 
gnorie a  proprio  piacere,  solo  ob- 
bligati all'omaggio   di    sovranità    e 
al  servigio  militare.  Gli  elettori  del- 
l'impero sceglievano  il  re    di   Ger- 
mania, che  ad  Aquisgrana  prende- 
va la  corona    d'argento;    poi  sceso 
in  Italia,   i  signori    e  vescovi   lo  ri- 
conoscevano,  indi  consecrato  re  d'I- 
talia  a   Milano    o    a    Monza    colla 
corona  di  ferro   dall'arcivescovo  di 
Milano,    passando  a  Roma   vi  rice- 
vea  dal  Papa  la  corona    d'oro  e  il 
titolo  d'imperatore:  i  lombardi    gli 
pagavano  il  viaggio,  e  l'imperatore 
«e    n'  andava    e   spesso  non    ricom- 
pariva più  ,  e  i  signori    tornavano  a 
fare    ogni    loro    voglia    come    indi- 
pendenti ;  cose   tutte  trattate  a'ioro 
articoli,  conje  Coronazione,  Impero, 
ed  altri  relativi.  Vedasi    Francesco 
Antolini:  Dei  re    d'Italia    inaugU' 
rati  o    no  con    la    corona  ferrea , 
Milano   i838. 

Valperto  de  Medici  ai'ci  vescovo  di 
Milano,  invilo  Ottone  I  a  venire  in 
Jtqlia,  eie  incoronò  re  nella  basilica 


MIL 

di  s.  Ambrogio.  Ottone  I  per  repri- 
mere i  suddetti  signori  feudatari  irre- 
quieti, per  farsi  amici  i  comuni  rico- 
nobbe i  privilegi  che  già  eransi  pro- 
cacciati. Quando  Landolfo  arcivesco- 
vo ottenne  l' intera  giurisdizione  di 
conte    di     Milano,    e  nominava    i 
magistrati,  i  nobili  si  opposero,  ma 
falliti  nell'impresa  accettarono    feu- 
di    da  esso.     Divenuto    arcivescovo 
Eriberto  da    Cantù,  pretese   ch'essi 
fossero  suoi  vassalli,    e    vintili    nel 
io36  invitò  Corrado  II  re  di  Ger- 
mania a  venire    per    la  corona  di 
ferro,  e  Io  trattò  splendidamente  e 
lo   fornì  di    truppe     per    soggiogare 
i     pavesi .     Ingelosito     l'  imperatore 
della    potenza  clericale,    imprigionò 
Eriberto  che  fuggito  rientrò  \a  Mi- 
lano per  difendersi,  e  per     mante- 
nere l'ordinanza  militare  inventò  il 
carroccio,  sul  quale    pose    lo  sten- 
dardo   di    s.     Ambrogio,    come    si 
disse    all'articolo    Carrozze   ed   al- 
trove. L'arcivescovo  nel  loSy  trion- 
fò   dell'imperatore    e  de'noljili,  che 
dovettero  sottomettersi,  talché  tro- 
vandosi sotto  la  giurisdizione   mede- 
sima i  liberi  cittadini  e  i  vassalli,  re- 
stò costituito  il  libero  comune.  Osser- 
va il  Muratori  che   i  milanesi  furono 
de'primi  a  mettersi  in   libertà,  cac- 
ciando i   ministri  cesarei  ed  eleggen- 
done de'propri,  prendendo  qualche 
forma  di  repubblica.  Le  guerre  in- 
testine    prodotte     dai     simoniaci    e 
nicolaiti     diei'ono     1'  ultima     mano 
all'emancipazione    della   plebe  mila- 
nese; già  avea  cacciato  di   città  col 
loro  capo     Lanzone,     Eriberto     nel 
io4'2.  Verso  questo  tempo  si  ripor- 
ta    la    primaria    origine    de'  famosi 
Uniilinli  (P^edi),     avvenuta  quando 
l'imperatore   Enrico     III     occupata 
Milano  mandò  in   Germania     pres- 
soché tutti  i  cavalieri    che  vi  tro- 
vò, i  quali   vestironsi  di  bianco,  ed 


MIL 
ollcnnero  ripalriare  ,    onde    liunili 
dal  ven.     Meda     furono     apjMovati 
dalla  santa  Sède  nel   ri  17.   Il   Pa- 
pa Alessandro  II  pertossi  a  Milano  e 
nel  1067  vi  canonizzò  s.  Arialdo  dia- 
cono, martirizzato    nel    precedente 
anno  a'  28  giugno    dai  nicolaiti    e 
simoniaci    concubinari  ;    questi    nel 
1076     martirizzarono     pure    s.  Er- 
lembaldo   nobile  milanese,  che  Ur- 
bano li  reduce    da    Francia  cano- 
nizzò in  Milano  nel  1096,  Nel  logS 
Milano    si  sottrasse  interamente  nel 
politico  da  ogni  dipendenza  dall'im- 
pero, regnando  Enrico  IV,  che  es- 
sendo in  guerra  col  Papa  non  po- 
tè   usar   della    forza.   Alla     crociata 
promulgata  da     Urbano  II   si   asso- 
ciarono molti    milanesi,   t. "«'quali   i 
Selvatici,  i  Ro,    i    Roci,  e    Ottone 
Visconti    che    conquistò    in  oriente 
lo  scudo  della    serpe,    che  divenne 
la  gloriosa  insegna  dello  stalo.  Pre- 
cedette i  crociati  T  arcivescovo  An- 
selmo da  Boisio  con   un   braccio  di 
s.   Ambrogio,  e     vi    morì   di   ferite. 
Quelli  che    tornarono     con     Angil- 
berto    Pusterla  e    Senatore  Settata 
fondarono  il   pio  luogo   delle  quat- 
tro Marie,  ed  altri   la    chiesa  di  s. 
Sepolcro. 

Governandosi  i  milanesi  coi  loro 
consoli,  la  prosperità  infuse  smania 
di  dominar  sui  vicini,  e  comin- 
ciarono guerre  fraterne.  Tutte  le 
città  vicine  Tremavano  alla  sola 
minaccia  de'  milanesi  di  fare  uscire 
dalle  porte  il  terribile  carroccio  ; 
quindi  Milano  al70ssi  al  punto  di 
essere  considerata  la  prima  città  di 
Italia.  Lodi  venne  ridotta  in  cene- 
re nel  II 11;  Como  nel  1127  di- 
roccato dopo  dieci  anni  d'attacchi  ; 
indi  Pavia  e  Cremona  furono  mi- 
nacciale coU'esercilo.  Intanto  i  mi- 
lanesi seguirono  le  parti  di  Cor- 
Vado  HI  contro  liOtario  II  imperf^- 


MIL  59 

tore,  ed  Innocenzo  II    mandò  loro 
per  legalo  s.  Bernardo,  il  quale  ri- 
cevuto con  sorami   onori  li  riconci- 
liò colla  Chiesa,  essendo  stali  sedot- 
ti da  Anselmo  vescovo  intruso.  Vo- 
lendo Federico  I  Barbarossa  rimet- 
tere l'impero    in  vigoria,  dopo  che 
i  predecessori  aveano  domato  i  feu- 
datari coll'alzar  i   comuni,  a  questi 
volle  por     freno     colle  armi.  Prese 
le  parti  de'Iodigiani,  e  devastò  mol- 
te terre  de'milanesi,  massime  Tor- 
tona ,    togliendo     a     Milano     i  dazi 
e  la  giurisdizione,  dopo  essersi  im- 
padronito   della     città     con     lungo 
blocco    nel    11 58.   I    miTanesi     alla 
sua    partenza    cacciarono  nell'  anno 
seguente  il    presidio,    indi  ripresi  i 
loro     diritti,     portarono     la   guerra 
contro    quanti     avevano     secondato 
l'imperatore,  e  riedificarono  Torto- 
na. Tornato    Federico    I  con     più 
robuste  armi,  con  centomila  uomi- 
ni, cui  associaronsi  le  milizie  di  più  di 
trenta  città  italiane,  spaventate  dal 
crescente  potere    di   Milano,  la  cit- 
tà come  ben   forte  si   pose  in   dife- 
sa,  ma   la    fame    e     le     malattie  la 
costrinsero  a  cercar  patti.  Federico 
1   in  Roncaglia   li    accettò,  esigendo 
d'  imporre   i   magistrati,  ciò     che  i 
milanesi   ricusando,  l'  imperatore  li 
pose  al     bando    dell'  impero  ,     fece 
mutilare  chi  poteva  prendere,  e  po- 
se l'assedio     a  Milano     nel      1162, 
Inesorabile  non  volle  accordar   con- 
dizioni, la   prese  nel  marzo,  ordinò 
agli  abitanti   che  tulli    uscissero    e- 
siìli  nelle  vicine  terre,  abbandonan- 
dola  al    furore    degli   altri     italiani, 
che  vi   sfogarono    la    loro  invidiosa 
rabbia.  Federico  I   guastò,  ma  non 
distrusse  le  mura  coronate     di  fre- 
quenti    torri  ,     e    non   vi    sparse  il 
sale    come    dice  la  leggenda:  i  mi- 
lanesi soffrirono  cinque  anni  di  du- 
vo  esilio  prima  di  ripalriave. 


fio  M 1 L  M I  L 

Non  andò  guari  che  considerali  da  Italia.  Nel  1 186  si  creò  in  Milano 
Federico  I  gl'itiìiiani  come  gente  con-  im  magistrato  col  nojne  di  podestà, 
qiiistata,  giurarono  essi  difendersi  venendo  a  ciò  eletto  Uberto  Vis- 
e  riedificar  Milano,  che  nell'aprile  conti  piacentino;  questa  magistra- 
I  167  vide  i  suoi  emuli  concorrere  tura  però  andò  soggetta  a  varie 
al  suo  risorgimento  e  fortificazioni,  vicende  secondo  le  dominanti  fa- 
ciò  che  non  potè  impedire  l'impe-  zioni.  Risorta  più  bella  e  vigorosa 
ratore.  Papa  Alessandro  III  benedì  di  prima,  Milano  si  vide  poscia 
questa  concordia  di  italiane  volontà,  involta  nelle  civili  discordie,  per  le 
e  vari  principi  contribuirono  con-  famose  e  deplorabili  fazioni  dei 
forti  e  denaro  ;  allie  città  si  uni-  Guelfi  e  Ghibellini  [f^edi). 
rono     alla  famosa     lega     lombarda  Eccoci  prossimi    a  parlare  de'pri» 

che  formossi  contro  Federico  I  sino     nii  dominatori  di  Milano,  i  Torre  o 
al   numero  di  ventitre  ;  cioè  Milano,     Torriani,     ed  i   Visconti.  La  farai- 
Creoìona,  Lodi,  Bergamo,  Ferrara,     glia   Torriani  o  della  Torre  credesi 
JJrescia,   Mantova,  Verona,  Vicenza,     francese  d'origine,  e    la  stessa  che 
Padova,     Treviso,     Venezia,     Bolo-     quella    della     Torre    di    Auvergne. 
gua,  Ravenna,  Bobbio,  Rimini,  Mo-     Due  di    questi    signori,     venuti  io 
dona,  Reggio,  Parma,  Piacenza,  Tor-     Italia   nel  secolo  XII,    fermatisi     in 
tona,  Vercelli,  Novara.  L'imperato-     Como    per  le  nozze  di  due  signorQ 
re    sbuffante     pose     i     lombardi    al     eredi  di  Valsassina,  ottennero  que- 
b'jndo     dell'impero,  ed     i  milanesi     sfo  dominio,  per    cui  i  discendenti 
ed  altri  italiani  per  interrompere  le     si  dissero  conti  di  Valsassina,  passa- 
coinunicazioni  fra   Pavia    e  il  Mon-     l'ono  a  Milano,  e  fattisi     protettori 
ferrato,   di    parte   imperiale,  fabbri-      del   popolo     contro    la     nobiltà,    vi 
carono  la  città  d'Alessandria  della     acquistarono     onoj'i,    poteri    e    ric- 
J'aglia  (Fe^j).  Indi  nel    1 1 76  pres-     chezze.  La    famiglia   Visconti  viene 
*o  Legnano  a'29     maggio    riporta-     dagli     antichi    signori    d'  Anghiera. 
rono  gloriosa   vittoria    su    Federico     Alcuni  però     la     fanno  derivare  da 
J,  che     si  salvò     confondendosi     coi     Berengario     II    re     d'  Italia  ,     altri 
cadaveri,  venendo  sconfìtto   lutto   il     dalla     famiglia     imperiale     Angela 
suo  esercito:   la  coorte  milanese    di     Flavia.    Furono    chiamati    Visconti 
soli  900   uomini,  delta  della  morte,     per  essere    .«tati  lungo     tempo  luo- 
faceiido  prodigi    di    valore  ,     decise     gotenenti   nel  governo    politico  del- 
dclla  vittoria.  A    mediazione  di  Ales-      l'arcivescovo     di     Milano,    il     quale 
Sandro    Hi    nel    1177    si     combinò     hiogotenenle     dicevasi     Vicecoines  . 
dall'imperatore     una     tregua    colle     Questa    famiglia  si    fece  capo  della 
città  lombarde,  e  preferendo  di  aver-      nobiltà    di  Milano     contro    i   Tor- 
ie  amiche,  \n  Costanza  {l^edi)^\m'h     riani    con  cui     ebbe    lunghe    risse, 
la   pace  ai  rappresentanti   della  lega     finché  rimastane    vittoriosa  ottenne 


liMnbarda,  assicurando  loro  il  dirit- 
to di  eleggere  i  propri  magistrati, 
e  darsi  leggi  e  governi  municipali, 
.M)tto  una  determinata  protezione 
dell'  iuq)ero  germanico.  Allora  Fe- 
derico 1  divenne  alleato  de'milane- 


la  signoria  della  patria.  Nel  1199 
tra  la  repubblica  di  Milano  ed 
il  popolo  di  Lodi  si  sottoscrisse 
pace  onorevole  e  lega,  crescendo 
Milano  in  edifizi ,  manifatture  e 
per  studi,  ne'quali  divennero  celebri 


per 


sostenere    i  suoi     diritti  in     Qberlo  dell'Orto  legista,  e  Giovuiv 


I 


MIL 

ni  medico.  Milano  ebbe  per  lo  più 
nemiche  Pavia  e  Cremona  ;  amiche 
Piacenza,  Crema,  Novara,  Vercelli, 
Verona,  Bologna,  Faenza  e  Tre- 
■viso  ;  mulabili  Como,  Lodi  e  Ber- 
gamo. Non  avendo  i  milanesi  buon 
sangue  cogl'imperiHli ,  da  cui  era 
stala  dislrulta  la  città  ,  nelle  lolle 
di  Enrico  Vie  Federico  II,  figlio  e 
nipote  del  loro  antico  nemico,  se- 
guirono i  loro  avversari  e  parteggia- 
rono per  Ottone  IV  che  incoronaro- 
no re  d'Italia,  ond'  essere  soccorsi 
nella  conquista  delle  città  lombar- 
de. Sostenendo  Innocenzo  III  Fede- 
derico  II,  scomunicò  i  milanesi  se- 
guaci di  Ottone  IV,  perchè  dive- 
nuto ribelle  alla  Chiesa,  al  modo 
detto  alla  biografìa  di  quel  Papa. 
In  seguito  i  milanesi  furono  -vinti 
dai  cremonesi,  prendendo  parte  per 
Enrico  contro  l'imperatore  suo  pa- 
dre. Federico  II  tolse  loro  diverse 
città,  che  poi  ricuperarono,  e  Gre- 
gorio IX  spedì  legati  a  Milano  per 
riconciliarla  con  quelT  imperatore 
nel  1236,  favoiendo  i  milanesi. 
Tuttavolta  volendolo  affrontare  re- 
starono i  milanesi  sconfìtti  a  Cor- 
tenova  nel  1287,  proteggendo  e 
scortando  la  loro  ritirata  Pagano 
della  Torre  o  Torriani  signore 
della  Valsassina  :  il  carroccio  tolto 
loro  da  Federico  II,  fu  da  questi 
mandato  a  Roma  nel  Campidoglio. 
Impazienti  di  ricuperare  la  gloria 
militare,  i  milanesi  ripresero  ardire, 
poterono  costringerlo  alla  ritirata 
nel  i23g,  combattendolo  compiuta- 
mente: nella  battaglia  si  distinse  la 
coorte  detta  degV  in  coronati j  però  nel 
1 241  soffi  irono  altra  rotta  da  Federi- 
co li,  dopo  aver  rinnovata  contro  di 
lui  la  lega  lombarda  a  Mosio  sul 
mantovano.  Inutilmente  il  cardinal 
Conti,  poi  Alessandro  IV,  erasi  por- 
talo in    Lombardia  per  rimuovere 


MIL  6t 

Federico  II  dalla  guerra  contro  i 
milanesi.  Pagano  della  Torre  nel 
1240  o  1242  era  slato  nominato 
per  gratitudine  dal  popolo  suo 
prolettore  contro  la  nobiltà  ,  do- 
po il  quale  venne  il  nipote  pro- 
clamato anziano  della  credenza , 
carica  equivalente  alla  dignità  tri- 
bunizia de'  romani  :  Pagano  per 
l'amore  conciliatosi  del  popolo  mi- 
lanese, e  per  la  sua  moderazione 
e  rare  doti  fondò  la  grandezza  di 
sua  famiglia.  L'arcivescovo  cedendo 
i  diritti  di  conte,  si  riserbò  di  bat- 
tere moneta,  riscuotere  un  pedag- 
gio alle  porte  ed  altro,  raggua 
gliandosi  la  loro  entrata  ad  ottanta- 
mila fìorini  d'oro. 

Tre  consigli  intanto  impedivano 
solidità  di  ordinamenti  civili,  cioè 
quello  della  credenza  di  s.  Ambro- 
gio, quello  della  credenza  de'consoli, 
e  quello  chiamalo  la  motta:  i  di- 
ritti della  sovranità  stavano  nel  con- 
siglio generale,  la  nobiltà  favoriva 
per  lo  più  i  ghibellini  aderenti  al- 
l'imperatore, che  per  segno  aveano 
il  colore  rosso,  mentre  bianco  era  il 
contrario  de'guelfì  segnaci  del  Papa,  a- 
vendo  per  loro  la  plebe,  che  al  suono 
della  martinella  del  duomo  combat- 
tendo sotto  lo  stendardo  di  s.  Ambro- 
gio prevaleva.  Altri  interni  guai  per 
Milano  furono  l'eresie  de'  catari  e 
patarini  che  aveano  più  denomina- 
zioni: s.  Pietro  da  Verona  pel  suo 
zelo  restò  da  loro  martirizzato.  Re- 
duce da  Lione,  ove  avea  deposto 
Federico  li,  nel  i25i  Innocenzo 
IV  giunse  a  Milano  ricevuto  per- 
ciò con  grande  onore,  e  vi  dimorò 
due  mesi,  portandosi  poscia  a  Brescia. 
Avendo  i  milanesi  nominato  il  sud- 
detto Pagano  protettore  del  popolo 
ambrosiano,  specie  di  sovranità  de- 
mocratica ,  dispiacendo  ai  nobili 
questo  re  popolare,  e  mal  riuscendo 


62  MIL 

coU'opporvi  i  Visconti,  chiamò  a 
signore  il  tiranno  Ezzelino  III  da 
Romano,  che  però  il  popolo  capi- 
tanato da  Martino  della  Torre  ni- 
pote di  Pagano,  prendendo  la  cro- 
ce bandita  contro  di  lui  da  Ales- 
sandro IV,  l'incontrò  ed  uccise. 
Nel  1253  insorte  essendo  altre 
dissensioni  fra  il  popolo  ed  i  no- 
bili, Manfredi  Lancia  marchese  d'In- 
cisa fu  creato  signore  di  Milano 
per  tre  anni,  essendo  dopo  nomina- 
to per  anni  cinque  il  marchese  O- 
berto  Pallavicino  che  prese  il  titolo 
di  capitano  generale.  Nel  1257 
Martino  della  Torre  anziano  del 
popolo  scacciò  dalla  città  i  nobili 
coir  arcivescovo  Leone  e  Perego 
loro  capo,  divenendo  primo  signo- 
re de'milanesi;  ma  nel  seguente  an- 
no si  conchiuse  la  pace  della  di  s. 
Ambrogio,  tra  i  nobili  ed  il  popolo, 
nella  quale  si  bilanciarono  i  dirit- 
ti de'primi  con  quelli  del  secondo. 
Morto  Martino  della  Torre  gli  suc- 
cesse nel  1263  Filippo  suo  fratel- 
lo col  nome  di  podestà  e  signore 
perpetuo,  ma  attesi  i  dominanti  dis- 
ordini, venne  per  cinque  anni  no- 
minato signore  di  Milano  Carlo  di 
Angiò.  Napo  o  Napoleone  della 
Torre,  figlio  del  famoso  Pagano, 
più  tardi  alla  morte  di  Filippo 
l'anno  1 265  gli  successe  nel  titolo 
e  nel  potere  ;  e  Rodolfo  I  re  dei 
romani  lo  nominò  suo  vicario  im- 
periale, per  cui  fece  rivivere  i  di- 
ritti già  spenli  degl'imperatori.  Do- 
vendosi eleggere  1'  arcivescovo  di 
Milano,  come  meglio  diremo  par- 
lando degli  arcivescovi,  i  popolari 
portarono  Raimondo  zio  di  Marti- 
no suddetto  de'Torrianij  e  i  nobili 
Ottone  Visconti  :  il  Papa  Urbano 
IV  favorendo  questo,  sotlopose  la 
città  air  inlerdelto  che  non  lo  vo- 
leva: Raimondo  divenne    poi    pa- 


MIL 
triarca  di  Aquileia.  Nel  voi.  XXXII, 
p.  272  e  275  del  Dizionario  nar- 
rammo come  Gregorio  X  Visconti 
di  Piacenza  nel  1273  si  recò  in 
Milano  agli  8  ottobre  nel  mona- 
stero di  s.  Ambrogio,  e  lasciò  la 
città  ai  12  di  detto  mese  nell'in- 
terdetto perchè  era  ostinata  in  ri- 
fiutare Ottone;  non  che  quanto  vi 
fece  nel  ritorno,  sottoponendo  alla 
scomunica  la  fazione  de'  Torriani, 
che  avevano  tentata  l'uccisione  di 
Ottone  ed  occupate  le  sue  rendite 
ecclesiastiche.  Dipoi  l'esule  Ottone 
raccolte  forze,  coi  vassalli  della  se- 
de episcopale,  coi  nobili  e  coi  ghi- 
bellini sorprese  a  Desio  i  Torriani 
a'2 1  o  27  gennaio  1277,  li  scon- 
fisse, e  mandò  a  morir  di  fame  e 
di  rabbia  nel  castel  Baradello  Na- 
poleone che  i  comaschi  avevano 
chiuso  in  una  gabbia  di  ferro  ; 
terminando  di  vivere  in  prigione 
anche  altri  suoi  parenti.  Entrato 
Ottone  trionfante  in  città,  fu  gri- 
dato arcivescovo  e  signore  tempo- 
rale, incominciando  da  lui  la  for- 
tuna di  sua  casa  ;  poscia  nominò 
signore  Guglielmo  Lungaspada  mar- 
chese di  Monferrato ,  colla  lusin- 
ga di  sedare  colla  autorità  sua 
i  partiti  dominanti  in  città.  Nel 
1282  poi  scacciò  il  marchese,  e 
vi  governò  solo,  facendo  nominare 
nel  1287  capo  del  popolo  Matteo 
Visconti  suo  nipote,  e  l'anno  dopo 
podestà  di  Milano  con  ampi  pole- 
v'ì,  essendo  stato  nominato  anche 
vicario  imperiale  dall'  imperatore 
Rodolfo,  ed  avendo  1'  investitura 
della  città  e  stato  da  Adolfo  nel 
1294,  confermatagli  da  Alberto  I. 
Morto  Ottone  nel  1295,  impau- 
rite le  città  lombarde  del  crescente 
dominio  di  Matteo  I  dello  Magno 
che  gli  era  successo  nella  signoiia, 
stabiluono  in  Pavia  una  lega   contro 


M I L 

di  esso,  ma  egli  scoperta  una  con- 
giura ordita  a  suo  danno  la  distrus- 
se; tuttavolta  nel  i3o2  fu  costretto 
alla  fuga  per  opera  de'  Torriani 
ricondotti  in  città  dalla  loro  fazione. 
Guido  della  Torre  nipote  di  Na- 
poleone divenne  perciò  signore  del- 
la patria,  mediante  gli  aiuti  dei 
guelfi,  del  patriarca  d'Aquileia  Rai- 
mondo suo  zio,  e  di  Alberto  Scot- 
to signore  di  Piacenza,  che  con  ne- 
ra gratitudine  indi  gli  tolse.  Lo 
Scotto  però  la  ricuperò.  Divenuto 
Cassone  o  Gastone  suo  parente 
arcivescovo  di  Milano,  per  gelosia 
Guido  nel  iSog  lo  rinchiuse  coi 
tre  fratelli  nella  torre  d'  Anghieri, 
rompendo  così  l'unione  di  sua  fa- 
miglia, e  facendosi  nemici  i  suoi 
partigiani.  Venuto  in  Italia  l'impe- 
ratore Enrico  Yll  per  prender  la 
corona  in  Milano  e  sistemarvi  la 
pace,  nel  i3io  vi  ricondusse  Mat- 
teo I,  lo  riconciliò  coi  milanesi, 
ritornandolo  in  possesso  del  sovra- 
no potere  col  titolo  di  vicario  del- 
l'impero. I  Torriani  vennero  con 
Guido  all'improvviso  assaliti,  e  per 
sempre  cacciali  dalle  truppe  tede- 
sche coU'opera  e  maneggio  de'Vis- 
conti:  Guido  si  ricovrò  in  Cremona, 
dove  morì  nel  i3i2,  e  la  sua  fami- 
glia non  potè  più  ricuperare  la  signo- 
ria di  Milano.  Un  ramo  de'Torriani 
ritiratisi  nel  Friuli  vi  fiorirono  col  ti- 
tolo di  conti  di  Valsassina.  Matteo  I 
assoggettò  Alessandria,  Tortona,  Pia- 
cenza, Pavia,  Bergamo,  Lodi,  Como, 
Cremona,  Vercelli,  Novara;  ma  sco- 
municato per  eretico,  si  ritirò  a  mo- 
rire tra  1  canonici  di  Crescenzago. 
Nel  1822  gli  successe  nella  signoria 
Galeazzo  I  suo  figlio,  che  fu  per 
perdere  ogni  cosa  per  le  sue  im- 
prudenze e  lascivie  ;  si  alleò  con 
Lodovico  il  Bavaro,  sconfisse  i  cro- 
ciati, e    spiegò    tirannico  dominio. 


M I L  Gì 

Nel  iSiS  Azzone  suo  figlio  fu 
proclamato  signore  e  nominato  vi- 
cario imperiale;  ristorò  la  grandez- 
za di  sua  famiglia,  fece  cingere 
la  città  di  nuove  mura,  la  miglio- 
rò, nobilitò  con  pitture  di  Giotto 
e  di  altri  il  palazzo  di  corte,  alzò 
la  torre  di  s.  Gottar<lo  col  primo 
orologio  che  suonasse  in  Milano,  e 
fu  il  primo  de'  Visconti  che  si  di- 
chiarò apertamente  sovrano,  e  che 
fece  porre  sulle  monete  il  suo  no- 
me ed  effìgie.  Gli  turbò  la  qinete 
a  mano  armata  Lcdrisio  suo  cu- 
gino. Alla  di  lui  morte  nel  iBSg 
il  concilio  generale  gli  die  succes- 
sore lo  zio  Luchino,  che  dilatò  il 
dominio,  introdusse  l'ordine  in  Mi- 
lano e  la  pubblica  sicurezza,  culla 
monarchia  assoluta  nel  i34i)  do- 
po essere  stalo  nominato  col  fia- 
tello  arcivescovo  Giovanni  11,  vica- 
rio di  Milano  e  delle  città  sogget- 
te da  Benedetto  XII,  coli'  annuo 
tributa  di  diecimila  fiorini  d' oro. 
Avvelenato  Luchino  da  sua  moglie 
Isabella  del  Fiesco,  nel  i349  prese 
le  redini  del  governo  l'  arcivescovo 
Giovanni  11  suo  fratello,  che  comprò 
Bologna  e  Genova,  proteggendo  le 
arti  e  le  scienze,  e  colmando  di  o- 
nori  e  doni  i  cultori  di  esse  e  il 
Petrarca  da  lui  chiamato  a  Milano; 
avendo  ricusata  l'  ollerta  signoria 
che  gli  fece  di  Roma  una  fazione, 
disgustata  dal  vedere  i  Papi  slabi- 
liti  in  Avignone  dal  i3o5.  Per  la 
invasione  di  Bologna,  Clemente  VI 
nel  i35o  lo  scomunicò,  e  interdisse 
Milano,  per  non  essere  Giovanni  li 
comparso  in  giudizio;  indi  il  Papa  gli 
spedì  un  legato  ordinando  restituir 
Bologna,  e  che  deponesse  o  l'arcive- 
scovato o  il  dominio  temporale;  ma 
Giovanni  11  vestito  pontilìcalmente, 
nel  duomo  alla  presenza  del  popo- 
lo, moslrossi    col    pastorale    in  una 


64  M  1  L 

mano  e  la  spada  nell'altra,  dicendo 
al  legalo:  diftudero  P uno  coW al- 
tra. Ciò  saputosi  dal  Papa,  citò 
il  Visconti  a  recarsi  in  Avignone, 
e  l'arcivescovo  promise  di  compa- 
rire. Narra  il  Corio,  seguito  da  al- 
tri e  da  altri  ligettato  ,  che  vi 
mandò  innanzi  il  suo  segretario  ad 
apparecchiar  le  cose  necessarie  per 
dodicimila  cavalli  e  seimila  pedoni; 
ciò  che  saputosi  da  Clemente  VI, 
chiamò  il  segretario,  e  rimandollo  a 
Milano  con  dire  al  suo  signore  che 
sospendesse  il  viaggio.  JN'el  iSSa 
l'arcivescovo  fu  assolto,  e  data  Bo- 
logna in  vicariato  per  dodici  anni 
coll'annuo  censo  di  dodicimila  fio- 
rini, e  subito  centomila,  come  rife- 
risce il  Fantoni  nella  Storia  d'A- 
vignone; aggiungendo  il  Novaes  che 
il  Papa  rinnovò  in  lui  l'investitura 
di  Milano. 

Morto  nel  i354  Giovanni  II, 
Matteo  II,  Bernabò  e  Galeazzo  li 
suoi  nipoti  spartirono  lo  stato,  serban- 
do Milano  eGenova  indivise,  parteg- 
giando per  gl'imperatori.  Matteo  li 
morì  nel  i356,  ed  i  fratelli  si  distin- 
sero per  crudeltà,  e  Urbano  V  nel 
I  363  condannò  Bernabò  usurpatore 
di  diverse  terre  della  Chiesa,  quale 
eretico  ed  empio  ,  comprendendo 
nella  sentenza  i  di  lui  discendenti: 
più  inlimò  la  crociata  con  indul- 
genze a  chiunque  contro  di  lui 
pigliasse  l'armi.  Ritornato  nel  i  364 
Bernabò  al  suo  dovere,  non  andò 
guari  a  malmenar  di  nuovo  lo 
slato  della  Chiesa,  il  perchè  Urba- 
no V  ricorse  all'inqjeiatore  Carlo 
IV,  acciò  si  recasse  in  Italia  a  raf- 
frenarlo, concedendo  indulgenza  a 
chi  l'avesse  seguito.  Divenuto  Papa 
Gregorio  XI ,  dichiarò  guerra  a 
Bernabò,  e  gli  formò  altro  proces- 
.so  ;  lo  citò  a  presentarsi  alla  san- 
ta 5ede,   dichiarandolo   persecutore 


MIL 

della    Chiesa    e    degli    ecclesiastici. 
Venne   finalmente  abbattuto  dall'»; • 
sercito  che    gli     mosse    contro,    co 
mandato    da  Amedeo    VI  conte  d' 
Savoia.    A  Galeazzo    II     successe  il 
figlio  Gian   Galeazzo    nel    iSyB,  it 
quale    cacciò  lo    zio    Bernabò     nel 
castello  di  Trezzo    a  morir  di  cre- 
pacuore   o  di   veleno  nel    i385:  fu 
padre     di     trenta    figli     legittimi  o 
naturali  che  sparsero  in     Italia,  in 
Germania     e  in    oriente     la  stirpe 
de' Visconti;  e  maritando  le,  sue  fi- 
glie coi  duchi  d'Austria,  di  Bavie- 
ra, di  Wurtemberg,  coi  principi  d'In- 
ghilterra, di  Cipro  e  di  Gonzaga,  le 
loro  doti  gli  costarono  più  di    due 
milioni  di  fiorini  d'oro.    1  milanesi 
se  ne  rallegrarono  di   veder  estinto 
Bernabò ,     e  giurarono  obbedire  al 
nuovo  signore,  che  tenendo  ventu- 
na  città   soggette,  allestì  il  diadema 
per  coronarsi  re  d'Italia,  i  cui  signo- 
ri però  mandarono  fallito  il  disegno. 
Gian  Galeazzo  spedì  in  Boemia  suo 
ambasciatore  Pietro.  Filargo,  poi  car- 
dinale   e    Papa    Alessandro    V,  per 
ottenere  dall'  imperatore  Venceslao 
le  insegne    e  titolo  di  duca  di  Mi- 
lano, e  lo  conseguì  nel    i  SgS  anco 
pei  successori,   dicesi    collo    sborso 
di  centomila  scudi,  dominando  altre 
trentacinque  città.   Gian- Maria    che 
gli  successe  nel  i4o2,   non  profittò 
della     paterna    grandezza,    che  per 
mostrarsi  tiranno,    feroce    e  insen- 
sato :  si    abbandonò    ai  capitani  di 
ventura  condottieri  di  truppe  mer- 
cenarie   e  senza  sentimenti  di  ono- 
re, onde  occuparono  alla  Chiesa  an- 
che Bologna.     J\on    paghi     del  sac- 
cheggio, allettavano  anche  dominio, 
e   Facino    Cane    uno    di    essi  erasi 
impadronito    di     molte  città     lom- 
barde, anzi  del  governo  di  Milano 
stesso,  tanto  che,  allorquando  Gian 
Maria  nel     i^\i     fu  trucidato    ia 


MIL 

%.  Goliardo,  al  fratello  Filippo  Ma- 
lia   non  reslava  che  Pavia.  Ma  Fi- 
lippo, accorto  e    spietato,  sposando 
Beatrice  da  Tenda,  rimasta   vedova 
di  Facino,  n'  ebbe  in  dote    i   vtisti 
possedimenti  di  questo,  poi  la    lece 
accusare    per    adultera     e     morire. 
C-inoscendo   che  la  forza  era  lutto, 
e  la  forza  stava    in   mano  de'men- 
tovati    duci ,     s' appoggiò     al  conte 
Carniiignola   prode  condottiero,  e  a 
Francesco  Sforza   più     foilunato  di 
lui,  figlio  del  celebre  Muzio  Alten- 
dolo  di   Colignola,  della  qual  (àrai- 
glia    parlammo     nel   voi.    XXII,  p. 
299    e  3oo  del    Dizionario    ed  al- 
trove. IS'el  concilio  di  Costanza  eb- 
be fine  il  lungo     scisma,  e  l'eletto 
Martino   V   recandosi   nel    i4i8     in 
Italia,  da  Pavia  si  diresse  a  Milano, 
dove   giunse  a' 12  ottobre,  splendida- 
mente trattalo     dal     duca   Filippo  ; 
a' 16  ottobre  inaugurò   l'ara   massi- 
ma del   duomo,  ed  ai    17   parti  per 
Brescia.    11    successore   Eugenio   IV 
fu  grandemente  tribolato  dal  duca 
di     Milano    con    insidie    e     lunghe 
guerre     che    a'  loro   luoghi     descri- 
vemmo :  inoltre    Filippo    parteggiò 
pel  conciliabolo  di  Basilea,  ed  ago- 
gnò il   dominio  di  Roma  :  il  conci- 
liabolo   elesse    antipapa  col    nome 
di  Felice    V,     Amedeo    YlII  duca 
di  Savoia,    vedovo  di  Maria     figlia 
del  duca  Filippo.  Pel  duca  guerreg- 
giarono nello    slato    pontificio     Ni- 
colò Piccinino    e  Francesco  Sforza, 
impadronendosi   della   Marca  ed   al- 
tri luoghi.  Solo  ne!    144^   Eugenio 
IV  si  pacificò  con  Filippo,  il  quale 
diede  la  sua    figlia  naturale  Bianca 
in  isposa    allo   Sforza.   La  corle  fe- 
ce sfarzi   di  lusso  ,  s' imparentò  coi 
reali    di    Francia    e    di    Germania, 
fiorirono    le  manifatture,   si   miglio- 
rò   l'agricoltura,   la   ricchezza   e  l'o 
pulenza   si  accrebbe  in  Milano. 

VOL.     XLV. 


MIL  65 

Filippo    Maria    Visconti,  ultimo 
di   sua  stirpe,  morì  d'  apoplessia  ai 
i5  luglio    144?  >  senza  prole  legit- 
tima, e  lasciando  erede  de'suoi  sta- 
ti Alfonso    V    re  d'  Aragona  e    di 
Napoli  suo  strettissimo    amico.  Ma 
i   milanesi    che     avevano     elevato  i 
Visconti  al  comando,  si  credettero 
tornati     liberi  ,     o«de     costituirono 
Vaiirca  repubblica  ambrosiana.  Pe- 
rò pretendevano  pure  a  questo  paese 
l'imperatore  Federico  IH  come  feu- 
do, e     Carlo  duca  d'Orleans    come 
discendente    per    linea  materna  dai 
Visconti ,  per  Valentina  sorella  de- 
gli ultimi  due  duchi;  aspirando  al- 
tresì al  dominio    del  ducato    Luigi 
duca    di   Savoia    nipote  di  Filippo, 
la  repubblica  di  Venezia,  e  princi- 
palmente si     pretese    da  Fiancesco 
Sforza  come    marito    di  Bianca,  e 
siccome  adottato  per  figlio  dal  de- 
funto, e  sostenne  le  sue  ragioni  con 
forte  esercito.     Per  la     pace     d'Ita- 
lia    s'interpose    coi    pretendenti    Ni- 
colò V,  e    nell'anno    i448   nominò 
legalo  il     cardinal     Giovanni  Mori- 
nense.     Intanto     Francesco    alfumò 
Milano,    e  ridotti  all'estremo  i  mi- 
lanesi,  mandarono  a     Vimercato  a 
fare  a    lui  la    dedizione  ,    ed  ecco 
la  dinastia    Sforza     sottentrata  alla 
signoria    di  Milano.    Egli    era    fi- 
glio del    celebre    Muzio   Altendolo 
di  Colignola    in  Romagna  ,    prode 
guerriero    che    prese    il     cognome 
Sforza   per  la     violenza  onde   tutto 
voleva  a  suo  modo.  Avendo  servito 
sotto  gli  stendardi  della  Chiesa,   Gio- 
vanni XXIII  lo  nominò  conte  di  Co- 
tignola  e  gonfaloniere  della   romana 
Chiesa.  Il  duca  Francesco  generoso 
risparmiò    i    danni    e  l'onta    della 
sconfitta,  frenò  la  licenza  militare, 
abbellì  con  edifizi  Milano,  e  favorì 
j   letterali  che  corrisposero  col  ma- 
gnificarlo. Federico    111  portandosi 
S 


66  M I L 

R  Roiiia  nel  ì^52  a  coronarsi  im- 
peratore, -vi  prese  pure  da  Nicolò 
V  ìò  corona  longobardica,  invece  di 
jiceverla  a  Milano,  per  non  essere 
coslrello  a  riconoscere  duca  lo  Sforza, 
3Vel  i4^4  Nicolò  V  ottenne  pace 
all'Italia,  con  trattato  conchiusò  in 
Lodi,  tra  i  fiorentini,  il  duca  di 
Milano,-  i  veneziani ,  e  poi  vi  fece 
accedere  Alfonso  V.  Le  quindici 
città  alla  iiìorle  di  Francesco,  nel 
1466  passarono  al  degenere  figlio 
Galeazzo  Maria  ,  clie  rifiutando  i 
materni  consigli,  disgustò  i  signo- 
ri, che  nel  i47^  ''  assassinarono 
nella  chiesa  di  s.  Stefano  (la  sua 
figlia  naturale  Caterina ,  maritata 
a  Piiario,  e  di  cui  parlammo  ad 
Imola  e  Forlì  sue  signorie.,  fu 
nva  di  Cosimo  I  granduca  di  To- 
scana). In  quel  frangente  Bianca 
seppe  conservare  il  dominio  al  fan- 
ciullo Gian  Galeazzo  Sforza,  e  nel- 
l'anno seguente  Sisto  IV  spedi  in 
Milano  legalo  il  cardinale  de'  ss. 
Nereo  ed  Achilleo,  acciò  non  ac- 
cadessero innovazioni.  La  vedova 
del  defunto,  Bona  di  Savoia,  prese 
il  governo  dello  sialo ,  pel  figlio 
minorenne  del  figlio.  Bianca  fu  al- 
lontanata, e  Lodovico  Sforza  dello 
il  Moro  (forse  per  aver  introdolli 
nel  suo  giardino  di  Vigevano,  e  poi 
a  Milano,  i  gelsi)  zio  del  fanciullo 
Tisurpò  la  reggenza  ,  quindi  eccitò 
Carlo  Vili  re  di  Francia  alla  con- 
quista del  regno  dì  Napoli,  a  scen- 
dere in  Italia.  Allora  accelerò  la 
morte  del  giovane  duca  nel  i494. 
Lodovico  gli  succedette  e  nel  ì^c)5 
assunse  il  ducato  di  Milano,  inve- 
stitone con  diploma  da  Massimilia- 
no I  re  de'romani.  Adornò  Milano 
con  edifizi  ,  favori  Bramante  da 
Urbino,  e  il  gran  Leonardo  da 
Vinci  dalla  cui  scuola  uscirono  ini- 
tuortali  pittori,  Molti   greci  fuggili 


MIL 
da  Costantinopoli,  in  Milano  furon« 
d'eccitamento  agli  studi.  Il  duca  Lo- 
dovico il  Moro  con  600,000  zec- 
chini di  rendita  polca  dirsi  felice, 
se  la  giustizia  di  Dio  non  gli  a- 
vesse  preparato  il  castigo.  Divenuto 
nel  1498  re  di  Francia  Lodovico 
XII,  come  nipote  di  Valentina  Vis- 
conti, pretese  il  ducato  di  Milano, 
si  collegò  coi  veneziani  e  con  A- 
lessandro  VI,  e  nel  i499  costrinse 
alla  fuga  il  Moro,  il  quale  avea 
tentato  di  muovere  contro  il  re  Ba- 
jazello  II  imperatore  de'turchi.  Egli 
avea  pur  deposto  l'allro  nipote  Fran- 
cesco Sforza  nato  nel  1490,  che 
poi  morì  nel  i5i2.  Lodovico  XII 
compensò  il  Papa  con  dar  a  suo 
figlio  Cesare  Borgia  il  ducato  di 
Valenlinois.  Entrali  i  francesi  a'6 
ollobre  i499  '"  Milano,  Gian  Gia- 
como Trivulzio  posto  dal  le  a  go- 
vernatore di  Milano,  scontentò  i 
ciltadini,  i  quali  richiamarono  il 
]Moro,  riporlalovi  da  gcnli  tedesche 
nel  1 5oo,  Poco  dopo  abbandonato 
diigli  svi/zeri  da  lui  iissoldati,  a' 1  o 
aprile  i  francesi  per  tradimento  lo 
fecero  piigioniero  sotto  Novara,  e 
lo  condussero  in  Francia,  ove  morì 
iniseramenle  a  Loches  nel  i5o8. 
Quanto,  al  cardinal  Ascanio  Maria 
Sforza,  fratello  del  duca ,  inimica- 
tosi con  Alessandro  VI,  fu  contem- 
poraneamente fallo  prigione  in  Ri- 
valta  dai  veneti,  preso  a  tradimen- 
to da  Corrado  Laudi ,  e  venuto 
nelle  mani  del  re  di  Francia,  per 
tre  anni  lo  tenne  chiuso  nella  tor- 
re di  Bonrges,  solo  rilasciato  nel 
i5o3  pel  conclave  di  Pio  III  ;  quin- 
di Giulio  li  vietò  il  suo  ritorno, 
come  avea  promesso.  I  francesi  ri- 
preso Milano,  il  re  ne  ottenne  l'in- 
vestitura nel  i5o5  da  Massimiliano 
I  con  diploma. 

Qual  padre  connine,  Giulio  II  si 


MIL 

riliiò  dalla     lega    di    Cambray.    I 
francesi  ne  restarono  tanto  rammari- 
cati che  non  solo  gli  mossero  guerra, 
ma  sedussero  alcuni     cardinali  na- 
zionali e    spagnuoli.  Questi  osarono 
convocare    un    conciliabolo  a     Pisa 
per  deporre  il    Papa,  indi  passaro- 
no   a  tenere  il  detestabile  congres- 
so in  Milano,    ove  il  clero  stiman- 
do contaminala  la   città  chiuse  loro 
le  porle  de'templi,     per  cui  trasfe- 
rii'onsi  '  a    Lione.    11  Rinaldi    dice 
all'anno   i5ii,  n.  4'>  ^^^^  ta'^  ri- 
soluzione gli  scismatici    la    presero 
a'  1 2  novembre,    e  giunsero  in  Mi- 
lano a'7    dicembre;    ed    al  n.     5o 
racconta  che    Giulio     li  scomunicò 
i   senatori    di    Milano    ed    i    mae- 
strati   delle  città  di  Lombardia  per 
secondare  i  voleri    del  re  di  Fran- 
cia   nel  riscuotere    inique    imposte, 
comprendendo  in   tal  sentenza  Tri- 
•vulzio.  11    Ripamonti  nella     Storia 
della  chiesa    di  Milano ,    lib.     1 4, 
scrive,  che  il  cardinal   Carvajal,   ca- 
po de'  cardinali     sediziosi,  fu  quivi 
eletto  antipapa  col    nome  di  Mar- 
tino;  ma    o    vi    è    equivoco    ndla 
notizia,  o    tale    elezione    restò    af- 
fatto   occulta    fra    loro    senza    pa- 
lesarsi al    pubblico,   non    essendovi 
alcuno  scrittore  contemporaneo  che 
ne  parli,  né  facendosi  menzione  al- 
cuna   di    ciò    nella    palinodia     di 
detto  cardinale    in    tempo  di  Leo- 
ne X  nel  concilio    Lateranense  V 
{Vedi)    da     Giulio     11     opposto     a 
questo    conciliabolo.   Gli    altri  car- 
dinali    furono    Brissonet  ,    Borgia, 
Brie,  Sanseverino,    con  altri  riferiti 
dall'  annalista    Spendano  con  altre 
notizie  all'anno    i5ii,  n.    11  e   16, 
anno   i5i3,  n.   io.  11  Marini,    Ar- 
chialri  t,  I,   p.    24^  >   "^tò  che    la 
piima    sessione  del  conciliabolo    fu 
tenuta    in    Milano    a'   4    gennaio 
i5i2,  come  si  legge  negli  atti    di 


M  I L  67 

esso  stampati  in  Parigi,  Nell'ar- 
chivio Valicano  è  la  rarissima 
edizione,  che  fu  fatta  in  quel  tem- 
po in  pergamena,  a  spese  dell'ab- 
bate Subasiense  Zaccaria  Ferre- 
rio,  protonotario  di  questo  sedi- 
cente concilio ,  poi  vescovo  di  Se- 
baste e  dì  Guardia,  uomo  dot- 
tissimo e  di  gran  credito  nella  cor- 
te romana. 

Stabilitosi  in  Lombardia  il  do- 
minio francese,  durò  fino  al  i5i2, 
in  cui  dalle  armi  della  quadrupli- 
ce lega,  promossa  da  Giulio  11,  fu 
rimesso  nel  ducato  di  Milano  Mas- 
similiano Sforza  figlio  del  defunto 
Moro,  ricevendone  l'investitura  da 
Massimiliano  I  ;  ed  i  francesi  colla 
giornata  di  Novara  furono  rincal- 
zati olire  le  Alpi.  Tuttavia  il  duca 
Massimiliano  Sforza  non  potendo 
reggere  al  peso  delle  enormi  som- 
me, che  gli  conveniva  pagare  ai 
collegati  che  lo  sostenevano  in  tro- 
no, e  più  alle  possenti  armate  con- 
dotte nel  i5j5  dal  nuovo  re  di 
Francia  Francesco  I,  fu  obbligato 
io  tale  anno  a  cedergli  il  dominio, 
e  mori  poi  nell'anno  i53o.  Na- 
te alcune  gelosie  di  stato  tra  il 
re  e  Leone  X,  mossero  questi  a 
collegarsi  contro  di  lui  coU'impera- 
tore  Carlo  V,  il  quale  cominciò  ad 
affacciare  pretensioni  sul  milanese, 
accresciute  poi  pel  suo  matrimonio 
con  Renata  di  Francia.  Le  truppa 
di  Francesco  I  furono  sconfitte  in 
Lombardia  dall'  esercito  papale  e 
cesareo  comandato  dal  cardinal  le* 
gato  Giulio  de  Medici,  poi  Clemen- 
te VII,  il  quale  entrò  trionfante  iix 
Milano  a'  19  novembre  i52i,  cac- 
ciandone i  francesi.  In  mezzo  alle 
turbolenze  di  que'  tempi  vide  Mi- 
lano, ma  per  poco  tempo  ancora, 
un  principe  della  famiglia  Sforza 
reggerne  il  ducato  :  fu  questi  Fraa- 


68  MIL 

Cesco  IF  fratello  di  Massimiliano,  non 
meno  di  lui  infelice  ed  agitato  ora 
dagli  amici  svizzeri  ed  altri,  ora 
dai  nemici,  ora  rimesso,  ora  scac- 
ciato dalla  sua  dominazione,  di  buon 
cuore  e  perspicace  ingegno,  ma 
senza  forza  di  rimediare  all'agonia 
del  paese.  Nel  i522  Francesco  II 
si  trovò  in  Genova  allorché  vi  giun- 
se Adriano  VI,  il  quale  si  mostrò 
assai  inquieto  pel  sacco  dato  alla 
città.  Dopo  la  battaglia  della  Bi- 
cocca i  francesi  si  ritirarono  dal- 
l'Italia, ma  passate  di  nuovo  le 
Alpi,  nel  iSaS  tornarono  ad  asse- 
diare Milano;  costretti  ad  abban- 
donarlo, furono  battuti  dai  colle- 
gati ad  Abbiategrasso.  Nell'anno 
•i52  4>  '"  cui  la  peste  fece  stragi  in 
Milano,  Francesco  I  re  di  Francia 
ritornato  in  Italia  con  un'armata, 
riconquistò  Milano,  ma  perduta  la 
battaglia  di  Pavia,  nel  parco  della 
Certosa  venne  fatto  prigioniero  e 
trasportalo  a  Madrid,  e  Francesco 
II  ricuperò  Milano  nel  iSzS.  Cadu- 
to questi  in  sospetto  degli  spagnuo- 
li,  e  bloccato  nel  castello  di  Mila- 
no, ne  cede  loro  il  possesso  nel 
seguente  anno.  Carlo  V,  mediante 
grossa  contribuzione,  investi  Fran- 
cesco II  ne'  diritti  del  ducato  di 
Milano,  avendone  ceduta  ogni  ra- 
gione su  di  esso  il  re  Francesco  I 
a  Carlo  V  pel  trattato  diCambray 
nel  1529.  Colla  morte  di  France- 
sco II,  ultimo  duca  nazionale,  senza 
figli,  né  della  prima  moglie  figlia 
di  Cristiano  II  re  di  Danimarca, 
né  della  seconda  sorella  di  Carlo  V, 
fìn'i  il  dominio  di  sua  famiglia  nel 
declinar  di  ottobre  i535,  la  quale 
avea  dato  a  Milano  i  summento- 
vati  duchi,  l'imperatrice  Bianca  Ma- 
ria alla  Germania,  Ippolita  regina 
di  Napoli,  e  Dona  regina  di  Polo- 
nia.   Francesco  II,  principe    degno 


M  IL 

di  miglior  fortuna,  con  suo  testa- 
mento chiamò  alla  successione  del 
ducato  di  Milano  Carlo  V,  preve- 
dendo che  diversamente  sarebbe 
stato  sempre  la  preda  del  più  po- 
tente che  lo  avesse  invaso^  e  for- 
se per  tal  motivo  non  lasciollo  ad 
alcuno  di  sua  famiglia,  come  scrive 
il  Ratti,  Della  famiglia  Sforza.  Lo 
scudo  de' duchi  Sforza  era  azzurro 
con  una  pantera  avente  un  fiore 
d'oro  nelle  branche.  Da  Muzio  At- 
lendolo  detto  Sforza  il  Grande,  e 
da  Antonia  Saliinbeni,  nacque  Bosio 
Sforza  sli[)ile  de'conti  di  s.  Fiora,  che 
tuttora  fiorisce  nel  duca  d.  Loren- 
zo, erede  delle  fortune  e  preroga- 
tive de'  Conti,  Perelti,  Savelli  ec. 
(/^e/5?;)  signore  di  Gemano  ec.  [Vedi). 
Carlo  V,  come  erede  del  defunto 
duca  e  delle  ragioni  di  Alfonso  V, 
divenne  duca  di  iNIilaiio  nel  i535, 
nei  cui  sterminati  possessi,  come 
goccia  d'acqua  nell'oceano,  questo 
ducato  perdette  ogni  importanza. 
Vi  pose  per  governatore  d.  Anto- 
nio di  Leyva,  principe  d'Ascoli  spa- 
gnuolo,  che  restandovi  poco  tempo, 
fu  succeduto  dal  cardinal  Marino 
Caracciolo  napoletano,  e  da  quella 
serie  di  governatori  che  si  legge 
nel  t.  I,  pag.  87  di  Milano  e  suo 
territorio.  Girolamo  Morone  illustre 
milanese  e  conte  di  Lecco,  scaltro 
politico,  cercò  scampare  dalla  rovi- 
na gli  Sforza  e  la  patria,  poi  con- 
giungere l'Italia  in  una  lega  che 
ne  salvasse  l'indipendenza,  ma  essa 
era  perita.  Carlo  V  con  bolla  d'oro 
del  i'ì'49>  stabilì  l'ordine  di  suc- 
cessione di  questo  ducato  nei  di- 
scendenti di  suo  figlio  Filippo  II 
re  di  Spagna,  al  quale  come  feu- 
do dell'impero  l'uvea  infeudalo  il 
5  luglio  1546,  onde  restò  lo  stato 
unito  alla  Spagna,  con  malconten- 
to de'railanesi^    che    chiamano  de* 


MIL 

pioréibìle  la  sua  dominazione,  per- 
chè il  goveinatoi'e  civile  e  militare 
ili   sempre  in  lotta  col  senato  della 
città,  e  noti  sono  gli  arbitrii,  j  ca- 
pricci, le  prepotenze  ed    avidità  di 
molti.     1  Papi  investendo    i    re    di 
iSpagna  delle  due    Sicilie,    v'inseri- 
vano il  permesso  di   ritenere  anche 
la  signoria  del   milanese.  JNel  1 559 
i  milanesi  si  rallegrarono  nel  vede- 
re   sulla     cattedra    di  s.    Pietro    il 
concittadino  Pio   iV,  che  si  mostrò 
benefico     colla  patria,    cui    conces- 
se   il  privilegio  che    il  collegio  dei 
giurec  o  dottori  nobili   fornirebbe  a 
Home   un  uditore    di    rota    ed    un 
avvocato    concistoriale,     presentan- 
do    una   terna     al  Papa,     il   quale 
uno    ne    sceglieva,    come  riportano 
il   Bernini,  Del  tribunale  della  ro- 
ta pag.  53,    ed   il    Cartari,    Sylla- 
bum   adv.  s.    Cons.  p.  i54  e  iSj; 
e  l'arcivescovo  a  Milano.  Giuseppe 
Jl    volle    proscrivere    quest'ultimo 
privilegio  eleggendo  fuori    l'arcive- 
scovo nella   persona  di  Filippo  Vis- 
conti,   lo  che  avendo     penetrato    il 
collegio  già    lo  avea  ascritto    tra  i 
dottori.  Per  lo  stesso  principio,  du- 
rante    la  repubblica     fu    nominato 
arcivescovo  il  Caprara  di  Bologna, 
mentre  a  Bologna  si   mandò  l'Opiz- 
zoni  di  Milano.   La  carità  splendi- 
da e  operosa  del   santo  arcivescovo 
e  cardinale  Carlo  Borromeo,  e  quel- 
la del   magnifico  suo  cugino  succes- 
sore   e  imitatore  cardinal  Federico 
Borromeo,  furono    i    soli    conforti 
che     nella     dominazione    ebbero    i 
milanesi  nel  tristo    loro  stato,    che 
Je  stragi  delle  pestilenze  resero  an- 
cor più  terribile. 

Successivamente  furono  duchi  di 
Milano  i  re  di  Spagna  austriaci,  Fi- 
lippo IH  nel  1598,  Filippo  IV  nel 
162 1,  e  Carlo  II  nel  i665,  per  la 
morte  del  quale  nel  1700  ebbe  luogo 


MIL  6g 

la  lunga  e  fatale  guerra  di  successio- 
ne. In  essa  la  Francia  pel  duca  d'Aii- 
giò  Filippo  V,  e  gli  austriaci  tede- 
schi per  l'arciduca  Carlo  disputa- 
ronsi  il  paese.  Primieramente  i  fran- 
cesi pel  testamento  di  Carlo  II  nel 
1700  occuparono  Milano,  ma  nel 
1706  il  principe  Eugenio  di  Sa- 
voia avendo  battuto  colle  armate 
imperiali  i  francesi  sotto  Torino, 
conquistò  all'  imperatore  Giuseppe 
I  il  ducato  di  Milano,  che  unito  a 
quello  di  Mantova  formò  il  pos- 
sesso conosciuto  sotto  il  nome  di 
Lombardia  austriaca,  di  cui  dichia- 
rossi  Milano  la  capitale.  Dopo  mol- 
te guerre  e  lunga  desolazione,  col- 
la pace  d'Utrecht  fu  riconosciuta 
l'Austria  signora  del  milanese,  es- 
sendo, il  primo  duca  di  Milano 
l'imperatore  Giuseppe  I,  indi  Carlo 
VI  suo  fratello,  venendo  tal  pos- 
sesso confermalo  dal  trattato  di 
Rastadt  de' 6  marzo  1714»  la^'^" 
cato  a'  7  settembre  da  quello  di 
Baden  .  Poscia  per  la  successio- 
ne di  Polonia,  per  nuove  guerre, 
agli  II  dicembre  1783  entrarono 
in  Milano  i  gallo-sardi,  e  Luigi 
XV  re  di  Francia  ne  divenne  du- 
ca. Conchiusa  dopo  tre  anni  la 
pace,  fu  il  ducato  restituito  a  Car- 
lo VI,  che  lo  ricuperò  nel  1736 
colla  pace  di  Vienna,  tranne  l'alto 
milanese  cioè  il  Monferrato,  l'Ales- 
sandrino, la  Lomellina,  la  Valsesia, 
Novara  e  Tortona  che  aumentaro- 
no i  domini!  del  re  di  Sardegna, 
stesi  poi  nel  i743  sino  al  Ticino. 
Morto  nel  1741  Carlo  VI,  gli  era 
succeduta  la  figlia  Maria  Teresa,  la 
quale  accedè  all'  ultima  cessione  per 
conservare  il  resto.  Per  altra  guer- 
ra i  gallo-ispani  occuparono  Mila- 
no nel  1745  a' 16  dicembre,  ma 
mentre  l'infante  di  Spagna  d.  Fi' 
lippo  ivi    pensava    a  feste,    gli  so- 


fò                     MIL  MIL 
praggiunsero    nel   1746    le    truppe  gitto  è  creato  prima  console,  alla  te- 
austriache,  onde  a   stento  fuggì;  fi-  sta  della  sua  armata  vinse  aMaren- 
nalmente    il  trattato    d'  Aquisgrana  go,  ricuperò  la  Lombardia,  a'i  giu- 
nel  1748  consolidò  questo  dominio  gno    rientrò  in    Milano,  che  venne 
alla   casa    d'Austria,    e  apri  lungo  proclamata  di  nuovo  capitale  della 
periodo  di  pace.  Maria  Teresa   mo-  risorta  repubblica  Cisalpina,  la  qua- 
derò  la  potenza  de'governatori,  die  le  nel  congresso  di  Lione  del  1802, 
nuovo  sistema  alle   magistrature,  e  alla  presenza  di  Bonaparle  divenu- 
nel   1780  gli  successe  il  figlio  Giù-  to  primo  console,  prese  il  nome  di 
seppe  II  già  correggente.  Questi  af-  repubblica    italiana,  di   che  parlasi 
frettò  le    riforme,    limitò    il  potere  a  Italia,  insieme  al  concordato  fat- 
clericale,  abolì    seminari     e    molti  to  con  essa  da    Pio  VII,    ed  all'e- 
corpi    religiosi,  e    nel     1784    a' i4  rezione  dell' Italia  in  regno  con  Mi- 
febbraio    conchiuse    un    concordato  lano  per  capitale   e    capoluogo  del 
con  Pio    VI,     perchè  ai    duchi  di  dipartimento  d'Olona.   In  più  luo- 
Milano  appartenesse  la  nomina  dei  ghi    dicemmo  come   Bonaparte  di- 
Tescovi  e  benefizi  nella    Lombardia  venuto  imperatore    de' francesi,  nel 
austriaca:  questo    principe    filosofo  i8o5  s'incoronò  nel  duomo  re  di 
soppresse  pure  il  senato    di  Milano,  Italia    a'  26     mnggio,    scegliendo  a 
rappresentanza  nazionale,  e  riformò  viceré  Eugenio  Beauharnuis  suo  fi- 
li sistema  giudiziario,  istituendo    li  glio  adottivo,  il  quale  vi  stabilì   la 
polizia,  11  fratello  Leopoldo  II  che  sua  residenza.  Il    regno  d' Italia  si 
gli  successe  nel    1790  cassò    molte  aumentò    nel   1808,    e  formossi  di 
innovazioni,    e  restituì    alla    città  i  ventiquattro     dipartimenti.    Proce- 
privilegi,  per  lo  che  gli    eresse  un  dendo  nel    i8i4  l'impero  francese 
busto    e  coniò  una    medaglia.    Nel  e    la  fortuna  di    Napoleone  al  suo 
1792     montò  sul    trono    imperiale  termine,  questo    costretto  ad  abdi- 
Francesco  II,  che  poi  dopo    la   ri-  care  le  corone  di  Francia    ed  Ita- 
nunzia  d'imperatore  romano  prese  lia,    cede    al    principe   Eugenio    la 
il  nome  di   Francesco   I.  sua  rappresentanza,  che  invece  par- 
Per  la  rivoluzione  di   Francia,   i  ti    per    Monaco    (benché    il    senato 
francesi  condotti  da  Bonaparte,  vin-  del  regno  italico  voleva  doinandar- 
ta  la    battaglia    di  Lodi,  entrarono  lo  alle  potenze  per  re),  mentre  una 
in  Milano    proclamando    la    libertà  rivoluzione    trucidò  Piina    ministro 
a'  2 1    inaggio  1  796.  Da  Milano  co-  delle  finanze.    A'  28    aprile  gli  au- 
me  da  centro  si  diffuse  la  democra-  striaci    entrarono    in    Milano,     che 
zia,  e  nell'anno    stesso  si  proclamò  nel     181 5,  all'erezione    del    regno 
ia  repubblica    Cisalpina,  di  che  si  Lombardo- Veneto,  per  decreto  del- 
disse  a  Italia,  dichiarandosene  Mi-  l'imperatore  d'Austria  Francesco  I, 
lano  capitale.   Però  nel    1799  dopo  divenne  la  sede    d'uno  de' due  go- 
la   battaglia  di    Verona,  i    francesi  verni  in  cui  trovasi  diviso  il  regno, 
furono    costretti  a    ritirarsi,  e  con  ed  a' 3 1   dicembre   l'imperatore  vi 
essi    le  truppe    cisalpine,    entrando  fece  il  suo  solenne    ingresso,  nomi- 
in  Milano  a' 26  aprile  gli  austriaci  nando  per  viceré    nel    1818   il  fra- 
tinitainente  ai  russi:  quest'epoca  fu  tello   arciduca    Banieri.    Nel    i835 
chiamata     restaurazione     austriaca,  gli  successe  il  figlio  regnante  impo- 
fitì  1800  Bonaparte  reduce  dall' E-  latore  Ferdinando  I,  il  quale   a' 6 


MIL 

settembre  i838  venne  coronato  re 
nel  duomo  di  Milano,  con  quella 
«plendida  pompa  che  descrivemmo 
iir  articolo  Coronazione  de'  re  ;  se- 
guila dal  magnifico  banchetto  nar- 
rato air  articolo  Convito.  In  occa- 
•ione  che  gli  scienziati  italiani  ten- 
nero in  Milano  nel  i844  '^  'oro 
sesta  riunione,  la  città  di  Milano 
offri  loro  r  opera  intitolata  :  Mi- 
lano e  il  suo  ttrritoriof  in  due  ma- 
gnifici tomi  ricchi  di  belle  incisio- 
ni. Ne  furono  collaboratori  i  dotti 
e  chiarissimi  Bartolomeo  Catena, 
Giuseppe  Sacchi,  Giovanni  Stram- 
bio,  Giacomo  Ambrosoli,  Giuseppe 
Balsamo  Crivelli,  Ambrogio  Cam- 
piglio ,  Albino  Parca  ,  Pompeo 
Litta-Biumi,  Carlo  Zardelti,  Gio- 
vanni Labus,  Luigi  Tatti,  Achille 
Mauri,  e  Cesare  Coutil,  cui  inoltre 
fu  incaricato  della  redazione  gene- 
rale dell'  opera  che  riuscì  impor- 
tantissima. Nel  toni.  I,  pag.  49 
si  parla  degli  storici  di  Milano,  ed 
a  pag.  369  e  seg.  si  riporta  la 
bibliografia  milanese.  Nel  medesimo 
anno  fu  pubblicato  in  Milano  :  No^ 
tizie  naluraii  e  civili  sulla  Lom- 
bardia ,  opera  pregevolissima  dei 
dott.  Carlo  Cattaneo  e  di  altri  va- 
lenti collaboratori. 

11  vangelo  fu  predicato  ai  mila- 
nesi, secondo  la  divulgatissima  tra- 
dizione, dall'apostolo  s.  Barnaba, 
perciò  venerato  per  fondatore  nel- 
l'anno 52  della  chiesa  di  Milano,  e 
primo  suo  vescovo,  luttavolta  l'im- 
pugnarono critici  di  chiara  fama.  La- 
;Sciando  nel  grado  di  probabilità  l'opi- 
nione che  s.  Barnaba  sia  stato  in 
Milano  e  vi  abbia  lasciato  nell'unno 
53  per  primo  vescovo  s.  Anatalone 
greco,  o  il  santo  qui  lo  mandasse  da 
altrove,  o  qui  personalmente  lo  co- 
stituisse vescovo,  sembra  dopo  le 
•prove    addotte    dal  Sossi   nelle  sue 


MIL  71 

Vindici ae  de  adv.  s.  Barnabae, 
doversi  da  questo  cominciare  la  se- 
rie de'  vescovi  di  Milano.  Gli  suc- 
cessero nel  6 1  s.  Caio  romano , 
nel  97  s.  Castriziano,  nel  i38  s. 
Calimero  ,  nel  193  s.  Mona,  nel 
282  s.  Materno,  nel  3o3  s.  Miro- 
cle  o  Mirocleto,  al  cui  tempo  fu  data 
la  pace  alla  Chiesa  e  fu  nominato 
primo  arcivescovo  di  JMilano.  Ven- 
nero in  seguilo  nel  3i5  s.  Eu- 
storgio  I  greco,  la  cui  elezione  de- 
scrisse didiisamenle  il  Puccinelli  nel 
Zodiaco  della  chiesa  milanese,  ese- 
guita in  Milano  mentre  appunto 
n'  era  governatore,  e  conje  in  se- 
guilo venisse  approvata  dall'  impe- 
ratore. Nel  33 1  s.  Prolaso  Algisi, 
nel  35 1  s.  Dionigi  Marliani ,  il 
quale  dopo  aver  governata  la  chie- 
sa milanese  circa  quattro  anni,  fu 
mandato  in  esilio  dalla  fazione  a- 
riana,  dove  terminò  i  suoi  giorni 
forse  nel  365.  In  questo  frattempo 
accadde  l'intrusione  di  Ausenzio, 
vescovo  ariano,  il  quale  fallo  ve- 
scovo da  Gregorio,  falso  vescovo 
di  Alessandria,  fu  chiamato  espres- 
samente dall'imperatore  Costanzo 
da  Cappadocia  in  Milano,  dove  non 
era  conosciuto,  e  venne  introdotto 
in  questa  chiesa  a  mano  armata. 
Ad  Ausenzio  od  a  meglio  dire  a 
s.  Dionigi,  nel  374  succedette  s. 
Ambrogio  prefetto  della  Liguria, 
per  la  cui  santità,  dottrina  e  apo- 
stoliche fatiche,  talmente  fu  illustra- 
ta la  chiesa  di  Milano,  che  da  es- 
so prese  il  nome  di  Ambrosiana  ; 
onde  i  fedeli  non  meno  che  i  ve- 
scovi fin  d' allora  così  la  chiama- 
rono. F.  s.  Ambrogio  ad  JVemus, 
ordine  religioso,  e  Ambrogio,  mo- 
nache. 

Di  questo  gran  santo  parlam- 
mo alla  sua  biografia  e  in  molti 
luoghi,  e  biografie  hanuo  que'  san- 


7?  MIL 

ti  vescovi  riportali  dal  Butler.  Qui 
solo  noteremo,  che  questo  santo 
dottore  della  chiesa  latina  intro- 
dusse nella  sua  chiesa  il  canto  nel- 
1'  unfjziatura,  'secondo  V  uso  della 
chiesa  orientale,  ordinò  le  vigilie, 
compose  inni,  prefiizi,  preci,  forme 
liturgiche  alquanto  conformi  alle 
greche,  mentre  è  noto  che  le  di- 
verse costumanze  nella  Chiesa  non 
offendono  in  verun  modo  la  di  ilei 
unità,  quando  la  fede  è  la  mede- 
sima. 11  rito  ambrosiano  ornalo, 
abbellito  ed  accresciuto  splendida- 
mente con  utili  addizioni  da  s. 
Ambrogio,  per  cui  ne  prese  il  no- 
me, non  fu  istituito  da  lui,  ma  de- 
riva dai  primordi  della  sua  chiesa 
e  della  nascente  cristianità,  la  qua- 
le avea  forme  religiose  semplicissi- 
me, poi  aumentate  e  rese  più.  mae- 
stose dai  molti  vescovi,  massime 
greci,  per  santità  e  zelo  cospicui 
che  precedettero  s.  Ambrogio.  Que- 
sti pertanto  gli  diede  maggior  de- 
coro ed  incremento.  Il  rito  della 
chiesa  ambrosiana  fu  praticato  an- 
cora fuori  della  diocesi  di  Milano, 
e  in  chiese  anche  lontane.  Il  Du- 
rando e  il  Pagi  afl'ermano,  che  ai 
tempi  di  Carlo  Magno  1'  uffizio 
ambrosiano  più  che  il  gregoriano 
p  romano  si  osservava.  Ancora  nel 
secolo  XVI  la  chiesa  di  Capua  u- 
sava  il  medesimo  uffizio  e  gli  stes- 
si riti  della  chiesa  di  Milano;  l'u- 
sò pure  quella  di  Bologna.  Fino 
ab  antico  il  rito  ambrosiano  si  è 
conservato  nella  sua  integrità,  tran- 
ne l'aumento  di  fcsle,  ed  alcune 
accidentali  modificazioni,  portale  dal- 
l'indole de'  tempi  e  dai  nuovi  ac- 
crescimenti :  tali  introdotte  modifi- 
cazioni richiesero  allrettanle  parti- 
colari riforme.  Così  pure  talora  si 
ripristinò  la  pratica  di  qualche  rito 
abbandonato^    ovvero    venne  depu- 


MIL 

rato  dalle  innovazioni  clandestina- 
mente introdotte.  Allorché  s.  Carlo 
pubblicò  il  rituale,  e  il  cardinal 
Federico  Borromeo  il  messale  nel 
1609,  ed  altri  dipoi,  dichiararono 
sempre  di  voler  mantenere  e  con- 
servare incorrotto  il  rito  ambrosia- 
no e  sue  liturgie.  Oltreché  parlia- 
mo delle  cose  principali  del  rito 
ambrosiano  ai  rispettivi  articoli,  si 
può  vedere  Ambrosiano  bito,  Li- 
TURGiA,  massime  al  §  della  litur- 
gia ambrosiana,  e  IIito,  Scrissero 
di  esso  :  Andreucci,  Hier.  Eccl.  De 
ritti  ambrosiano.  Casola,  Rationala 
caeremoniarum ,  i499'  Manuale 
ambrosinnuni,  1490.  Muratori,  An- 
tiq.  meda  aevi.  diss.  LVll.  Mabil- 
lon,  Mas.  ital.  t.  I ,  observ.  de  ri- 
tu  ambrosiano.  Piusca,  Rito  am- 
brosiano, grandezze  della  chiesa 
milanese,  1641.  Perego,  La  regola 
del  canto  fermo  ambrosiano^  1622. 
Sellala,  Misteri  e  sensi  mistici  del- 
la messa,  Tortona  1672.  Sorma- 
ni.  De  erta  religionis  ac  litnrgiae 
medìolanensis.  Missale  ambrosia- 
num,  1548.  Breviariuni  ambrosia- 
num,  1549.  Psalterium  ambrosia- 
num,  i556,  Sacramentarium  ani- 
brosianum.  Rituale  sacramcnloriint 
ad  usuni  mediolanensis  ecclcsine  a 
s.  Carolo  institutum.  Caeremoniale 
anibrosianum ,  '619.  Offtciatura 
della  settimana  santa  illustrata  da 
cenni  istorico-lilurgici,  1821.  Par- 
lando il  Bernini,  Istor.  delle  eresie^ 
del  decreto  universale  fatto  da  s. 
Leone  IX  sopra  la  continenza  dei 
chierici,  aggiunge  che  lo  rinnovò 
nel  sinodo  di  Pavia,  giacché  molti 
ecclesiastici  della  Lombardia  erano 
allora  simoniaci  ed  incontinenti,  e 
millantavano,  non  debere  ambro- 
sianam  ecclesiani  romanis  legibus 
subjacere.  E  ciò  ebbe  principio  dal- 
l'antica divisione  dell'Italia  in  dua 


MIL 
diocesi,  Urbicaria  soggetta  al  Papa, 
ed  Italica  al  vescovo  di  Milano 
{Fedi  lì  voi.  XXXV,  p.  176,  .77, 
178  e  179  del  Dizionario),  e  per 
l'istessa  ragione  molti  sinodi  si  dis- 
sero di  RotDa,  altri  d'  Italia,  dai 
quali  piovennero  diversi  riti,  che 
tuttavia  la  chiesa  di  Milano  ritiene 
differenti  dalla  romana,  alla  di  cui 
sede  s.  Ambrogio  medesimo  si  mo- 
strò obbedientissimo,  ma  altrettanto 
tenacissimo  in  conservarli  ;  e  per- 
ciò egli  si  oppose  a  chi  voleva  in- 
trodurre nella  sua  chiesa  le  ceri- 
monie romane  circa  il  battesimo. 

Successori  di  s.  Ambrogio  furo- 
no, nel  397  s.  Simpliciano  Soresini, 
nel  400  s.  Venerio  Oldrati,  nel 
4o8  s.  Marolo,  nel  4^3  s.  Marli- 
niano  Osio,  nel  4^^  s.  Glicerio 
Landriani,  nel  438  s.  Lazzaro  Bec- 
cardi,  nel  449  ^-  Eusebio  Pagani, 
nel  462  s.  Gerunzio  Bescapè ,  nel 
465  s.  Benigno  Bossi,  nel  4?^  s. 
Senatore  Seltala,  nel  4?^  *•  "Teo- 
doro de  Medici,  nel  490  s.  Loren- 
zo Litla,  nel  5i2  s.  Eustorgio  II 
greco,  nel  5i8  s.  Magno  de  Trin- 
cheri,  nel  53o  s.  Dazio  Agliati,  il 
quale  con  alcuni  privali  si  recò  da 
Belisario  generale  greco,  per  con- 
certarsi sul  modo  d'  agevolar  la 
cacciata  de' goti  e  altri  barbari,  on- 
de Uraia  sterminò  Milano.  Indi  fu- 
rono vescovi,  nel  552.  Vitale  de 
Cittadini,  nel  556  Frontone  scis. 
matico,  nel  566  s.  Ausano  Crivel- 
li, nel  568  s.  Onorato  Casliglioni. 
All'epoca  dell'imminente  venula  dei 
longobardi  in  Milano,  s.  Onorato 
che  n'  era  arcivescovo  rìlirossi  a 
Genova  colla  maggior  parte  del 
clero,  dove  dimoiarono  fino  a  s. 
Giovanni  Bono,  nel  quale  interval- 
lo di  tempo  si  dice  che  i  vescovi 
di  Pavia  si  tolsero  alla  podestà  del 
pielropolitano    milanese,    con    vice- 


MIL  73 

vere  l'ordinazione  in  Koma,  re- 
stando il  diritto  all'arcivescovo  di 
Milano  di  chiamare  ai  suoi  sino- 
di il  vescovo  di  Pavia,  incomin- 
ciando da  ciò  la  loro  immuni- 
tà, dopo  la  metà  del  secolo  IX. 
A  s.  Onorato  successero,  nel  578 
Lorenzo  II,  nel  SgS  Costanzo  de 
Cittadini  per  la  cui  consecrazione 
s.  Gregorio  I  diede  il  consenso,  non 
potendosi  ciò  fare  senza  l'annuen- 
za  del  Papa,  come  a  tale  anno 
scrive  il  Rinaldi,  n."  35  e  36.  Nel 
601  Diodato,  nel  63o  Asterio  se- 
polto, in  Genova  come  i  tre  suoi 
jiredecessori,  nel  64  r  Forte,  nel 
649  s.  Giovanni  Bono  che  ritornò 
alla  antica  sede  Milano  verso  il 
6ìo,  dove  moi'ì  nel  655  o  6tìo. 
Fioriiono  quindi,  nel  660  s.  Antoni- 
no Fontana,  nel  661  s.  Mauricillo, 
nel  667  s.  Anipelio,  nel  6'j'2  s.  Man- 
suèto Savelli,  nel  681  s.  Benedetto 
Crespi,  nel  725  Teodoro  lì,  nel 
74o  s.  Natale,  nel  74'  Arifiedo,  nel 
742  Slabile,  nel  745  Leto  Mar- 
cellino, nel  759  Tommaso  Grassi, 
che  alcuni  dicono  il  primo  che 
pi'opriamente  trovasi  intitolalo  ar- 
civescovo. Nel  784  Pietro  Olilrado 
o  Oldrati  di  Milano,  segretario  del 
Papa  Adriano  I;  andò  in  Francia 
con  s.  Leone  III  ed  ottenne  dal- 
l'imperatore Carlo  Magno,  nel  qua- 
le tal  Papa  avea  rinnovato  1'  im- 
pero d'occidente,  molli  privilegi  per 
la  chiesa  milanese  :  combattè  l'aria- 
nesimo con  tanto  zelo  che  l'impera- 
tore soleva  chiamarlo  il  martello  ile- 
gli  ariani,  e  morì  neir8oi  o  neir8o3. 
Gli  successero  Odelperto,  nell'SiS 
s.  Anselmo  Biglia,  i)eir8i8  s.  Buo- 
no Casliglioni,  neir  822  Angilberto 
I,  neir834  Angilberto  II  Puslerla 
che  ottenne  dall'  imperatore  Lodo- 
vico I  Pio  la  conferma  di  tutti  i 
privilegi    accordati    alla    chiesa    di 


74  MIL 

Milano  da  Carlo  Magno,  e  mori 
neirSGo.  Fu  allora  eletto  Todone, 
neir868  Ansperto  Gonfalonieri,  nel- 
1*882  Anselmo  II  Capra,  nell'SgS 
Landolfo  Grassi,  nell'  899  Andrea 
da  Carcano,  nel  906  Aicone  01- 
drati,  nel  918  Gariberto  di  Be- 
6ana,  nel  92  r  Lamperlo,  nel  98 1 
liduino  francese,  nel  986  Arderico 
Colla.  Morto  questo  arcivescovo  nel- 
l'ollobre  948,  gli  fu  per  consenso  di 
Berengario  marchese  d'  Ivrea,  già 
fallo  arbitro  dell'Italia,  sostituito  Ma- 
nasse, prima  arcivescovo  di  Arles,  poi 
di  Verona  e  di  Mantova,  gran  fauto- 
re di  tal  principe;  alcuni  del  clero 
e  del  popolo  aderenti  alla  corte  lo 
accettarono,  ma  la  maggior  parte 
del  clero  e  del  popolo  di  JMilano, 
die  voleva  giusta  l'antico  costume 
un  prelato  milanese,  elesse  il  prete 
Adelmano  Menelozio,  quindi  nac- 
que scisma  nella  chiesa  milanese, 
che  durò  cinque  anni,  e  terminò 
coir  elezione  di  Valperto  de  Medi- 
ci nel  9'ji3,  avendo  i  due  competi- 
tori o  di  buona  voglia  o  per  for- 
za ceduto  r  arcivescovato.  Valperto 
assistette  al  concilio  di  Ravenna 
nel  967  e  mori  nel  969.  Nel  970 
ArnoKb,  nel  974  Golofredo,  nel 
979  Landolfo  da  Carcano,  nel  998 
«Arnolfo  da  Arsago. 

Eletto  nel  ioi5  o  nel  1018  E- 
■l'iberto  da  Canili,  assistette  nel  me- 
desimo anno  al  concilio  di  Roma 
sollo  Benedetto  Vili,  e  mori  nel 
io4'>,  venendo  sotto  di  lui  istituito 
4'  ordine  degli  umiliali.  Suo  succes- 
sore fu  s.  Guidone  o  Vidone  da 
Velale,  a  lempo  del  quale  il  Papa 
Clemente  li  celebrando  nel  1047 
un  concilio  contro  i  simoniaci  i 
quali  agitavano  la  Chiesa,  insorse 
grave  controversia  fra  gli  arcive- 
scovi di  Milano  e  di  Ravenna  ri- 
guardo   alla    dignità  e    premincn/>a 


MIL 
della  chiesa  loro,  i  ijuali,  come  pu- 
re il  patriarca  d' Aquileia,  preten- 
devano ne' sinodi  il  luogo  più  ono- 
revole. Perciò  Clemente  II,  al  mo- 
do dello  nel  volume  XV,  pag. 
1 70  del  Dizionario ,  ordinò  che 
1'  arcivescovo  di  Ravenna  ne' conci- 
lii  abbia  il  lato  dritto  del  Papa,  e 
se  quello  l' occuperà  l'imperatore,  il 
sinistro,  come  si  legge  ancora  nel 
Rinaldi.  Sotto  l' arcivescovo  Guido- 
ne ebbero  principio  le  opposizioni 
de' ss.  Arialdo  ed  Erembaldo  che 
fecero  alla  simonia  ed  alla  incon- 
tinenza che  avevano  preso  piede 
nella  chiesa  milanese,  perchè  ab 
antico  i  preti  pigliavano  moglie, 
pretendendo  esserne  abilitati  da  una 
concessione  di  s.  Ambrogio;  ma  al- 
la disciplina  ecclesiastica  allora  tro- 
va vasi  conveniente  l' esigere  il  Ce- 
libato [Fedi),  massime  per  evitare 
che  divenissero  ereditari  i  benefizi 
e  le  cure,  e  che  i  gradi  ecclesiastici 
non  si  dassero  per  nascita,  com'e- 
ra avvenuto  de' civili  e  militari, 
ma  solo  per  merito.  Accusalo  Gui- 
done che  avesse  parte  a  siifatli  dis- 
ordini, principalmente  della  simo- 
nia, dopo  varie  vicende,  a  preve- 
nire il  pericolo  di  essere  deposto, 
prese  il  partito  di  rinunziare  spon- 
taneamente all'  arcivescovato,  ri- 
mandando r  anello  e  il  bastone 
pastorale  all'imperatore  Enrico  III, 
il  quale  secondo  l'abuso  delle  In- 
vestiture ecclesiastiche  [Fedi)  sul 
fatto  gli  sostituì  Golofredo  da  Ca- 
stiglione, ordinario  suddiacono  della 
chiesa  milanese  e  segretario  dello 
stesso  Guidone;  ma  il  popolo  non 
volle  riceverlo,  ed  Erembiddo  cbe 
sostenuto  dal  Pontefice  romano  già 
si  occupava  a  procurare  una  ca- 
nonica elezione  di  arcivescovo,  vi 
si  oppose  di  modo  e  armata  ma- 
no, che  per  molli   anni  lo  costriu- 


MIL 
te    andare  errando    ne'  luoghi  forti 
dell'arcivescovato,    senza    lasciargli 
mai    requie.     Secondo    i    cataloghi 
de*  vescovi  milanesi  dammo  il  tito- 
lo di  santo  a  Guidone;  ma  il  Ber- 
nini   citalo    lo    chiama    Guido,     lo 
dipinge    con  cattivi   colori,    lo  dice 
sostenitore  de' nicolaiti  e  siuìoniaci, 
tanto  infesti  alla  diocesi  che  pochis- 
simi    erano    quelli    ordinuti    senza 
prezzo.    Pretese    con    altri    vescovi 
che  il  Papa  dovesse  essere  lomhar- 
do    acciò     compassionasse    la     loro 
fragilità,  e  henchè   fosse  eletto  tale 
il   milanese  Alessandro  II,  l'arcive- 
scovo   continuò  a    perseguitare  chi 
si  opponeva    alla    simonia    ed    alla 
incontinenza.    Àltrellanlo    narra    il 
Rinaldi    all'anno     1066,    n.     16    e 
seg.,  e    nel    1067,  n.    i,    dice   che 
Alessandro  II  per  rimediare  a  tan- 
ti dislurhi,  sped\  inutilmente  a   Mi- 
lano per  legali   i  cardinali  Mainar- 
do  vescovo,  e  Giovanni  prete.   Inol- 
tre  Alessandro    li   confermò   i    heni 
e  le  giurisdizioni  dell'  arcivescovo  di 
Milano,  e  furono  tanti  che  ne  mo- 
strano   la  possanza,  dipendendo  da 
lui     moltissime    chiese,     monasteri, 
pievi  in    commenda   poste    in  altre 
diocesi ,  ed   alcune  con   giiuisdizio- 
ne    e    giuspatronato  ,    fra    le    quali 
Monza  e  il  suo  distretto,  il   castel- 
lo d'Angera,  quel  di   Brescia  ec.    ec. 
Morì  intanto  Guidone  nell'  agosto 
107 1,    ed    allora     KremhaUlo    cun 
maggior  premura  trattò  dell'elezio- 
ne   di  un  nuovo    arcivescovo.   Col- 
l'intervento    in    fatti,    ed    alla   pre- 
senza del  cardinal  Bernardo  legato 
di    Alessandro    II,  radunati    gli  ec- 
clesiastici   e   i    laici,    gli   abbati    e  i 
monaci,    ed    anche    non   pochi    del 
clero    forense    e    del     popolo,    nel 
1072    fu    eletto    Attone,    non    cu- 
randosi dell'abusiva  investitura  che 
dava  r  imperatore  al  nuovo  eletto, 


MIL  7S 

e    che    escludere    volevasi    onnina- 
mente ;  ma  il  partito  contrario  che 
seguace  di  cesare  stava  per  l*  inve- 
stitura, e  voleva    ricevere  l'arcive- 
scovo dal  principe,  mosse   tal  sedi- 
zione, che  il    cardinal    legato  e    lo 
stesso  Attone,  a  stento  salvarono  la 
vita  ;  e  quesl'  ulticno    prese  1'  espe- 
diente di  ascendere  il  pulpito  nella 
vicina  chiesa  maggiore,  e  rinunzia- 
re nello  stesso  giorno  all'  arcivesco- 
vato;   e    così    per   alcun    tempo  si 
vuole  che  A  Itone    e  Gotofredo  re- 
stassero quali  privati   nelle  case  lo- 
ro.  Poco   però  vi  dimorarono  tran- 
quilli ;  Gotofredo    protetto  da  En- 
rico   IV    ottenne    di  essere    consa- 
crato   dai  suliruganei    presso  Nova- 
ra  in   principio    del    1073,  e  conti- 
nuò a   tentar   tutto  per  uiettersi  in 
possesso  della  sua  sede  ;  ed   Attone 
sostenuto    da    s.    Gregorio  VII,    si 
portò    a   Roma,  ove  il   Papa   radu- 
nato  un  concilio  nel   gennaio  1074, 
condannò   Golofrcdo  col    suo  clero, 
e  dichiarò  nulla  la   rinunzia    di  At- 
tone,   come     estorta    per    violenza. 
Con  tutto    ciò  Attone    né    fu  rice- 
vuto   in    Milano,  né   consacrato   in 
arcivescovo,  anzi   avendo  s.   Grego- 
rio VII    in    un   secondo    sinodo   te- 
nuto   in    Roma    verso    la  fine    del 
febbraio     1075,    fra    le    altre    cose 
dichiarato,  che  non  fosse  più  lecito 
ai  sovrani  il  dare  le  investiture  dei 
vescovati  e  delle  abbazie,  né  ai  no- 
bili daie  simiglianli  investiture  agli 
ecclesiastici     scelti     ad    ufllziare     le 
chiese  di  loro  giuspalronalo,  si  riac- 
cese di   modo  la  civile  discordia    in 
Milano,  che   venuti  alle  mani  aper- 
tamente quei  che  stavano  a   favore 
delle  investiture  col  partito  contrario, 
Erembaldo  stesso   vi   fu   ucciso  colle 
ermi  alla   mano.  Dopo  un  tal   fatto 
i   milanesi,  senza  tener  alcun  conto 
De  di  Gotofredo,  uè  di  Attone,  ri* 


76  M I L 

volsero   il    pensiero    all'  eiezione  di 
un     nuovo    arcivescovo .     Nominati 
pertanlo  quattro  soggetti,  spedirono 
ad    Enrico  IV    un'ambasceria  per 
chiedergli   un  vescovo,    a  nome  del 
clero    e    del    popolo  ;  giacché    non 
ostante    i  decreti    e  le    scomuniche 
pontificie,  ricevere  volevano  il  nuo- 
vo   arcivescovo    dall'  imperatore,    il 
quale    nominò    Tedaldo.     Ciò    non 
approvò  s.  Gregorio  VII,  e  nel  con- 
cilio romano  del  1079  lo  scomuui' 
co    e  depose,  anco  per  non    essersi 
portato    a   Roma.    Riconciliatisi  poi 
i   milanesi    col   Papa,    il  partito  di 
Tedaldo    fu    abbandonato,    ed  egli 
obbligato   ritirarsi   ne' forti  dell'ar- 
civescovato, onde  morì   in  quello  di 
Arona   nel    io85.    Alessandro   li,  s. 
Pier    Damiani,    e  s.     Gregorio  VII 
ridussero  la    metropoli   milanese  in 
maggior  soggezione  al  Papa,  aboli- 
rono   le   tasse    simoniache    che    gli 
arcivescovi  esigevano  per  le  ordina- 
zioni, e  li  costrinsero  a  giurare  som- 
missione   alla    santa    Sede.    Inoltre 
s.    Gregorio    VII    ridusse    il     clero 
milanese  al  celibato,  ed  il   voto  po- 
polare   venerò     sugli     altari     quelli 
eh'  eransi   opposti  alla    simonia    ed 
al   concubinato. 

Nel  1086  fu  arcivescovo  An- 
selmo III  da  Ro,  il  quale  tenne 
l'arcivescovato  fino  a'4  dicembre 
logS:  due  giorni  dopo  vi  fu  sosti- 
tuito Arnolfo  III  di  porla  Orientale. 
Ambedue  questi  arcivescovi  ebbero 
l'investitura  dal  principe;  ed  Ar- 
nolfo III  fu  l'ultimo  degli  arcive- 
scovi di  Milano  che  vi  si  sottopo- 
se. Nel  1097  succedette  Anselmo 
IV  da  Bovisio,  prevosto  dalla  chie- 
sa di  s.  Lorenzo:  andò  nella  Siria 
con  un'armata  di  crociati  per  la 
conquista  di  Terra  Santa  ;  ritornò 
alla  sua  chiesa  sul  finire  del  1098, 
•  parli  di    nuovo    nel   11  pò    colla 


MIL 
flotta  di  Genova  per  Costantinopo- 
li, dove   morì  nel    settembre    iioi. 
Grossolano    già    vicario    generale  , 
lascialo  dall'arcivescovo   Anselmo  IV 
quando    partì ,    fu    nominato    suc- 
cessore    nel     principio     di     settem- 
bre   1102;     ma    poco  dopo    provò 
le  opposizioni     del    prete  Liprando 
di  s.   Paolo,  che  lo  accusò  di  simo- 
nia, e   sostenne     la    sua  accusa  col 
giudizio  del  fuoco,  secondo  il  costu- 
me di  que'tempi.    Ritiratosi  a  Ro- 
ma, nel    concilio  del     iio5    fu  di- 
chiarato innocente    e  restituito  alla 
sede.     Ma   tal  sentenza    non  tenen- 
dosi  per  buona  in    Milano,  il  par- 
tito di   Liprando  impedì  a  Grosso- 
lano il  possesso  della  chiesa    e  dei 
beni   della    mensa,  benché     tentasse 
'riuscirvi  colla  forza.  Nell'anno  i  i  1 1 
partì     per  Gerusalemme,    ed    allo- 
ra   in    Milano  riveduta  la  sua  cau- 
sa fu    giudicato  non    doversi    tene- 
re per    arcivescovo.    Indi    nel  gen- 
naio   Il  12    gli    fu    sostituito    Gior- 
dano da   Clivio,     ciò    che    approvò 
Pasquale  II.   Gli  successe  nel    i  120 
Olrico    o  Oldrico,    giù    vicedomino 
della  chiesa     milanese,     e  per     sua 
morte  nel    1126   fu    nominato  An- 
selmo V   Pusterla,  che  fu  scomuni- 
cato   e    deposto  da   Onorio   II     per 
aver    coronato     in   Monza    Corrado 
HI.     Insorto  nel     i  1 3o    l'antipapa 
Anacleto    II     contro     Innocenzo    II 
successore     di     Onorio     II,     Ansel- 
mo    tenacemente     aderì    allo    scis- 
ma,    né     vi     si     distaccò     neppure 
quando  per    opera  di    s.  Bernardo 
i    milanesi     abbandonato   l'antipapa 
obbedirono  a  Innocenzo  II.   Pertan- 
to nel  concilio  provinciale  del  1  1  33 
Anselmo     fu     deposto     e     scaccialo 
dal   popolo     e    dal  clero  ,    ciò    che 
approvò     il  Papa     nel     concilio    di 
Pisa,  Ricusò    s.    Bernardo  d'essere 
arcivescovo,  ed  in  vece  Robaldo  vo- 


MIL 

«covo  d'Alba  restato  dopo  il  conci- 
lio a  Milano  ad  esercitar  le  funzio- 
ni    episcopali,  fu     eletto  nel     ii35 
e  governò  sino  al  termine  del  i  ì^5. 
Nel    1146    divenne    arcivescovo  O- 
Lerto  da    Pirovano,  che  per  {scan- 
sare   le    persecuzioni  di   Federico  I, 
sì  rifugiò  presso  Alessandro   ili   con 
j  s.  GalJino  Valvassi  Sala  arcidiacono 
di  sua    patria  Milano  ;     questi     nel 
1.166    fu  creato     cardinale    e  arci- 
vescovo, non     che  legato     di  Lom- 
bardia.   Noteremo  ,    che    tutti    gli 
arcivescovi     cardinali,     hanno    bio- 
grafìa nel  Dizionario.  Contribuì  alla 
edificazione  d*  Alessandria ,  e  pieno 
di  zelo  mentre  predicava  nella  sua 
chiesa  contro  i    manichei    o  catari, 
mor'i  nel  1176.   Gli  successe   Algiso 
da  Pirovano,  e  dopo  di    lui   Uber- 
to Crivelli  cardinale  nel  11 85,  che 
a'  25   novembre  fu   eletto  Papa  col 
nome  di    Urbano  IH  [Fedi).     Se- 
guitò a    ritenere  la     sua  chiesa,     e 
morì  a' 19     ottobre     11 87.     Allora 
•venne  sostituito  Milano    da    Carda- 
no,    eh'  ebbe    per     successori  ,    nel 
1195     Oberto  U   da    Terzago  car- 
dinale; nel    II 96  Filippo  da  Lam- 
pugnano  (al  quale  Innocenzo  111  nel 
1198  concesse    di     promovere  agli 
ordini  sacri  quelli  che  avessero  ri- 
cevuto qualche    ordine  dal     Papa  : 
tutti    li     ha    ricevuti    dal     regnante 
Pio  IX  nel  dicembre     1 84tì  il   suo 
cameriere     segreto     partecipante    e 
segretario    d' ambasciata,    come     lo 
fu  di     Gregorio     XVI,     monsignor 
Edoardo  Borromeo  nobile  milanese, 
con  quelle  singolari  e  distìnte  par- 
ticolarità    che    celebrò    nel    nume- 
ro 8  del  Diario  di  Roma  del  1 847, 
con  bellissimo  articolo,  il  nobilissi- 
mo e  degno  concittadino  conte  Ce- 
sare dì     Castelbarco);     nel    1206   il 
cardinal  Uberto  Pirovano;  nel  121  i 
il  cardinal  Gherardo    Sessio.  Inno- 


MIL  77 

cenzo  III  nel  novembre  1 2  1 3  eles- 
se arcivescovo  Enrico  Settala,  no- 
bile e  virtuoso  cittadino  dì  Mila- 
no, che  governò  con  grandissimo 
zelo  anche  in  mezzo  alle  civili  tur- 
bolenze insorte  a  quel  tempo.  A- 
vea  creduto  assicurar  la  pace  a 
Milano  colla  elezione  di  quattro 
podestà  a  ninno  de'partiti  conten- 
denti sospetti,  presso  i  quali  fosse 
il  comando  del  governo  dì  Milano, 
tornato  poco  tempo  prima  ad  es- 
sere repubblicano,  in  conseguenza 
della  pace  dì  Costanza.  Ma  la  cosa 
andò  ben  altrimenti,  giacche  deli- 
beratosi l'arcivescovo  a  partire  per 
la  crociata  di  Gerusalemlne,  Ar- 
dinghetto  Marcellino  mosse  il  po- 
polo a  tal  sedizione  contro  i  nobdi, 
che  li  cacciò  fuori  della  città  cogli 
agenti  dello  stesso  arcivescovo ,  il 
quale  non  tardò  recarsi  a  Milano; 
ma  il  ripararvi  non  fu  cosi  faci- 
le, perchè  la  discordia  civile  durò 
fino  al  12  25,  né  venne  composta 
che  coir  interposizione  dì  Grego- 
rio IX. 

Mori  Enrico  nel  1280,  e  gli  fu 
sostituito  Guglielmo  di  Rizolio,  che 
governò  sino  al  1241.  Ma  fatto 
arcivescovo  Leone  da  Perego,  si 
riaccese  più  che  mai  la  discordia 
civile,  e  si  ripigliarono  le  armi  si 
dalla  parte  del  popolo,  che  da 
quella  de'nobili.  Fu  in  questa  oc- 
casione che  Pagano  della  Torre  o 
Toniani,  già  dalla  Valsassina  ve- 
nuto ad  abitare  in  Milano,  sì  di- 
chiarò difensore  del  primo.  Fra  i 
nobili  figuravano  i  Visconti,  già 
molto  distinti;  nel  1 252  però  le 
dissensioni  tra  il  popolo  ed  ì  nobili 
giunsero  al  punto,  che  questi  ulti- 
mi coH'arcivescovo  e  cogli  ordina- 
ri della  metropolitana  furono  cac- 
ciati dalla  città  ed  occupali  i  loro 
benefizi.    Parve    in    seguito   che    le 


.7«  M  1  L 

cose  pigliassero  accomodarnenlo,  ma 
nel     17.57     tornò    ad     infierire     la 
civile  discordia,  e  l'arcivescovo  Leo- 
ne co'suoi  aderenli  dovette  ritirarsi 
a  Legnano:  ivi  trattossi  ancora  del- 
la    pace,  e    si  arrivò  a  segnare  un 
compromesso  di  tutte    le  differenze 
nel    Papa     Alessandro     IV,    di  cui 
l'arcivescovo    non   vide   il   risultalo, 
perchè  nell'ottobre  dello  slesso  an- 
no   morì.     Kel     ii5S    l'esito    del 
comproniesso  fu   la    suddetta     pace 
di     s.    Ambrogio,  abbracciala  dalle 
due   fazioni.   Le  nuove    discordie  e 
turbolenze   furono   tali     che  non   si 
potè  tentare     prima    del     19.60:    i 
voti  andarono  divisi   in    modo,  che 
alcuni     volevano    arcivescovo     Rai- 
mondo della  Torre  nipote  di   Mar- 
lino    e  arciprete  di  Monza,  ed   altri 
Francesco  Sellala,     ordinario    della 
metropolitana.  Erano  già  scorsi  qua- 
si cinque  anni  senza  che  concorde- 
mente fosse  stala  vdliniala  la  prov- 
vista al  vacante  arcivescovato,  quan- 
do   il    Pontefice    Urbano     IV    per 
mezzo    del  cardinal     Ottaviano   U- 
baldini  suo  legato ,   a  finire  i  con- 
trasti   nominò    arcivescovo    Ottone 
Visconti   già  suo   nobile  famigliare, 
a'22   luglio  1262.     JVegarono  i   mi- 
lanesi di   accettarlo  per  arcivescovo, 
e  tante  furono    le    opposizioni     dei 
partiti,  che  né    lo    stesso    Urbano 
IV,  né  Clen)ente  IV,  né  Gregorio 
X  riuscirono  a   superarle  anche  col 
mezzo  delle    censure,  venendo  fatto 
Baimondo     patriarca     d'   Aquileia  . 
Allora  Ottone,   già   unito  al   partito 
de'  nobili  ,    deliberò    ottenere    colla 
forza    e    colle    armi  ;  ciò  che  non 
avea     potuto    conseguire  con  mezzi 
più    blandi:    vincitore    infatti    dei 
Torriani    con  celebre  battaglia,  en- 
trò in  Milano  nel    seguente  giorno, 
e    n'   ebbe    il    dominio    spirituale 
e  temporale.  Morì   Ottone   li  8  a- 


MIL 

gosto   1 295,  dopo    aver    governalo 
la  città  con     gran   prudenza    e  mi- 
rabile  saggezza.    Gli  successe   a'  21 
ottobre  Ruffino  da  Frisselo,  il  qua- 
le non  visse  che  pochi    mesi,  cioè 
fino     al    21     luglio     1296  ;     onde 
Bonifacio  Vili    nominò  arcivescovo 
Francesco    da    Parma,  che     morto 
nel    I  3  I  8,  il  capitolo  elesse  Cassone 
o  Gastone  Torriani     canonico  ordi- 
nario della   metropolitana   e  decano 
della     chiesa  d'Aquileia.  Di   lui   in- 
gelositosi Guido  della  Torre   signo- 
re di   IMdano,  suo  parente,  l'impri- 
gionò incorrendo     nella    scomunica. 
Uscito  dal  carcere,  nel  i  3  i  i   coronò 
Enrico  VII   qual  re  di   Lombardia. 
Avendo     poi     Giovanni    XXII   tra- 
sferito   Cassone    nel     i3i7     al    pa- 
triarcato d'Aquileia,  il  capitolo  pro- 
cedette all'elezione  di    Giovanni    II 
Visconti,   terzogenito    di     Matteo  I 
signore    della    città,  continuando  in 
questo    modo  nel  ricuperato  diritto 
eli  elezione;    di     che     non     facendo 
alcun  caso  Giovanni  XXII,  e  sicco- 
me avea  a     sé  riservata     l'elezione 
dell'arcivescovo  di  Milano,  nel  tras- 
latare    il     Cassone     avea    nominato 
a  succederlo    fr.    Aicardo    da    Inti- 
mìano   minore  conventuale.   Questa 
elezione     incontrò     l' opposizione  di 
dello  Matteo  I,  che  se  non  sosten- 
ne la  nomina  del  capitolo,  non  la- 
sciò che  Aicaido  si  recasse  a  Mila- 
no. Quindi    la  di.scordia  tra    il  Pa- 
pa   e    il  Visconti  diventò  assai   ris- 
sentita,  durante  la  quale  Giovanni 
XXII  emanò    nell'agosto    1822     il 
breve  di  generale    riserva    di    tutte 
le  chiese  patriarcali,  arcivescovili    e 
vescovili,  del  patriarcato  d'Aquileia 
e    delle    provincie    di    Milano  ,    di 
Ravenna,  ec.    Matteo    I  era  morto 
nel    giugno    mentre    tratlavasi    la 
riconciliazione,  che    solo  ebbe  luo- 
go   nel   1329   sotto  la  signoria    di 


m 


MIL 

Azzotie.  Allora  Giovanni  li  abban- 
donato il  partito  dell'antipapa  Ni- 
colò V,  che  era  stato  eletto  da  Lodo- 
vico ilEavaro,  fu  da  Giovanni  XXII 
fatto  vescovo  di  iNovara,  e  siccome 
fr.  Aicardo  non  avea  mai  ottenu- 
to di  recarsi  a  Milano,  gli  die  l'am- 
ministrazione della  sede  nel  i332 
con  l'annua  pensione  di  i5oo  fio- 
rini. Poscia  Benedetto  XII  riconci- 
liati interamente  colla  Chiesa  i  Vis- 
conti, fu  concesso  a  fr.  Aicardo  re- 
carsi a  IMilano,  ove  fece  il  suo  in- 
gresso a'4  luglio  i33c),  e  niori  ai 
12  agosto.  Allora  il  capitolo  metro- 
politano per  la  seconda  volta  eles- 
se Giovanni  li  Visconti,  ma  Be- 
nedetto XII  non  ne  fece  alcun  ca- 
so, né  si  ridusse  mai  a  confermarne 
la  nomina,  e  Giovanni  11  seguitò  a 
diportarsi  come  non  fosse  stalo 
nominato  ,  e  la  cosa  durò  fino  al 
1342  in  cui  Clemente  VI,  senza  al- 
cuna considerazione  alla  precedente 
nomina,  di  sua  autorità  a'6  agosto 
lo  dichiarò  arcivescovo  di  IMilano. 
Con  questa  elezione  fatta  dal  Pa- 
pa si  cominciò  senza  inlen'uzione 
la  serie  degli  arcivescovi  nominati 
dal  Ponlefice,  fino  a  quella  di  Fi- 
lippo Visconti  del  1784  esclusiva- 
mente, come  accennan>mo  di  sopra. 
Nel  1 354  mori  Giovanni  11,  e 
gli  successero  Roberto  Visconti,  nel 
i36i  Guglielmo  il  Pusterla,  nel 
ì'i'jì  a' 18  luglio  Simone  Brussani 
o  Borsa  no,  fatto  da  Gregorio  XI 
che  lo  di!<pensò  dall' obbligo  della 
residenza,  e  vennero  nominati  due 
vicari  generali,  indi  nel  i'ij5  lo 
creò  cardinale;  nella  quale  occasio- 
ne avendo  rinunziata  la  sede,  gli 
venne  sostituito  a'26  maggio  1376 
Antonio  de'  marchesi  di  Saluzzo, 
già  vescovo  di  Savona,  il  quale  per 
le  differenze  che  Bernabò  Viscon- 
ti signore  di  Milano  avea  col  Fa- 


MIL  79 

pa,  non  ottenne  di  rocaisi  alla  sua 
chiesa  che  li  8  ottobre  1376.  Mor- 
to nel  settembre  i4o'>  ^  dopo 
quasi  un  anno  Bonifacio  IX  trasla- 
tò  da  Novara  fr.  Pietro  Filargio 
che  nel  i4o5  Innocenzo  VII  citò 
cardinale,  e  ritenendo  l'arcivesco- 
vato nel  concilio  di  Pisa  a' 26  giu- 
gno 1409  venne  eletto  Papa  Ales- 
sandro V,  il  quale  nel  14^9  stesso 
nominò  arcivescovo  fr.  Francesco 
da  Creppa  minore  osservante,  già 
suo  vicario  generale.  Però  Grego- 
rio XII  allora  vivente,  tenendo  per 
illegittimo  il  concilio  di  Pisa,  men- 
tre l'antipapa  Benedetto  Xlll  prose- 
guiva nello  scisma,  non  fece  alcun 
caso  della  nomina  di  Francesco,  e 
nominò  alla  vacante  chiesa  nel 
1409  Giovanni  111  Visconti  figlio 
di  Vercellino.  Intanto  Francesco  o 
fosse  che  cessasse  di  vivere  o  per 
la  potenza  del  competitore  Giovan- 
ni 111,  rinunziò  a'23  febbraio  ì /\.i  1, 
ed  ebbe  in  successore  Bartolomeo 
Capra,  già  vescovo  di  Cremona- 
Questi  morì  in  Basilea  a'  3o  set- 
tembre 1433,  mentre  colà  interve- 
niva al  concilio,  e  dopo  quasi  due 
anni  di  sede  vacante,  fu  da  Euge- 
nio IV  nominato  arcivescovo  Fran- 
cesco Picoolpasso  de'Latnbertini  di 
Bologna,  già  vescovo  di  Pavia  ,  e 
morì  nel  giugno  i443j  onde  Eu- 
genio IV  a'  24  agosto  gli  sostituì 
Enrico  Rampini  lortonese,  che  nel 
1446  creò  cardinale.  Per  sua  mor- 
te nel  i45o  gli  successe  Giovanni 
III  Visconti,  il  quale  avea  depo- 
sto nel  concilio  di  Costanza  la  di- 
gnità avuta  da  Gregorio  XII,  con- 
ducendo così  vita  privala,  nomina- 
to da  Nicolò  V  per  interposizione 
di  Francesco  Sforza,  già  divenuto 
signore  di  Milano.  Morto  nel  i453, 
Nicolò  V  gli  surrogò  Nicola  Ami- 
dano cremonese,  già  vescovo  di  Pia- 


8o  M  I  L 

cenza,  che  cessò  di  vivere  pochi 
mesi  dopo,  ed  avendo  rinuiiziuto 
Timoteo  Maffei,  gU  succedelte  i'v, 
Gabriele  Sforza  fiatelio  del  duca 
Francesco,  dotto  agostiniano,  prelato 
distinto  per  virtù,  e  governò  santa- 
mente sino  al  i4^7-  I"d'  fu  arci- 
vescovo Carlo  Nardini  da  Forlì; 
nel  1461  Stefano  Nardini  forlivese 
di  lui  nipote  e  nel  i473  cardi- 
nale; nel  i4^4  '1  cardinale  Gio- 
vanni Arcimboldi,e  per  sua  rinunzia 
nel  14B8  Guido  Antonio  Arcim- 
boldi;  nel  i497  Ottaviano  Arcim- 
boldi.  Nello  stesso  anno  Alessandro 
VI  fece  arcivescovo  il  ferrarese 
cardinal  Ippolito  1  d'Este  in  otto- 
bre, che  con  indulto  di  Leone  X 
Io  rinunziò  al  nipote  Ippolito  II 
d'Este  ferrarese,  creato  cardinale 
nel  i538,  il  quale  pure  con  patto 
di  regresso  ne  fece  rinunzia  nel 
i55o  a  Gio.  Angelo  Arcimboldo, 
cui  succedette  nel  i555  Filippo 
Archinto,  già  governatore  di  lio- 
tna  e  vescovo  di  Borgo  s.  Sepol- 
cro, morto  nel  i558.  Quindi  Pio 
IV,  creato  cardinale  il  nipote  s. 
Carlo  Borromeo  a'3  i  gennaio  i56o, 
nel  febbraio  Io  fece  arcivescovo 
della  comune  patria,  e  fu  uno 
de'  pili  illustri,  più  benemeriti  e 
più  grandi  prelati  della  Chiesa,  il 
perchè  oltre  alla  sua  biografìa,  in 
molti  articoli  celebriamo  la  sua 
santità,  incomparabile  zelo  e  magna- 
nime azioni.  Non  solo  abbiamo  di 
lui  medaglie  divozionali  e  monu- 
mentali; ma  lo  Scilla,  Delle  mo- 
nete pontificie  ^,  371,  riporta  quel- 
le coniate  da  s.  Carlo  come  le- 
galo. Nell'anno  i584  a'  27  no- 
vembre gli  successe  Gaspare  Vis- 
conti, e  morì  nel  iSgS;  laonde 
Clemente  Vili  gli  sostituì  il  car- 
dinal Federico  I  Borromeo,  degno 
cugino    di  s.    Cario,  ed    imitutoie 


MIL 

delle  sue  preclare  virtù;  Io  Tole* 
va  consecrare  il  cardinal  de  Medi- 
ci che  fu  poi  Leone  XI,  ma  Cle- 
mente Vili  volle  far  lui  là  fun- 
zione nella  chiesa  di  s.  Maria  de- 
gli Angeli,  titolare  del  cardmale: 
questo  pio,  zelante  e  dotto  pasto- 
re moiì  nel  settembre  i63i.  Gli 
successero,  nel  i632  Cesare  IMonli, 
creato  Ciudinale  nel  i633;  nel 
i652  Alfonso  Litta  ,  fatto  cardina- 
le nel  1666;  nel  1681  Federico 
Il  Visconti,  cinque  mesi  dopo,  il 
primo  selteml)re,  creato  cardinale; 
nel  i6()3  Federico  IH  Caccia,  e- 
levato  al  cardinalato  nel  1695  ; 
nel  1699  Giuseppe  Archinto,  e 
passati  sei  mesi,  a'  i4  novem- 
bre fu  insignito  della  dignità  cardi- 
nalizia. 

Clemente  XI  nel  17 12  nominò 
arcivescovo  di  Milano  Benedetto 
luba  Odescalchi,  e  nel  1718  car- 
dinale; per  sua  rinunzia  Clemente 
XII  nel  1737  gli  surrogò  Gaetano 
Sliimpa,  nel  1739  crealo  cardinale; 
Benedetto  XIV  nel  1 743  eles- 
se a'  i5  luglio  arcivescovo  Giu- 
seppe Pozzobonelli,  lo  consacrò  nel- 
la chiesa  de'ss.  Ambrogio  e  Cario,  ed 
a'9  settembre  lo  creò  cardinale:  egli 
governò  sino  alla  morte  avvenuta 
nel  1783.  Questo  fu  l'ultimo  ar- 
civescovo nominalo  dai  sommi  Pon- 
tefici, poiché  r  imperatore  Giusep- 
pe II  con  editto  de'  9  maggio  1782 
ordinò  che  non  si  ammettessero 
per  r  avvenire  nella  Lombardia 
austriaca  le  provviste  e  le  colla- 
zioni di  qualsivoglia  benefizio  ec* 
clesiastico,  fino  a  quel  tempo  fatte 
dalla  santa  Sede  in  vigore  delle 
riserve  di  cancelleria,  di  qualunque 
sorla  fossero  ;  e  che  le  chiese  cat- 
tedrali, come  Milano,  Mantova,  ed 
i  quattro  vescovati  dello  stato  di 
Milano,    dipendevano    d'  allora   ia 


MIL 

poi  dalla    regia  nomina    e  presen- 
tazione sovrana,  ciò  che  fu   poi  re- 
golalo col  concordato  con  Pio   VI. 
Quindi   vacala    la  sede,  la  nomina 
del  nuovo    arcivescovo    fu  differita 
ad  alcuni  mesi,  nel  corso  de' quali 
portatosi  Giuseppe  II  a  Roma,  col 
Papa    conciliò  la    provvista    della 
chiesa  di    Milano;  e  recatosi  in  se- 
guito   in  Roma  anche  il    nomina- 
to Filippo  Visconti  di  Massino  dio- 
cesi di  Novara,  fu  questi  a'  i5  giu- 
gno   1784    preconizzato    in  conci- 
storo arcivescovo  di  Milano  da  Pio 
VI,  previo   il    consueto    esame  co- 
rani Ponti fice.  Nel    27  dello  stesso 
mese  fu  consacrato  nella  chiesa  dei 
ss.  Ambrogio  e  Carlo,  condecoralo 
indi  col  pallio.  Governando  il  Vis- 
conti la  chiesa    milanese,  i  francesi 
a  nome    della  repubblica     s'impa- 
dronirono   della     Lombardia,     indi 
proclamarono    la    repubblica  Cisal- 
pina.   Fra    le    innumerabili     leggi 
pubblicate  a    regolamento  del  nuo- 
vo stato,  vi    fu  quella    de'  i5  set- 
tembre 1798,  che  disponeva  in  ge- 
nerale  de' vescovati,    indipendente- 
mente del  tutto  dalla  podestà  e  dai 
canoni  della  Chiesa.  Lungo  sarebbe 
qui  ridire  gli    oltraggi  die  la  reli- 
gione ricevette  in  un  ai  suoi  mini- 
stri   dai     repubblicani;  si  giunse  a 
trattare  la   soppressione  d'ogni  cor- 
porazione  di  ecclesiastici    anco  se- 
colari, come   capitoli,    ec. ,    poiché 
r  intera  abolizione    d' ogni    ordine 
regolare  già  tenevasi  per  eseguita  : 
s' impedirono  le  processioni,  si  scio- 
glievano i    voti    religiosi  e  si  pro- 
teggevano gli    apostati;  si    permise 
che  il  Papa  fosse  scherno  della  ple- 
be, così  i  cardinali,  in  un  pubblico 
ballo  datosi  sul    teatro;  si  esigette 
il    giuramento,    dichiarato     illecito 
dalla  santa   Sede.  Governava  intan- 
to 1'  arcivescovo  Visconti  con   tutta 

VOI,.    XIV. 


MIL  81 

la  prudenza  e  con  esemplare  telo, 
quando  invitalo  ad  intervenire  alla 
generale  dieta  in  Lione,  composta 
dai  rappresentanti  i  singoli  corpi 
de'  cisalpini,  per  una  riforma  della 
repubblica,  portossi  a  tal  città,  dove 
colpito  di  apoplessia  cessò  improv- 
visamente di  vivere  a' 3o  dicembre 
i8or.  Il  capitolo  nominò  vicario 
capitolare  quello  del  defunto,  e 
Bonaparte  qual  presidente  della 
nuova  repubblica  italiana,  nominò 
all'arcivescovato  il  cardinal  Giam- 
battista Caprara  bolognese,  legato 
a  Intere  di  Pio  VII  a  Parigi,  che 
il  Papa  preconizzò  nel  concistoro 
de' 24  maggio  1802.  Perla  coro- 
nazione seguita  in  Milano  di  Na- 
poleone a' 26  maggio  i8o5,  il  car- 
dinale sì  recò  alla  sua  sede;  indi 
ritornò  a  Parigi,  onde  il  regime 
dell'  arcidiocesi  fu  dato  a  monsi- 
gnor Bianchi  in  qualità  di  vicario^ 
e  mori  il  cardinale  a'  2  giugno 
18  IO  in  Parigi:  di  lui  oltre  alla 
biografia,  a  cagione  di  sua  rappre- 
sentanza, ne  trattammo  in  più  luo- 
ghi. In  sede  vacante  fu  nominato 
vicario  monsignor  Carlo  Sozzi.  Bal- 
zato finalmente  Napoleone  dal  tro- 
no, l'imperatore  Francesco  I  prov- 
vide alla  vedovanza  di  questa  chie- 
sa, nominando  monsignor  Carlo 
Gaetano  conte  di  Gaisruk)  nato  ai 
7  agosto  1769,  in  Clangenfurt  dio- 
cesi di  Gurck,  già  da  Pio  VII  fatto 
a'20  luglio  1801  vescovo  in  parti- 
bus  di  Dervas,  e  sufTraganeo  e  vica- 
rio generale  del  vescovo  di  Passavia. 
11  Papa  lo  preconizzò  arcivescovo 
nel  concistoro  de'  iG  marzo  1818, 
ed  a'26  luglio  si  recò  à  Milano  ac- 
colto con  giubilo  universale.  Leone 
XII  a' 27  settembre  1824  'o  creò 
cardinale  prete,  e  per  la  sua  mor- 
te portatosi  al  conclave,  l'  eletto  Pia 
Vili  nel  concistoro   de'  18  maj^giof 


8a  M  IL 

iSag  gì' impose  il  cappello  cardi- 
nalizio, e  in  quello  de'  2 1  detto 
gli  conferì  per  titolo  la  chiesa  di 
s.  Marco,  annoverandolo  alle  con- 
gregazioni della  concistoriale,  ve- 
scovi e  regolari,  residenza  de'  ve- 
scovi e  immunità.  Ritornò  in  Ro- 
ma per  r  elezione  di  Gregoi'io  XVI 
e  di  Pio  IX,  ma  il  secondo  lo  tro- 
vò già  eletto.  Restituitosi  in  Mila- 
no morì  d'anni  77  a' 19  novem- 
bre 1846;  personaggio  di  rare 
qualità,  zelante  pastore^  lasciò  di 
sé  onorata  memoria  e  perenne  de- 
siderio. Fu  eletto  vicario  generale 
capitolare  l'arcidiacono  della  me- 
tropolitana monsignor  Giuseppe 
Rusca,  che  annunziò  la  perdita  del- 
l'arcivescovo con  quell'elogio  che 
si  legge  nel  numero  97  del  Diario 
di  Roma,  mentre  nel  numero  102 
è  riportata  la  descrizione  de' solen- 
ni funerali,  in  cui  pronunziò  digni- 
toso elogio  monsignor  Rignarai  ca- 
nonico della  metropolitana,  indi 
il  cardinale  fu  sepolto  innanzi  la 
cappella  di  s.  Agata  quasi  in  mez- 
zo all'  augusto  tempio  metropolita- 
no. Della  pubblicata  sua  necrolo- 
gia fa  cenno  il  voi.  IV,  pag.  285 
degli  Annali  delle  scienze  religiose, 
serie  seconda.  Nel  concistoro  de' 1 4 
giugno  1847  l'*'o  ^^  trasferì  a  que- 
sta sede  monsignor  Bartolomeo  dei 
conti  Romilli  di  Bergamo,  fatto  n^l 
1846  da  Gregorio  XVI  vescovo  di 
Cremona.  Per  gli  arcivescovi  di  Mila- 
no si  possono  consultare.  Ughelli, 
Italia  sacra  t.  IV,  p.  i  e  seg.  Sor- 
mani,  V  origine  apostolica  della 
chiesa  milanese  e  del  rito  della 
stessa  t  17^4-  Basilicapetri  ,  Suc' 
cessores  s.  Barnahae  apostoli  in  ec- 
clesia mediolanensi  y  1628.  Sassi, 
Archiepiscoponini  mediolanensium  : 
series  hislorica-cronologica,  i'j55. 
Villa,  Fasti  dellfi   cJUeta  milanese 


MIL 

descritta  nella  serie  cronologica  di 
tutti  gli  arcivescovi,  cominciando 
da  s.  Barnaba  fino  a  Filippo  Vis- 
conti, i83o.  Ivi  si  ricorda  il  pri- 
vilegio che  ha  1' arcivescovo  di  Mi- 
lano d'incoronare  i  re  d'Italia, 
quale  soltanto  cede  al  Papa.  Pala- 
dini, Della  elezione  degli  arcivesco- 
vi di  Milano,  1834.  Ripamonti, 
Historiarwn  ecclesiae  mediolanen- 
sis,  161 7. 

L'  arcivescovo  di  Milano  ebbe 
molti  vescovi  suffragane!,  tre  dei 
quali  divennero  essi  slessi  metro- 
politani, cioè  Genova  ,  Torino  e 
Vercelli,  altri  si  separarono,  altri 
tornarono  ad  incorporarsi.  Al  pre- 
sente sono  otto  i  vescovi  sulfra- 
ganei  di  Milano  :  Pavia,  Brescia , 
Mantova,  Bergamo,  Cremona,  Co- 
mo, Lodi  e  Crema,  la  quale  ulti- 
ma appartenente  già  alla  metropoli 
di  Bologna,  ed  a  questa  milanese  la 
sottopose  Gregorio  XVI  nel  i835. 
Fedi  Eustachio  da  s.  Uboldo,  Dis- 
sertatio  de  metropoli  mediolanensi, 
1 699.  Giambattista  Castiglioni,  Del 
jns  metropolitico  della  chiesa  di 
Milano.  Gio.  Rinaldo  Carli,  Del  di- 
ritto ecclesiastico  metropolitico  d'  1- 
talia  e  particolarmente  di  Milano 
e  d' Aquileia,  1786.  Muratori,  Z>t; 
antiquo  jure  metropolitae  medio- 
lanens'is  in  episcopuni  ticinensem. 
Negli  Ànecdot.  t.  I,  p.  221.  La 
cattedrale  è  dedicata  a  Dio  ed  alla 
Natività  di  Maria  Vergine.  Il  capi- 
tolo fu  sommamente  distinto  con  o- 
nori,  titoli  e  privilegi  prelatizi;  Cle- 
mente XI  gli  concesse  l' uso  della 
mitra  ,  di  cui  va  ornato  il  capo 
anche  nell'  annua  processione  del 
Corpus  Domini  fuori  del  tempio, 
solo  tenendosi  discoperti  quelli  che 
adempiono  i  sacri  uHici  sotto  il 
baldacchino,  a  dilTerenza  dell' arci- 
vescovo che  fuori  del  tempio  pi'occ* 


MIL 

de  mitrato.  Anlicamenfe  ebbe  i  suoi 
cardinali  (  titolo  di  cui  andarono 
insigniti  i  canonici  delle  più  cospi- 
cue città  d'Italia,  ed  il  Minatori  ne 
riporta  un  documento  del  io3cx), 
divisi  in  preti.,  diaconi  e  suddia- 
coni, venendo  anche  appellali  or- 
dinarii  sanctae  mediolanaisis  cecie- 
siae,  e  costituivano  il  collegio  dei 
primari  canonici.  Il  capitolo  metro- 
politano, ritiene  tuttora  le  distin- 
zioni de'tre  ordini  presbiterale,  dia- 
conale e  suddiaccnale.  Il  clero  che 
risiedeva  quotidianamente  nella  me- 
tropolitana, prima  dell'abolizione 
del  179B,  era  composto  come  se- 
gue: cinque  dignità,  cioè  l'arci- 
prete, r  arcidiacono,  il  primicerio, 
il  prevosto  di  nomina  Visconti,  ed 
il  decano  ;  tre  personali,  cioè  il  teo- 
logo, il  penitenziere  rnaggiore  ed  il 
dottore  prebendato;  dieci  canonici 
ordinari  sacerdoti;  dieci  canonici 
ordinari  di  prebenda  suddiaconale, 
altri  dicono  dieci  diaconi  e  cinque 
suddiaconi  ;  questo  chiamavasi  capi- 
tolo maggiore,  il  seguente  noraina- 
■vasi  il  capitolo  minore  :  un  maestro 
delle  sacre  cerimonie;  due  sotto- 
maestri; un  maestro  del  coro;  quat- 
tro notari  detti  ordinarioli  ;  cin- 
que lettori  maggiori,  e  dieci  letto- 
ri minori  ;  dicci  mazzeconici  o  ma- 
ceconici,  magistri  scholanmi ,  com- 
presi i  due  cappellani  di  nomina 
Vimercati;  quattro  penitenzieri,  oltre 
il  già  nominalo  canonico  ordinario; 
un  sacrista  della  sacrestia  maggiore, 
un  altro  della  minore  ;  un  sotto- 
sacrista  minore  ;  ventiqiialtro  can- 
tori per  la  musica,  dodici  ostiari, 
nove  chierici  per  le  messe;  final- 
mente dieci  vecchioni  e  dieci  vec- 
chione, formanti  la  così  detta  scuo- 
la di  s.  Ambrogio,  e  due  portieri. 
La  scuola  di  s.  Ambrogio  nelle 
messe  solenni    della    metropolitana 


M 1 L  83 

oltre     al  celebrante  le     ostie  ed    il 
vino;   ma    anche    la     rimembranza 
della  limosina    pecuniaria  sostituita 
alla  primitiva  obblazione  si  conser- 
vò in  qualche     modo    nella  chiesa 
metropolitana,    poiché  ancora  nelle 
domeniche  e  solennità   del  Signore 
si   pratica  dal     clero     un'oOferta  in 
denaro.   Il   tempo  delle  sospese  fun- 
zioni del  capitolo  durò  sino  al    i5 
agosto    i8o5,  epoca     in  cui   il  car- 
duial  Caprara  ottenne  la  restituzio- 
ne de'  due    capitoli,    quale  ora  sta, 
cioè:     selle    dignità    (quattro    dice 
l'ultima   proposizione  concistoriale), 
l'arciprete,  l'arcidiacono,  il  primice- 
l'io,    il  prevo.sto,    il  teologo,    il  pe- 
nitenziere  ed   il    dottore    prebenda- 
to ;     otto   canonici    ordinari   sacer- 
doti ,    otto    canonici     ordinari    dia- 
coni,  tre    canonici  ordinari  suddia- 
coni, un    maestro    delle   cerimonie, 
un  maestro    del    coro,    quattro  no- 
tari ,    otto    lettori,    sei    mazzeconi- 
ci   compresi    i  due  cappellani    del- 
la famigHa  Vimercati.  Nel    1810  vi 
fu  aggiunto    il     vice-maestro    delle 
cerimonie,  e  nel    1821   altro  cano- 
nicato sacerdotale  ordinario  sotto    il 
titolo  di  s.  Tommaso,  eretto  da  d. 
Costanzo    Gallarati    Scolti,    mentre 
nell'anno  i836  se  ne  aggiunse  altro 
diaconale    della    famiglia  Vittadini. 
Il   parroco  è    monsignor     arciprete, 
prima  dignità    del  capitolo,  cinque 
coadiutori,  sei  penitenzieri  compre- 
so il   maggiore,  due  sacristi  ,  un  vi- 
ce-sacrista, un  sacrista    dello  scuro- 
Io,     o    sotterranea     cappella     di     s. 
Carlo,  selle     ostiari,     nove    chierici 
per  le    messe,    dieci    cantori    com- 
preso il  maestro   di  cappella,    due 
organisti,  dieci  vecchioni,  dieci  vec- 
chione, e  due   portieri. 

Milano  era  abbondantissima  di  co- 
munità religiose,  e  ancora  al  tempo 
della  rivoluzione  ne  contava   82  di 


84  MIL 

religiosi  e  12  di  reIigio«e.  Al  presente 
in  Milano  di  religiosi  vi  sono  i  bc- 
nefratelli  ed  i  barnabiti;  in  Mon- 
za i  barnabiti;  nel  cantone  Ticino 
i  cappuccini.  Religiose  in  Milano, 
sono  le  salesiane,  agostiniane,  le 
fatcbene-sorelle,  e  le  figlie  della 
carità;  al  sacro  Monte  di  Varese 
le  agostiniane;  a  Claro  nel  cantone 
Ticino  le  benedettine.  La  diocesi  è 
ripartita  in  sei  regioni;  le  parroc- 
chie in  Milano  e  nei  corpi  santi 
sono  36,  comprese  le  sette  stazio- 
nali, la  cattedrale  cioè,  s.  Stefano 
maggiore,  s.  Nazaro  grande,  s.  Lo- 
renzo, s.  Ambrogio,  s.  Vittore  al 
corpo  e  s.  Simpliciano.  Fu  Grego- 
rio XIII  che  ad  istanza  di  s.  Carlo 
concesse  alle  prime  sette  chiese  di 
Milano  le  indulgenze  e  prerogative 
delle  sette  principali  chiese  di  Ro- 
ma. Il  Villa  scrisse;  Le  sette  chie- 
se di  Milano  ossia  basiliche  sta- 
zionali, 1627.  Le  parrocchie  della 
diocesi  sono  725,  di  cui  678  in 
Lombardia,  e  52  negli  stati  esteri, 
che  colle  suddette  36  formano  761 
parrocchie  in  tutto,  o  766  come 
si  legge  nella  citala  proposizione.  Agli 
articoli  Abciconfraternita  di  s.  Am- 
brogio e  di  s.  Cablo  de' milanesi,  e 
Chiesa  de'ss.  Ambrogio  e  Carlo  del- 
ia   NAZIONE    LOMBARDA    AL    CoRSO  ,     SÌ 

potrà  vedere  quanto  riguarda  quel 
sodalizio  e  il  sonluoso  tempio  ,  uno 
de'  più  belli  di  Roma.  J3ella  cap- 
pella papale  per  la  festa  di  s.  Car- 
lo, in  cui  il  Pontefice  si  reca  col 
treno  nobile,  e  prima  in  cavalcata, 
e. della  importante  sua  origine,  se 
ne  tratta  nel  voi.  IX,  p.  92  del 
Dizionario.  Ogni  arcivescovo  è  tas- 
sato in  fiorini  325o,  ascendendo  le 
rendite  a  circa  i4)000  scudi.  Am- 
pia è  i'arcidiocesi. 


MIL 

Concila  di    Milano. 

Il  primo  fu  tenuto  nel  344  '" 
favore  della  dignità  del  Verbo  pei 
cattolici  :  gli  eusebiani  però  non  vi 
vollero  condannare  1'  empia  opinio- 
ne di  Ario.    Reg.  e  Labbé  t.  II. 

Il  secondo  concilio  nel  346:  l'im- 
peratore Costanzo  essendo  in  Mila- 
no vi  fece  venire  s.  Atanasio.  I  ve- 
scovi cattolici  ricusarono  sottoscri- 
vere il  nuovo  formolario  mandato 
dagli  orientali,  e  dichiararono  che 
bastava  quello  di  Nicea.  Gli  ultimi 
non  poterono  otteneie  la  condaima 
degli  ariani.   Sozomeno  lib.  III. 

11  terzo  nel  347>  numeroso  per- 
chè radunato  da  questa  provincia 
e  da  quella  d'  Italia,  contro  Ur- 
sacio  e  Valente  vescovi  ariani,  i 
quali  si  ritrattarono  e  riconciliaro- 
no, almeno  in  apparenza,  colla  Chie- 
sa, abbracciando  la  fede  Nicena,  che 
dopo  tre  anni  ritrattarono.  Fozio 
di  Sirmio  vi  fu  deposto,  lieg.  t.  MI; 
Labbé  t.   II;   Arduino    t.   I. 

11  quarto  nel  355,  chiamato  la- 
trocinio e  falso  conciliabolo .  Vi 
intervennero  moltissimi  vescovi  tan- 
to d'oriente  che  d'occidente,  e  ven- 
nero esiliati  quelli  che  per  non  tra- 
dir la  fede  e  abbracciar  l' eresia 
ariana  non  vollero  sottoscrivere  la 
condanna  di  s.  Atanasio.  Alla  do- 
manda de' legati  del  Papa  s.  Li- 
berio, che  si  condannasse  Ario,  Co- 
stanzo imperatore  sostenne  che  la 
dottrina  d'  Ario  era  cattolica,  con 
queir  assolutismo  proprio  del  suo 
carattere,  a  fronte  della  commozio- 
ne del  popolo.  Temendosi  che  si 
sollevasse,  la  terza  sezione  fu  cele- 
brata in  palazzo,  ove  Costanzo  e- 
siliò  que'  vescovi  che  non  fecero  la 
sua  volontà,  cioè  di  condannare  s. 
Atanasio  e  comunicare  cogli  euse- 
biani, fra'quuli  s.    Dionigi  vescovo 


MIL 

di  Milano;  gli  altri  vescovi  per 
sorpresa  e  violenza  sottoscrissero, 
e  molli  se  ne  pentirono  e  furono 
puniti .  Labbé  t.  JI. 

Il  quinto  nel  38o  in  favore  di 
una  vergine  calunniala,  chiamala 
Indica.  Baluzio;    Arduino  t.   I. 

11  sesto  nel  3go,  fu  tenuto  se- 
condo la  più  comune  opinione  a 
motivo  d' Itacio  e  di  alcuni  altri 
vescovi  che  aveano  procuralo  pres- 
so l'imperatore  Massimo  la  morte 
de'  prisciilanisti,  la  qual  cosa  aveali 
resi  odiosissimi.  Giovinìano  monaco 
milanese,  nuovo  eresiarca,  vi  fu 
condannato  co'  suoi  fautori ,  che 
sostenevano  errori  contro  la  vergi- 
nità della  Madonna,  riprovati  già 
da  s.  Siricio  Papa.  Reg.  t.  Ili  ; 
Labbé  t.  II. 

H  settimo  nel  ^5i,  convocalo  da 
s.  Eusebio  vescovo  della  città,  ad 
istanza  di  s.  Leone  I,  di  cui  sotto- 
scrisse la  lettera  con  altri  venti  ve- 
scovi, diretta  a  Flaviano  di  Costan- 
tinopoli, sull'incarnazione  del  Ver- 
bo. I  pontificii  legati  narrarono  il 
brigandaggio  d'  Efeso,  e  quanto  si 
gemeva  in  oriente,  e  portarono  al 
Papa  una  lettera  del  concilio  piena 
di  slima  e  riverenza.  Reg.  t.  VII  ; 
Labbé  t.  Ili;  Arduino  t.  I. 

L'ottavo  nel  679  o  680  contro 
i  monotelili,  e  vi  si  riconobbero 
le  due  volontà  e  le  due  operazio- 
ni in  Gesù  Cristo .  Reg.  t.  XVI  ; 
Labbé  t.  VI;  Arduino  t.  III. 

Il  nono  neir  842.  Ramperto  ve- 
scovo di  Brescia  vi  fece  approvare 
l'immunità  del  monastero  da  lui 
fondalo  de'  ss.  Faustino  e  Giovila. 
Mansi,  Sitppl.  t.  T. 

Il  decimo  nell'  860  per  volere 
di  Papa  s.  Nicolò  I,  presieduto  da 
Tadone  arcivescovo  di  Milano,  e 
"tenne  scomunicata  V  adultera  En- 
gpltrude  moglie  di  Bosone.  Ivi. 


MIL  85 

L'  undecimo  nell'  879  o  880 
per  scomunicarvi  Aliene  per  le  sue 
invasioni  sacrileghe,  che  disprez- 
zando la  censura  il  concilio  l'ac- 
cusò al  sommo   Pontefice.  Ivi. 

Il  duodecimo  nel  1009,  presie- 
duto da  Arnoldo  arcivescovo  di 
Milano,  che  vi  depose  Olderico, 
che  Enrico  V  avea  posto  nella  se- 
de d' Asti  cacciandone  il  vesco- 
vo. Ivi. 

Il  decimoterzo  nel  1098  per  la 
riforma  del  clero,  di  alcuni  vescovi 
intrusi,  e  de'  monaci.   Ivi. 

Il  decimoquarlo  nel  11 17.  Pagi 
a  tale  anno. 

Il  decimoquinlo  nel  11 35,  ove 
fu  collocalo  sulla  sede  di  Milano 
Robaldo,  che  con  s.  Bernardo  a- 
veva  restituito  all'  obbedienza  d' In- 
nocenzo II  i  milanesi.  Mansi  t.  II. 

11  decimosesto  nel  1287,  tenuto 
a'  12  settembre  dall'  arcivescovo 
della  città  Ottone,  assistito  da  mol- 
ti vescovi  e  dai  deputali  di  tutti 
i  capitoli  della  provincia.  Vi  si  or- 
dinò l'osservanza  delle  costituzioni 
pontificie  e  delle  leggi  di  Federico 
II  contro  gli  eretici  ;  e  si  aggiun- 
sero sei  articoli  di  disciplina  eccle- 
siastica, vietandosi  agli  ecclesiastici 
di  entrare  ne' monasteri  di  donzelle, 
ed  ai  religiosi  e  religiose  di  assi- 
stere al  sotterramento  de' defunti. 
Reg.  t.  XXVllI;  Labbé  t.  XI  ; 
Arduino  t.  VII.  Nel  i3ii  sotto 
r  arcivescovo  Cassone  fu  tenuto  un 
concilio  sulla  disciplina  ecclesiastica, 
ma  forse  in  Bergamo. 

Il  decimosettimo  nel  novembre 
1291^  dall'arcivescovo  Ottone  e 
suoi  suffraganei,  per  la  liberazione 
della  Palestina,  perduta  interamen- 
te colla  battaglia  d'  Acri  de'  i8 
maggio  ;  vi  si  fecero  venlinove  ca- 
noni relativi  alle  crociate.  Ivi. 

Il  decituottavo  è   il  primo  con- 


86  MIL 

cilio  provinciale  di  quelli  celebri 
che  tenne  l'arcivescovo  s,  Carlo 
Borromeo,  che  per  l'importanza 
de'  suoi  canoni,  in  piìi  luoghi  ri- 
portiamo. Lo  tenne  coi  suffragane! 
in  settembre  i565,  e  \i  fu  rice- 
vuto il  concilio  di  Trento,  e  ven- 
nero fatte  molle  costituzioni  divise 
in  tre  parti;  la  prima  riguarda  la 
fede  cattolica,  la  seconda  i  sacra- 
menti tanto  in  generale  quanto  in 
particolare,  la  terza  l' amministra- 
zione de'  luoghi  pii,  spedali,  mona- 
steri di  monaci,  ebrei,  ec.  Fra  i 
vescovi  vi  fu  il  cardinal  Guido  Fer- 
rcri.  S.  Carlo  quantunque  assai  gio- 
vane, vi  presiedette,  e  si  fece  am- 
mirare pel  suo  zelo  ed  eloquenza. 
Ne  diresse  tutti  i  decreti,  ed  inco-  ' 
raggi  i  vescovi  più  vecchi  ad  os- 
servarli. Reg.  t.  XXXV  ;  .  Lahbé 
t.  XV  ;  Arduino  t.  X  ;  Ada  cede- 
siae  Mediolanensìs,   i5gg. 

Il  decimonono,  provinciale  II,  nel- 
l' aprile  iSGg,  tenuto  da  s.  Carlo 
coi  vescovi  di  sua  provincia.  Con- 
tiene tre  parti  riguardanti  la  ^ede 
cattolica,  r  amminisli'azione  de'sa- 
gramenti,  e  le  altre  obl)ligazioni 
pastorali;  il  sacrificio  della  messa, 
1'  uffizio  divino,  il  culto  della  chie- 
sa e  gli  ecclesiastici  ;  i  beni  ed  i 
diritti  della  chiesa,  ed  i  luoghi 
pii,  ec.  L'arcivescovo  l'apri  con 
un  discorso  degno  di  lui.  ivi. 

Il  ventesimo  concilio,  provinciale 

III,  fu  tenuto  da  s.  Carlo  nel  i5'jZ 
in  aprile,  pel  ristabilimento  della 
disciplina  ecclesiastica,  la  santifica- 
zione delle  feste,  lo  stabilimento 
delle  scuole  della  dottrina  cristia- 
na, ec.  Ivi. 

Il    ventesimoprimo  ,    provinciale 

IV,  fu  tenuto  da  s.  Carlo  nel  mag- 
gio 1576,  sulla  fede  e  altri  pun- 
ti dì  dottrina,  sui  sacramenti,  sui 
vescovi  e  altri  uiinistri  della  chiesa, 


MIL 

ec.  VI  si  trovarono  undici  vescovi, 
e  l'arcivescovo   coli' autorità  di  vi- 
sitatore generale    apostolico.   Ivi. 
Il  ventesimosecondo,  provinciale 

V,  fu  tenuto  nel  1579  ^^  *•  Carlo, 
che  ne  fece  l'apertura,  con  tutti 
gli  stati  della  provincia  come  nei 
precedenti.  Vi  si  fecero  regolamcn-  "' 
ti  appartenenti  alla  fede,  all'  am- 
ministrazione de' sacramenti;  alla 
carità,  alla  cura,  rimedi  e  precau- 
zioni in  tempo  di  peite;  al  sacra- 
mento dell'ordine,  ec.   Ivi. 

Il    ventesimoterzo  ,    provinciale 

VI,  fu  tenuto  da  s.  Carlo  nel  i583 
con  nove  vescovi,  facendone  l' a- 
pertura  con  discorso  in  cui  esortò 
i  colleghi  a  menar  vita  apostolica. 
Si  fecero  3i  capitoli  sulla  discipli- 
na ecclesiastica.   Ivi. 

11     ventesiraoquarto ,   provinciale 

VII,  fu  tenuto  nel  1612  dal  car- 
dinal Federico  Borromeo  arcive- 
scovo. Synodus   VII  prov. 

MILASA.  FediMtzKS'io. 

MILBURGA  (s.).  Ebbe  per  pa- 
dre  Merwaldo,  secondo  figliuolo  di 
Penda  re  de'  meroiani.  Entrò  nella 
religione  monastica,  e  fu  eletta  ba- 
dessa di  Wenlocli  nella  contea  di 
Shrop.  Il  suo  esempio  e  le  sue  sol- 
lecitudini resero  questo  luogo  un 
santuario  di  tutte  le  virtù.  Ella 
nou  era  distinta  dalle  altre  sorelle 
che  per  un  sommo  dispregio  di  sé 
medesima  ;  ma  quanto  essa  cercava 
di  umiliarsi,  altrellanto  Iddio  la 
glorificava  agli  occhi  altrui.  Passò 
della  presente  vita  in  sulla  fine  del 
settimo  secolo.  Nel  iioi  si  scopri- 
rono le  sue  reliquie  sotto  le  rovi- 
ne dell'antica  abbazia  di  Wenloch, 
venendo  ivi  edificato  un  monastero 
dicluniacensi.  ti'iG  maggiodello  stes- 
so anno  se  ne  fece  il  trahlato,  e 
furono  operati  molli  n)iraeoli,  giu- 
sta   Guglielmo     di    Malincsbury  e 


1 


MIL 
Hai'psfield.  Questa  santa  è  onorala 
il  giorno  23    di    febbraio,     che    si 
crede  essere    slato   quello  delia  sua 
morte. 

MILDREDA  (s.).  Sorella  di  s. 
Milburga,  del  sangue  reale  di  Mer- 
cia,  fu  educata  nell'  abl)azia  di 
Chelles  in  Francia,  ove  volò  a  Dio 
la  sua  virginità.  Tornata  in  Inghil- 
terra, venne  eletta  badessa  del  mo- 
nastero di  Minstrey,  nella  piccola 
isola  di  Thanet.  Settanta  vergini 
si  recarono  tosto  a  lei  per  essere 
governate.  Ella  riguardavasi  come 
l'ultima  di  tutte,  e  le  guidava  col 
proprio  esempio  alla  perfezione  del 
loro  stato.  Annoverò  Ira  le  sue  re- 
ligiose s.  Ermengida ,  sua  zia,  il 
culto  della  quale  era  celebre  un 
tempo  in  Inghilterra.  Morì  sul  fi- 
nire del  settimo  secolo,  e  le  sue 
reliquie  furono  trasportate  nel  io33 
al  monastero  di  s.  Agostino  a  Can- 
torbery.  Guglielmo  di  Malmesbury 
riferisce  che  erano  custodite  eoa 
molta  venerazione,  e  che  si  fecero 
assai  miracoli  per  la  loro  virtù.  La 
sua  festa  è  segnata    a*  20  febbraio. 

MILETO.  Sede  vescovile  della 
provincia  di  Caria,  nella  diocesi 
d'  Asia,  una  delle  più  antiche  citta 
dell'  Asia  minore,  e  capitale  della 
Jonia,  eretta  nel  V  secolo  sotto  la 
metropoli  di  Stauropoli,  poi  arci- 
vescovato nel  IX.  Fu  patria  di  Ta- 
lele  uno  de' sette  sapienti  della  Gre- 
cia, e  della  famosa  Aspasia  moglie 
di  Pericle.  Fu  ornata  di  superbi 
edilìzi  e  di  templi,  celebre  pel  suo 
commercio,  per  le  arti  e  le  scien- 
ze che  vi  fiorirono  :  il  gran  nume- 
ro delle  colonie  inviate  altrove  da 
questa  città  molto  contribuì  a  ren- 
derla illustre.  Assai  soffri  per  par- 
te de'  re  di  Lidia,  ed  i  greci  la 
conquistarono  al  loro  arrivo  in  A- 
sia.   Dagli    atli    apostolici    sembra 


MIL  87 

che  la  B;de  siavi  stata  predicata  da 
s.  Paolo  apostolo;  fu  prima  chia- 
mata Lelegeisy  Piiyasa,  Anactorìa, 
ed  ora  Palatsha.  Ne  furono  vesco- 
vi s.  Cesario  che  soffrì  il  martirio 
con  s.  Tirso  e  co' suoi  compagni 
sotto  l'imperatore  Decio  nel  III  se- 
colo ;  Eusebio,  Ambracio,  Giacinto, 
Giorgio,  Epifanio,  ec.  Oriens  chrisl. 
t.  I,  p.  917. 

MILETO  {Mìlilen).  Città  con 
residenza  vescovile  nel  regno  delle 
due  Sicilie,  nella  provincia  della 
Calabria  Ulteriore  seconda,  capo- 
luogo di  cantone,  distante  una  lega 
e  mezza  da  Monteleone,  antica  cit- 
tà de'bruzi,  Milelum.  È.  bene  fab- 
bricata su  alto  monte,  e  tra  i  suoi 
migliori  edifizi  si  noverano  l' epi- 
scopio e  la  cattedrale.  Ruggiero  I 
i-e  di  Sicilia  vi  nacque  nel  1097  , 
e  suo  padre  il  conte  Ruggiero  nor- 
manno, che  1'  avea  conquistata,  vi 
fu  sepolto  nel  i  loi.  Fu  molto  dan- 
neggiata a' 5  febbraio  1783  dallo 
stesso  terremoto  che  cagionò  tanti 
danni  a  Messina  e  alla  Calabria. 
Dopo  che  Dario  rovinò  la  celebre 
città  di  Mileto  [Vedi]  d'  Asia,  i  mi- 
leti  si  recarono  0  fondare  questa 
città,  presso  il  porto  dell'antica 
città  di  Meda  ma  ciica  otto  miglia 
distante.  Il  conte  Ruggiero  nor- 
manno vi  fondò  il  cospicuo  mona- 
stero della  ss.  Trinità  e  s.  Michele 
arcangelo  di  monaci  greci  basilia- 
ni,  ed  «resse  il  superbo  edificio  del- 
la cattedrale  della  Beata  Vergine 
e  di  s.  Nicola,  che  dicesi  consa- 
crata da  Calisto  II,  cui  unì  le  due 
cattedrali  di  Tauriana  e  di  Bivona 
o  Vibona  quasi  dai  saraceni  alter- 
rate.  In  ambedue  i  templi  Ruggie- 
•  ro  vi  trasportò  le  colonne  di  quel- 
lo di  Proserpina.  Allorché  Grego- 
rio XIII  fondò  in  Roma  il  colle- 
gio greco,  vi  UDÌ  nel  1 58 1  la  detta 


88  MIL 

«elebre  abbazìa    della  ss.  Trinità  e 
di    s.   Michele     arcangelo,  che    Ur- 
bano II  avea    posto  sotto  la  pro- 
tezione della  chiesa  romana.  In  pro- 
gresso   di    tempo    le  fastidiose    liti 
che  turbavano    la    tranquillità  del 
vescovo  e  del   collegio  intorno  alla 
giurisdizione  che    ambedue  preten- 
devano di  esercitare  sopra  l'  abba- 
zia, indusse  Clemente  XI  ad  unirla 
pila  meqsa    vescovile,    col    peso  di 
dovergli  corrispondere  l'annua  pen- 
sione di  scudi  2400,  con  bolla  del 
primo  agosto  17 17:  di  questa  abba- 
zia Natale  Maria  Cimaglia  ne  pub- 
blicò l'erudita  istoria  in  Napoli  nel 
1762.  La  detta  pensione  costituì  la 
yera  dqta  del  collegio  greco  fino  al 
1766.  Allora    per    le    controversie 
paté    fra    la  santa  Sede  e  la  corte 
di  Napoli,  il   vescovo    cessò  di  pa- 
garla, e    supplì    a    tal    mancanza 
Clemente  XIII  ,  assegnando  al  col- 
legio scudi    i5oo    annui    sulla  da- 
taria apostolica,  ed  un  tal  sussidio 
gli  fu    conferm£(tq    da  Pip  VI  nel 
?776. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  da 
«.  Gregorio  VII  nel  1073;  vi  unì 
quelle  di  Taiiriana  e  Fibona  {P^e- 
^i)t  verso  il  1086,  suffraganee  di 
Jleggio,  come  lo  divenne  Mileto, 
poi  dichiarata  immediatamente  sog- 
getta alla  santa  Sede.  Il  primo  ve- 
scovo fu  Arnolfo  consecvato  da  s. 
Ciregovio  VII  nel  1073,  ed  ottenne 
dal  suddetto  Ruggiero  conte  di  Si- 
filia  molti  beni  e  diversi  privilegi, 
fnorepdo  nel  1077.  Gli  successe 
Hiosforo,  indi  Gaufrido  del  i094> 
pel  1 099  Eberardo  che  da  Pasqua- 
le II  fu  confermato  in  vescovo  di 
Mileto,  Tauriana  e  Vibona,  e  nei 
privilegi  concessi  da  Ruggiero.  Gau- 
frido del  II 19  fu  da  Calisto  II 
dichiarato  colla  sede  di  Mileto  ìm> 
piediatamente  soggetto  alla  Sede  a- 


MIL 

postolica,  ed  onorando  di  sua  pre- 
senza la  città     consacrò    la     chiesa 
della  ss.   Trinità    coli' assistenza  del 
vescovo.  Rinaldo  gli  successe  e  ri? 
portò  nel    [i39    da    Innocenzo    II 
la  conferma    de'  privilegi  della  sua 
chiesa.     Quindi    nomineremo  i  ve- 
scovi    più    distinti  ,    o    meritevoli 
di  menzione.     Anselmo   ottenne  da 
Alessandro    III    conferma    alle  im- 
munità godute  dalla    sua  chiesa,  e 
intervenne  al  concilio    di  Laterano 
III.  Pietro  del   1200    famigliare  di 
Innocenzo  III.     Per  morte  di    Do- 
menico una    parte   del  capitolo   e- 
lesse  Arnoldo    monaco,  l'altra    fra 
Deodato  di    Capua    domenicano,  il 
quale  nel    1282     fu  confermato  da 
Martino  IV.  Saba  eletto  nel   1286 
dal  capitolo,    venne    approvalo  da 
Onorio  IV.  Nel    1298   Andrea  ab- 
bate cistcrciense    di    s.    Stefano  di 
Bosco,  dotto    e   insigne    per    virtù, 
prescelto  da   Bonifacio   VIII  a  pre- 
ferenza di  Manfredo  Cifono  di  Mi- 
leto, ambedue   eletti     dai  canonici. 
Tuttavolta  alla    morte  di    Andrea, 
Clemente  V  nel   i3ii     gli  sostituì 
Manfredo  suddetto  canonico  decano. 
In  questa  dignità    e    nella  sede  gli 
successe    il    concittadino     Goffredo 
F'azaro,  eletto   da    Giovanni   XXII 
pel   1328;  zelante  della  disciplina, 
fece  alla  cattedrale  elegante    porla 
e  la  campana    maggiore.  Nel  1396 
l'antipapa    Benedetto    XllI  conferì 
la  sede  ad    Enrico,    ma    Bonifacio 
JX  nel   1398  nominò  Andrea  d'A- 
lagni    napoletano,    indi    nel     i4o2 
Corrado  Caracciolo,  creato  cardinale 
da  Innocenzo  VII.  Per  aver  segui- 
to Alessandro  V,    Gregorio  XII  lo 
depose.  Giovanni  XXIII  nel    i4m 
elesse  Astorgiq  Agnensi,e  lo  era  al 
concilio  di  Costanza  in  cui  fu  crea- 
to Martino  V  ;  poi  fu  fallo  cardinale 
^a  Nicolò  V.    Antonio    Sorbilli  di 


I 


MIL 

Mileto  o  Monteleone,  Eugenio  IV 
nel  1435  lo  elesse,  che  istituì  il 
seminario  nel  i44o-  Cesare  Cae- 
tani  abbate  cistcrciense  del  i464; 
cui  successe  Narciso  catalano  dot- 
tissimo. Sisto  IV  nel  i48o  nominò 
il  nipote  Giacomo  della  Rovere,  che 
eresse  nella  cattedrale  il  nuovo  sa- 
crario. Nel  i5o4  traslato  a  Sarno, 
divenne  vescovo  Francesco  Alidosio, 
che  creato  cardinale  abdicò  nel 
i5o5.  Giulio  II  gli  sostituì  il  pro- 
prio nipote  Francesco  della  Rovere 
di  Savona,  che  trasferito  a  Came- 
rino nel  i5o8,  nominò  Andrea 
Valle  creato  cardinale  da  Leone 
X.  Fece  l'organo  nella  cattedrale, 
incominciò  il  palazzo  vescovile,  e  si 
dimise  con  regresso  nel  iSaS.  Gli 
successe  Quinzio  de  Rustici  roma- 
no, che  compì  1'  episcopio  e  collo- 
cò nella  cattedrale  la  statua  mar- 
morea dì  s.  Nicola;  indi  nel  i566 
fu  fatto  amministratore  il  cardinal 
Innico  Avalos,  e  nel  iSyS  il  suo 
■sicario  Gio.  Maria  de  Alessandri 
d'  Urbino.  Nel  i585  gli  successe 
M.  Antonio  Tufo  napoletano,  che 
più  altari  edificò  nella  cattedrale, 
ove  fece  il  trono  e  donò  suppel- 
lettili, celebrò  il  sinodo  e  perfezio- 
nò il  seminario.  Nel  1608  Gio. 
Battista  Leni,  poi  cardinale;  gli  suc- 
pesse  fr.  Felice  Centini  indi  cardi- 
nale: visitò  la  diocesi,  riformò  il 
clero,  celebrò  il  sinodo,  e  regalò 
preziosi  ornamenti  alla  cattedrale. 
Di  lui  e  degli  altri  cardinali  ve- 
scovi si  possono  vedere  le  biogra- 
fie. Il  suo  vicario  gli  fu  sostituito 
nel  161 3,  cioè  Virgilio  Capponi 
nobile  ascolano  :  con  immensa  fa- 
tica governò,  fu  acerrimo  difen- 
sore dell'  immunità  e  delie  calun- 
nie appostegli,  onde  furono  puniti 
gl'impostori,  e  restò  onorevole  me- 
poo^ia  di  sue  virtù.  Nel     i63i  gli 


M I  L  89 

renne  surrogato  fr.  Maurizio  Cen- 
tini di  Ascoli  nipote  del  cardinale, 
traslato  da  Massa  Lubrense,  versa- 
tissimo  nelle  lettere;  interamente 
perfezionò  il  seminario,  ornò  1'  al- 
tare maggiore  della  cattedrale,  e- 
resse  di  nuovo  in  altro  luogo  quel- 
lo di  s.  Nicola,  visitò  la  diocesi  e 
celebrò  il  sinodo.  Nel  1640  fu  suc- 
cesso da  Gregorio  Ponziani  nobile 
romano,  dotto  filippino,  che  Ur- 
bano Vili  avea  spedito  in  Inghil- 
terra per  affari  ecclesiastici,  ove 
per  le  sue  virtù  e  prudenza  si  re- 
se celebre.  L'  Ughelli  e  suoi  conti- 
nuatori terminano  la  serie  de'  ve- 
scovi di  Mileto,  Italia  sacra  t.  I, 
p.  942,  con  Diego  Maurelli  di  Co- 
senza del  1662,  Ottavio  Paravi- 
vicini  milanese  del  168  r,  e  Dome- 
nico Antonio  de  Bernardinis  nobile 
di  Lecce,  Iraslato  nel  1696  da  Ca- 
stellanela.  Le  annuali  Notizie  di 
Roma  registrano  i  seguenti.  lyaS 
Ercole  d'  Aragona  de'  duchi  d'A- 
lessano,  arcivescovo  di  Pirgi.  1734 
Marcello  Filomarino  napoletano . 
1756  Giuseppe  Maria  Caraffa  tea- 
tino di  Nola,  traslato  da  Trivento. 
Dopo  lunga  sede  vacante  nel  1792 
Enrico  Capece  Minutolo  filippino 
napoletano.  Leone  XII  nel  1824 
preconizzò  vescovo  fr.  Vincenzo 
Maria  Armentano  domenicano,  di 
Normanno  diocesi  di  Cassano.  Per 
sua  morte  il  regnante  Pio  IX  nel 
concistoro  de' 12  aprile  1847  gli 
die  in  successore  1'  odierno  vescovo 
monsignor  Filippo  Mincione  di  Ca- 
pua,  e  canonico  di  quella  metro- 
politana. 

La  cattedrale  è  dedicata  a  Dio 
sotto  r  invocazione  di  s.  Nico- 
la di  Bari,  vescovo;  moderno  e 
bellissimo  edificio  con  fonte  bat- 
tesimale, avendo  il  terremoto  ro- 
vinata l'antica;  tra  le  reliquie  che  v^ 


9Ò  M I L 

si  .venerano,  nomineremo  il  corpo 
tji  s.  Fortunato  martire.  Il  capitolo 
si  compone  di  cinque  dignità,  la  pri- 
ma delle  quali  è  V  arcidincono,  la 
quinta  eh' è  l'arciprete  ha  la  cura 
delle  anime;  di  tredici  canonici, 
comprese  le  prebende  del  teologo 
e  del  penitenziere,  di  mansionari  o 
otto  beneficiati  cappellani  corali,  e 
di  altri  preti  e  chierici.  L' episco- 
pio, mediocre  edifizio,  è  alquanto 
distante  dalla  cattedrale,  oltre  la 
quale  in  città  vi  è  altra  chiesa  par- 
rocchiale. Vi  è  pure  una  confrater- 
ìiita,  diversi  luoghi  pii,  l'ospedale 
ed  il  seminario.  La  diocesi  è  am- 
pia e  contenente  i3o  luoghi.  Ogni 
nuovo  vescovo  è  tassato  ne'  libri 
della  camera  apostolica  in  fiorini 
393,  in  proporzione  delle  rendite 
della  mensa,  che  ascendono  a  circa 
5ooo  ducati. 

MiLETOPOLI.  Fedi  Melito- 
roLi. 

MILEVO,  Milevum,  Milevis.  Se- 
de  vescovile  d'Africa  nella  Numidia, 
sotto  la  metropoli  di  Cirta,  la  cui 
città  fu  celebre  pei  due  concilii  che 
vi  si  tennero ,  ed  è  situata  nel- 
la parte  orientale  della  Mauri  lia- 
na Cesariense,  presso  la  foce  del 
fiume  Ampsaga .  Oggidì  chiama- 
si Mela  o  Meelah.  Ne  furono  ve- 
scovi Polliano  che  intervenne  al 
concilio  di  Cartagine  nel  a55;  Ol- 
iato I,  santo  che  scrisse  verso  il 
870  i  suoi  libri  sullo  scisma  dei 
Donatisti  [Fedi)  contro  Parmenia- 
no,  uno  de'  più  celebri  vescovi  di 
tal  setta.  S.  Agostino  chiamò  s. 
Oliato,  vescovo  di  venerabile  me- 
moria ,  e  dice  di  lui  come  di 
fi.  Ambrogio,  che  potrebbe  essere 
una  prova  della  verità  della  Chiesa 
cattolica,  quando  essa  venisse  ap- 
poggiala sulla  virili  de' suoi  mini- 
stri. Onorio  viveva  nel  dechnar  del 


MIL 
secolo  IV  a'  tempi  di  PetiHano  dì 
Cirta  donatista-  Severo  scrisse  a  s. 
Agostino  nel  4o9-  Olialo  II  del 
420.  Benenalo  esiliato  dal  re  Un- 
nerico  nel  4^4-  l^eslitulo  interven- 
ne nel  553  al  concilio  di  Costan- 
tinopoli. Dopo  il  quale  non  si  co- 
noscono altri  vescovi,  sino  a  Gio- 
vanni del  i4oo;  Gerlato  del  i^iZ; 
Emrnanuele  del  1672  ;  Giacinto  de 
Faldanna  del  1675;  Gio.  Ignazio 
Blauhouschius  del  1679;  e  Caio 
Aslerio  Toppio  del  1728.  Morcelli, 
Africa  christ.  t.  I,  p.  228.  Al  pre- 
sente Milevi,  Milevitan,  è  un  titolo 
vescovile  in  partihus-  che  conferisce 
il  Papa,  sotto  r  arcivescovato  in 
partibus  di  Cartagine.  Pio  VII  nel 
1801  lo  die  ad  Angelo  Cesarini , 
consecralo  a'  3  ottobre  nella  cat- 
tedrale di  Frascati  dal  suo  gran 
protettore  il  cardinale  duca  di 
York:  di  questo  prelato  parlammo 
nel  voi.  XXVn,  p.  i55  del  Di- 
zionario ed  altrove.  Gregorio  XVI 
a'  i4  febbraio  1840  fece  vescovo 
di  Milevi  monsignor  Guglielmo  Ber- 
nardo Collier  della  congregazione 
anglo-benedettina,  e  vicario  aposto- 
lico dell'  isola  Maurizio  in  Africa. 

Concila  di  Milevi. 

Il  primo  fu  celebrato  nel  4o^> 
sotto  il  Papa  s.  Innocenzo  I  e  gli 
imperatori  Arcadio  ed  Onorio.  Fu 
questo  un  concilio  generale  di  tut- 
te le  Provincie  d'Africa.  Vi  pre- 
siedette Aurelio  di  Cartagine,  e  ven- 
nero confermati  i  concilii  d'Ippona 
e  di  Cartagine,  e  fatti  cinque  ca- 
noni di  disciplina,  ordinandosi  che 
i  nuovi  vescovi  cederebbero  agli 
anziani,  secondo  le  regole  antiche. 
Reg.  t.  IV;  Labbé  t.  II  ;  Ardui- 
no t.  I. 

11  secondo  venne  tenuto  nel  4 16, 


MIL 

sotlo  il  Papa  e  imperatori  suddetti, 
coir  intervento  di  sessantuno  vesco- 
vi della  provincia  di  Nuinidia,  i 
quali  «crisseio  a  s.  Innocenzo  I  per 
cbiedergli  la  condanna  di  Pelagio, 
di  Celestio  e  loro  partigiani,  per 
r  eresia  che  toglieva  di  mezzo  la 
necessità  delT  orazione  pegli  adulti 
e  del  battesimo  pei  fanciulli.  Fu- 
rono fatti  otto  canoni  contro  i  pe* 
Ingiani,  e  ventisette  sulla  disciplina, 
quali  trovansi  sotto  il  nome  di  Mi- 
levo  nelle  collezioni  ordinarie.  Ma 
tranne  il  XXllI,  che  non  leggesi 
altrove,  tutti  gli  altri  sono  o  del 
primo  concilio  di  Milevi,  o  di  quel- 
lo di  Cartagine  del  4i8>  o  di  qual- 
che altro  concilio.  1  più  celebri 
vescovi  che  vi  assisterono,  sono  : 
Silvano  di  Zomma  primate  della 
provincia,  s.  Alipio,  s.  Agostino, 
Severo  di  Milevi,  e  Fortunato  di 
Cirta,  che  furono  lodati  nello  zelo 
e  vigilanza  pastorale  dalla  risposta 
di  s.  Innocenzo  I,  il  quale  condan- 
nò i  nominati  eretici,  in  data  27 
gennaio  4'7>  dopo  aver  consulta- 
to suir  argomento  il  concilio  ro- 
mano. Reg.  t.  XIV;  Labbé  t.  II  ; 
Arduino  t,   I. 

MILFOUD.  Città  e  porto  della 
parte  sud  del  paese  di  Galles,  con- 
tea d'Inghilterra,  fondaVj  nel  1790, 
che  riceve  le  acque  del  Clelby  e  del 
Douledge.  È  così  ben  difesa  che 
potrebbe  contenere  con  sicurezza 
r  intera  marina  inglese.  O  in  que- 
sto luogo  o  in  Milfort  d'Irlanda, 
nel  II 52  fu  tenuto  un  concilio, 
e  ne  paria    il    Pagi  a   tale  anno. 

MILITE,  Milcs.  Titolo  antica- 
mente assai  onorato,  benché  si  di- 
cesse anche  milite  il  soldato  o  mi- 
litare ch'esercita  l'arte  della  Mi- 
lizia [J^tdi).  Valeva  prima  ([uanlo 
gentiluomo  e  Cavaliere  [P^edi),  pev- 
chè  allora  la  milizia  più  che  altro 


MIL  91 

nobilitava  persone  e  cose  ;  non  ba- 
stava però  seguir  la  milizia  per 
meritarsi  il  titolo  di  milite,  ma 
per  conseguirlo  occorrevano  guer- 
reschi fatti  ed  eroico  valore  pro- 
vato in  battaglia.  Perciò  il  fiore 
della  nobile  gioventù  correva  al 
combattere,  e  di  virtù  gareggiava 
e  di  coraggio  nelle  comuni  impre- 
se, fìdanzosa  e  anelante  di  averne 
in  premio  la  cavalleria.  Era  l'  uni- 
nica  e  apprezzata  ricompensa  ai 
marziali  travagli,  e  finché  non  sa- 
livano al  grado  di  cavalieri,  i  gio- 
vani chiamavansi  nell'esercito  ar- 
migeri, scutiferi  e  scutarii  portanti 
lo  scudo  de' cavalieri  nelle  giostre 
e  tornei.  Mentre  sfavasi  aspettando 
alcuna  battaglia  o  perigliosa  mi- 
schia, o  dopo  riportatane  vittoria,  si 
conferiva-  a'  nobili  scudieri  la  ca- 
valleria. I  militi  o  cavalieri  furono 
creati  anche  in  occasione  di  ma- 
gnifica Corte  [Vedi)  bandita,  o  al- 
l'arrivo di  sovrani  o  principi  rag- 
guardevoli, o  in  altro  solenne  av- 
venimento del  sovrano  o  del  pò* 
polo.  L' istituzione  de'  militi,  chia- 
mati poi  cavalieri,  ascende  ai  secoli 
barbari,  quando  le  orde  de*  goti, 
longobardi,  franchi,  germani,  occu- 
pata 1'  Italia,  introdussero  quest'or- 
dine. Anticamente  gl'italiani  disse- 
ro militi  que'  soldati  che  guerreg- 
giavano a  cavallo,  mentre  i  fanti 
si  dicevano  pedites  e  da  taluno  mi- 
liies.  Ma  il  nome  di  milite  prese 
poi  a  indicare  que' nobili  eh' erano 
con  ispeciali  cerimonie  decorati  del 
cingolo  militare,  di  cui  facemmo 
parola  a  Fascia,  essendo  primario 
ornamento  de'  militi  il  cingolo  e  la 
spada,  dicendosi  propriamente  cin- 
golo militare  la  spada  cinta  ai 
fianchi  de'  ricevuti  all'onore  delia 
mdi^ia,  diverso  però  di  quello  dei 
romani ,    che    V  usavano    del    puri 


92  MIL 

cavalieri  e  pedoni.  Anche  gli  adul- 
ti e  gli  stessi  principi  furono  bra- 
mosissimi dell'  onore  della  cavalle* 
ria;  l'ebbero  i  podestà  o  altri 
ministri  ed  i  giurisperiti  ,  e  si 
crearono  militi  talvolta  avanti  la 
porta  dell'  episcopio  :  vi  furono  in- 
olti'e  milites  lUeraii  ed  i  milìles 
clerici.  Questo  onore  si  concedeva 
con  molte  solennità  e  apparato  di 
armi,  cavalli,  mense,  ec.  II  principe 
o  cavaliere  conferente  1'  onore  per- 
cuoteva il  collo  o  la  spalla  dell'in- 
ginocchiato novello,  colla  spada 
presa  dalle  sue  mani,  pronuncian- 
do le  parole  :  Esto  probiis  niiles. 
Alcuni  hanno  creduto  che  in  Mi- 
lano vi  fosse  un  ordine  militare 
sotto  l'invocazione  di  s.  Ambrogio, 
o  de'  militi  di  s.  Ambrogio,  o  mi- 
liti dell'  arcivescovo  e  arcivescovato 
di  Milano,  come  furono  Amizone 
ed  Erembaldo,  distinti  personaggi. 
Ai  rispettivi  articoli  si  parla  degli 
ordini  militari  cavallereschi.  3Iiles 
s.  Petri  fu  grado  dato  dai  Papi  a 
quei  che  innalzavano  alla  digni- 
tà regia,  come  leggesi  nell'  ordine 
romano  XIV  presso  Mabillon,  Mu' 
sei  ital.  p.  4o8.  Nel  1080  s. 
Gregorio  VII  nell' investire  Guiscar- 
do lo  assunse  iti  specialem  b.  Petri 
militem.  Cosi  fu  praticato  da  Cle- 
mente V  quando  unse  e  coronò  in 
Avignone   Roberto  re  di   Sicilia. 

MILIZIA.  Ordini  equestri  sotto 
il  titolo  di  Concezione  della  mili- 
zia cristiana  [Fecli);A\  Gesìi  Cri- 
sto milizia  {Fedi);  di  Gesti  Cristo, 
s.  Domenico  e  s.  Pietro  martire 
milizia  (Fedi);  di  Gesti  in  Alenia- 
gna  (^Fedi)  che  volevasi  istituire 
sotto  Paolo  V.  Dicesi  milizia  per 
grado  cavalleresco,  laonde  gli  ordini 
militari  ed  equestri  hanno  articoli. 
f^edi  Cavalieue,  Milite. 

MILIZIA    O    TrU^Ì-A     PONIIFICIA. 


MIL 

La  parola  milizia,  miliiia,  signi- 
fica propriamente  l'arte  della  guer- 
ra; militare  ,  militaris,  o  soldato, 
miles,  quegli  ch^esercita  l'arte  della 
milizia,  che  vi  appartiene  o  fa  pro- 
fessione d'arme,  da  soldare,  assol- 
dato, condotto  al  soldo,  mercede 
conduclus.  Truppa,  per  turma  e 
squadra  di  soldati,  agrnen,  acieSy 
turma.  Milizia  dicesi  anche  per  eser- 
cito di  gente  armata,  e  per  ordine 
di  grado  cavalleresco,  come  dicia- 
mo discorrendo  degli  ordini  mili- 
tari ed  equestri.  Milite  [F^edi)  si 
disse  anticamente  il  soldato.  L'arte 
della  guerra  è  il  complesso  delle 
cognizioni  necessarie  per  condurre 
una  moltitudine  di  uomini  armati, 
organizzarla,  muoverla,  farla  com- 
battere, invigilando  alla  sua  con- 
servazione. Il  genio  della  guerra 
consiste  nel  talento  di  adattare 
opportunamente  gli  eserciti,  e  di 
antivedere  le  migliori  combinazioni 
con  sangue  freddo  e  prontezza,  fra 
mezzo  ai  pericoli  e  alle  crisi.  Le  ar- 
ti militari  consistono  nella  cognizio- 
ne de'melodi  scieutifìci  e  meccani- 
ci, che  dirigono  i  particolari  ^del- 
l'azione  e  l'uso  dei  mezzi:  così  la 
strategia,  la  lattica,  l'artiglieria,  la 
fortificazione,  l'organizzazione,  l'am- 
minislrazione  delle  armate,  sono  ar- 
ti militari,  che  devono  essere  fami- 
gliari a  un  generale,  ma  in  tutto 
vi  deve  concorrere  l'esperienza.  In 
fine,  il  mestiere  delle  armi,  è  la 
vita  consacrata  ai  travagli  militari; 
e  questa  espressione  si  applica  par- 
ticolarmente a  coloro  che  vi  si  e- 
sercitano. 

Allorché  si  divisero  i  dominìi 
del  mondo  e  nacquero  i  governi 
legittimi,  fu  necessaria  la  mili- 
zia per  arrestare  l' invasione,  e  sta- 
bilire una  difesa  per  tranquillità 
del   popolo.    Vei'so   l' anno    aoooj 


MIL 

cioè  quando  il  mondo  cominciava 
a  riprodursi  dopo  il  diluvio,  Abra- 
mo alla  testa  di  3i8  soldati  radu- 
nati in  fletta,  accorse  in  difesa  dei 
suoi  ricchi  armenti  e  delle  sue  ter- 
re, e  disfece  l'armata  combinata  di 
Codorlaomor  e  de"*  tre  re  suoi  al- 
leati, che  avevano  fiatto  una  lega 
per  usurpare  le  proprietà  di  A  bra- 
mo. In  tutte  le  guerre  giuste,  i  so- 
vrani hanno  lo  stesso  diritto  di 
Abramo,  ed  i  soldati  hanno  lo 
stesso  merito  de'  prodi  difensori  di 
Abramo.  La  milizia  dunque  nel 
l'apporto  strettamente  sociale  e  non 
personale,  è  una  professione  utile 
alla  società,  ed  originata  dal  dirit- 
to della  natura,  anziché  dal  diritto 
delle  genti,  poiché  sostiene  la  le- 
gittima dilèsa,  come  provano  i  piìj 
accreditati  giuspubbiicisti  :  Grozio, 
De  jure  belli  etpacis,  lib.  I,  cap.  Ij 
Domat,  Da  droit  public  1.  I;  Ar- 
niseo,  De  jure  majest.  I.  I.  È  un 
punto  non  più  controverso,  che  la 
necessità  della  milizia  nasce  dal  di- 
ritto di  natura  non  già  dal  diritto 
delle  genti.  Gli  antichi  popoli  era- 
no tutti  guerrieri,  pure  si  dice  che 
la  prima  nazione  che  facesse  la 
guerra  fu  l'egizia  contro  gli  afri- 
cani, con)battendo  in  quel  conflitto 
con  fruste,  che  poi  furono  dette 
falanghe,  secondo  Plinio.  Presso  gli 
ebrei  i  maschi  giunti  all'età  di  21 
anni,  riguardavansi  come  disponibi- 
li per  la  guerra:  non  accorda  vasi 
esenzione  che  ai  malati  e  ai  de- 
boli ;  si  narra  che  prima  di  Salo- 
mone non  vi  era  il  costume  nelle 
guerre  di  servirsi  della  cavalleria. 
JNella  Persia  parimenti  alcuno  non 
era  esente  dal  servizio  personale.  I 
greci  tutti  erano  soldati,  e  sottopo- 
sti a  due  requisizioni;  la  prinia  fa- 
ccvasi  allorché  giunti  erano  all'età 
di   i4    anni,  e  questa    serviva    per 


MIL  93 

la  iscrizione  ne'  i-egistri  ;  la  seconda 
facevasi  all'  età  stabilita  per  com- 
battere. Pene  severissime  erano  mi- 
nacciate a  coloro,  che  artificiosa- 
mente si  sottraessero  alla  iscrizione, 
e  punito  si  sarebbe  colla  morte 
chiunque  avesse  rifiutato  obbedire 
alla  seconda  requisizione.  Non  po- 
tevano esimere  alcuno  dal  servizio 
personale  se  non  che  la  sordità,  le 
malattie  incurabili,  e  i  gravi  difet- 
ti di  conformazione.  Nella  repub- 
blica d'Atene  i  giovani  all'età  di 
18  anni  erano  già  esercitati  nel- 
r  armeggiare  ;  all'  età  di  20  anni 
essi  facevansi  inscrivere  sui  registri 
della  partenza  ;  e  rimanevano  sot- 
to le  insegne  fino  all'  età  di  4^ 
anni.  Più  lardi  e  nel  VII  secolo 
Callìnico  d'Eliopoli  insegnò  a'  gre- 
ci la  preparazione  di  sostanze  in- 
cendiarie, che  bruciavano  ancora 
ncir  acqua  ;  questa  composizione 
prese  il  nome  di  fuoco  greco,  e 
r  uso  che  ne  fecero  i  greci  assicu- 
rò loro  immense  vittorie  in  mare. 
J^edi  Montiflori,  De  pugna  na^ui- 
li  cominent.,  Genuae  j582;  Schef- 
feri,  De  mililia  navali  velerum,  Ub- 
saliae  i G54-  E.  Sue,  Storia  della 
marina  militare  antica  di  tutti  i 
popoli,  Livorno  i843.  Gli  spartani 
solo  gloria vansi  della  professione  di 
soldato,  per  cui  non  erano  né  agri- 
coltori, né  artieri,  giacché  era  bandi- 
la  fra  di  essi  qualunque  arte,  che  so- 
lo facevansi  in  esse  esercitare  il  ses- 
so debole  e  gli  schiavi.  Gli  africa- 
ni, eccettuati  i  soli  cartaginesi,  qua- 
si tutti  gli  asiatici,  gli  sciti  noma- 
di o  sia  erranti  dell'Europa,  i  si- 
cambri  e  i  teutoni,  lutti  erano  sol- 
dati, e  combattevano  in   massa. 

Presso  i  romani,  durante  la  re- 
pubblica, e  al  cominciare  della  mo- 
narchia, non  esistevano  se  non  che 
due    classi  del    popolo,    »    guerrieri 


94  MIL 

ed  i  colliTatori  delle  terre.  Dopo 
r  assedio  fatto  a  Terracina  dal  con- 
sole Servio  Hala  in  poi,  fu  inlro- 
dotto  r  uso  di  pagare  i  soldati, 
giacché  prima  era  la  paga  il  bol- 
lino o  preda  che  a  ciascuno  riu- 
sciva di  fare.  Servio  Tullio  stabiPi 
due  diverse  età  per  la  milizia.  JVel- 
Ja  prima  compresi  erano  tutti  i  cit- 
tadini dai  17  fino  ai  47  anni- 
Dalia  prima  età  traevansi  i  soldati 
che  si  adoperavano  nelle  guerre  ; 
gì'  individui  delia  seconda  tenuti 
erano  di  riserva  per  la  guardia 
della  città.  L'esercizio  però  di  qua- 
lunque funzione  non  dispensava 
dall' obbligo  di  portare  le  armi,  e 
da  questo  alcuno  non  andava  esen- 
te se  non  giunto  all'età  di  55  an- 
ni. La  coscrizione  costituiva  il  pri« 
mo  privilegio,  il  primo  diritto  del  cit- 
tadino. I  liberti  non  erano  ammessi 
nelle  legioni  se  non  in  caso  di  grave 
pericolo  imminente;  non  si  ricevevano 
generalmente  nelle  legioni  se  non 
coloro  che  dicevansi  cittadini  a  buon 
diritto,  oplimojure  cìves.  La  milizia 
romana  era  divisa  in  tre  classi  ;  la 
prima  nominata  sacramentum,  com- 
prendeva tutti  i  cittadini  indistin- 
tamente ;  la  seconda  chiamata  con- 
juralio,  componevasi  di  coloro  che 
risposto  avevano  al  grido  di  guer- 
ra del  generale  incaricato  di  co- 
mandare 1'  esercito,  dopo  che  il 
senato  avea  dichiaralo  la  guerra  ; 
la  terza  dicevasi  evocaiio,  e  non 
formavasi  se  non  che  nel  caso  di 
imminente  pericolo.  Vedi  La  mi- 
lizia romana  di  Polibio,  di  Ti' 
io  Livio f  e  di  Dionif^i  d  Alicar- 
nasso  dichiarala  da  Francesco  Pa- 
trizi, Ferrara  i583.  Lipsie,  Z>e  mi- 
litia  romana  ,  Anluerpiae  i^gS. 
Savilio,  De  militia  romana,  Hei- 
delbergae  160 1.  Appiano  Alessan- 
drino, De  civilibus  romano  rum  bel- 


MIL 

lis  hìstorìarum,  Moguntiae  1 5^7,9. 
Ammiano  Marcellino  indicò  la  ma- 
niera con  cui  gli  antichi  lanciavano  i 
fuochi  da  guerra,  facili  però  ad  e- 
stinguersi  pel  troppo  rapido  moto, 
nell'opera  :  Delle  guerre  de  romani 
tradotte  da  Alessandro  Braccio,  Ve- 
nezia i584-  Presso  i  brutleri  ed  altri 
popoli  della  Geruìania  l'esercizio  del 
cavalcare  e  dell'armeggiare  a  caval- 
lo era  il  passatempo  e  la  ricreazio- 
ne de'  fanciulli.  Così  pure  i  catti 
fino  dall'  età  più  tenera  erano  i- 
struiti  ed  addestrati  negli  esercizi 
della  fanteria,  e  presso  gli  svevi  ìt 
servizio  della  guerra  si  faceva  al- 
ternativamente durante  un  anno  da 
un  certo  numero  di  famiglie,  al 
quale  altro  ne  sottentrava.  I  posse- 
dimenti degli  assenti  impiegati  nel- 
la milizia,  erano  amministrati  o  la- 
vorati da  coloro  che  rimanevano 
nelle  loro  case.  Presso  i  franchi,  e 
.sotto  i  re  della  prima  dinastia,  la 
nazione  intera  costituiva  la  milizia. 
Sotto  Carlo  Magno  e  i  suoi  succes- 
sori alcuna  classe  d'  uomini  non 
era  esente  dal  militare  servigio.  Fi- 
no a  Clotario  I  i  galli  non  erano 
ammessi  nelle  armate  francesi,  non 
ricevendosi  in  queste  se  non  che 
franchi,  borgognoni  ed  alemanni. 
Filippo  I  Augusto  creò  il  primo  in 
Francia  una  milizia  stabile,  e  da 
esso  assoldata;  e  Carlo  VII  istituì 
le  milizie  dette  franchi  arcieri  ;  cia- 
scun distretto  era  obbligato  .som- 
ministrare uno  di  que' militi,  e  a 
mantenerlo  in  caso  di  guerra.  La 
prima  leva  regolare  dicesi  fatta  sot- 
to Luigi  XIV  :  soppressa  nel  179  e 
la  milizia,  successe  l'arruolamento 
volontario,  e  fu  istituita  la  guardia 
nazionale,  ma  la  legge  del  '793 
mise  in  requisizione  tutti  i  giovani 
dai  18  sino  ai  4^  ^nni  che  fosse- 
ro celibi    o  vedovi  ;  la  cosciìzionc 


MIL 

finalinenle    fu    istituita    nel   1798, 
con    sottoporvi  tutti    i  francesi  dai 
20    a'  2.5  anni,    la   quale    legge  in 
un  all'altra  delle  milizie  comunali, 
fu  adottata  da  varie  potenzestraniere. 
I        In  Italia     variai'ono    straordina- 
riamente le  disposizioni  riguardo  al- 
le milizie,   massime  col   variare  dei 
tempi    e  de' governi.     La     maggior 
parte  de'sovrani  che    sursero  dopo 
la    caduta  dell'  impero  romano,  a- 
▼evano    milizie    assoldate  :    queste 
formavansi    d' ordinario    col  mezzo 
di  volontari    arruolamenti.    Gli     e- 
serciti  stranieri    che  scesero  in    di- 
Terse    epoche   nell'Italia  ,  variarono 
pure  le  forme  e  i  regolamenti  del- 
le milizie;  da    questi    pigliossi    l'i- 
dea dai  principi     italiani     di  assol- 
dare stranieri,    e  quindi  comparve- 
ro le    diverse    compagnie  sotto     la 
guida  de' così    detti     condottieri,     i 
quali  per  un  dato  tempo,  e  con   un 
dato  numero  di    soldati  si  obbliga- 
vano al   servigio  di  questo  o  di  quel 
principe,  e  sovente     passavano  dal- 
l'uno all'altro.  Il  eh.  Ercole   Ricot- 
ti nel     1844     pubblicò    in   Torino: 
Storia  delle  compagnie    di  ventura 
in  Italia.  Le  città  italiane  tuttavia 
nelle  loro  lotte  ebbero  milizie  dette 
civiche  o    urbane,  e    in  quel    disa- 
stroso periodo  tutti  i  cittadini  era- 
no   soldati,    come     avveniva  tra    i 
galli    e  tra  i    germani.    Ristabilita 
la  pace  tra  le    città,    e    terminate 
quelle  aspre    contese,  ancora  si   vi- 
dero in  molti  stati  corpi  di  milizie 
urbane,  che    in    Francia  dette    sa- 
rebbonsi  nazionali,  e  di  queste  mi- 
lizie della    città    approfittarono    so- 
vente gli  stranieri  che     vennero    a 
guerreggiare   in  Italia,  i  tedeschi,  i 
francesi,  gli  spagnuoli,  ec.  Finalmen- 
te ciascuno  de'molti   sovrani  in  cui 
l'Italia  andò  divisa,  ebbe    un  eser- 
cito assoldato,  e  solamente  iu  tem- 


M I L  9.5 

pi  recenti    s'introdusse     il     metodo 
delle  coscrizioni.  Il  Miu-atori    tratta 
nella   disserl.  XXVI  :   Della  milizia 
dei  secoli  rozzi  in  Italia,   parlando 
ancora  delle  fortificazioni  delle  città 
e    castella     di     que'iempi,  in  cui  si 
ebbe   l'uso  di  cingerle  di  buone    ed 
alte    mura,    formate  di    marmo    o 
di    mattoni    cotti.     Dice     egli,    che 
quando  i  barbari    vennero  a  sotto- 
mettere    le     contrade     italiane     nel 
secolo  V,  portarono  seco  i  costumi 
della   propria     milizia,  ed   ivi   la  di- 
latarono. Cacciali    i  goti  sotto  Giu- 
stiniano I,    tornò    per     alcuni  anni 
a    rimettersi    la  eccellente     discipli- 
na  militare    romana    in   Italia;  ma 
essendo  succeduti    in  questo    domi- 
nio i  longobardi,  franchi  e   tedeschi, 
l'arte  militare   prese    le  lezioni  dal- 
l'uso   di     quelle  nazioni.     Era  non 
poco  scaduto  in  Italia  il  buon    re- 
golamento   della    milizia    sotto    gli 
ultimi  imperatori  romani;   con  tut- 
tociò  i  barbari    ci  trovarono    tanti 
vestigi  delle   vecchie  ordinanze,  tan- 
to de'romani  che  de'greci  dominan- 
ti ncir  esarcato    di    Ravenna,      che 
poterono  imparare  molto  nella  pro- 
fessione    militare.     Però    anch'  essi 
ebbero  spade,  sciable,  fìonde,  dardi, 
mazze,  lancie,    archi   e  saette^  scu- 
di, elmi,  corazze,  stivali,  e  il  resto 
dell'  armatura  che    anticamente    si 
usò.  Adoperavano    ancora    tende  e 
padiglioni,  e    quasi     tutti    gl'istru- 
menti   da  espugnare  città    e  fortez- 
ze, già  adoperali    dai  greci  e     ro- 
mani. Conservarono  le  nazioni  set- 
tentrionali   dominanti    in  Italia     le 
loro  antiche    ordinanze    nella  mili- 
zia. ]\on  si  udivano  già  ne' loro  e- 
sercili    i     nomi  di  legioni,     turme , 
manipoli,  coorli  e  simili;   pure  non 
mancava     ordine     nelle    truppe  ,    e 
v'erano    uffiziali    primari    e    subal- 
terni :    anch'essi  avevano  un    gene- 


96  M  I  L 

rale    comandante,    e    sotto    di     lui 
■vari    duci     con  subordinazione    dei 
minori  a'  maggiori,    col    vessillo    o 
stendardo,  poi   bandiera,  da  bando, 
insegna  ;  ed     una    volta     bande    si 
cliiamarono  le     brigate    de'  soldati. 
Nei  primi  del  secolo  XI    i  mila- 
nesi  inventarono  il    famoso  carroc- 
cio pel  mantenimento   dell'ordinan- 
za militare,    e    ne    parlammo    agli 
articoli    Carrozze  ,    Campana  ,    Mi- 
lano,  ed    altrove.    Essendo    anche 
nei    bassi    tempi  la  milizia    mestie- 
re d'onore,    n'  erano  esclusi  i  ser- 
vi, e  solo  ammesse    le    persone    li- 
bere.   Erano    ancora    esenti    dalla 
milizia     secolare    coloro    che  entra- 
ti nella  milizia  ecclesiastica   per  ser- 
vire    Dio  ,    non     era     di     dovere 
che     si   mischiassero  nel  sanguinoso 
mestiere  delle  guerre  :  dice  il  Sar- 
nelli,  che  il  primo  esempio  di  ve- 
scovi   armati  nelle   guerre  ,  si  vide 
nel   570  nella  guerra  de'Iongobardi 
contro     i     borgognoni .     Tultavolta 
pel     genio  de'   principi  ambiziosi    e 
conquistatori,  che  vorrebbero  ognu- 
no fosse    soldato    e    che  tutti  cor- 
ressero ad  esporre  per  essi    le  loro 
vite,  perciò  ne' vecchi  secoli  s'intro- 
dusse e  durava  ai   tempi    di  Carlo 
Magno  V  abuso  di  obbligare  anche 
i  chierici  e  fino    i    vescovi  a  com- 
parire colle    armi    in    occasione  di 
guerra  ,    pretendendo    ciò,    perchè 
godevano    beni     regali,    ed    erano 
sottoposti  al  peso  de'vassalli,    nep- 
pur  godendo  esenzione  gli    abbati, 
donde    poi    vennero    istituiti  i  loro 
Difensori  (Fedi).  Carlo    Magno    e- 
sentò  lutti  i     preti    dall'obbligo  di 
concorrere    alle    armate  j    immensi 
essendo  gli  scandali  ed  i    mali  che 
risultavano  al  clero  da  questa  trop- 
po indecente    usanza.    Tuttavia  ad 
onta    della    mentovata    disposizione 
durava  sotto  Lodovico  I  Pio  figlio 


MIL 

di  Carlo,  e  sotto  i  di  lui  nipoti;  e 
nel  secolo  X  continuavano  ad  esse- 
re forzati  a  militare  vescovi  e  chie- 
rici in  Italia.  Di  questo  abbomine- 
vole  costume  se  ne  trovano  esem- 
pi anche  dopo  il  mille.  Finalmen- 
te, quanto  alla  milizia  de'  secoli 
rozzi  in  Italia^  se  taluno  mancato 
avesse  di  portarsi  all'armata,  ad  u- 
na  grave  pena  pecuniaria  veniva 
condannato,  e  Lodovico  II  caricò 
pili  forti  le  penali.  Ogni  persona 
doveva  alimentarsi  del  suo,  e  po- 
teva mandare  un  sostituto  alla 
guerra. 

Il  sommo  Pontefice,  qual  sovra- 
no temporale  degli  stati  della  chie- 
sa romana,  non  altrimenti  che  qua- 
lunque altro  principe,  è  tenuto  a 
conservarlo ,  a  difenderlo ,  ed  a 
premunirlo  dalle  violenze  che  mi- 
nacciassero insulto  od  invasione  . 
Ed  è  perciò  ch'egli  mantiene  mi- 
lizie, arruola  soldati,  e  munisce  di 
guardie  que'  luoghi  che  ne  han- 
no bisogno.  Molti  Papi  che  ve- 
neriamo sugli  altari,  ed  altri  per 
prudenza,  equità  e  virtù  insigni, 
non  dubitarono  di  prendere  corag- 
giosamente le  armi  a  tutela,  o  per 
ricuperare  i  loro  stati  ;  mossero 
guerra  giustamente  a'nemici ,  si  di- 
fesero valorosamente,  e  seppero  col 
mezzo  delle  armi  sostenere  i  diritti 
del  loro  dominio  temporale  ,  il 
più  antico  che  esista  j  come  pure 
lécero  alleanze,  s'  ibterposero  per 
le  paci,  e  restarono  neutrali  fra 
principi  guerreggianti.  I  rapporti  di 
alleanza,  di  neutralità,  di  guerra  o 
di  pace,  sono  nati  col  mondo,  poi- 
ché sono  riferiti  nel  principio  della 
Genesi.  All'articolo  Famiglia  Pon- 
tificia, parlando  dell'origine  di  essa, 
dicemmo  che  dopo  la  pace  data  da 
Costantino  alla  Chiesa,  cominciando 
a  risplendere   la  maestà    pontificia, 


MIL 

queirimperalore  ne  diede  luminose 
dimoslrazioni  ai  santi  Pontefici  Mel- 
clùade    e  Silvestro  I,    ed    a  questi 
assegnò  una  squadra  di  venticinque 
nomini    armati   per  di   lui  custodia, 
servien/cs  arinorum,  poi  detti  Maz- 
zieri del  Papa  [ledi),  ancora  esi- 
stenti. Volendo  l'imperatore  Giusti- 
niano li  incarcerare  s.  Sergio  I,  i  ro- 
niani  cacciarono  da  Roma  le  guar- 
die per  ciò  spedite,  e  questa    fu  la 
prima  volta  che  gl'italiani    presero 
le  armi   in  difesa  de'  Papi.     Altret- 
tanto fecero  in    favore  del     succes- 
.sore  Giovanni   VI   del    701,  contro 
r  esarca,    esponendosi    piuttosto    a 
soffrire  i     maggiori  pericoli     per  la 
salvezza   de'  Pontefìcij  che     lasciarli 
indifesi  nelle  mani  de'greci.  Da  que- 
sto    tempo    pertanto     cominciò    a 
mancare  la  forza  degli  esarchi,  ed 
a  crescere  quella  de'romani  Ponte- 
fici, pei  quali  la    truppa  si  dichia- 
rava,    senza  che     perciò  i     Papi  si 
abusassero  di  questo    favore  milita- 
rèj  che  anzi  si  opposero    alla  ven- 
detta de'  soldati.  Verso  il  780  Ro- 
ma    e  il     suo  ducato     sottoponen- 
dosi volontariamente  a  s.    Gregorio 
II,  sotto  di  lui  ebbe  origine  il  do- 
niinio  temporale  delia  santa  Sede; 
e    volendolo    occupare    Lui|prando 
re  de'iongobardi,  il  Papa  l'incontrò, 
ammansi    e  rese  ossequioso.    Aven- 
do certo     Tiberio     sollevati     alcuni 
nel  ducato  romano,  s.  Gregorio  li 
spedi  milizie  contro  i  ribelli.     Sic- 
come delle  cose  riguardanti  le  mi- 
lizie pontificie  e  questo  argomento, 
se  ne     tratta     in    vari     luoghi     del 
Dizionario,  così  senza    tutti  citarli, 
li  noteremo  col  carattere  corsivo,  po- 
tendosi   ad  essi  vedere  un   maggior 
dettaglio,  limitandoci  in   questo  ad 
accennar  solo  gli  avvenimenti.  Ne- 
gli  antichi    ordini    romani    si    par- 
ia dei  Dragonari,  Maggiorenti,  sol- 

VOL.     XLV. 


MIL  97 

dati  e  uffiziali  che  accompagnavano 
il  Papa  nelle  funzioni  pubbliche,  per 
rimuovere  la  calca  del  popolo  ;  prae- 
fedi  navales,  di  cui  si  disse  a  Ma- 
rina ed  in  altri  luoghi  ;  e  i  duchi 
de'  militi,  ed  i  magislri  viililiun. 
Per  la  ricupera  e  difesa  degli  stati 
della  Chiesa  contro  i  longobardi  e  i 
greci,  i  Papi  s.  Gregorio  III,  s.  Zac- 
caria, Stefano  HI  ed  Adriano  I  pru- 
dentemente si  collegarono  coi  re 
franchi.  Sotto  Adriano  I  del  772 
incominciarono  propriamente  i  Pon- 
tefici in  Roma  il  pieno  esercizio 
dell'  amministrazione  e  sovranità  nel- 
le cose  civili.  Fedi  Sovranità'  dei 
Pontefici. 

Osserva  il  Galletti  nel   Prìniicero 
p.     18,    che    in    questi    tempi     già 
nella  chiesa  romana  eranvi  i  prima- 
li  laici,  com'  erano  i  duchi    e  con- 
soli,   i  quali  avevano    i  titoli  di  e- 
minentissimi,  i   maestri  de'  militi,  e 
sopra    lutti    il    superista,    eh'  era  il 
primo    tra'  magnati    secolari.   Il  li- 
bro pontificale    di  s.   Leone   IV  fa 
menzione    di   Graziano    erainentissi- 
mo  maestro  de' militi,  e  del  roma- 
no palagio  egregio  superista  e  con- 
sigliere, e    poco  più   sotto   lo  chia- 
ma  Gratianus  Romanae   Urbis  su- 
peristae.  Dal  ceto  di  questi  primati 
si   assumevano    i   governatori    delle 
città,   i  duchi    de'  militi,   ed  erano 
anch'essi  non  meno  del  Primicero  e 
degli  altri  chierici   uffiziali  adoperati 
ne' più    scabrosi   affari    e    nelle  più 
difficili  legazioni.  Aggiunge  il  Gal- 
letti, che  dopo  ancora  che  il  Papa 
per  spontanea  dedizione  de'  romani 
divenne  signore    temporale  di    Ro- 
ma e  suo  ducato,  siccome  non  può 
negarsi    clie    il    suo    dominio    fosse 
pei    primi    tempi    aristocratico,     di 
maniera    che     restava     ne'  magnati 
una   parte  dell'  amministrazione  del 
governo,  cos'i  i  suddetti  primari  mi- 
7 


98  MIL 

nislri,    uffiziali,    chierici    e    laici  si 
mantennero  nulorevoli,    ed   in  gra- 
do di  molla  potenza,  come  nei  pri- 
mi secoli  intervennero  eziandio  nel- 
r  Elezione  de  Pontefici;  Io  ohe  spe- 
cialmente si  conosce  quando  si  po- 
ne mente    all'  interregno  dell'impe- 
ro, dai  924  ili  cui  mori  Berenga- 
rio, fino  al  962   allorché    Ottone  I 
fu  coronato  dal  Pontefice  Giovanni 
XI r,    poiché    nello    spazio    di  quei 
38  anni,  per  la  resistenza  de' sud- 
detti magnati  romani,  non   potero- 
no mai   i  Papi  innalzare  all'  impe- 
ro alcuno  de' re  d' Italia,  quali  cer- 
tamente   in    quel    frattempo    non 
mancarono  mai  e  si  successero  T  uno 
all'altro.  Nell'VIlI  secolo  i  suddet- 
ti   pontificii    ministri,    erano  anche 
detti    servilia,    come  li    chiamò  A- 
driano  I,  parlando   de' più  cospicui 
personaggi  intervenuti  al  sinodo  da 
luì  tenuto  in  s.    Pietro,  cioè  il   bi- 
bliotecario,   il  sacellario,    il   notaro, 
il  Duca,  ed  altri.    Nel  ritorno  che 
fece    s.  Leone    ITI  in    Roma,  dalla 
•visita  fatta  a  Carlo    Magno,   fu   ri- 
cevuto come  in   trionfo,  e  venne  in 
certo    modo    adombrata   la    pompa 
usata  poi  dai  Papi  nel  Possesso,  ove 
intervengono  come  nelle  altre  fun- 
zioni le  milizie  pontificie;  tra  quel- 
li che  incontrarono  s.  Leone  III  si 
nomina  multaque  milida.  Neil' 800 
s.  Leone  IH  rinnovò  l' Impero  di 
occidente  in  Carlo  Magno,  con  far- 
ne la   Coronazione  m  s.  Pietro  alla 
presenza  dei   magnati     e  delle  mi- 
lizie. Carlo  Magno  lascialo  il   titolo 
di  Patrizio  romano,  pel    quale  era 
tenuto  difendere  la  Chiesa  ,   Roma 
e  i  dominii   pontificii,   prese  quello 
d'imperatore  cogli  slessi  e  maggiori 
obblighi,  della  quale  avvocazia  de- 
^V  Imperatori  oiiclie  a  quelP  artico- 
lo   «e    ne    parla.    Inoltre    s.   Leone 
III  si  collegò  colla  Francia  per  is* 


MIL 

cacciare    dallo  slato  della   Chiosa   i 
superstiti    longobardi    ed    i    greci  . 
Gref;orio  IV  fortificò  Ostia  per  di- 
fenderla  dai  saraceni.  Questi  furo- 
no   poi    combattuti    ilai   napoletani 
in  mare  per  s.  Leone  IV,  il  quale 
partendo  egli  stesso  per  Ostia  con 
un   esercito,   vinse    i    saraceni,    e  si 
servi    de'  prigionieri    alla     fabbrica 
della   Città  Leonina  in  difesa  della 
basilica  vaticana.  Qui   noteremo  che 
nella   chiesa  greca,  come  nella   lati- 
na, vi  furono  anticamente  de'mini- 
slri  incaricati  a    mantenere  1'  ordi- 
ne   e    la   sicurezza    nelle  assemblee 
cristiane,    ed    il  rispetto   dovuto  ai 
sacri    templi  ed  ai    misteri  che    vi 
si  celebrano,  e  ne  Iralliamo  a'  luo- 
ghi   loro.  Non    era  in    allora    per- 
messo ai   militari  di   presentarsi  ar- 
mati   per    assistere    ai   divini   ufGzi 
o  per  qualsiasi  altro  titolo.  Questa 
costumanza    tollerala  in  oggi    nella 
chiesa   latina,    venne  introdotta  do- 
po il  IX    secolo.  Air  articolo  Cap- 
pelle Pontificie  ed  altrove  si  dice 
che    chi    riceve    la    comunione  dal 
Papa    non    deve    cingere  la  spati, i, 
così  se  gli  somministra  l'acqua  al- 
la Lavanda  delle  mani;  in  diversi 
luoghi  si   parlò    delle  armi    che  in 
segno  di  duolo  si   tengono  a   rove- 
scio, come  nel  triduo  della  settima- 
na   santa,  e  ne' funerali    novendiali 
de*  Pa|)i,    P'eggasi,  Barlhius  ad  Sta- 
lium,  1.   IH,  p.  428,   De  signis  oh- 
versis,    et  conversis  ad  huniwn  cu- 
spidibus.    Beuwitz,    Arnia    et   insi- 
gnii   vertendi    iisus.    De  Blasi,   Co- 
stume di  deporre  le  armi  prima  di 
entrare    in  chiesa.    Quanto    ai   no- 
vendiali,  riporta     il  conlempornneo 
diarista    Cecconi,    che    in    quelli  di 
Innocenzo  XIII,  intorno  al  tuinuK) 
assistevano  in   piedi    i   cavalleggicri, 
vestili  di    casacche  rosse  con    forra- 
iuolo  nero,  e  con    candele    in   ui;i- 


MIL 

ho  accese  di  cera  gialla,  ed  i  maz- 
zieri   slavano  colle  mazze  calate. 

Nel  916    Giovanni  X  co\   soccor- 
iso  de'  principi  sconfisse  interamente 
i    saraceni,     annidati  da     ^o     anni 
liei  castello  di   Garigliano,  alla  fron- 
te dell'armala,  e  vi  si  portò  egual- 
tnente  sì  da  Papa  che  da  generale, 
come  affermano    Lenglel,    Priiicìpxi 
della  storia    t.  VII,  par.  I,  e  Bor- 
gia, Storia  del  dominio  della  s.  Sede 
nelle  Sicilie  ,    p.  64,    n.    XXXV. 
Giovanni  XII  prese   al   suo    soldo 
)e  truppe  ausiliari  del  duca  di  Spo- 
leto, e  Unitele  alle    sue,  armato  di 
lorica  e  di  elmo,  guidolle  in     per- 
sona  contro  il   principe    di   Capua, 
il   quale  lo    disfece    complelatnenle. 
Giovanni  XF  detto  XVI  era  peri 
to  delle  cose  militari  e    di  guerra, 
e  vi    cotnpose    de'  libri.     Benedetto 
VlIIy  nel    1016    radunato  copioso 
esercito  riportò  completa  vittoria  sui 
saraceni;    e    devastando     i    greci  la 
Puglia  obbligolli  a  ritirarsi  a  mezzo 
di  Rodolfo  principe  di  Normandia. 
Autore  propriamente    della    milizia 
papale,  si  fa  Gregorio  VI  del  io44) 
secondo  il  p.   Cristiano  Lupo,   Con- 
dì, t.  Ili,  p.  365j  altri  aggiungendo 
che  pel  primo  organizzò  la  truppa 
pontificia    nel    Suo     slato,     dandole 
ordine    e     divisa,    perchè     l'   Italia 
era  piena  di    ladri,  e  i    laici    inva- 
devano   le    possessioni     di    s.    Pie- 
tro, non    potendo  soccorrerlo   l'im- 
peratore.    Occupando    i     norman- 
lii  i  patrimoni  della  Chiesa,  s.  Leo- 
ne   IX    nel     I  o53    armò     milizie 
proprie,  e  condusse  egli  stesso  con- 
tro   loro  l'esercito ,  e  benché   vinto 
e  prigioniero,  diede  la   legge  ai  vin- 
citori ,    quando    con    Unfredo    loro 
capo    corsero  a  baciargli   i   piedi,  e 
chiedergli  perdono  e  assoluzione  del- 
le   colpe  :     tutto    concesse    il  Papa 
in  un  al    paese  occupato    in  feudo 


MIL  99 

della   Chiesa.    I   tedeschi    comandali 
da  Werner  o  Guarnieri  svevo,   pe- 
rirono a  fìl  di  spada  per  affrontare 
il  nemico  più  numeroso,  quando  le 
niilizie  pontificie  erano  in  rotta:  essi 
erano    stati    condotti    da  Germania 
in  Roma  dal  Papa,    il  quale     avea 
fama  di   valente  guerriero;  gli  altri 
comandanti    dell'  esercito    pontificio 
furono    Rodolfo    principe    di   Bene- 
vento, e  il  duca  Argiro.  Fu  s.  Leo- 
ne   IX    biasimato    per    aver    poco 
prima  stabilito  nel  concilio  di  Reims: 
ne  qiiis  ctericonini  arma    militaria 
pestarci  aul  mundanae  mìlitiae  de- 
servirei.    11  Pontefice  però  avea  di- 
chiarato santa    la    guerra     contro  i 
normanni,    perchè    non    si    potesse 
tacciare  di  mundanae    militiae.  Di- 
fende s.  Leone  IX  il  Borgia,     Me- 
morie stor.  t.  Il,  p.  i5,  citando  il 
Bellarmino  ,    cap.     II,     De    potest. 
sutn.  Pontif.  in  reh.  temporalib.  ad- 
versus  Barclajum  ;    ed    il    libro  di 
Giovanni   di   Cartagena,  Propugna- 
cnlum  calholicuni  de  j lire  hello  ro- 
mani   Ponlifìcis    adversus  ecclesiae 
fura  violantes,    Romae    1609.    Egli 
dice,  che  non  disconviene  ai   Papi, 
come  principi  temporali,  il  maneg- 
gio delie    armi    materiali,    al    pari 
ch'è  permesso   ai    principi    secolari, 
e  nello    slesso  modo  che  con  lode 
l'adoperarono  in   difesa  della  patria 
i  fortissimi  Maccabei ,    ch'erano  in- 
sieme sommi    sacerdoti    e   principi, 
e  Mosè  pure  sapientissimo  pontefice 
e  principe,  contro  gli  amorrei  per- 
turbatori del  Suo  popolo;  né  fu  già 
s.  Leone  IX,  come  alcuni  scrissero, 
il  primo  ad  usare  le  armi,  facendo 
il  Borgia  il  novero  di  que'Papi,  che 
prima  e  dopo  di  lui  l' imbrandiro- 
no. In   proposilo  riporta  il  seguen- 
te scritto  di    s.  Bernardo    a   Euge- 
nio IH,  De  considerai,  cap.  3,  lib. 
4.  •'   Quid  tu  deauo  usurpare  già- 


1  oo  Mi  L 

diuai    tentas,    queni    semel    jussus 
es  ponere    in  vaginam  ?    quem    ta- 
men,   qui    tuuuj    negai,     non    salis 
iiiihi     videtur      attendere     verbum 
Domini  dicentes  sic:   Converte  gla- 
dium  tuum  in  vaginam.  Tuus    er- 
go, et  ipse  tuo  forsitan    nutu,     etsi 
non  tua   raanu  evaginandus.    Alio- 
quin  si  nullo  modo  ad   te  perline- 
ret,  et  id  dicenlibus  aposlolis:  Ec- 
ce gladii   duo  Ilio,  non  respondisset 
Dominus,  salis  est,    sed  nimis    est. 
Uterque  ergo  ecclesiae,  et  spiritua- 
lis    scilicet    gladius,    et    materialis: 
sed  is  quidem  prò  ecclesia;  ille  ve- 
ro   et  ab    ecclesia    exercendus   est, 
eie.  ".   Veggasi  inoltre    il    Gretsero, 
Exaniìn.  mysler.    Pless.    cap.    QQ  ; 
ed  il    Viltorelli    nelle    aggiunte    al 
Ciacconio,    Fit.    Pouf.    t.  HI,    col. 
821,  822,  ove  lungamente  accenna 
un  gran  numero  di  rinomali  Pon- 
tefici, che  o  fecero  o  persuadettero 
ad  altri  di  far  la  guerra  in    difesa 
de'loro  stali.  Veggasi   pure   Enrico 
Luigi  Chastaigner    de    la  Rochepi- 
zay  nella  Apologie  cantre  ceux  qui 
diseìit,  qu'il  nest  pas  perinis  aux 
ecclésiasliqiies  d'avoir  recours  aux 
armes     en   cas  de  nécessité,    1 6 1 5. 
Nella    biografia    di    s.    Gregorio 
VII  ampiamente  si  dice  come  qual 
collegalo  della  gran  contessa  Matil- 
de, fu  da  questa  difeso  dalle  armi 
di  Enrico  IV  e  di  altri;  e  chi  al- 
tro adoperò  eserciti  allo  stesso  fine. 
Urbano  II  nel   logS  promulgò  nel 
concilio  di  Clermont  la  prima  Cro- 
ciala contro    i  mussulmani   e  sara- 
ceni,   con    diversi    premi    spirituali 
ed    esenzioni    ai     Croccsignati,    per 
fare  la  sacra    guerra  a  qua'  barba- 
ri, e  liberare  da  loro  i  luoghi  san- 
ti di   Palestina  :  nel  discorso  il  Pa- 
pa fece  conoscere  lo  stalo  lagrime- 
vole  deli'  Europa,  vicina  ad  essere 
tutta  inondata  dalle  orde  dell' isla* 


MIL 
mìsmo.  Ma  l'abbondanza   di  pelle- 
grini   armati,    che  senza    disciplina 
e    senza    comando    ingrossava    una 
banda   immensa  di    truppe,  ritaidò 
i   più  grandi  successi    che  potevano 
attendersi,     perchè     molte    violenze 
inaspirono  i   paesi  di   transito,  e  di- 
menticandosi   il  dignitoso    scopo  di 
tali  spedizioni,  da  alcuni  storici  non 
si    dettagliarono    che    le    colpe    dei 
paiticolari.     Ciò    non    ostante    si   è 
convenuto,   che    tali  imprese    molto 
giovarono,    e    per    arrestare    il  tor- 
rente de' mussulmani,  e  per  lo  sles- 
so progresso  delle  lettere    e  civiliz- 
zazione,   oltre    i   vantaggi  che  recò 
neir  arte  della  guerra.  Ai  citati  ar- 
ticoli   si    vedrà    di  quanto  zelo  fu- 
rono infiammati   i   Papi,  per  la   li- 
berazione   de'  luoghi    santificali  dal 
Redentore,  e  chi    voleva   porsi   alla 
testa  delle   Crociate.  Calisto  II  nel 
1121    condusse    l'esercito    de' nor- 
manni all'  assedio  di  Sutri  ove  eia- 
si    rifugiato    1'  Antipapa    Gregorio 
Vili.  L'assedio  fu  comandato  dal 
valoroso  cardinale  Giovanni  di  Cre- 
ma, con  un   valido  corpo  di   trup- 
pe romane:  arrestato  1'  antipapa   fu 
presentato    a    Calisto    II    sopra  uu 
cammello  colla  faccia  rivolta  indietro. 
Nelle  Antichità  longobardiche  mila- 
nesi,  la  dissert.    XIX  tratta  sopra 
alcune  indecenti    e  ridicole  manie- 
re usale  una  volta  coi  vincitori  dai 
vinti,   i  cui  esempi  in   molti   Itìoghi 
producemmo.   Onorio  //essendo  in 
Benevento  i\e\    1127,   Ruggiero  nor- 
manno conte  di   Sicilia  circondò  la 
città  di  soldatesche;    ma  il   Ponte- 
fice   lo  scomunicò    in   un    a  chi   lo 
aiutasse,  domandò  nel   i  i  28  soccor- 
so neir  assemblea  di  Capua,  e  l'eb- 
be copioso.   Per  accalorare    la  spe- 
dizione,   Onorio   II    concesse  indul- 
genza   plenaria  delle    pene  canoni- 
che (  cosa  in  qua'  tempi  assai  rara, 


I 


M  I  L 
perchè    erano    ancora    in    vigore    i 
canoni  penitenziali)  a  chiunque  pen- 
tito,  confessalo    e   comunicato  mo- 
risse in  quella  guerra,  e  la  metà  di 
dette  pene  condonò  a  chi  confessa- 
lo    e  pentito  non    vi   fosse  rimasto 
morto.  Presto  si  mosse  l'armala  de- 
gli   alleali,  e  con    prospero  successo 
Jienevenlo    fu    liberata    dalle    gravi 
nn'naoce  de*  potenti  normanni.  Que- 
sti travagliando  i   popoli  di  Puglia, 
Onorio  li  si  recò  a  Troia,  ove  mol- 
ti bamni  si  colltgarono  con  lui.  Al- 
lora  Ruggiero   si    sjccampò  in  vista 
dell' esercito  pontifìcio,  il  quale  di- 
minuito dalla  diserzione  de'  soldati 
per  la    penuria  de'  viveri  e  di  pa- 
ghe, mosse  il  Papa  a  concedere  al 
conte  l'investitura  della  Puglia.  In- 
nocenzo II  nel  I  1  32  si  unì  con  Lo- 
tiirio  II,  per  scacciar  col  diluì  eserci- 
to da  Roma  l'antipapa  Anacleto  II j 
condannò    nel  concilio  Laleranense 
II  Arnaldo  da  Brescia,  che  sostene- 
va non  potersi  salvare  i  chierici  che 
possedessero  fendi  o  benefizi  slabili, 
i    quali    solo  appartenevano  a'  laici. 
Essendosi  impadronito  della  Puglia 
Ruggiero    duca  di    Sicilia,    il  Papa 
si  .  armò    e    gli    mosse    guerra,  ma 
con  insidie  fu  imprigionalo  coi  car- 
dinali,   da     Guglielmo    suo    figlio. 
Trattalo    onorevolmente    dal  duca, 
lo    riconobbe    per  re,  e  Io    investì 
delle  due  Sicilie  col   Gonjalone.  Ri- 
bellatisi i  romani    arnaldisti  a  Lu- 
cio II,  questi  con  un  esercito  mar- 
ciò sul   Campidoglio  per  reprimerli, 
ma  ferito  da   un  sasso   morì.   Euge- 
nio   IH    nel     I  i49,   aiutato     dalle 
tiuppe  del   re  Ruggiero,   trionfò  de- 
gli arnaldisti   ron)anij  sempre  rivo- 
luzionari  per  ristabilire  il   Senato  e 
il   Prefelto    di  Roma,  non    contenti 
più    del   patrizio.    Sollevati    nuova- 
mente   i   romani    da    Arnaldo,    nel 
1  1 54  Adriano  IV .  sottopose  Roma 


MIL  IDI 

airinlerdetto,  e  Arnaldo  fti  brucia- 
to dal  prefetto.  Adriano  IV  inoltre 
scomunicò  Guglielmo  I  re  di  Sici- 
lia, per  le  ostilità  commesse  nel 
regno  di  Napoli,  indi  gli  dichiarò 
la  guerra  per  quella  mossa  agli  sta- 
ti romani  dal  re;  e  siccome  questi 
r  incominciò  con  devastare  i  con- 
torni di  Benevento,  a  difesa  di  es- 
sa il  Papa  si  recò  con  naolte  sol- 
datesche, e  vi  fu  riconosciuto  supre- 
mo signore  dai  baroni  della  mede- 
sima. Il  re  bloccò  la  città,  e  Adria- 
no IV  per  impedire  i  funesti  succes- 
si della  guerra,  si  pacificò,  e  gli 
concesse  l' investitura  delle  due  Si- 
cilie. 

Alessandro  III  ebbe  un  ponti- 
ficalo pieno  di  travagli,  perchè  Fe- 
derico I  sostenne  colle  armi  gli  an- 
tipapi che  insorsero  contro  di  lui, 
che  però  fu  difeso  da  diversi  popoli. 
Sotto  Celestino  III  i  romani  di- 
strussero il  Tusculo:  abbiamo  nar- 
ralo le  guerre  che  precederono  tal 
catastrofe  all'  articolo  Frascati.  Il 
«uccessore  Innocenzo  IH  rivendi- 
cando alla  Chiesa  molti  suoi  domi- 
nii,  e  per  sua  difesa,  sostenne  quel- 
le guerre,  che  con  diftusione  ripor- 
tammo alla  sua  biografia.  Grego- 
rio IX  fu  in  gravi  dissensioni  con 
Federico  II,  il  quale  movendogli 
contro  il  duca  di  Spoleto,  il  Papa 
a  reprimerlo  spedì  un  esercito  co- 
n)andalo  dal  caidinal  Giovanni  Co- 
lonna, e  Giovanni  di  Brienne  re  di 
Gerusalemme  colla  qualifica  di  ca- 
pitano generale  delle  milizie  papali, 
i  quali  ricuperarono  le  occupate  ter- 
re. La  guerra  terminò  nel  1280 
col  trattato  di  pace  conchiuso  con 
Federico  II  in  s.  Germano.  Milone 
vescovo  di  Beauvaìs  con  buon  corpo 
di  truppe  si  portò  a  soccorrere  il 
Pontefice;  indi  pullularono  le  guer- 
re   Ira  i    romani    e    Viterbo,  ed  i 


103  MIL 

beneventani   a   difesa   di    Gregorio 
IX  6Ì  armarono  contro  l' imperato- 
re invasore  delle  terre  ecclesiasticlie, 
ma  a  cagione  de  Ghibellini  soccom- 
bettero.    Continuarono    le    vertenze 
di    Federico  II  con  Innocenzo  IV^ 
pel   quale  il  cardinal  Capocci  voma,- 
no  combattè  in  Sicilia  vestilo  pon- 
tificalmente,   e    cinto    di    spada    e 
corazza,   con  che    ispirando   corag- 
gio alle  milizie  pontificie  disfece  le 
cesaree.    Indi    Innocenzo    IV  bandi 
la    crociata     contro    V  imperatore. 
Quando  Manfredi,  bastardo  di  Fe- 
derico  II,  volle    occupare  il   regno 
di   Napoli,   in  questa   città  si   portò 
Innocenzo  IV  con    un  esercito,   ca- 
pitanato   dai  due    cardinali   Fiesclii 
suoi    nipoti,   Guglielmo  ed  Alberto 
conte    di   Lavagna    e    Generale,    di 
s.   Chiesa.  Morto  il  Papa  in  Napo- 
li, i  cardinali  intimoriti  per  la  vit- 
toria   riportata    da    Manfredi    sulle 
truppe   pontificie,    elessero    pronta- 
mente   Jlessandro    IV ^    che    colle 
anni   de^  crociati    rintuzzò  quelle  di 
Ezzelino  III,  e  pacificò  i  veneti  cui 
genovesi,   secondo    il    pietoso  e   pa- 
terno costume    de' Papi,  pel    quale 
spedirono  apocrisari,    legati  e  nunzi 
in  tutte  le  parti,  interponendosi  efll- 
cacemenfe  con  tutti   i   principi  e  le 
nazioni,  come  ai  loro  luoghi  notia- 
mo ;    con    che    impedirono    guerre, 
spargimenti  di  sangue  e  infiniti  mali. 
Nel    1261    Urbano  IV  coli' armata 
de'  crociati  disfece  le  truppe  tedesche 
di  Manfredi  :  di  queste   crociate  con- 
tro i  perturbatori  della  pace  e  liber- 
tà ecclesiastica,  gli  eretici,  scismatici, 
e    nemici  della    santa   Sede,  ne    ri- 
portiamo le  notizie    al   voi.  XVHf, 
p.   3oi    e  .seg.   del    Dizionario.  Ur- 
bano IV  fabbricò   la    rocca   di  Mon- 
lefiasconey  che  altri  Papi  fortificarono 
^d  abbellirono.  Clemente  /^chiamò 
^a  Francia  Carlo  I  d'  Angiò  per  cac- 


MIL 

ciare  il  tiranno  Manfredi  dalle  due 
Sicilie,  feudi  della  Chiesa,  e  poi  di 
essi  l'investì.  Gregorio  X  emanando 
leggi  pel  Conclave,  ne  dichiarò  custo- 
de il  Maresciallo,  ai  quali  articoli  si 
parla  quando  armaronsi  truppe  pev 
difesa  del  conclave,  ciò  che  dioesi 
ancora  a  Goverpiatore,  parlandosi 
di  quello  del  conclave,  e  quali  sol- 
dati in  sede  vacante  comandava  il 
niaresciallo,  e  quali  ora  dipendono 
da  Ini.  Martino  IV  sostenne  pa- 
recchie guerre  per  ricuperare  e  di- 
fendere i  dominii  della  Chiesa  con 
truppe  ausiliarie  francesi,  come  si 
disse  a  Forlì  ed  altrove.  Quanto 
a  Bonifacio  Vili,  si  può  yedere  il 
suo    articolo    e  quelli  relativi. 

Nel  secolo  XIV  si  celebra  l'inven- 
zione della  polvere  da  cannone  in 
Europa.  Pare  che  da  remotissimi 
tempi  già  la  conoscessero  i  cinesi. 
Altri  la  attribuiscono  al  reSalomonCj 
e  dopo  il  IX  secolo  ne  parlò  Marco 
greco  nell'opera  intitolata:  Liber 
ignium^  insieme  ai  Fuochi  d'  artifi- 
zio. Altri  al  medico  arabo  Mesue, 
fiorilo  in  piincipio  di  detto  secolo. 
Molto  si  è  scritto  sull'invenzione 
della  polveie  e  sulla  sua  anlichilù. 
Quanto  all'Europa  se  ne  fa  inven- 
tore il  tedesco  francescano  lìcttol 
do  Schwartz,  altrimenti  nominato 
Costantino  Angliksen,  che  la  ritro- 
vò in  Colonia,  occupandosi  in  o- 
perazioni  chimiche  nel  i3?.o  ovvero 
nel  r36i.  Osservano  alcuni,  che  nel 
secolo  precedente  eravi  stata  qualche 
ricerca  che  poteva  condmue  a  tale  sco- 
perta, descritta  dall'  inglese  monaco 
Ruggiero  Bacone  in  un  libro  pul)- 
blicato  a  Oxford  nel  1216,  De  nul- 
lilate  magiao.  Pare  che  l'uso  della 
polvere  in  Europa  avesse  principio 
verso  il  I  338, non  per  uccidere  gli  uo- 
mini, ma  per  attaccare  le  fortezze. 
Non    si  deve  tacere    che  nel    i3i^ 


MIL 

li  re  di  Giauata,  assediando  Caza, 
diede  fuoco  ad  una  macchina  che 
produsse  terribile  esplosione  ;  e  nel 
1342,  all'assedio  di  Algesiras,  Al- 
fonso XI  adoperò  armi  da  fuoeo 
e  micidiali.  Qualunque  sia  1'  autore 
di  questa  grande  scoperta,  certo  è 
eh'  essa  portò  uu  notevole  cangia- 
mento e  una  intera  rivoluzione  Del- 
l' arte  militare;  invenzione  che  for- 
ma epoca  negli  annali  del  mondo. 
Ora  si  vorrebbe  sostituire  alla  polve- 
re, il  cotone  esplosivo  fulminante, 
o  colon-polvere,  ma  ad  onta  di 
molti  fautori  non  pare  che  prevale- 
re, perchè  sinora  nella  preparazio- 
ne e  nelle  sue  conseguenze  è  sog- 
getto a  troppi  inconvenienti  e  pe- 
ricoli, ed  è  necessaria  uu'aulorizza- 
zione  speciale,  per  cui  molli  gover- 
ni ne  proibirono  la  preparazione  e 
lo  smercio.  Sull'origine  dell'arti- 
glieria, il  Cancellieri  nelle  Dìsseri. 
epist.  p.  252  e  seg.  ripoj-la  una  bi- 
blioteca  di  scrittori  che  ne  trattar 
rono,  come  di  altre  anni  da  fuo- 
co, e  della  polvere  da  alcuni  chia- 
mata diabolica,  da  ^\\.y\  creduta  u- 
tile. 

Stabilita  nel  i3o5  da  Clemente 
V  la  residenza  pontificia  in  Fran- 
cia e  in  Avignone^  molti  prepoten- 
ti proliltarono  dell'assenza  de'Pon- 
teflci  da  Roma,  per  usurpare  le 
terre  della  Chiesa  e  promuovere  ri- 
bellioni, come  si  può  vedere  a'  luo- 
ghi loro,  ed  a  Giovanni  XXil,  Be- 
nedetto XII,  Clemente  VI,  ed  In- 
nocenzo VI.  Questi  nel  i353  spe- 
dì in  Italia  il  celebre  cardinal 
Egidio  Albornoz  per  legato  e  ca- 
po supremo  dell'  esercito  pontifi- 
cio collettizio  che  armò,  e  col  qua- 
le ricuperò  tutto  il  tolto  alla  Chie- 
sa (a  suo  tempo  e  nel  i358  l'e- 
sercito pontificio  faceva  uso  delle 
bombarde,  secondo  il  Fautuzzi,  Mo- 


MIL  io3 

uumenti  t.  V,  p.  XXII,  e  ti  fab- 
bricavano in  Santarcangelo;  furono 
suoi  generali  Ridolfo  Varani  ed  il 
nipote  Gomez  Albornoz,  pei*  non 
dire  di  altri),  laonde  delle  sue  guer- 
resche gesta  se  ne  parla  in  molti 
luoghi.  Eresse  o  riedificò  diversi 
forti  nello  stato  ecclesiastico,  come 
in  ForPi  e  Spoleto  ;  e  delle  terre 
ricuperate  ne  presentò  le  chiavi  in 
più  carri  a  Urbano  V.  A  questi  suc- 
cesse Gregorio  A/,  che  dichiarò  la 
guerra  a  Bernabò  Visconti  signore 
di  Milano,  perchè  molestava  le 
terre  della  Chiesa,  inviando  a  com- 
batterlo un  esercito  sotto  il  coman- 
do del  duca  di  Savoia,  dicendolo 
alcuni  il  primo  Papa  avignonese 
che  propriamente  da  quella  città 
armò  milizie  pontificie,  e  le  spedì 
in  Italia, con  Galeotto  Malatesla  ge- 
nerale della  Chiesa,  e  per  legato  il 
cardinal  Pietro  d'Estain,  il  quale 
prese  a  soldo  Giovanni  Aucuto  in- 
glese capo  d'una  compagnia.  Anche 
il  predecessore  Urbano  V  con  Car- 
lo IV  avevano  preso  ai  loro  sti- 
pendi Luigi  Gonzaga  signore  di 
Mantova,  contro  i  Visconti  slessi. 
Inoltre  Gregorio  XI  scomunicò  i 
fiorentini,  e  mandò  a  combatterli 
il  cardinal  di  Ginevra,  poi  an- 
tipapa Clemente  FU,  e  nel  l'ò'j'j 
restituì  in  Roma  la  residenza  pa- 
pale, ricevuto  dai  romani  e  loro 
Banderesi  colle  insegne,  e  tripu- 
dianti.  Il  cardinal  di  Ginevra,  di 
carattere  crudele,  con  seimila  bre- 
toni e  guasconi  a  cavallo,  e  quat- 
tromila pedoni  o  fanti,  ricuperò 
vari  luoghi,  come  Cesena,  ma  inau- 
dite furono  le  barbarie  della  sol- 
datesca. Poscia  il  Papa  fece  Rodol- 
fo Varano  capitano  della  Chiesa, 
e  morendo  nel  1378  lasciò  l'Italia 
in  aspra  guerra. 

Urbano  FI  che  gli  successe  vide 


io4  MIL 

insorgere  il  funesto  e  lungo  seismo, 
che  soslenulo  dall'  antipapa  Cle- 
mente VII  e  successori,  fu  cagione 
<li  mollissime  guerre  e  d' indescri- 
vibili mali.  Nel  iSyg  l'antipapa 
spedì  contro  Urbano  VI  un  e- 
sercito,  che  jierò  fu  sconfitto  pres- 
so Marino  dalle  milizie  pontificie, 
ed  allora  fu  che  il  Castel  s.  An- 
gelo occupato  dai  francesi,  questi 
lo  consegnarono  ai  romani  :  questa 
vittoria  il  Pontefice  la  celebrò  con 
processione  a  piedi  scalzi.  Più  tar- 
Aì,  e  nel  iSSy,  vedendosi  Urbano 
VI  senza  esercito  e  denaro,  invilo 
tutti  i  vescovi  ad  esorlare  i  popo- 
li col  premio  delle  indulgenze  a 
prendere  le  armi  per  la  bandita 
crociata,  e  somministrare  denari 
per  far  guerra  ai  scismatici  nemi- 
ci della  Chiesa,  intanto  che  i  sol- 
dati pontificii  fecero  a  pezzi  Angelo 
prefetto  di  Roma,  come  fautore  del- 
l' antipapa  .  Bonifacio  IK  che  gli 
successe  fortificò  il  palazzo  aposto- 
lico, il  Campidoglio  e  il  Castel  s. 
Angelo,  e  si  fece  rispettare  più  dei 
predecessori.  Aiutò  Ladislao  re  di 
Napoli  con  quattromila  cavalli  e 
seimila  fanti  di  truppa  papale,  con 
che  prese  Capua  ed  Aversa.  Sotto 
Bonifacio  IX  fu  capitano  delle  armi 
pontificie  il  conte  di  Carrara.  Dipoi 
Uonifacio  IX  pubblicò  la  crociata 
contro  Onoralo  Cactani  conte  di 
Fondi,  scismatico,  che  tentava  arre- 
stare il  Papa,  se  le  guardie  di  Cam- 
pidoglio non  l'avessero  respinto 
coi  Colonna.  Quindi  Innocenzo  FU 
dovette  reprimere  diverse  sommos- 
se de' ghibellini  contro  i  Guelfi,  e 
le  sue  guardie  rintuzzarono  i  ribel- 
li a  Ponleinollc.  Lo  scisma  incru- 
delì, quando  contro  Gregorio  XII 
i'u  eletto  Alessandro  V,  al  quale 
successe  Giovanni  XXIII,  adatto 
più  alle  cose  militai],  che  alle  ec- 


MIL 
clesiastiche,  deposto  quindi  nel  con- 
cilio di  Coitanza.  Nel  voi.  XXIV, 
p.  gS  del  Dizionario  si  narrò  co- 
me formalmente  Giovanni  XXIII 
in  Bologna  fece  capitano  generale 
Uguccione  Contrario,  già  genera- 
le maresciallo  della  Chiesa:  fu  pu- 
re suo  generale  Gio.  Francesco 
Gonzaga.  Coli'  elezione  di  Marti- 
no V  riebbe  pace  la  Chiesa  e  1'  I- 
talia  ,  terminando  le  funestissime 
guerre.  D' ordine  di  Martino  V 
furono  fatte  in  Roma  diverse  bom- 
barde, delle  quali  fino  all'invasione 
francese  se  ne  conservavano  in  Ca- 
stel s.  Angelo  e  nelle  altre  fortez- 
ze dello  stato.  Laonde  sino  dai 
priraordii  del  secolo  XV  esisteva 
un  principio  del  corpo  degli  arti- 
glieri pontificii  e  addetti  al  maneg- 
gio delle  bombarde,  le  quali  ser- 
vivano per  le  batterie  della  mura. 
Questa  potente  arma,  già  nel  seco- 
lo piecedente  la  dicemmo  esercita- 
ta pei  primi  dalle  milizie  papali,  e 
più  anni  avanti  del  i38o,  in  cui 
per  la  prima  volta,  scrissero  alcuni, 
eransi  vedute  bombarde  nella  guer- 
ra di  Chioggia  Ira  i  genovesi  ed 
i  veneti  che  ne  fecero  uso,  conser- 
vandosi in  Genova  un  loro  canno- 
ne di  cuoio  preso  in  tale  occasione. 
A  Bartolomeo  Coleoni  bergama- 
sco si  dà  il  vanto  di  avere  pel  pri- 
mo fatto  uso  dell'  artiglieria  di 
campagna,  nella  sanguinosa  batta- 
glia data  nel  bolognese  alla  Moli- 
nella  li  25  luglio  1467,  in  favore 
de'  veneti,  contro  i  fiorentini  co- 
mandati da  Federico  II  di  Monte- 
feltro.  Qui  noteremo  che  le  armi 
da  (ùoco  portatili  furono  inventate 
circa  la  metà  del  secolo  XV,  ed 
erano  assai  differenti  dalle  attuali, 
cliiaroandosi  in  principio  cannoni 
da  mano,  e  consistevano  semplice- 
mente in    un  tubo  di    ferro  foralo 


MIL 

«la    un  focone  senza  cassa    e  balle- 
ria.    Acciocché  non    rinculassero  vi 
si  aggiunse  un  uncino  d'appoggiar- 
si   sopra    un'  asta    di    legno     o  di 
metallo,  onde  presero  nome    d'  ar- 
chibugi, e  divennero  comuni  ai  sol- 
dati   a    piedi,  pivi  leggieii    essendo 
quelli  de' cavalieri.    Poi   s'introdus- 
sero   gli  archibugi    a  miccia,  e  di- 
minuiti   nel   peso    chiamaronsi  mo- 
schetti,    indi     s'inventarono     quelli 
(letti  a   ruota.   I  granatieri    presero 
tal   nome  perchè  destijiali   a  trar  le 
granate  nel  secolo  XYl  in  cui   s'in- 
ventarono, prima  essendo  chiamati  in 
Francia  figli  perduti,  perchè  servendo 
all' antiguardo  e    alla  sicurezza  dei 
fianchi  delle  colonne,  come  ove  più 
grave    era   il   pericolo,   erano    i  piìi 
esposti  :    considerati    il    nerbo  del- 
l' esercito,  ciano  meglio  pagati,  ve- 
stili   ed.  armali    degli  altri    soldati. 
JN'el  secolo    XVI   ebbe    luogo    l'in- 
venzione   delle    pistole    in     Pistoia, 
onde  ne  presero  il  nome,  come   vo- 
gliono  molti.    Sotto  Luigi    XIV  si 
introdussero  i   fucili  armati  di  baio- 
nette :  V  invenzione   si  atlribuisce  a 
Scarmelte,  ma  esse  fecero  in  guer- 
ra   perdere  l'uso  della    spada.  Ora 
può    dirsi    che    la     guerra    si    fac- 
cia   più  colla    geometria,  che    colla 
polvere,  perchè  la    testa  vale    assai 
più  delle  braccia. 

Eugenio I F  sostennediverse  guer- 
re contro  i  suoi  nemici  ed  usurpatori 
de'dominii  della  Chiesa,  ed  ebbe  a 
celebri  generali  i  cardinali  l^itelkschi 
e  Mezzarota.  Eugenio  IV  aiutò,  il 
re  di  Ungheria  contro  i  turchi,  invian- 
do per  legato  il  cardinal  Giuliano  Ce- 
salini  che  restò  morto  sul  campo. 
Calisto  III  ha  la  gloria  di  aver 
pel  primo  nel  i455  formalo  la 
ponlilìcia  Marina,  per  reprimere  le 
conquiste  de'  turchi,  contro  i  quali 
Pio  II  promulgò  la  crociata  nava- 


MIL  to5 

le,  alla  cui   testa   doven   partire  da 
Aiìconay    facendo    perciò    lega    con 
diversi  sovrani.   Inoltre   Pio   li  sos- 
tenne   le  guerre  contra    i     Malate- 
sta    ed    i    Manfredi,  signori  di     Hi- 
minì    e  di  Faenza.  Tra  i  cardina- 
li che  creò  vi   fu    Francesco   Gon- 
zaga,   sempre  occupalo    nelle  armi 
ed    esercizi   militari.   Paolo    II   del 
i46/f  fu  benemerito    della  pace  di 
Italia,    che    solennemente    pubblicò 
nella    Chiesa    di    s.    Marcoj    spedi 
le   milizie  pontificie  contro  i   Mala- 
testa,  e  fabbricò  varie  Fortezze  dan- 
done   il    comando    a    prelati     e    a 
degni    ecclesiastici.    Ad   istanza    del 
re    di   Fiancia    fu    costretto  creare 
cardinale  Balve,  il   quale    dedito  a- 
gli    allari   della    guerra,    fu   veduto 
in   rocchetto    e    mozzetla   porsi  alla 
testa  delle    truppe.  Allorché    Paolo 
li  creò  cavaliere  di  s.  Pietro,  Ber- 
so   duca    di    Ferrara,    gli     calzò     i 
sproni    Napoleone    Orsini    generale 
di  s.   Chiesa. 

Sisto  IV  sostenne  la  guerra  con- 
tro il  re  di  Napoli  e  il  duca  di 
Ferrava,  e  presso  Velletri  le  sue 
milizie  riportarono  celebre  vittoria, 
in  memoria  della  quale  edificò  la 
Chiesa  di  s.  Maria  della  Pace.  In- 
di si  collegò  contro  i  veneziani,  no- 
minando vicario  dell'  esercito  pon- 
tificio Alfonso  figlio  di  detto  re. 
Sotto  Sisto  IV  fu  generale  delle 
milizie  papali  Virginio  Orsini.  11 
bisogno  di  denaro  per  fare  questa 
ed  altre  guerre,  lo  costrinsero  ad 
alcune  azioni  che  produssero  censu- 
re; e  fu  al  dire  del  Bonanni  il  pri- 
mo che  prese  gli  Svizzeri  per  guar- 
dia del  Papa.  Nel  i484  gh  successe 
Innocenzo  FUI:  terminò  la  guer- 
ra coi  veneti,  coi  quali  si  alleò  in 
un  ai  genovesi,  per  resistere  a  quel- 
la mossagli  dal  re  di  Napoli  e  da- 
gli Orsini,  dichiarando  generale  del- 


io6  MIL 

la  Chiesa  Roberto  Sanseverino.  T>nn- 
jdì     la    crociala    contro    i   twrchi   in 
favore  de'polacclii,  ed  altra   ne  pro- 
inulgò    a    difesa    del    cristianesimo. 
Sotto   lnno<:enzo  Vili,    o  avanti  di 
lui,  principiò    ad    avere   origine    la 
guardia     del     corpo     Cavalleggieri . 
Elevato    al    pontificalo    Alessandro 
f"^ I,   già   prodegenerale  dell'eserci- 
to   ecclesiastico,    egli    si   uni    in  al- 
leanza    cojitro    Carlo    Vili     re    di 
Francia,   e    col   marchese    di   il/<i«- 
/oi'rt    dichiaralo    «apo  dell'esercito: 
il  Papa    pubblicò  la   lega  in   s.  Mar- 
co   dopo   la     messa    al    snono    delle 
campane    di     Campidoglio     e   delle 
phiese  di   l\oma.    Dipoi     Alessandro 
Vi,  vedendosi   in  Boma   Carlo   Vili 
con   forte  esercito,  si   col  legò  col    re 
di     Francia    per    la     conquista    del 
milanese,  e  fra  i  cardinali  che  creo 
vi  fu  Ippolito  cVEstf.  che  nel  mestie- 
re   delle    armi    pareggiò  i    migliori 
capitani    di    (juel    tempo.    Pandi   la 
crociala  contro  i    turclji,  alleando.si 
a   tale  edetto  con   molti  principi,  e 
promettendo     recarvisi    in    persona. 
Dichiarò  il    famoso   Cesare    Borgia 
suo     figlio,     f'essiilifero    e    generale 
della   Chiesa;  e  comandante    dell' e- 
jiiMcito  cristiano  contro    j   turchi    il 
caidinal   d' Aubusson    gran   maoslro 
dell'   ordine     Gerosolitnitano .     Indi 
Cesare  fece  la   guerra  ai  Colonnesi, 
ai  Sin'dli   ed  agli  Orsini;  ed   in  più 
incontri    il    Papa    adempì  con    mi- 
rabile destrezza  l'  uffizio  di  capita- 
|io    generale,    meptre    Cesare    colle 
milizie  pontificie  s'  impadronì  dello 
principali    città    e    luoghi  dello  stq- 
to,  imprigionandone  o  sagrificando- 
rie  i  signori,  come  si   dice  in   mol- 
li  articoli.   11  Papa   fece  edificare  il 
forte    di    Civita     Castellana,    sulle 
rovine  della  rocca  anticy,  poi  com- 
pilo da   Giulio   II   e  Leone  X.  War- 
ffifjo  gì' istorici    che  Alessandro   VI 


MIL 

trattò  perfettamente  le  sue  nume- 
rose truppe,  e  pose  i  successori  in 
isfato  di  figurare  nel  mondo  come 
possenti  sovrani  ;  e  dicesi  che  pre- 
se il  nome  d'  Alessandro  per  l'am- 
mirazione sua  verso  il  conquistatore 
macedone.  Alla  sua  morte.  Cesare 
colle  sue  numerose  truppe  voleva 
comandar  nel  Conclave j  ma  il  po- 
polo difese  i  cardinali,  i  quali  fìe- 
cero  armare  quattromila  soldati  ; 
l'eletto  Pio  III  dovette  salvare  in 
Castel  s.  Angelo  Cesare,  che  poco 
prima  era  stato  lo  spavento  d'  Ita- 
lia. Come  lo  zio,  Pio  III  avea  in- 
tendimento di  riunir  poderose  for- 
ze, e  marciare  contro  il  formidabile 
nemico    del    nome    cristiano. 

Il  di  lui  successore  nel  i5o3  fu 
Giulio  II,  che  assunse  tal  nome  for- 
se per  intlicar  la  grandezza  de'suoi 
pensieri  e  la  virtù  militare,,  con  cui 
procurò  d'  imitare  Giulio  Cesare. 
iNel  fermo  intendimento  di  ricupe- 
rare alla  Chiesa  le  (.erre  occupate 
dagli  stranieri  o  dai  tiranni,  riprese 
quelle  che  riteneva  Borgia,  che  dal- 
le galere  pontificie  fece  condm-re 
in  Ispagiia,  e  nel  i5o6  partì  da 
Kouia  coir  esercito,  impossessandosi 
di  IJologna  e  Perugia,  e  facendo 
gonfaloniere  e  capitano  generale  il 
marchese  di  Mantova.  Renitente  la 
repubblica  veneta  a  restituire  Faen- 
za, Rimini  ed  altri  luoghi,  con- 
chiuse il  famigerato  trattato  d'  al- 
leanza di  Cainhray. conilo  di  essa; 
la  quale  per  le  gravi  perdile  fatte  nel- 
la guerra  implorò  e  ottenne  perdono 
dal  Papa.  Allora  gli  mossero  guer- 
ra i  francesi,  anco  per  scjstenere  il 
iduca  di  Ferrara,  p  Giulio  li  per. 
meglio  allcudervi  passò  a  Bologna, 
ivi  unendo  le  proprie  milizie  alle 
spnguuole,  dipoi  si  portò  in  Raven- 
na, e  la  sua  armata  fu  rotta  dal  ne- 
mico, mentre  col  soccorso  degli  spa- 


MTL 
gnuoli  evilò  cader  prigioniero  due 
volle:  dolente  ancora  per  la  caduta 
«di  Bologna  si  lasciò  crescere  la  bar- 
ba. Tultavolta  lungi  dall' abbatter- 
si, e  dimenticando  i  pericoli  corsi, 
alla  testa  delle  proprie  milizie  as- 
sediò la  Mirandola  della  famiglia 
Pico,  nel  più  rigido  inverno,  fissan- 
flo  il  quartiere  vicino  alle  batterie. 
Difendevano  la  piazza  Galeotto  li 
figlio  di  Luigi  e  della  vedova  di 
questi  figlia  del  maresciallo  Tri- 
vulzio,  il  quale  Luigi  l' avea  tolta 
al  fratello  Gio.  Francesco  III  pro- 
letto dal  Papa.  L'artiglieria  ponti- 
ficia si  coprì  di  gloria,  ed  il  Papa 
da  generale  vincitore  entrò  per  la 
breccia  pella  piazza  a'  20  o  12 1 
gennaio  i5ii,  mettendo  in  posses- 
so della  Mirandola  Gio.  Francesco 
III.  Proseguendo  la  guerra,  strinse 
lega  coir  imperatore  ,  coi  re  di 
Spagna  e  d'  Inghilterra,  e  con 
quegli  altri  principi  descritti  alla 
sua  biografia,  patto  che  si  chiamò 
sacra  unione.  Stando  Giulio  II  in 
Ravenna,  nel  marzo  1 5 1 1  creò  car- 
dinale lo  svizzero  Matteo  Schiner 
p  Lango  per  aver  procuralo  al 
Papa  un  soccorso  di  truppe  svizze- 
re, pel  quale  Giulio  II  avea  spedi- 
to nunzio  nella  Svizzera  de  Grassi, 
il  quale  in  Berna  conchiuse  la  ìevi\ 
^i  tremila  fanti.  Sebbene  agli  i  i 
aprile  i5i2  perdette  la  memorabi- 
le battaglia  di  Ravenna,  ove  l'ar- 
tiglieria pontificia  die  prove  di  cre- 
scente perfezione,  e  il  qardinal  le- 
gato Medici  indi  Leone  X  corse  pe- 
ricolo di  restar  prigioniero,  pure 
Giulio  II  riempì  1'  Italia  e  tutta 
Europa  del  terrore  del  suo  nome, 
vedendo  a' suoi  piedi  i  più  potenti 
nemici.  Questi  fu  un  Papa  dato  da 
Dio  secondo  i  bisogni  de' tempi,  il 
perchè  le  sue  'azioni  furono  lodale 
^al   copcilip    di  Latcrano  ip'  e  da 


MIL  107 

gravi  imparziali  scrittori.  Nell'anno 
in  cui  fu  eletto  Giulio  II,  ebbe 
luogo  quel  celebre  Duello  tra  fran- 
cesi ed  italiani,  i  quali  vinsero  con 
decoro  e  gloria  ancora  delle  mili- 
zie pontifìcie,  9ui  alcuno  di  essi  ap- 
parteneva. 

Leone    X  nella    seconda    guerra 
del  suo  predecessore  era  stalo  spe- 
dilo legalo  e  governatore  di  Roma- 
gna, onde  trovossi  alla  lesta  dell'  e- 
sercilo  pontificio  che  comandava,  sba- 
raglialo nella  memorala  battaglia  di 
Ravenna.  Appena  creato  Papa  per- 
donò i  ribelli  Colonnesi,  ma  veden- 
do che  i  francesi  tentavano  invadere 
di  nuovo  il  ducato  di  Milano,  deli- 
berò impedirlo,  e  si  valse    perciò  del 
soccorso    degli    svizzeri  :    i  francesi 
perduta  la  battaglia  di  Novara,  nel 
giugno   i5i3  ripatriarono.  I   veneti 
rimisero  le  loro  conlese  all'arbitrio 
del  Papa,  ed  i  fiancesi  si  pacificarono 
e  furono  assolti  dalle  scomuniche  di 
Giulio  li.  Ad  impedir  la  divisione  d'I- 
talia fra  la  Francia  e  casa  d'Austria, 
Leone  X  si   adoprò  energicamente; 
però  volendo  ingrandire  la  sua   fa- 
njiglia ,    convenne    che    Luigi     XH 
facesse  un  nuovo   tentativo  sul   mi- 
«lanese;  ma    per  morte  del  re,  ben- 
ché il  Papa  inclinasse  alla  pace,  si 
trovò  obbligato  collegarsi    col  duca 
di    Milano,   gli  svizzeri,  l'impero    e 
la    Spagna.    Francesco    I    vinse,    ed 
allora  Leone  X  ritirandosi  dalla  le- 
ga,  alleossi  con    lui;    Più    tardi  te- 
inendo    il    suo    ingrandimento    gli 
mosse  contro  l'imperatore,  e  ordi- 
nò a   Marc' Antonio    Colonna  di   u- 
nir  le  milizie  papali  alle  imperiali  ; 
indi    col    proprio   esercito    s'  impa- 
dronì del  ducato  d'  Urbino  che  die 
al  nipote,  don  guerra  che  es^iurì   il 
tesoro  pontificio.  Nel  i52o  Leone  X 
riprese  Fermo  e  Perugia,  e  rivolse 
le  sue  armi  contro  il  duca  di  Fer< 


. o8  m  I L 

«ara,    indi    si   uni    a    Carlo    V  per 
cacciare   i    francesi    da     Milano,    e 
procurare  nuovi  stati  a' suoi  paren- 
ti  Medici,  dicljiarando  capitano  ge- 
nerale   della    Chiesa,    Federico     II 
marchese    di     Mantova.    Le     galere 
pontifìcie  unironsi  alla  flotta  impe- 
riale,   e   le   milizie   del    Papa  e  di 
Carlo  V  espulsero  i  francesi  da  Mi- 
lano,   ove  entrò    il  cugino  cardinal 
de  Medici,   poi    Clemente  VII,  vit- 
torioso   e  qiial    legato  dell'  esercito 
col  cardinal  Lango,  ricuperandosi  an- 
cora Parma  e  Piacenza.  Avendo  Pio 
II    attiibuite   alla  guerra    contro  il 
turco     le     rendite    dell'  allume     di 
Tolfa,  Leone  X  ne  affidò  l'ammi- 
nistrazione all'  ordine  de'cavalieri  o 
soldati  di  s.   Pietro  da  lui   istituito. 
Servì  a  Leone  X  il  suo  parente  Gio- 
vanni de  Medici,  detto    delle    ban- 
de   nere,    da    quelle   compagnie    di 
ventura    che     a   lui     obbedivano,  a 
vantaggio  della  Chiesa  e  per  espel- 
lere d'Italia  gli   stranieri. 

Eletto  successore  Adriano  FI 
mentre  era  nella  Spagna,  ne  partì 
con  ima  numerosa  armata  navale  e 
quattromila  soldati  ;  giunto  a  Ge- 
nova, pel  sacco  sofferto  da  questa 
città,  rimproverò  Prospero  Colonna  • 
e  Federico  II  marchese  di  Manto- 
va capitani  dell'  esercito  pontifìcio 
ed  iuqjeriale  nella  conquista  di  Mi- 
lano. Colla  truppa  spagnuola  che 
r  avea  seguito,  cacciò  da  Rimini 
Malatesta.  Vedendo  minacciala  l'I- 
talia dai  francesi,  si  unì  in  lega 
con  Carlo  V  e  i  principati  di  tut- 
ta Italia,  in  un  ai  feudatari  dello 
stalo  ecclesiastico,  tutti  prometten- 
do un  contingente  di  cavalli  e  fanti 
secondo  le  proprie  forze.  Perchè  la 
lega  riuscisse  vantaggiosa  alla  re- 
pubblica cristiana,  Adriano  VI  ac- 
compagnato dai  cardinali,  prelati  e; 
altri     nobili,    si    portò   a'  5    agosto 


M  I  L 
i523  nella  chiesa  di   s.  Maria   Mag- 
giore, e  tra   le  solennità  della   mes- 
sa fu   promulgata   la  confederazione, 
dicendo   1' Oriiz  famigliare  di  Adria- 
no  VI    e  autore    della    Descrizione 
del  viaggio,  che  siffatta   lega  per  re- 
primere chi  osasse  invadere  l'Italia 
si  potè  fare    dal   Papa    a   tutta   ra- 
gione di  diritto,    mentre  quando  il 
Pontefice  vede    che    a   nulla  giova- 
no    le     armi    spirituali,    può  senza 
dubbio  muovere  le  armi   temporali 
per    difendere   sé   stesso  e    gli  altri 
cristiani,     come    rilevasi     dal    capo 
DilcctOy    de  sent.    excom.   in  sexto. 
De  Lagna,  annotatore  delTOrtiz,  là 
in   proposito  queste  osservazioni.  »  Il 
Burmanno,  giustissimo  difensore  del- 
le    cose     di     Adriano   VI,    quando 
giunge  a   questo   passo,  si   sforza  di 
mettere  in  campo  molta  erudizione 
ecclesiastica,   colla  quale   mostra  che 
ai    chierici    si   proibisce    1'  uso  delle 
armi    temporali.    Ma    tutta     quella 
erudizione    non    viene   a    conto.  Se 
il  Papa  è  legittimamente  i-e   tempo- 
rale, dunque  aver  deve  la   sua  mi- 
lizia   disciplinata,    e   le  sue    fortifi- 
cazioni ben  guarnite,  e  conscguen- 
temente far  uso  a  tempi  discreti  ed 
opportuni     di    queste     difese     delio 
stalo.    Il   negare  poi   al   Papa   la  ca- 
pacità di  avere   legiio  tem[)i)rale,  è 
lo  stesso  che  voler  gettare  a    terra 
tutti   i   principii  di   natura  e  di   le- 
gislazione, che  rendono    legittimi  e 
slabili   lutti    i   rei-ni   della   terra.  Ma 

u 

coloro  i  quali  cercano  di  abbattere 
il  dominio  temporale  del  Papa, 
prendono  il  coltello  per  la  punta". 
All'articolo  Costaxtinopoli,  nel  ri- 
portare tutti  i  soccorsi  dati  in  de- 
nari, truppe  e  altri  modi  dai  Papi 
per  impedir  l'ingrandimento  della 
potenza  ottomana,  laccmujo  menzione 
come  Adriano  VI  promise  soccorso 
al  re  di    Ungheria  contro   i    turchi. 


MIL 
Questo  non  potendo  effettuare  per- 
cliè  le  precedenti  guerre  aveaiio  e- 
sausto  il  tesoro  pontificio,  e  l' am- 
basciatore ungherese  Ralbo  credendo 
QÌò  provenir  da  lentezza,  non  con- 
tento che  fosse  slato  spedito  il  cardi- 
nal de  Vio  con  (niarautan)ila  ducati, 
ebbe  l'audacia  di  dire  al  Pontefice: 
Beatissimo  Padre,  Fabio  Massimo 
con  indugi  salvo  un  tempo  la  re- 
pubblica romana  quasi  perduta;  vo- 
stra Santità  all'  opposto,  con  indu- 
gi le  dà  l'ultimo  tracollo.  Già  ai 
tempi  di  Adriano  VI  esisteva  l' ar- 
ma politica  chiamata  Birri,  che  ai 
nostri  giorni  Pio  VII  soppresse  nel 
i8i6. 

Clemente  VII  ebiie  un  pontifi- 
cato iiifciicissirao  e  burrascoso,  per 
Je  catastrofi  lacrimevoli  che  lo  se- 
gnalarono. Primieramente  nel  iSaS 
nella  chiesa  di  s.  Giovanni  in  La- 
terano  pubblicò  la  lega  fatta  con- 
tro il  turco,  e  verso  il  iSaG  isti- 
tuì i  Luoghi  de'  monti,  per  suppli- 
re all'armamento  ausiliare  delle 
milizie  da  lui  destinate  al  soccorso 
di  Carlo  V  contro  i  turchi  (poscia 
i  Papi  successori  se  ne  servirono 
per  aiutare  generosamente  le  na- 
zioni cattoliche,  con  gravissimo  dan- 
no del  tesoro  pontificio,  che  perciò 
enormemente  s'indebitò).  Indi  ve- 
dendo accrescersi  smisuratamente  la 
potenza  di  Carlo  V  in  Italia  do- 
po la  disfatta  de' francesi,  per  di- 
fèndere la  regione,  agli  i  i  giugno 
iSaG  fece  lega  in  Cognac  con  di- 
Tersi  principi,  e  per  esservi  il  Pa- 
pa alla  testa  fu  chiamata  Santa 
lega,  e  per  le  funeste  conseguenze 
si  disse  poi  Lega  funesta  a  sua 
Santità,  poiché  tranne  gli  svizzeri 
ed  i  fiorentini,  gli  altri  mancarono 
agli  accordi,  e  il  danno  gravitò  su 
Roma,  la  Can)pagna  e  la  Toscana. 
In  questa  lega  il    Guicciardini  con 


MIL  109 

altri  vi  compresero  Enrico  Vili  re 
d'Inghilterra,  col  titolo  di  protetto- 
re; ma  egli  solo  strinse  particolare 
alleanza  con  Francesco  l,  eh'  era 
uno  della  lega.  Ciò  offese  Carlo  V, 
che  subito  pubblicò  la  guerra  al 
Pontefice.  I  Colonnesi  uniti  al  ne- 
mico presero  parte  ai  disastri,  fecero 
scorrerie  nella  Campagna,  ed  occupa- 
rono Ceprano  e  Banco  :  allora  Cle- 
mente VII  a' 24  gennaio  ì5i&  pub- 
blicò una  bolla,  esortando  i  baroni 
e  feudatari  del  regno  di  Napoli  a 
prendere  le  armi  e  difendere  gli 
stati  della  Chiesa  che  assolvette  d.il 
Giuramento  di  fedeltà,  contro  i  (Co- 
lonna, e  fu  stampata  subito  da  F. 
Minitio  Calvo  tipografo  apostolico, 
ed  nflissa  ne'soliti  luoghi.  La  bolla  l'u 
vuota  di  clletto,  e  poco  dopo  ven- 
ne da  Moncada  generale  di  Cailo 
V,  e  dai  Colonnesi  sorpresa  la  Cu- 
tà  Leonina,  saccheggialo  il  Vatica- 
no, onde  Clemente  VII  salvò  la 
vita  in  Castel  s.  Angelo  al  modo 
ivi  narrato.  Dopo  breve  tregua 
patteggiata  con  Launoy  generale  su- 
premo degli  imperiali,  Carlo  di  Bor- 
bone coli' esercito  imperiale  compo- 
sto di  cattivi  spagnuuli  e  di  fanati- 
ci tedeschi  Luterani,  non  che  di 
venturieri,  ladroni,  sicari,  e  del  su- 
cidume  delle  plebi  italiane,  e  di 
circa  quattromila  ebrei,  non  volle 
aver  riguardo  alla  tregua.  Ad  onta 
delle  pioggie  e  delle  nevi,  traver>() 
i  monti  di  Arezzo,  e  giunto  nelie 
vicinanze  della  capitale  del  mondo 
fìnse  di  chiedere  il  passaggio  per 
andare  a  JNapoli,  ed  essendogli  ne- 
gato, infervorò  le  sue  truppe  colla 
promessa  di  ricco  bollino,  ed  ai  5 
maggio  i527,  profittando  d'  una 
densa  nebbia,  assediò  Roma.  La  cit- 
tà fu  presa  il  giorno  seguente,  do- 
po aver  fatto  qualche  resistenza  i 
capitani   pontifìcii  Orazio   Baglioni, 


no  M 1 L 

Valerio  Orsini,  Giampaolo  da  Ce- 
l'e  figlio  di  Renzo,  Giaujbatlista  Sa- 
velli, e  Ranuccio  Farnese.  Il  nemi- 
co enliò  per  porla  s.  Pancrazio  e 
per  porla  Settimiana  ad  ore  22. -Di- 
fese per  quanto  potè  la  Cillà  Leo- 
nina Camillo  Orsini,  ma  essendo 
Ucciso  il  BorbonCj  gli  successe  nel 
comando  il  principe  d'Oranges.  L'e- 
sercito nel  dì  seguente  guadagnò 
il  rione  Monti,  e  corse  Roma  quan- 
to si  estende  dal  monte  Giaiiicolo 
al  Laterauo  ;  la  prima  strage  fu  di 
700  soldati,  e  la  guaidia  svizzera 
fu  n)essa  in  pezzi ,  seguendo  per 
due  mesi  il  più  crudele  saccheggio 
con  commettersi  le  più  inaudite 
barbarie,  nulla  rispettandosi,  nep- 
pure le  chiese,  le  reliquie  de' santi, 
molti  religiosi  uccisi,  altri  vilipesi 
enormemente^  contaminali  i  sepol- 
cri degli  slessi  Pontefici  per  trame  le 
cose  preziose,  e  violandosi  le  fem- 
mine e  persino  le  sacre  vergini . 
Scampò  alla  generale  carrìiflcina 
Clemente  \llcon  chiudersi  in  Castel 
s.  AngdOy  ove  ne'sette  mesi  che  vi  si 
tenne  assediatOj  potè  resistere  alle 
immense  forze  nemiche  ed  ai  repli- 
cati attacchi,  mediante  la  bravura 
dell  artiglieria  pontificia.  La  più 
tremenda  carestia  di  pane  e  carne, 
e  la  più  fiera  pestilenza  aumenta- 
rono le  calamilù  dall'alma  città,  che 
vide  alemanni  e  spaglinoli  conten- 
dersi con  micidiali  discordie  e  uc- 
cisioni, i  rubamenti  e  le  prede. 
"Venne  osservato  che  tra  i  soldati 
periti  di  peste,  maggiore  fu  il  nu- 
mero di  quelli  che  ne'più  fieri  mo- 
di avevano  derubalo  i  monasteri . 
Nota  il  Ferlone,  Dc'viaggi  clt  l'api 
p.  2{)4)  ehe  due  anni  dopo  niuno 
de'soldali  che  saccheggiarono  Room 
era  più  vivo,  e  le  rapile  ricchezze 
passarono  in  altre  mani.  E  indubi- 
tato  che  Lauuoy     o  Laniioy    morì 


MIL 
nella  peste,  Moncada  poco  soprav- 
visse, e  r  Orauges  fu  ucciso  all'as- 
sedio di  Firenze.  Quindi  i  terraz- 
zani de'  feudi  e  tenimenli  di  casa 
Colonna  si  recarono  a  Roma,  rapi- 
narono quanto  era  avanzato  al  la- 
droneccio militare,  cioè  immensa! 
quantità  di  utensili,  e  di  ferrameu- 
li,  altro  non  più  essendovi.  Immen- 
se poi  furono  le  taglie  d' ingenti 
somme,  che  i  soldati  posero  senza 
distinzione  alle  cose  ed  alle  perso- 
ne, che  tassavano  di  grosse  contri- 
buzioni a  titolo  di  riscatto,  operan- 
do in  tutto  da  masnadieri.  Di  tali 
taglie  diversi  inediti  documenti  pub- 
blicò il  Saggiatore,  giornale  romanoj 
n.  1  I,  anno  primo. 

1  confederati  intanto  non  si  presero 
pensiel'O  di  Clemente  VII,  solo  i  ve- 
neti ordinarono  al  duca  di  Urbino  di 
lutto  arrischiare  per  liberarlo  ;  ed  il 
i'e  di  Francia  troppo  laidi  spedì  aRo- 
ma  Lautrec  con  un  esercito.  All'arti- 
colo Germania  sonovi  relative  noli- 
zie,  così  negli  altri  analoghi  luoghi 
riportiamo  le  altre,  come  della  parten- 
za del  barbaro  esercito  imperiale,  av- 
venuta il  17  febbraio  i528,  men- 
tre Clemente  VII  Stava  rifugiato  in 
Orvieto,  accompagnatovi  da  Luigi 
Gonzaga  detto  Rodomonte,  cugino 
del  marchese  di  Mantova,  poi  ge- 
nerale delle  truppe  pontificie.  Però 
nello  slesso  giorno.  Amico  d'  Ar- 
soli con  alcuni  patrizi  ed  alquan- 
ti cor.'si  ch'erano  agli  stipendi  del 
popolo  romano,  infrenabili  e  sempre 
avidi  di  bollino,  entrarono  in  Ro- 
ma, guastando  la  ripa  del  Tevere, 
uccidendo  spagnuoli  e  tedeschi 
d'ambo  i  sessi,  negli  spedali  e  nelle 
chiese,  e  predando  i  loro  beni,  ben- 
ché fossero  artisti  pacifici  stabiliti 
in  Roma,  e  derubando  anche  qual- 
che monastero.  In  egual  tempo  i 
Colonna    malmenavano    la  Canipu- 


M  1 L 

gna  romana,  uiassìine  le  terre  dei 
signori  (li voti  al  Papa,  come  gli 
Altieri  ed  i  Leni,  per  cui  Cleuieu- 
te  VII  scomunicò  i  pi  edatori  e 
gli  obbligò  alia  restituzione.  Clemen- 
te VII  e  i  cardinali  che  stettero 
rinchiusi  con  lui  in  Castel  s.  An- 
gelo, per  duolo  eransi  lasciali  cre- 
scere la  barba:  che  Carlo  V  prese 
il  lutto,  e  die  dimostrazioni  di  do- 
lore per  la  prigionia  del  Papa  e 
sventure  di  Rouìa,  lo  dicemmo  al- 
trove. E  ^ero  che  ciò  quasi  da  tut- 
ti gli  scrittori  fu  preso  per  lina  i- 
pocrisia,  ma  se  piace  quanto  riflet- 
te il  Verri,  Storia  di  Milano  t.  Il, 
cap.  XXV,  p.  25 1,  sembra  che  non 
Iòsse  in  suo  potere  liberare  il  Pa- 
pa, essendo  l'armata  composta  di 
gregari  stranieri,  i  quali  non  rico- 
noscevano che  i  generali  dai  quali 
erano  pagali,  essendo  l' araìatij  col- 
lettizia, e  radunala  jjer  tempo  ed 
oggetto  determinato.  Finalmente  in 
Bologna  nel  i53o  segui  la  pace 
tia  il  Papa  e  I  imperatore,  ove  fe- 
ce la  di  lui  solenne  Coronazione. 
Tra  i  cardinali  creati  da  Clemente 
VII,  nomineremo  Ippolito  de  Ale- 
dici, che  lungi  dal  vestire  da  car- 
dinale, tranne  le  indispensabili  cir- 
costanze, compariva  con  divisa  da 
generale,  armato  di  spada  ;  o  Odet- 
to de  Coligny,  che  preferendo  l'ap- 
plicazione delle  armi  e  la  milizia, 
alla  dignità  ecclesiastica,  fu  poi  de* 
posto  dalla  porpora. 

Paolo  IH,  per  impedir  la  guer- 
ra tra  Carlo  V  e  Francesco  i,  si 
•portò  a  JVizza;  indi  a  Lucca  ac- 
compagnalo da  i5o  soldati  a  ca- 
•vallo,  e  da  200  a  piedi  di  sue  mi- 
lizie, e  poi  a  Brusseto  nella  dioce- 
si di  Borgo  s.  Donnino.  Paolo  HI 
fece  guerra  ai  Colonna,  ed  istituì 
i  cavalieri  o  soldati  di  s.  Paolo  j 
in   Perugia  fabbricò  la  fortezza.  Nel 


r>ì  !  L  1,1 

i5j3  Giulio  III  pel  passaggio  de- 
gl'  imperiali  che  recavansi  a  Siena, 
guarnì  i  confini  del  proprio  stalo 
con  8000  uomini  di  milizie  ponti- 
ficie. Il  successore  Marcello  II,  di 
rigide  virtù,  voleva  licenziare  la 
guardia  svizzera,  persuaso  che  il 
vicario  di  Cristo  non  ha  bisogno 
per  sua  difesa  delle  armi  di  qual- 
sivoglia milizia,  solendo  diie  che 
parecchi  principi  cristiani  più  col 
segno  della  croce  che  con  gli  eser- 
citi furono  in  molti  incontri  dilesi 
contro  i  più  polenti  nemici  ;  e  sli- 
mar meglio  che  il  Papa  restasse 
ucciso  dagli  empi,  che  dare  esem- 
pio di  vergognosa  paura,  odi  maestà 
poco  neceasariu.  Al  principio  del 
pontificalo  di  Paolo  //^  si  deve 
l'origine  della  nobile  guardia  delle 
Lanate  spezzale.  Sotto  di  lui  ebbe 
luogo  la  làmo.<>a  guerra  contro  Fi- 
lippo li,  di  cui  ji.iriossi  in  molti 
articoli,  come  Fecsinone,  Caraffa, 
Geutazzano,  e  Cave  ove  si  fece  la 
pace  :  il  re  di  Francia  spedì  dieci- 
mila uomini  in  soccorso  del  Pon- 
tefice, che  prese  al  soldo  gli  sviz- 
zeri j  e  l'artiglieria  pontificia  tan- 
to nell'invasibne  che  fece  della  Cam- 
pagna il, duca  d'Alba,  che  nella  op- 
pugnazione d'Ostia  del  i556,  ed  al- 
tre fazioni  che  occorsero,  mostrò 
vieppiù  la  sua  importanza  e  perizia. 
Gli  successe  nel  155^  Pio  If^,  il 
quale  era  slato    spedito     da   Paolo 

III  commissario  dell'esercito  pon- 
tificio neir  Ungheria  e  Polonia 
contro  il  turco  e  i  luterani,  essen- 
do generali  delle  milizie  Alessandro 
Vitelli  e  Giambattista  Savelli;  indi 
essendo  cardiiiale,  Giulio  HI  lo 
mandò  soprintendente  delle  mili- 
zie della  Chiesa  inviate  contro  Ot- 
tavio Farnese  duca   di   Parma.  Pio 

IV  soccorse  Fdippo  11  e  Massimi- 
liano 11  contro    il     turco,  e  Carlo 


112  ]\I  1  L 

IX  contro  gli  ugonotti,  per  cui  la 
camera  apostolica    contrasse     debiti 
per  un  milione  di  scudi.  Fu  gene- 
rale della  cavalleria  pontificia,   Do- 
menico Massimo  giuniore,    ch'erasi 
segnalalo  nell'assedio  d'Ostia  e  nel- 
la battaglia  di    Palianoj  mori    da 
prode  nel  combattimento  navale  di 
Lepanto,    comandando    una  galera 
pontifìcia.     Avendo    sposato    il   suo 
nipote     Annibale     Altemps     prefet- 
to   delle    armi    pontificie,  con    Or- 
tensia    Borromeo,  a'  5    marzo  del- 
l'anno   1.565    nel     cortile  di  Belve- 
dere   ebbe    luogo  uno    splendido  e 
magnifico  torneo,    cui     furono  pre- 
senti alle  finestre  il  cardinal  s.  Car- 
lo Borromeo  con  aliri  ventidue  car- 
dinali, e  seimila  cavalieri,  come  si 
legge  nella  Narrazione  del  inaraK'i- 
glioso  torneo  rappresentato  dall'  ec- 
cellcnliss.  sig.    conte    Annibale  Al- 
temps generale    governatore    di    s. 
Chiesa,  nel  nuovo  teatro  di   Belve- 
dere, lì  orna    i565. 

Nel  i566s.  Pio  amando  \o Stoc- 
co e  Berrettone  benedetti,  insegne  soli- 
te donarsi  ai  capitani  benemeriti  del- 
la religione,  al  duca  d'Alba  per  la 
"vittoria  riportata  nelle  Fiandre  con- 
tro gli  eretici  ribelli  di  Filjppo  li. 
Per  sicurezza  ò.' Avignone  e  contado 
Venaissino  il  Papa  somministrò  gros- 
se somme,  milizie  pontificie  e  mu- 
nizioni da  gueria.  Per  sostenere  poi 
in  Francia  la  cattolica  religione 
dalle  guerre  degli  ugonotti,  mandò 
a  Cario  \\  centocinquantamila 
scudi,  e  4^oo  cavalli  con  5ooo 
fanti,  di  cui  fece  generale  Sforza 
conte  di  s.  Fiora,  le  quali  milizie 
contribuirono  alla  segnalata  vittoria 
di  Moncontorno.  D' immensa  glo- 
ria riuscì  a  s.  Pio  V  la  triplice 
alleanza  concniusa  contro  Selim  II, 
per  la  battaglia  navale  vinta  a  Le- 
panto, esscudo    gcneiale  della  Ma- 


MIL 

rina  papale    Marc'  Antonio  Colon- 
na, al  quale  s.  Pio    V  decretò  gli 
onori  del  trionfo,  al  modo  che  de- 
scrivemmo a  Ingressi  solemviin  Ro- 
ma, ove  facemmo  cenno  delle  pom- 
pe trionfali    degli    antichi     romani, 
e  di  que'  solenni  ingressi  in  cui  in- 
tervennero le  milizie  della  Chiesa, 
incominciando  dal   tempo  di  Adria- 
no I.  Quanto  alla  soldatesca    della 
città  che  accompagnò  in  ordinanza 
con  abiti  pomposi    il  Colonna,  essa 
era  divisa  in  tre    squadroni,  il  pri- 
mo d'archibugieri    in     i36  file,  e 
dieci  per  fila;    il    secondo    era    di 
picche  di    i5o  file,  il  terzo  d'archi- 
bugi o  moschetti  di    i  i  3  file  :  que- 
sti squadroni    erano    fraraezzati  da 
alcune  file  di  alabarde,   ed    altre  di 
spadoni    a    due    mani,   ed  altre  di 
paggi  con  spada  e    rotelle  per  or- 
namento degli   squadroni.  Avanti  di 
questi  andavano  come  per  capi  due 
sergenti   maggiori  a  cavallo,  Dome- 
nico Jacovacci    e  Cencio    di  Toffia, 
con  bastoni  in  mano,  armali  di  cor- 
saletto con  calze  di  velluto,  berret- 
tino ed  una   banda  rossa    e  gialla, 
con  tre  alabardieri    a     piedi     colle 
bande  de'  medesimi  coloii.  Seguiva- 
no poi  per  ordine  le  squadre  degli 
archibugieri  precedute  da  due  tam- 
burini    vestiti  di  rosso,  con  calzoni 
di   velluto  nero,    ornati    da    passa- 
mano d'oro,  con  stivaletti  incerati, 
con  colletti    e  maniche    di  maglia, 
berrette  con   piume  bellissime.  L'al- 
tra metà  di    queste  squadre  aveva 
un  sergente    maggiore,  cioè    Fran- 
cesco Spannocchi,  vestito    come  gli 
altri,  con  file  di  alabardieri  vestiti 
di    velluto    variamente,    con   paggi, 
cinque  per  schiera,  con  celate,  pen- 
doni   e  scudi,    e    sopra  i     morioni 
ayevano    i    soldati    le    banderuole 
torchine.     Eravi    dopo     questa     la 
squadra  delle  picche,  avanti  di  cui 


MIL 

procedeva    il     sergente     magj+iore 
Gian  Pietro  Muti  con  54  P'^gg"  in 
più  file,     sparsi    e    vestili  a  livrea 
ornatissima,  con    morioni,  scudo    e 
pennacchio.  Dopo  questi  erano   12 
vestiti  alla  turcliesca.  Aveva  questa 
squadra   ventisette  insegne  tramez- 
7.ate  nelle  sue  compagnie    tutte  di 
seta  di  vari  colori.  Vi  erano  quat- 
tro capitani  con   calzoni  di   velluto 
ed    archibuselti,  superbamente  ve- 
stiti, seguiti    da  sette  file   di    spa- 
doni a    due    mani,    e    cinque    file 
di  alabardieri,  dopo  i    quali    ince- 
deva il     corpo     della     squadra     di 
picche,  tutti  ben    vestiti  con  corsa- 
letlo,  berrette  di  velluto  con  piume, 
calze    bianche    di    tela    d' argento 
con  trine  d'oro;    altri  in  luogo  di 
berrette  avevano    in  capo    morioni 
con  pennacchi,  e  calzoni  d'ormesino 
cangiante;  altri  avevano  in  capo  cap- 
pelli   all'  ungaresca,  calzoni  di  raso 
paonazzo  con  trine  d'argento.  Succe- 
deva la  squadra    de*  moschetti,  in- 
nanzi alla    quale     andavano     venti 
file  di  alabarde   con    paggio    e  ca- 
pitano   vestiti     superbamente;     poi 
seguivano  le  file  de'moschetti.  De- 
\esi  rimarcare,  che  tanto  nella  guer- 
ra delle   Fiandre,    che    per    mare 
sulle  galere  pontificie,  le  artiglierie 
di  s.  Pio  V  si  fecero  molto  onore, 
e  molti  uflìziali  e  soldati  delle  altre 
milizie    dierono   riprove  di  sommo 
valore    e  perizia    militare,  come  in 
altri  incontri.    Il  Papa    ricevette  il 
Colonna  alla  presenza  di  molti  car- 
dinali e  gran  personaggi,  e  l'omag- 
gio degli  schiavi  legati,  i  quali  il  Pa- 
pa fece    condurre    parte  al    luogo 
preparato,  e  parte  in  Castel  s.  An- 
gelo. Oltre    le  medaglie  coniate  in 
onore    di    s.    Pio    V,  Clemente   X 
nel    celebrarne  la  beatificazione  fe- 
ce battere   la  piastra    ove    si   vede 
espressa  la  vittoria  di  Lepanto.  Da 


voi.    XLV. 


itìerv&wwant  4ov^6^, 


MIL  ii3 

ultimo  Natale  Gennari  nel  1847 
pubblicò  in  Roma  :  Della  santa  tri- 
plice alleanza  del  santo  Pontefice 
Pio  V  contro  Selim  11^  battaglia 
di  Lepanto  e  trionfo  di  Marc  An- 
tonio  Colonna,  racconto  storico  con 
note,  giunta  e  brevi  cenni  sull'  in- 
civilimento ottomano. 

Wel  pontificato  di  Gregorio  XIII 
l'antichissima  milizia  urbana  del  ma- 
gistrato romano,  ed  anche  la  guar- 
dia pontificia    detta   Capotori,  suc- 
ceduta alle  sette  coorti  urbane  isti- 
tuite da  Cesare  per   l' interna  tran* 
qiiillità  della  città,  venne  meglio  rior- 
ganizzata. Questo  Papa  fornì   grandi 
aiuti    a  Enrico  III  re   di    Francia 
contro   gli    ugonotti  ;  si   collegò  con 
Filippo  II  per  liberare  Maria  Stuar- 
da; e  colle   sue    milizie    represse  i 
fuorusciti  dello  stato  pontificio,  ciò 
che  con  miglior    successo    fece  poi 
Sisto   V^  il  quale  istituì  una    con- 
gregazione    cardinalizia    sopra    gli 
armamenti  della    marina    e  'a  mi- 
lizia papale.     Veggasi    il     Cohellio, 
Notìtia,    Congregatio    XVIII.     De 
classe    paranda,    et    servanda    ad 
status  ecclesiastici  defensionem.  Con- 
gregatio XXI.   De  confinibus  status 
ecclesiastici  conservandis.  Ed  ancora 
in  cap.  de  Militibus  s.  Petrij  s.  Pau- 
li;Piis;  Lauretanis;  et  de  Lilio,  i  quali 
tutti    hanno  articoli.  Gregorio  Xlf^ 
spedì    in  Francia    seimila    svizzeri, 
duemila    fanti    e  mille    cavalli    di 
milizie  pontificie  comandate  da  Er- 
cole suo  nipote  in  aiuto  della  lega, 
con  molte  somme    di  denaro,   de- 
viente Vili  per    impossessarsi  del 
ducato   di    Ferrara    ricaduto    alla 
santa  Sede,  pose  in  piedi  numeroso 
esercito;  indi  fece  dividere  le  arti- 
glierie con  Cesare    d'  Esle  duca  di 
Modena,  da  Mario  Farnese  generale 
delle  artiglierie    pontificie.     Questo 
Pontefice    geloso    dell'  onore    delle 


9> 


iprS/P/mnXJi 


isb.   rte^    i 


ii4  MIL 

armi  della  Chiesaj  ravvisando  come 
le  milizie  nazionali  sole,  e  le  buone 
istituzioni  sono  quelle  che  manten- 
gono gli  sfati    indipendenti,    e  ve- 
dendo il    grave  danno    che  ne  ve- 
niva di  dovere    talvolta    assoldare 
al  di  fuori  istrutti    artiglieri,  volle 
subito  provvedere    con  saggio  con- 
siglio ad    una    scuola    speciale  per 
i  medesimi ,  formando  così   per  o- 
gni  piazza  dello    stato  de'  bombar- 
dieri leali,  i  quali  si  componevano 
dei  capi  delle  arti  e  mestieri,  come 
di  armaiuoli,  di   polveristi,  di  car- 
radori   e  di   ferrari.  E  qui  notere- 
mo, che  nel    i55o     in     Roma  era 
slata  eretta  la  confraternita  de' Ter- 
rari, spadari,  archibugieri   e  lancia- 
ri  in  s.  Eligio  presso  l'ospedale  del- 
la Consolazione.    Questa  scuola  con 
forma  nobile    e    nuova  si    apri   in 
Roma  in  Castel  s.  Angelo  nel  i5^^ 
(  come  narrammo    a    quel!'  articolo 
insieme    ai     privilegi    concessi     dai 
successori    inclusivamente  a  Grego- 
rio XVI,   e  dell'  annua  benedizione 
che  i  Papi   davano    al   presidio   mi- 
litare col  treno  de'  cannoni  e  mor- 
tari),  cioè   'j5    anni     prima  che  la 
Francia  ne  avesse  una    simile^  poi- 
ché non  vi   fu  aperta  che  nel  1679, 
prima  a  Douai,  quindi   trasferita  a 
Metz,  e  poscia  a    Strasburgo.   Non 
si  deve  tacere    che    di    tali    scuole 
di  bombardieri  già  altre  ne  esiste- 
Tano  tra  i  toscani    ed  i  veneziani, 
ma  è  pregio  principale    ed  esclusi- 
vo dello  stato    ecclesiastico  lo  aver 
costituito  il  corpo    di   artiglieria   in 
corpo  di  arte.   Provvide  inoltre  Cle- 
menle  Vili    che    ne    fosse    riunita 
l' ufl^icialilà    in     una     confraternita, 
con  regole,  statuti    e  privilegi   par- 
ticolari, ed  altare  nella  vicina  Chie- 
sa di  s.   Maria  in  Tiaxponlina,  solfo 
l'invocazione  d(dla  gloriosa   s.  Bar- 
bara vergine    e  n»nrtire,  protettri- 


MIL 

ce  delle  milizie,  delle  fortcz7o,  e 
principalmente  di  quei  che  miineg- 
giano  le  artiglierie  e  de'  bombar- 
dieri. 

Saverio  Marini ,    Memorie    di  s. 
Barbara,    Fuligno     1788,     parlan- 
do dell'origine  della   particolare  di- 
vozione de'  militari    verso  la  santa, 
osserva  che  deve    ripetersi   verso  la 
metà  del  secolo  XIV,  o  dall'  inven- 
zione della  polvere  da  fuoco,  o  dac- 
ché questa    cominciò    ad    essere   in 
uso  fra   le    milizie,    acciò    per    sua 
mediazione    stasse    lontano  qualun- 
que fulmine  dal  sito    dove  la  pol- 
vere custodivasi,    anzi  tutte  le  pol- 
veriere presero  il  nome  di  s.  Bar- 
bara ;  e  ciò  per  quel    fulmine,   col 
quale  nel   punto  del  di  lei  martirio 
fu  incenerito  Dioscoro  empio  suo  pa- 
dre ed   uccisore,  avendo  confessalo  la 
santa  intrepidamente  la  fede  cristia- 
na.  Aggiunge,     che     potrebbe  forse 
il   principio  di    tal     protezione  alle 
milizie  derivare    ancora    dal  secolo 
XI,  cioè  quando    le    città     d'  Italia 
e  le  famiglie    priticipali  ebbero  bi- 
sogno di  alzare     Torri    unite    alle 
proprie  case,  o  di   ridurle  a  foggia 
di   torri.   Avendo    la    santa    abitato 
in   una  torre,  rinchiusavi  dal  crudel 
padre,  e    rappresenlandosi   in   tutte 
le  sue    immagini    con  questo    sim- 
bolo, nel  vedersi  obbligate  le  fami- 
glie più  cospicue    ad  abitare    nelle 
torri  ed   ivi   guardarsi  dalle  aggres- 
sioni  de'  nemici,    può   ben    crederai 
che  fin    d'allora  e  queste  e  i   mi- 
litari    cominciassero    ad    implorare 
il   patrocinio  di  s.  Barbara. 

La  esecuzione  poi  delle  provvisioni 
e  ordini  di  Clemente  Vili  sull'arti- 
glieria della  romana  Chiesa,  si  deve 
al  capo  de'  bombardieri  Castellano 
e  prelislto  eziandio  di  Castel  9.  An- 
gelo, Pietro  Aldohrandini  (altre 
notizie  riporUuniuo  altrove  di  que- 


MIL 

sto     personaggio,     come     nel     voi. 
XXVII,  p.    ì^'j    de!     Dizionario), 
e  al  consiglio  ed  aiuto    di  Amerigo 
Capponi.   Con    tanto     zelo  e  impe- 
gno si    prestò    r  Aldobrandini,  che 
divenuto  cardinale  si   fece  dichiara- 
re protettore  del  corpo  degli  arti- 
glieri   e    della     loro     confraternita, 
che  il  Piazza    descrisse    ancora   nel 
cap.  XXVI,  tralt.  IX  <\e\V  Eusevo- 
logio  romano.   Ivi  dice  che  la  com- 
pagnia di  castello  si  compose  di  un 
capitano  e  di  altri    uffiziali,  oltre  i 
bombardieri;  che  tra   le  grazie  con- 
cesse al  sodalizio    fuvvi   quella  del- 
la  liberazione  di   due  prigioni  nelle 
due    feste  de' loro  protettori  s.   Mi- 
chele arcangelo    e     s.  Barbara,    ce- 
lebrando   la    seconda   con    maggior 
solennità  ;   che    nobilmente  ornò    e 
dotò  la    cappella   in     s.     Maria     in 
Traspontina,   la  prima  a  mano  de- 
stra, col  quadro  della  santa   dipin- 
to dal    cav.    d' Arpino,    mentre    le 
pitture  della  volta    e  le  storie  del 
suo  martirio  sono    di    Cesare  Ros- 
setti, eseguite    sui  cartoni    di   detto 
artista;  che  vi   faceva  celebrare  quo- 
tidianamente   la    messa,    suffragi  ai 
defunti,  dotando  le  zitelle  figlie   di 
militari,    ed    esercitava  altre    opere 
pie.   Quindi   nel    1602   si   pubblicò: 
Compendio  delle  istruzioni  de' bom- 
bardieri,   di    Manilio    Orlandi.   Per 
queir  incidente     che    indicammo  a 
BiRni,  nel     i6o3     Clemente     Vili 
prese  al  suo    soldo  seicento  soldati 
corsi   di  nazione,  e  duecento  archi- 
bugieri  a    cavallo,  incaricandoli   ve- 
gliare alla   custodia    del   palazzo  a- 
postolico   e  di  altri  luoghi  di  Roma. 
Paolo   V  imped"ì  ai   veneziani  di 
arrolare   soldati   nello  stato  pontifì- 
cio, nella  guerra  coll'arciduca  d'Au- 
stria  per  l'insolenze  degli  ussocchi  ; 
ed  a   lui  si   deve  la  fortezza  di  Fer- 
rara,    incominciala     da    Clemente 


I\ITL  ii5 

Vili.  Forse  la    guardia    delle   Co- 
razze a  cavallo,  ebbe  origine  sotto 
Paolo  V,  o  almeno  sotto  Innocen- 
zo X:  estinte  nel    1798,  non  si  ri- 
pristinarono. 11  Papa  aiutò  con  mi- 
lizie   e  forti    somme,     T  imperatore 
Ferdinando    II     contro  il     Palatino 
che  voleva  togliergli    la  Boemia,  e 
per  la  vittoria    riportata,   Paolo   V 
ordinò  ringraziamenti    al  Dio  degli 
eserciti.    Tra  i    cardinali    creati  da 
questo    Papa,    vi    furono    Lodovico 
di  Lorena,  che  poco  usava  1'  abito 
cardinalizio,    preferendo    la     divisa 
militare,    colla    quale    accompagnò 
nella  guerra  del   Poitou   Luigi  XIII, 
e  si  battè  più  volte  al  duello  ;  Lui- 
gi  Nogaret  de  la  Vallette,  fatto  dal 
re    di    Francia    luogotenente    delle 
armate,  biasimato  qual    soldato  li- 
cenzioso e  prelato  guerriero;  e  Gui- 
do Benlìvoglio,  che  descrisse  le  guer* 
re  di  Fiandra.   Gregorio  XV  man- 
dò truppe    e  denaro  a  Ferdinando 
II  contro   il  ribelle    Palatino;    soc- 
corse il  re  di  Polonia    nella    guer- 
ra contro  i   turchi;  prese  in   depo- 
sito   la    contrastata     Valtellina  per 
mezzo  del  fratello  d.  Orazio  Ludo- 
visi,  che    comandava  5oo  cavalli  e 
i5oo  fanti  di  milizie  pontificie. 

Urbano  Vili  fece  generale  del- 
la Chiesa,  prima  il  suo  fratello  Car- 
lo Barberini,  poi  il  nipote  Taddeo: 
morto  il  primo  nel  i63o,  in  Ara- 
celi gli  furono  celebrati  solenni  fu- 
nerali, quali  leggonsi  nel  p.  Casi- 
miro, Memorie  della  chiesa  d'  A- 
raceli  p.  4^7  o  4o8.  V'interven- 
nero ì  cardinali  e  cantò  la  messa 
il  vescovo  di  Ferentino,  coli' assi- 
stenza del  magistrato  romano.  Sul 
letto  funebre  fu  posta  una  corona 
d'oro:  Giulio  Cenci  pronunziò  l'o- 
razione funebre.  De' funerali  de'Ge- 
nerali  di  s.  Chiesa,  parlammo  a 
quell'articolo.  Urbano  Vili  sostenne 


ii6  MIL 

molle  guerre  coi   Farnese,  ed  allri 
principi  collegati:  airarticolo  GErrERA- 
LE  DI  s.  Chiesa  parlammo  de'suoi  ge- 
nerali, come  di  quelli  di  altri  Papi, 
colle  notizie  di    tal  cospicua  digni- 
tà, ed    altre  riguardanti  le  milizie 
pontificie.    Conchiuse    la    pace  nel 
1627  per  le  controversie  della  Val- 
tellina, che  sottrattasi  ai  grigioni,  la 
Spagna  voleva   unire  al    milanese; 
ed  al    comandante    le    truppe  del 
Papa  furono  consegnate  le  fortezze 
della  provincia  per  demolirsi.  Però 
insorse  la  guerra    per  la  successio- 
ne al  ducato  di  Mantova,  onde  la 
quiete  d' Italia  fu  nuovamente  tur- 
bata. Nel   1687   per  le  scissure  tra 
il  cardinal  Medici    e  il  contestabi- 
le Colonna,    Urbano    Vili    assoldò 
3oo  soldati  corsi,    perchè  di  notte 
spalleggiassero    le    ronde    de'  birri. 
A  mediazione    del  Papa  nel    1639 
si  ottenne  una  sospensione  di  armi 
nella  guerra  insorta  per  morte  del 
duca  di  Savoia.  Nel   i64i  marcia- 
rono contro  il  Farnese  6000   fanti 
e  5oo  cavalli  con  buona  artiglieria, 
essendone  comandante   il  marchese 
Luigi  Mattei  che  s' impadronì  della 
rocca  di  Monta  Ito  e  di   Castro  j  di 
pili  Urbano    Vili  aumentò    il  suo 
esercito  e  fortificò  i  confini  del  fer- 
rarese   e  del    bolognese  :    nelle  di- 
Terse  fortificazioni    fatte  da  questo 
Papa,    si    distinse    il    domenicano 
Vincenzo  Macularli,    che  poi  creò 
cardinale,  peritissimo  nell'  architet- 
tura militare.  In  questa  si  rese  sommo 
il  bolognese  Francesco  Marchi,  cui  il 
eh.  Rambelli  dà    preferenza    sopra 
Vauban.  Alla  splendidezza  del  duca 
Melzi  d'EriI  si   deve  la    magnifica 
edizione  di  Francesco  Marchi  :  Ar- 
chitettura militare  illustrata  da  Lui- 
gi Marini,  Roma   pel  de  Romania 
18 IO.    Prolungandosi    più  viva  (a 
guerra,  essendo  il  Farnese  soslenu- 


MIL 

io  dai    veneti,  dal  duca  di   Mode- 
na e  dalla  Toscana,  solo  nel  1644 
si  conchiuse  la    pace  dai    cardinali 
Bonghi  e   Bichi,  dopo  che   lo  stato 
s'indebitò,   i    sudditi    vennero  gra- 
vati con    tributi     per    sostener    le 
guerre,  onde  il    Papa  ed  i  Barbe- 
rini suoi   nipoti  patirono  amare  cri- 
tiche.  Gli  avvenimenti  bellicosi  che 
ebbero  luogo  per  l'occupazione  del 
ducato  di  Castro,  la    guerra  soste- 
nuta  nel    1643   contro   Francesco  I 
duca  di  Modena,  ch'ebbe  luogo  al 
tempo  stesso  ai  confini  del    sanese 
e  del  perugino  con  Ferdinando  II 
granduca    di     Toscana,   aggiunsero 
nuove  glorie  alle  milizie  della  Chie- 
sa, massime    all'artiglieria  pontifi- 
cia, che  al    pari   dell'arte  militare 
prendendo  ogni  di  forma  migliore, 
cominciava  a    fir    sentire    la    sua 
terribile  influenza  sulla  sorte  delle 
battaglie.  Di    qui    fu    che     Urbano 
Vili    determinossi    ad    ingrandirne 
il  corpo,  a    dargli     nuove  attribu- 
zioni, a  propagarne  l' istruzione.   In 
fatti     divenuto     Taddeo    Barberini 
nipote    del  Papa   e    generale    del- 
la Chiesa,  capo  de' bombardieri,  li 
9  novembre     i636  fu    aperta   una 
nuova  scuola  nella  fortezza  di  Fer- 
rara, dal   marchese  di   Bagno,   on- 
de aver  gì'  istruttori     alle    compa- 
gnie de^  bombardieri  eh'  erano  stan- 
ziate in     Romagna.    Dopo  il  com- 
battimento di  Nonantola,  in  cui  fu- 
rono da    lodarsi,  benché     perdenti, 
le    milizie    pontificie,   per    la  virtù 
di  pochi  oppostisi  contro  le  nume- 
rose  degli  Estensi  guidate  da   quel 
fulmine  di  guerra   Montecuccoli,  non 
brillò  certamente    più    l' arliglieria 
per  fazioni  di   terra  che  ne  manca- 
rono ;  ma  nel    seguente  pontificato 
s' illustrò  in  quelle  di  mare,  aven- 
do Urbano  Vili    fatto  (òndere  ot- 
tanta pezzi  dì  formidabile  arliglie- 


I 


MIL 

ria  col  bronzo  della  chiesa  di  s. 
Minia  ad  Marlyres.  In  Roma  fece 
costruire  diverse  forti ficazioiii,  per 
lo  stato  rinnovò  diverse  fortezze,  e 
tra  Modena  e  Bologna  nel  1628 
rifabbricò  Forte  Urbano,  per  cui  fu 
coniata  una  medaglia  colla  sua  pian- 
ta e  s.  Urbano  vescovo.  Nel  seco- 
lo Xni  l'avevano  elevalo  i  mode- 
nesi, chiamandolo  Castel-Leone,  ma 
dislrutlo  dai  bolognesi  ne  fabbri- 
carono un  altro  poco  dopo,  il  qua- 
le venne  appunto  ridotto  con  più 
architettura  militare,  per  mezzo  di 
Gio.  Battista  Mola  da  Como,  da 
Urbano  Vili,  onde  ne  prese  il  no- 
me. Pio  VI  lo  fece  risarcire,  onde 
nel  1779  ^"  coniata  una  medaglia 
per  memoria;  ma  ora  è  ridotto  a 
ergastolo  militare,  per  deposito  dei 
veterani  e  per  quartiere  de'  soldati. 
Per  le  notizie  di  questo  forte  si 
può  vedere  il  eh.  Gaetano  Gior- 
dani nell'importante  opuscolo:  Gui- 
da per  V  accademia  di  belle  arti 
in  Bologna  p.   73. 

JNarra  il  Martinelli,  Roma  ricer- 
cala, p.  72,  che  presso  la  Chiesa 
de'  ss.  Bonifazio  ed  Alessio  eravi 
r  Armilusiio  dove  si  riponevano  e 
conservavano  le  ai  mi  de' romani; 
ma  Sisto  V  incominciò  nel  palazzo 
vaticano  presso  la  biblioteca  l'ar- 
meria poulificiti,  quale  proseguita 
da  Paolo  V,  nel  iGaS  venne  com- 
pita da  Urbano  Vili,  fornendola 
di  gran  copia  d'armi  e  di  milita- 
ri strumenti,  per  armare  più  di 
quattromila  M)idati,  con  gran  nu- 
mero di  supeibe  artiglierie,  e  per 
memoria  fu  coniata  medaglia,  ove 
si  vede  il  prospetto  dell'  armeria 
Dontificia  al  ^  alicano,  e  nel  rove- 
scio  1'  immagine  di  Urbano  YIII. 
Quest'  armeria  fu  yurnentata  da  al- 
tri Papi,  massime  da  Clemente  XI 
e  Benedetto  XIV,  a  leu)po  del  qua- 


MIL  117 

le  eravi  il  bisognevole    per  armare 
18,000    soldati,    come    afferma    il 
Venuti,  che  la    chiama  una    delle 
più  fornite    d' Italia.   Poco  dopo  lo 
Chattard  nella    Nuova    descrizione 
del  Vaticano  t.  II,  p.  382,  t.  Ili, 
p.  364,  '®  descrisse,  onde  ne  dare- 
mo un  cenno.  L' armeria   vaticana 
ha  la  prima  corsia  lunga  666  pal- 
mi, la   seconda  a  due  navi  è  lunga 
261,   la  selleria  è    108,    non    oltre- 
passando le  altre    due  i  60  palmi. 
Nell'armeria  evvi  una  lapide  di  mar- 
mo   ed  iscrizione  di   Urbano  Vili, 
e  sono    dipinti    in    quattro    meda- 
glioni, il  furore,  il  flagello  di  Dio, 
la  guerra,  e  la    desolazione;  ed  ia 
altrettanti   vani    le  quatti'O    prin/^i- 
pali  fortezze  dello    stato  pontifìcio, 
cioè    Castel    s.    Angelo,    Civitavec- 
chia, Ferrara,  e    Forte  Urbano.  A 
destra  della     porta  d' ingresso  vi  è 
r  effigie  della  fortezza.  Nella  prima 
corsia  vi  sono  due  armature  d'  uo- 
mo di  ferro    dritte  in  piedi,    delle 
quali    quella  a    destra    dicesi    aver 
servito  a  Cailo  di    Borbone  ucciso 
presso  s.    Spirito    nell'  atto    di  sca- 
lar le    mura    di    Roma   nel    1527, 
mediante  il    colpo  d'  una    palla  di 
fucile  che    si    vede  inipresso  in  uu 
cosciale  (lo  che  sembra  corrispondere 
a   quanto  dicemmo  col  Torrigio  ed 
altri  nel  voi.  Xlll,  p.  255  del  Dizio- 
nario, ed  incontrò  compatimento  nel 
eh.    Gaetano    Giordani,  per  quanto 
rilevò  nella  nota  4^3  del  suo  prezioso 
ed  eruditissimo   libro,  Della  venuta 
ili  Bologna  di  Clemente  VII  e  Car- 
lo  V);  e    l'altra    evvi     tradizione 
che  fosse  quella   che    usava  Giulio 
II.  Vi  sono   anche    altre  armature 
simmetricamente  disposte,  come  el- 
mi, armature  con  partigiane  e  lancie 
a  guisa   di   trofei.  £  quindi    sciable, 
archibugi ,    pistole,  carabine,    squa- 
droni, ed  altre    armi  per   fanteria 


ii8  MIL 

e  cavalleria,    sono  con    ordine    tll- 
sjjoste  nelle  lastelliere  delle  scanzie. 
E  quindi  allri  elmi,  corazze,  schie- 
ne, bracciali,  cosciali,  spingardi,  ba- 
jonelte,  bandiere,  ed  allre  armi  ed 
insegno  militari.  Clemente  XI  e  Be- 
nedetto  XIV    avendo    concoiso  al- 
l' incremento  dell'  armeria,  vi   fuiO' 
no  posti  i  loro  slemmi.  Il    secondo 
fece  lavorare  armi  in  paesi  stranie- 
ri ed  in    Roma,    venendo  la   selle- 
ria formata  di   staffe,  stivali,    selle, 
briglie,  palroncine,  ed  altro    occor- 
rente alla  cavalleria.   Vi   è  il  luogo 
ove  quotidianamente  lavorano  gli  ar- 
maroli,  e  pel  custode  dell'armeria, 
come  per  conservare  gli  scarti   del- 
le arnu'  rotte,  e  quelle  che  debbonsi 
risarcire.  Al  presente  l'armeria  trova- 
si alquanto  diversa  dallo  stato  del  se- 
colo passato,  ma    ottimo  n'  è  lo  sla- 
to, e  fornitissima  di  armi  :   Grego- 
rio XVI  l'onorò  di   sua    presenza. 
Il  nipote  di   Urbano  VIII,  cardinal 
Antonio     Barberini ,     generalissimo 
delle  milizie  pontificie  (sotto  il  quale 
militò  da  generale  Achille  òìEslani- 
pes,  già  generalissimo  di  Francia  nel- 
la guerra  d'Italia,  quindi  creato  car- 
dinale), nel    1624  in   piazza  Navona 
fece  celebrare  uno  splendido  Toriieoj 
dei  quali  spettacoli  se  ne  parlò  anco 
a  Giuocui,  come  si   ha  dal  Novaes, 
Di  altra   magnifica  festa  data  in  tal 
piazza    dal    cardinale    nel     1642  a 
Cristina   regina  di  Svezia,  con    car- 
ro trionfale,  carosello  (o  garosello, 
sorta    di    festeggiamento   a  cavallo, 
ludus   trojanus  )    e  combattimento 
notturno.  Il    carosello    fatto    nello 
piazze  di  Campidoglio,  ed  in  quella 
di  s.  Pietro,  ove  lo  vide  Giulio  III 
per  la  sua   esaltazione,  lo    descrissi 
nel  voi.  X,  p.  92   del    Dizionario. 
Un  altro  quasi  simile  spettacolo  a- 
\eva  avuto  luogo  per  festeggiar  l'e- 
lezione di    Alcssaodro    VI.    Poiché 


MIL 

nel  di  seguente  \erso  due  ore  di 
notte,  il  senatore,  i  conservatori 
ed  i  caporioni  di  Roma,  con  moltis- 
simi giovani  nobili  romani,  falla 
una  iucamisciata  {^incamiciata,  si- 
gnifica scelta  di  soldati  per  sorpren- 
dere o  uscire  addosso  al  nemico 
di  notte  all'  improvviso,  con  cami- 
cia che  si  mettevano  sopra  l'arme 
per  riconoscersi  fra  di  loro  ),  anda» 
rono  al  palazzo  pontificio  con  bel- 
lissimo ordine  a  cavallo,  con  lor- 
de accese  in  mano,  e  nella  piazza 
Vaticana  fecero  come  una  giostra, 
con  diversi  intrecciamenti,  aggiran- 
do in  mano  quelle  fiaccole  :  altret- 
tanto eseguirono  nel  corlile  del  pa» 
lazzo  vaticano  con  molta  soddisfa- 
zione del  Papa,  che  dalla  camera 
diede  loro  la  benedizione. 

Nel  principio  del  pontificato  di 
Innocenzo  X  fu  ristampata  la  Re- 
lazione della  Corte  di  Roma  di 
Lunadoro,  coli' autorità  del  quale 
dicemmo  dello  stato  delle  milizie 
pontificie  d'  allora  all'  articolo  Ge- 
nerale DI  s.  Chiesa,  dei  diversi  ge- 
nerali e  dello  stato  maggiore,  uf- 
fiziali  e  soldati  eh'  erano  80,000, 
con  3,5oo  cavalli,  senza  paga,  ma 
solo  con  privilegi  ed  esenzioni,  ol- 
tre i  corsi  al  soldo  del  Papa.  Il 
medesimo  autore  a  p.  2 1  e  26  ri- 
porta quanto  segue.  «  Vi  è  ancora 
in  palazzo  il  generale  delle  guar- 
die, dichiarato  da  sua  Santità  per 
breve  con  duecento  scudi  al  mese 
di  provvisione,  il  quale  tiene  uà 
luogotenente,  che  tra  denari  e  par- 
te di  palazzo  ha  scudi  ottanta  il 
mese  pagati  dalla  camera  aposloli- 
ca,  ed  ancor  esso  è  nominalo  con 
breve  pontificio.  Nella  detta  guar- 
dia sono  d'ordinario  due  compa- 
gnie di  cavalleggeri,  di  cinquanta 
per  compagnia;  nominando  pure 
il  Papa  i    capitani  e  gli  alfieri  per 


MIL 
breve.  Una  compagnia  di  trecento 
svizzeri,  con  capitano  e  uffiziali  del- 
)ii  stessa  nazione.  Dodici  lancie  spez- 
zate, che  sono  tutti  ca[)ilani  rifor- 
mati, con  scudi  quindici  mensili. 
Tutti  i  capitani,  alfieri  e  ulliziali 
de'  cavalleggieri  e  de' soldati,  tanto 
a  piedi  che  a  cavallo,  sono  pagali 
all'usanza  di  guerra,  oltre  le  man- 
eie  e  regalie  che  di  continuo  han- 
no dal  palazzo  apostolico,  ove  sta 
di  guardia  continua  cinquanta  sviz- 
zeri ripartiti  in  due  guardie,  dodi- 
ci cavalleggieri  e  quattro  lancie 
spezzale.  Clemente  Vili  per  opera 
di  Mario  Farnese  generale  delle  ar- 
mi di  Ferrara,  fece  in  quella  for- 
tezza un'  ai-meria,  ripiena  d' ogni 
sorte  d'armi  da  guerra  per  arma- 
re 2o,ooo  fanti  ,  ed  un'  armeria 
in  Bologna  per  armarne  10,000. 
^'cl  pontificato  di  Paolo  V  lo  stes- 
so Mario  introdusse  in  Tivoli  mae- 
stranza perfettissima  per  fare  ogni 
Sorta  d'arme  da  guerra,  e  di  quel- 
le armi  ne  formò  un'  armeria  in 
Castel  s.  Angelo  |)er  armare  12,000 
fanti,  ed  un'  altra  armeria  per  ar- 
marne 5,000  nel  palazzo  valicano; 
e  due  ainieiie  simili  in  Ancona  e 
in  liavcMina;  più  fece  fare  80  pezzi 
d'  artiglieria.  Da  questo  si  può  ve- 
dere, come  il  Pa[)a  sia  gagliardo 
di  forze,  che  ha  armi  per  armare 
centomila  uomini,  e  anco  lutti  vas- 
salli bellicosi,  che  in  guerra  fanno 
riuscita  mirabile  ". 

Innocenzo  X  nel  i645i  aiutò  i  ve- 
neziani contro  i  turchi  nella  guerra 
di  Candia,  e  l'artiglieria  delle  galere 
pontificie  si  mostrò  peritissima;  ma 
ordinò  il  disarmamento  delle  truppe 
assoldate  dal  predecessore  Urbano 
Vili,  Nel  1646  soccorse  il  viceré  di 
Napoli  per  la  rivoluzione  di  Massa- 
niello,  con  trenlamila  doppie  d'oro 
e  con  permettergli    far  leva  d'  uo- 


MIL  119 

mini  nello  stalo  -ecclesiastico,  per 
essere  più  fedelmente  servilo.  Co- 
stretto ad  intraprender  la  guerra 
contro  il  Farnese,  per  l'uccisione 
del  vescovo  di  Castro,  fece  dalle 
milizie  assaltare  e  demolir  quella 
città.  Furono  commissari  dell'  eser- 
cito i  due  chierici  di  camera  Luigi 
Alessandro  Oniodei,  e  Giangirolamo 
Lotnelli'no,  poi  cardinali  :  il  primo 
fu  anche  provveditore  generale  del- 
le fortezze  dello  stalo,  e  generale 
delle  truppe.  Da  antichissimo  tem- 
po presiedono  alle  milizie  pontifi- 
cie un  prelato  Chierico  di  camera, 
ed  uno  di  essi  sostiene  lo  stocco 
e  berrettone  benedetti  nella  notte 
e  giorno  di  Natale,  Alessandro  FU 
incontrò  una  grave  vertenza  con 
Luigi  XIV,  per  l'affronto  fallo  in 
Roma  all'  ambasciatore  Crequi  dai 
soldati  corsi,  i  quali  perciò  per 
l'avvenire  furono  dichiarali  inabili 
ad  appartenere  alle  milizie  pontifi- 
cie :  tutto  si  narrò  a  Francia,  Avi- 
gnone, ed  altri  relativi  articoli.  Cle- 
mente IX  diede  molli  soccorsi  alla 
repubblica  di  Venezia,  per  la  conti- 
nuazione della  guerra  di  Candia, 
servendo  egregiamente  1'  artiglieria 
delle  galere;  e  per  la  sua  media- 
zione si  pacificò  la  Spagna  colla 
Francia  :  del  funerale  che  fece  ce- 
lebrare al  generale  delle  milizie 
pontificie,  facemmo  parola  nel  voi. 
XXVIU,  p.  57  del  Dizionario.  Cle- 
mente X  tolse  la  metà  della  tassa 
imposta  alle  milizie  per  detta  guer- 
ra, riformò  le  corazze,  facendone 
capitani  i  marchesi  Santacroce  e 
Cavalieri,  quindi  diminuì  il  nume- 
ro delle  soldatesche,  le  cui  spese 
ascendevano  a  centomila  scudi.  In- 
nocenzo XI  concorse  alla  liberazio- 
ne di  Vienna,  assediata  dai  turchi, 
e  per  memoria  isliuù  X  Arciconfra- 
ternila  del  ss.    Nome  di    Maria  e 


120  MIL 

la  festa  di  esso.  Nel  1689  gli  suc- 
cesse Alessandro  Vili,  il  quale 
premuroso  del  decoro  di  Roma  , 
quando  il  governatore  gli  domandò 
se  a  sgravio  del  tesoro  doveansi  di- 
minuir le  milizie,  rispose.  «  Le  com- 
pagnie de'  soldati  (  ed  erano  allora 
piti  di  4000)  servono  d'onore  al 
principe  e  di  difesa  alla  città  ,  al- 
la quale  non  sono  di  peso .  Sa- 
rebbe meglio  di  scemare  il  nume- 
ro de'birri  di  cui  Roma  è  piena,  e 
in  tal  guisa  questa  tornerebbe  in 
sé  stessa  ".  Alessandro  Vili  quindi 
emanò  varie  provvidenze  sugli  sti- 
))endi  e  privilegi  delle  milizie,  con- 
cedendone anche  a  quelle  urbane. 
.  Innocenzo  XII  tra  i  provvedi- 
menti che  prese  sulle  milizie,  sop- 
presse i  generali  della  Chiesa  e  del- 
la marina,  e  concesse  privilegi  agli 
alabardieri  di  monsignor  Governa- 
tore di  Roma,  ed  ai  patentati  di 
Castel  s.  Angelo.  Il  corpo  de' dra- 
goni pontifìcii  sembra  che  a  que- 
sto tempo  già  esistesse,  poiché  nel 
possesso  preso  nel  1701  da  Cle- 
mente XI,  si  legge  nella  descrizio- 
ne del  Valesio.  »»  A  ore  18  e  mez- 
za partirono  le  due  compagnie  di 
dragoni,  nuovamente  fatte,  per  la 
piazza  di  s.  Pietro.  La  prima  co- 
mandata dal  marchese  Spada,  e 
l'altra  dal  marchese  della  Penna. 
Precedevano  a  ciascuna  di  queste  i 
«ervilori  del  capitano  a  cavallo  con 
cavalli  a  mano,  e  il  paggio  di  va- 
ligia. Seguiva  il  capitano  con  spada 
in  mano  e  terzetta  all'arcione,  e 
poi  una  fila  di  dragoni,  dopo  i  qua* 
li  erano  tre  a  cavallo  con  piffari  e 
ciufoli,  e  due  lan)burini  con  tam- 
buro sull'arcione  della  sella.  Segui- 
Ta  il  resto  de' dragoni  con  il  loro 
tenente,  cosi  la  seconda  compagnia. 
Erano  i  dragoni  con  giubbe  di  pan- 
no di  color   rossÌDo   e  mostre  tor> 


MIL 
chine,  tenendo  in    mano  un   lungo 
archibugio    attaccato    ad  una  cinta 
di  pelle,  che  gli  pendeva  dalla  spal- 
la sinistra,    avendo     attraversata  al 
petto  altra  cinta  parimenti  di  pel- 
le, dalla  quale  pendeva  la  scarsella 
di  munizione,  ed  una  baionetta     a 
cortella    d' un  palmo    e  mezzo  con 
lungo  manico  di   legno  da  porre  in 
cima     degli     archibugi,    avendo  al- 
r  arcione  le    lerzetle,  e  le  spade  al 
fianco.  Tutti  avevano  cappelli  uni- 
formi, ornati    con     galloncini  d' ar- 
gento, e  alla  banda  destra  nell'  al- 
tura   della  falda  un    fiocco    nero  , 
corvatta  e    borsa  della  parrucca  di 
tela  sangalla  nera.    Si  portarono  a 
scortar    la  strada    sino  alla    piazza 
della    fontana  prima     di     salire     il 
Campidoglio.    Al  passaggio  di  Cle- 
mente XI  i  piffari  e   gli  altri  stro- 
menti   fecero  un  armonioso  concer- 
to, e  dipoi     seguitarono  la  compa- 
gnia delle    corazze  al    Laterano  ". 
Per  la    ujorte  di    Carlo  li  ebbe 
principio  la  lunga  guerra  della  suc- 
cessione di    Spagna,  che     in     tanti 
articoli    descrissi,  e    Clemente    XI 
qual    padre    comune    protestò     al- 
l' impero  ed   alla   Francia  di   essere 
neutrale.  Tuttavia  gli  imperiali  oc- 
cuparono  Coniacchio,  ed  altri  luo- 
ghi  di    Ferrara,    con    pretesti,    ed 
inutili    furono  le  lettere    pontificie 
piene  di  robuste    ragioni    e  pater- 
ni avvertimenti,  dirette  a  Leopoldo 
I,  quasi  sempre  chiudendo  le  orec- 
chie la  forza  alla    ragione,  dicendo 
Clemente  XI  tra  le  altre.»   Che  i 
Pontefici   romani   non  debbono  mai 
pigliare  le  armi,  ne  entrare  in  lega 
contro  i  principi  cattolici,  per  qua- 
lunque loro  comodo  o   vantaggioso 
interesse;  ma  solamente  quando  vi 
siano  astretti  da  una    precisa   e  in- 
dispensabile necessità,  o  titolo  di  di- 
fendere  il    dominio    temporale,  e 


MIL  MIL                   121 

sopra  tutto  la  religione  se  stasse  in  lizie    a    cinquemila  tra    cavalli    e 
pericolo".  Nel    1702   fu  pubblicala  fanti,  com'erano  prima  della  guer- 
sulla  neulralilà  arojata,  l'opera  in-  ra.  Di  ciò  se  ne  offese  la  Spagna, 
teressante:   Doveri  dei  principi  neu-  perchè  Clemente    XI  colla   cautela 
Irali  verso  i  guerreggiand  e  di  quel-  usata  già  da   Clemente  V,  avea  ri- 
li  verso  li    sudditi.  Per     la     stessa  conosciuto  in   Carlo  VI   il   titolo  di 
neutralità,  fino   dal     principio     del  re  di  Spagna,  senza  approvarne    la 
pontificalo.  Clemente  XI  con   rigo-  dignità  e  pregiudicare  chi  l'esercita- 
re vielò  di  far    leve  d'  uomini   per  va,  anco  ad   esempio  della   Francia 
soldati  nel  suo    stato,    promettendo  che  a   un  tempo  riconosceva    Giaco- 
cinquanta   scudi   di  premio   e  la  li-  mo  III   cattolico  pretendente,  e  Gu- 
berazione  d'un  esiliato  a  chiunque  glielmo  HI     eretico,  e    regnante  in 
denunciasse  un  reo  d' ingaggiainen-  Inghilterra.   Intanto  nel    1716  Cie- 
li.  Vedendosi    quindi    necessitalo  a  mente  XI   istituì    in     Bologna    una 
mantenere  i     sovrani     diritti     della  scuola  d'  arte  militare,   usando  del 
santa  Sede    in    lui  depositati,    Cle-  genio  del  general    Marsigli  che  ge- 
mente XI    divisò    respingere     colle  nerosamente    e    con    traspoito  sin- 
armi    gl'imperiali;   e    per  non  ag-  golare  la  provvide  d'ogni  specie  di 
gravare  i  sudditi  levò  da  Castel  s.  modelli  d' opere  forlilizie    e  di  ar- 
Angelo  mezzo    milione  di  scudi  dei  mature  che    raccolse    in    un  gabì- 
cinque  che  vi   avea  riposti  Sisto  V,  netto  militare,  di  cui  facemmo  pa- 
ussegnando    per    reintegrazione    le  rola  all'  articolo  Accademie.  Nel  ce- 
retidile  dell'abbazia  di    Chiaravalle  lebre  istituto  dell' accademia  di  bel- 
d'  Ancona  .     Quindi     si    arrolarono  le     arti  di   lìologna,     cui  mi     van- 
20,000  soldati,  e  n'  ebbe  il  coman-  to  appartenere,   pregiatissima  è  l'o- 
do il  conte  Luigi  Ferdinando  Mar-  ploleca,  o  raccolta  d' arme  antiche 
fcilio  Marsigli    bolognese,  che  spedì  da   ofiesa     e  difesa,  con  altri  arne- 
contro  le    truppe     dell'imperatore,  si  attinenti  all'architettura  militare, 
di  cui   era     stato    generale;   ma   le  fondata  dal  lodato  Marsili  nel  1709 
azioni   in     principio  si     fecero    con  in  sua  casa,    e  poi   donata   all'  illu- 
poco  vigore;    a  Ficarolo  l'altro  gè-  stre  istituto,  decoro  dello  stato  pon- 
nerale  pontifìcio  Paolucci  fu  costret-  tificio,  poscia  aumentata  col  museo 
to   unirsi  ai    francesi,     poiché  vole-  Cospiano,  ed  eruditamente  descritta 
vasi    piuttosto    intimorire  il     Papa  dal    eh.     Giordani     nelT  encomiato 
per  guadagnarlo.  Dipoi  gì'  imperia-  opuscolo,   Guida.    Inoltre    in    Bolo- 
li  agirono  al  modo  detto  a  Ferra-  gna  il  conte  Ulisse    Gozzadini,  che 
BA,  e  fu  allora  che  il  Papa    man-  illustrò    egregiamente    la    vita    del 
dò  colà  per  generale  il  piemontese  famoso  capitano  Kamazzotto  de'  Ra- 
Anlon  Domenico  Balbiani,  e  pensò  mazzotti,  possiede    raccolta  di  rag- 
ritirarsi  in  Castel  s.  Angelo,  o  re-  guardevole  armeria.    In  Italia  sono 
carsi     per    sicurezza     in    Avignone,  tra  le  altre    celebri    le    armerie  di 
Ma  r  imperatore    vedendo    l' ener-  Milano  e    di   Torino,  e  delle  prin- 
giche  parti  che  ne    presero  diversi  cipali  anche  di     altre     nazioni,     ne 
sovrani,    venne    alla   pace    al     mo-  facciamo  cenno  ai  loro  articoli.  Cle- 
do  detto  a  Germania;  fra    le  con-  mente  XI   nel    1716  soccorrendo! 
dizioni    fnvvi    quella  che  Clemente  veneti  che  guerreggiavano  coi  turchi 
XI  avrebbe  ridotto  tulle  le  sue  uii-  por  1'  assedio  di  Coifù,  con  galere 


Ì12  M  1 L 

e  artiglieria  pontificia,  per  facili- 
targli le  rechile,  con  editto  de'  12 
ottobre  dicliiarò  :  che  i  banditi  dei 
dominii  della  santa  Sede  che  non 
fossero  rei  di  lesa  maestà,  parrici- 
dio o  Grassazione,  i  quali  si  arro- 
Jassero  in  questa  guerra  dando  il 
Joro  nome  al  nunzio  di  Venezia, 
terminata  la  campagna,  restassero 
interamente  liberi  di  ripatriare.  Ri- 
porta il  diarista  Cecconi,  che  Cle- 
mente XI  a' 29  settembre  1720 
diede  la  solita  benedizione  alla  mi- 
lizia e  bon)bardieri  di  Castel  s. 
Angelo,  nel  coitile  del  palazzo  Qui- 
rinale. 11  p.  Rfenochio  nelle  Stuore 
l.  Il,  cent.  Vi,  cap.  ^5,  tratta:  Del 
costume  della  Chiesa  di  benedire  le 
arali  de'  soldati  e  le  bandiere.  Ve- 
di Bandiera,  ove  parlasi  anco  della 
benedizione  de'  soldati,  che  antica- 
mente chiamavasi  consecrazione.  1^. 
Pontifìc.  Romanum,  de  henedictio- 
ne  noi'i  mililisj  armoriimj  ensis  ;  et 
traditi o ne  vexilli  bellici. 

Innocenzo  XIII  pose  a  disposi- 
zione di  Giacomo  IH  una  cospicua 
somma  per  ricuperare  il  regno. 
Nel  possesso  di  Benedetto  XIII,  do- 
po le  corazze,  chiudevano  la  caval- 
cata otto  compagnie  di  fanteria  coi 
loro  capitani,  insegne  ed  officiali, 
che  poi  si  squadronarono  nella  piaz- 
za laterauense  per  la  solenne  bene- 
dizione, suonando  trombe,  timpani 
e  tamburi,  e  sparando  moitalelti 
e  cannoni.  Dell'intervento  delle  mi- 
lizie pontificie  alle  funzioni  che  si 
i;elebrano  dal  Papa,  dal  sacro  col- 
legio e  da  altri,  se  ne  parla  a 
Cappelle  Pontificie  ed  altri  articoli, 
ove  notammo  che  all'elevazione,  le 
sole  guardie  nobile  e  svizzera  si 
levano  il  cappello;  nelle  solenni 
funzioni  precedono  il  Papa  il  tenen- 
te generale,  comandante  in  capo  le 
truppe  di  iiuea   ed    ausiliari  di  ri- 


MIL 

serva,  col  suo  aiutante  maggiore. 
Per  morte  di  Benedetto  XIII,  tro- 
vandosi commissario  generale  delle 
armi  Giacomo  Sardini  di  Lucca 
chierico  di  camera,  il  sacro  collegio 
nel  confermare  i  ministri  lo  rimos- 
se dalla  carica,  ed  in  vece  vi  so- 
stituì r  altro  chierico  di  camera 
Francesco  Ricci  romano,  che  l'elet- 
to Clemente  XII  confermò,  poi  nel 
1741  fatto  governatore  di  Roma. 
Nel  1780  pel  possesso  di  Clemente 
XII,  la  fanteria  seguì  la  cavalcata 
come  sotto  Benedetto  XIII,  mentre 
talvolta  v'interveniva  una  sola  com- 
pagnia .  Nel  1736,  senza  notizia 
di  Clemente  XII,  alcuni  spagnuoli 
segretamente  ingaggiavano  per  la 
guerra  di  Napoli  il  basso  popolo 
anche  con  inganno.  I  trasteverini, 
i  borghigiani  ed  i  monticiani  si 
ribellarono  contro  gli  arrolatori , 
liberarono  gì'  ingaggiati,  e  minac- 
ciarono gravemente  il  palazzo  del- 
l' ambasciatore  di  Spagna,  che  il 
Papa  fece  difendere  da  i5o  fucilieri 
e  da  quattro  pezzi  di  cannone,  non 
essendo  riuscito  di  frenare  il  tu- 
multo alle  corazze,  agli  svizzeri  ed 
ai  birri.  Anche  nel  possesso  di  Be- 
nedetto XIF  otto  compagnie  di 
fanteria  col  concerto  di  vari  stru- 
menti da  fiato,  seguirono  la  caval- 
cata, quali  compagnie  essendo  squa- 
dronate per  ove  passava,  andavano  a 
poco  a  poco  riunendosi.  Subito  Be- 
nedetto XIV  riformò  il  soldo  degli 
uffizi  militari,  e  soppresse  5oo  sol- 
dati, dicendo  il  Muratori  negli  An' 
nali,  che  lo  stipendio  delle  truppe 
del  Papa  era  allora  sì  ^pingue,  dio 
il  semplice  soldato  potea  dirsi  pa- 
gato quasi  a  proporzione  degli  ufìi- 
ziali  negli  eserciti  di  Francia  e  di 
Germania. 

I   cambiamenti    il  Papa  li   operò 
nelle  milizie  eoa    molo-proprio   dei 


MIL 
28  dicembre    1740.    con  cui  fctabi- 
lì  la  forza  militare  dello  stalo:   vari 
corpi  la  componevano,  e  la  compo- 
sero   sino    al     1792-    Dipendevano 
questi    da   diversi    comandi   rappre- 
sentali   dai     prelati    Maggiordomo, 
commissario  delle    armi,    Tesoriere 
generale,  e  segietario  della   Congre- 
gazione  di  consulta.    Il  primo    co- 
mandava i  corpi  di   truppa  addetti 
al    servigio    particolare    della    sacra 
persona    del    Papa    e  de'  palazzi  a- 
postoiici,  cioè  cavalleggieri    e    sviz- 
zeri.   Il    secondo    avea    il    comando 
del     così     detto     reggimento     delle 
guardie,    che   formava    parte    delle 
guarnigioni    di     Roma,     de'  presidi! 
delle  piazze  forti,  cioè  Civitavecchia, 
Ancona  (per  cui  recandovisi  i  Papi 
si  trovarono  a  riceverli,  come  notam- 
mo ai  loro  articoli  ),  Ferrara,  For- 
te   Urbano,    Comacchio,    Perugia, 
Ascoli,  s.  Leo,   Anzo,  ed  altre;  del- 
le  compagnie    di    cavalleggieri  che 
facevano  servigio  presso  i  cardinali 
legati,  de'  corazzieri  a  cavallo  e  dei 
vistosissimo    numero    delle    milizie 
provinciali   e  civiche  sparse  sino  nei 
più     piccoli    luoghi    dello    stato.    11 
terzo     presiedeva     alle    guarnigioni 
delle  fortezze    di  Castel    s.   Angelo, 
Civitavecchia,  Ancona  (onde   trova- 
ronsi    a  ricevere   que'  Pouleflci   che 
vi   si   porlaiono)  ed  allre  di   minore 
entità,  composte  di  fanteria   e  bom- 
bardieri per  servigio    delle  artiglie- 
rie, non  che  della   truppa  destinata 
al    servigio  della    finanza,  la   quale 
olla  sislemazione  delle  Dogane  pon- 
tificie ebbe    a  cambiarsi  nel    1786 
coll'atluale  corpo  delle  guardie    di 
finanza.  Il  quarto  infine,  ossia  mon- 
signor segretario  di  consulta,  coman- 
dava   il  così  detto     batt.iglione    dei 
corsi,    diramato    parte  nella     domi- 
nante, parte  in   alcuni   posti  e  città 
di  conliai,  e  parte  in  taluni  luoghi 


MIL 


ia3 


dell'interno.  Tutti  i  nominali  corpi 
non  erano  organizzati  con  molta  re- 
golarità, e  non  avevano  le  medesi- 
me discipline.  Il  soldo  stes.so  e  le 
competenze  di  vestiario  erano  assai 
diverse,  e  fuori  quasi  d'una  giusta 
proporzione.  I  corpi  dipendenti  da 
monsignor  commissario  delle  armi 
godevano  in  fatti  un  soldo  mag- 
giore degli  allrij  e  questi  formava- 
no la  massima  forza  della  truppa, 
allorché  fu  stabilito  un  presidio  in 
Bologna,  a  spese  però  di  quella 
provincia.  Sotto  la  dipendenza  di 
detto  prelato  un  officiale  generale 
presiedeva  alla  disciplina  della  trup- 
pa in  Homa,  e  nelle  provincie  altri 
ofilciali  superiori  col  titolo  di  go- 
vernatori delle  armi  esercitavano  lo 
stesso  incarico.  Il  comando  delle 
fortezze  e  delle  truppe  che  le 
guarnivano,  era  affidalo  ai  vice-ca- 
stellani, i  quali  corrispondevano  con 
monsignor  tesoriere,  il  battaglione 
de'  corsi  riconosceva  per  suo  supe- 
riore un  colonnello  dipendente  dai 
segretario  di  consulta,  il  numero 
degli  enunciati  corpi  di  truppa  fu 
dui  memorato  moto-proprio  di  Be- 
nedetto XIV  stabilito  in  8273  uo- 
mini, non  compresa  però  la  guar« 
dia  svizzera  e  le  compagnie  de'ca- 
valleggieri  in  Roma  e  nelle  lega- 
zioni. La  spesa  mensile  ammontava 
a  scudi  i5,77i,  corrispondenti  ad 
annui  scudi  189,262^  non  però 
compresi  i  soldi  e  foraggi  de'cavaU 
li  dei  corazzieri.  Lo  stesso  Cene- 
detto  XIV,  colle  costituzioni  44» 
Quantum,  de' 27  febbraio  1742;  e 
1  i5,  Romanae  Curiae  praestan- 
iiam,  XII  kal.  jan.  i744>  ^"o  Bull. 
t.  i,  p.  53  e  209,  stabiPi  che  non 
tulle  le  cause  de'  soldati,  come  per 
1'  innanzi,  ma  quelle  riguardanti  le 
sole  militari  incombenze  venissero 
decìse  soltanto    dal   commissario,  0 


124  MIL  MIL 

cìie  le  coiitioversie  spettanti  ad  al-  battaglione,  con  colonnello,  capitani 
tri  triijunali  si  deoidessero  dai  coiu-  e  subalterni  iifiìziali,  sotto  la  giuris- 
petenti  giudici.  Riguardo  poi  alle  dizione,  come  i  posti  che  custodiva- 
cause  capitali,  quantunque  il  preia-  no,  del  segretario  di  consulla,  come  si 
to  commissario  aveva  diritto  di  è  detto.  Inoltre  Benedetto  XIV,  a 
condannare  ancora  a  morte  i  sol-  pievenire  i  pericoli  che  potevano 
dati  rei  di  gravi  delitti,  usava  de-  nascere  da  un  incendio  della  poi- 
gradarli  dall'ordine  militare,  indi  veriera  pontificia,  ch'esisteva  nel 
rimetterli  al  giudizio  del  tribunale  foro  romano  presso  la  chiesa  di  s. 
del  governo.  11  Villetti  nella  Pra-  Bonaventura,  ordinò  al  tesoriere 
lica  dtlla  curia  romana,  t.  II,  cap.  Banchieri,  come  presidente  delle  ri- 
27,  notò,  che  il  commissario  delle  pe,  marina  e  Castel  s.  Angelo,  che 
armi  non  ebbe  giurisdizione  con-  presso  la  porta  di  s.  Paolo  e  la 
tenziosa  nel  civile,  perchè  toltagli  piramide  di  Caio  Cestio,  erigesse 
da  Benedetto  XIV  ;  in  criminale,  un  apposito  edifizio  per  custodire 
per  mezzo  dell'  uditore  criminale,  la  polvere  e  per  lavorarla,  e  veu- 
fu  abilitato  ad  esercitarla  sopra  i  ne  compito  nel  1732,  come  rileva- 
soldati  di  fanteria  e  cavalleria  tan-  si  dall' isciizione  postavi,  polveriera 
lodi  Roma  che  dello  stato.  A  nor-  eh' è  custodita  dagli  artiglieri. 
ma  della  riforma  di  Benedetto  CUintnle  Xlll  prendendo  pos- 
XIV,  si  legge  nel  Lunadoro  ri-  sesso  nel  1758,  do[)0  le  corazze 
stampato  nel  1774»  *•  ">  ^^^  seguiva  tutta  la  fanteria;  indi  nel 
commissario  delle  armi,  che  Roma  17^9  proibì  che  in  sede  vacante  in 
venne  guardala  da  un  reggimento  ninna  città  si  fìicessero  armamenti 
diviso  in  nove  compagnie  di  solda-  di  milizie.  Dichiarò  conuuissario  ge- 
li detti  rossi,  tra  le  quali  compa-  nerale  delle  armi  il  nipote  chierico 
gnie  una  era  di  granatieri;  con-  di  camera  Gio.  Ballista  Rezzonico , 
servando  al  principale  uffiziale  il  «1  quale  fu  premuroso  di  raccoglie- 
titolo  di  tenente  generale,  con  co-  le  e  formare  l'aichivio  n)ililare  che 
lonnello,  maggiore,  capitani,  tenenti  mancava,  e  lo  collocò  nel  quartiere 
ed  alfieri.  La  soprintendenza  delle  sulla  piazza  del  monte  di  pietà.  Al 
truppe  fu  affidala  al  chierico  di  presente  l'archivio  è  presso  la  pre- 
camera commissario  delle  armi,  con  sidenza  delle  armi,  e  l' abitazione 
ampia  giurisdizione  sui  quartieri  e  di  monsignor  presidente,  ov'è  pure 
fortezze;  da  lui  nominandosi  alle  il  quartiere  de' dragoni,  sulla  piaz- 
cariche  secondo  la  volontà  del  Pa-  ?»  della  Pilolla,  forse  cosi  della 
pa,  ed  emanandosi  gli  ordini  pel  per  quanto  notai  nel  voi.  XXXI, 
regolamento  delle  truppe.  Allora  p.  i85  del  Dizionario.  JNcI  1762 
eravi  il  prelato  chierico  di  camera  Clemente  XIII  a' 26  maggio  pub- 
prefello  di  Castel  s.  Angelo,  che  blicò  un  moto-proprio,  riguardan- 
presiedeva  alla  guarnigione  di  essa,  le  il  privilegio  del  foro,  pel  presi- 
colla  slessa  autorità  che  il  com-  dio  di  Castel  s.  Angelo,  cl>e  il  Vil- 
missario  esercitava  sulle  milizie  a  letti  riporta  a  p.  84,  'oco  citalo;  e 
lui  soggette.  Le  porte  della  città  ne  parlammo  all'articolo  Marina, 
finalmente,  e  di  altri  luoghi  piìi  perchè  il  tesoriere  generale  non  era 
circospetti,  venivano  custo(lili  dai  allora  commissario  del  mare,  e  lo 
ioldali    cor»i,    formanti    numeroso  divenne    iollo  i'iu  VI.   Tale  carica 


I 


i 


MIL 

era  affidata  nd  un  chierico  di  ca- 
mera, col  tilolo  di  commissario  ge- 
nerale del  mare  e  colla  soprinlen- 
denza  di  Castel  s.  Angelo,  per  cui 
a  lui  erano  soggetti  i  bombardieri 
e  soldati  di  Castello,  ed  avea  giu- 
risdizione sulle  torri  e  fortezze  ma- 
rittime, come  sulle  galere  e  navi 
ponlificie.  Essendo  morto  nel  1764 
il  conte  Lodovico  Manfioni  Fichi 
tenente  generale  delle  truppe  pon- 
tificie, il  suo  cadavere  fu  vestito 
nobilmente  colla  Spada  impugna- 
ta, e  il  Bastone  da  un  lato.  Nella 
pompa  funebre  seguì  il  feretro  due 
pezzi  di  cannone,  sino  alla  chiesa  di 
s.  Maria  del  Popolo,  sulla  cui  piaz- 
za furono  fatte  salve  di  moschelte- 
ria  e  cannoni,  come  si  legge  nel 
numero  7257  del  Diario  di  Roma. 
INell'anno  precedente  allorché  Cle- 
mente Xlll  si  portò  a  Castel  Gan- 
dolfo,  la  bandiera  del  quartiere 
reale  fu  secondo  il  solito  portata 
all'abitazione  del  Manfroni,  per  cu- 
stodirla sino  al  ritorno  del  Ponte- 
fice, ed  accompagnala  dal  battaglio- 
ne de'  fanti  alemanni.  Tanto  Cle- 
mente XIII,  che  Clemente  XIV,  o- 
ra  con  ordini  del  cardinal  segreta- 
rio di  stato,  ora  con  particolari 
moto- propri,  fecero  delle  variazioni 
nella  forza  militare,  variazioni  che 
portarono  sempre  auniento  nel  nu- 
mero che  andò  gradatamente  cre- 
scendo sino  al  1790,  in  cui  la 
spesa  ammontò  a  scudi  4^3, 802, 
oltre  altri  scudi  2430*30  erogati  nel 
mantenimento  della  truppa  addetta 
al  servigio  della  finanza.  L'ammi- 
nistrazione della  truppa  nell'epoca 
di  cui  si  parla,  era  presso  la  com- 
putisteria camerale,  dalla  quale  sor- 
tivano i  mandati  pel  pagamento  dei 
soldi  in  corrispondenza  del  bisogno, 
e  i  corpi  non  aveano  allora  altra 
incombenza  che   quella  di  stabilire 


MIL  125 

i  loro  conti  di  soldo  in  ogni  mese, 
e  rimetterli  agli  incaricati  camerali 
che  ne  facevano  liquidazione.  I  pre- 
lati che  comandavano  i  diversi  cor- 
pi servivansi  per  il  disimpegno  de- 
gli afiari  degli  individui  del  loro 
proprio  oflicio,  e  soltanto  monsi- 
gnor commissario  generale  delle  ar- 
mi aveva  una  segreteria  espressa- 
mente istituita  per  disbrigare  le  in- 
combenze correlative.  Nelle  cavalca- 
te pei  possessi  di  Clemente  XIV  e 
Pio  VI,  e  per  quelle  delle  quattro 
cappelle  annuali,  le  chiudevano  tut- 
ta la  fanteria  del  battaglione  dei 
soldati  rossi.  Quanto  alla  nominala 
truppa  di  finanza ,  è  da  sapersi 
che  allorché  monsignor  Ruffo  teso- 
riere generale,  con  suo  editto  3o 
aprile  1786  impose  la  gabella  alle 
Dogane  de'confini  dello  stato  pon- 
tifìcio, stabilì  contemporaneamente 
presso  le  dogane  stesse  dei  picchet- 
ti di  forza  armata  sotto  la  deno- 
minazione di  guardie  doganali,  col- 
r  incarico  di  sorvegliare  il  confine, 
afllnchè  le  merci  che  s'introducevano 
o  si  esportavano  fossero  recate  alle 
dogane  ed  assoggettale  a  dazio.  11 
numero  di  tale  forza  nel  primo  suo 
impianto  ascese  a  circa  3oo  teste. 
Aumentate  però  le  dogane  ed  e- 
slese  le  gabelle,  si  aumentarono  pu- 
re le  guardie,  in  modo  che  all'epo- 
ca dell'  invasione  francese  erano 
giunte  al  numero  di  600,  compreso 
il  maggiore,  il  capitano,  il  tenente, 
il  sotto- tenente,  e  l'aiutante  resi- 
denti in  Roma  sotto  la  esclusiva 
dipendenza  del  tesoriere. 

Il  numero  1954  del  Diario  di 
Roma  1793,  descrive  il  funere  del 
conte  Enea  Caprara  bolognese,  co- 
mandante generale  delle  truppe 
ponlificie,  in  s.  Lorenzo  e  Dama- 
so  ;  ed  essendo  cavaliere  di  s.  Ste- 
fano, dopo    le  consuete    assoluzioni 


i:i6  MIL 

i  cavalieri  dell'  ordine  gli  celebra- 
rono funerali  particolari.  Nell'anno 
precedente  temendo  Pio  VI  un'ag- 
gressione ostile  dalla  Francia  rivo- 
luzionata, specialmente  dalla  parte 
del  Mediterraneo,  si  pensò  a  garan- 
tire le  spiagge  e  ad  accrescere  con- 
siderabilmente  la  forza  militare  del- 
lo stato  con  6000  uomini  di  trup- 
pa regolata  ,  e  circa  65,ooo  di 
volontari.  Tutti  i  feudatari  dierono 
un  contingente  di  truppe  con  arti- 
glierie che  avevano  ne'loro  castelli; 
molti  cardinali,-  prelati  e  altri  man- 
darono alla  zecca  le  loro  argente- 
rie, e  convertite  in  cospicua  mone- 
ta r  offrirono  al  Papa.  Questi  chia- 
mò al  comando  della  milizia  il  lo- 
dato generale,  che  organizzò  i  cor- 
pi in  reggimenti  e  battaglioni,  e- 
guagliandone  i  soldi  e  dando  loro 
una  militare  attitudine.  Tutti  i  pre- 
sidii  delle  piazze  e  delle  fortezze 
furono  pertanto  posti  sopra  un  pie- 
de regolare,  e  furono  assegnati  a 
cadaun  corpo  gli  officiali  superiori, 
che  doveano  comandarli.  Estese  il 
generale  le  sue  cure  al  regolamen- 
to amministrativo,  e  sebbene  non 
ne  compilasse  in  isciitto  il  metodo, 
pure  comunicando  ai  corpi  le  for- 
mole,  colie  quali  dovevano  dare  i 
rispettivi  conti,  stabili  un  sistema 
uniforme  e  semplice  che  fu  esegui- 
to in  appresso  perchè  riconosciuto 
utile.  Il  successore  tenente  genera- 
le Gaddi  die  compimento  all'intro- 
dotta sistemazione.  Cessati  alquanto 
i  timori,  furono  allora  riformati 
vari  corpi  eretti  per  la  custodia 
delle  spiaggie,  e  fu  coi  medesimi 
guarnita  di  truppa  la  legazione  di 
Romagna,  che  ne  mancava,  per 
mezzo  del  comandante  Gaiidini . 
Crescendo  in  Roma  gli  emissari  dei 
repubblicani  francesi  per  sconvol- 
gere   la    pubblica    tranquillità,   La 


MIL 
Floll  con  Basville,  come  più  fana- 
tici, ne  restarono  vittime,  ed  il  se- 
condo fu  ucciso.  Laonde  Pio  VI, 
perchè  vacato  il  commissariato  del- 
le armi  per  la  promozione  alla  por- 
pora di  de  Pretis,  lo  conferì  al 
detto  conte  Gaddi,  acciò  in  tempi 
cosi  calamitosi  restasse  affidato  a 
un  capo  di  professione  militare; 
quindi  vedendo  che  si  mirava  a 
detronizzarlo,  Pio  VI  dovette  porsi 
in  grado  di  difendersi,  aumentò  le 
truppe  e  ne  die  il  comando  al  ge- 
neral Colli,  a  questo  fine  mandato- 
gli dalla  corte  di  Vienna.  Ne'  pri- 
mi del  1 796  furono  dai  francesi 
invase  le  provincie  di  Bologna  e 
Ferrara,  ed  il  Papa  fu  obbligalo  a 
gravi  sacrifizi.  Intanto  in  Roma  si 
organizzò  la  guardia  nazionale  o 
Civica,  che  tuttora  fiorisce,  e  si  fe- 
cero reclute,  contribuendo  il  conte- 
stabile Colonna  un  reggimento  di 
fanteria  vestito  ed  armato,  diviso  in 
quattro  compagnie,  due  delle  qua- 
li composte  di  granatieri,  con  do- 
dici cannoni  ;  il  marchese  poi  duca 
Giovanni  Torlonia  imo  squadrone 
o  compagnia  di  cavalleria  compo- 
sto di  80  teste,  offiendo  ancora  di 
preslai'si  gratuitamente  col  suo  ban- 
co ;  il  marchese  Camillo  Massimo 
una  compagnia  di  5Q  uomini  ar- 
mati e  tre  cannoni  ;  il  principe 
Giustiniani  ed  il  principe  Barberi- 
ni, ognuno  37  uomini  con  armi  e 
cavallo;  il  principe  Chigi  26  uomi- 
ni armati  coi  cavalli,  de' quali  56 
ne  fornì  il  duca  Sforza- Cesarini  ;  il 
conte  Carradori  i  20  cacciatori  a  pie- 
di armati;  il  banchiere  Acquaroni 
somministrò  vesti  e  armi  per  trenta 
fanti;  i  conti  Giraud  armi,  cavalli  e 
3o  uomini,  per  non  dire  di  altri,  oltre 
quelli  che  si  tassarono  in  mensili 
contribuzioni,  come  i  fratelli  l'ischi 
che  olfrirono  scudi    3o  mensili  du- 


MTL 
l'ante  l' avmainenlo,    le  loro    perso- 
ne come  volontari  a  cavallo,  ed  al- 
tri sei  volontari  parimenti  a  cavallo. 
I  romani    invitati     dal     cardinal 
Busca  segretario  di  stato,  corrispo- 
sero generosamente  ad   una  illimita- 
ta contribuzione    pel  nuovo    arma- 
mento che  produsse  323,000  scudi  e 
1 3  1,000  annui.  Pio  Vi   formò  una 
congregazione  militare,  composta  del 
segretario  di  stato  come  presidente, 
del  celebre  monsignor  Consalvi  per 
assessore,    benché    non    chierico    di 
camera,  del   general  Gaddi,  del  con- 
testabile Colonna,  del  colonnello  Col- 
li, e  de'  marchesi  Massimo,  Patrizi, 
ed  Ercolani  poi    cardinale,  con  as- 
soluta plenipotenza.   Risoluto  il  Pa- 
pa di  respinger  la  forza  colla   forza, 
ordinò     ai    sudditi     il    suono    della 
campana  a   martello,  levarsi  in  mas- 
sa,   e  colle  armi    combattere  il   ne- 
mico a  difesa  della  religione  e  del- 
la    patria.     Quindi    a'  22     gennaio 
1797  conferì    il  comando  generale 
di    tutte  le    sue    truppe    al    baron 
Colli  tenente  maresciallo  al  servigio 
dell'imperatore.    Avanzandosi  sopra 
Faenza    i    francesi ,  a'  2     febbraio 
1797    ebbe  luogo    l'infelice   balta- 
glia  del    Senio,  in  cui   fiu'ono  sba- 
ragliate le  milizie  papali.   Molti  sol- 
dati dierono  prove  di   valore,  mas- 
sime la  batteria  destinata  alla  dife- 
sa del   ponte,  comandata  dal  prode 
capitano    Carlo  Lopez,    che    poi  fu 
colonnello  del  corpo    d'artiglieria,  il 
quale    trovavasi    ben    riordinalo  in 
compagnie.   Il    comandante  in  capo 
generale    Colli    non  potè    impedire 
che   il  potente    nemico    continuasse 
ie  conquiste  sino  a  ^lacerata,  come 
non    potè  impedir    la  profanazione 
di  Lordo.  Fermatosi  a  Foligno  fe- 
ce  sapere  a   Pio    VI   che  trovavasi 
in  una    posizione   vantaggiosa  colla 
truppa;   ma  il  Papa    preferì  la  pa- 


MTL  157 

ce  che    con  umilianti    condizioni  si 
fece    a    Tolentino     il     2  3     febbraio 
1797   con  Bonaparte,  onde  il  confi- 
ne dello  stato  si   testrinse  a  Pesato. 
Tra    gli  alili    sacrifizi,    Pio     VI   fu 
obbligato    rinunziare    a    qualunque 
coalizione  contro  la  Francia,  a  ne- 
gare l'ingresso  ne' suoi   Porli  a' va- 
scelli  nemici   de' francesi,  a  ricevere 
guarnigione   in   Ancona,  licenziar  le 
truppe,    contribuire     1600     cavalli, 
ec.  Allora  Pio  VI  col    metallo  dei 
cannoni  fece  coniar  moneta,  di  cui 
penuriavasi,  ed  a   risparmio  di  spe- 
se riformò    la   milizia,    congedando 
i    volontari   di   cavalleria    e  gli    uf- 
fìziali  stranieri,   riducendo  a   quattro 
soli   reggimenti    la   truppa   regolare. 
Inoltre  diminuì  il   numero  degli  uf< 
fjziali   e    la    paga,    licenziando   quasi 
tutta    la     civica,   operazioni    eh'  ese- 
guì  il  general  Colli.   Questi   il   pri- 
mo  maggio  pubblicò  i   nuovi   rego- 
lamenti, in  vigore    de'  quali    il  co- 
mando   di  tutte    le    truppe    di   li- 
nea,   delle  milizie    urbane    e    della 
marina  fu  affidato  alla  congregazio- 
ne militare.  La    forra  totale  venne 
stabilita  a  994?    uomini,  de'  quali 
sei  individui  per  lo  sialo   maggiore 
generale,     8935    cioè     di     fanteria, 
520  di   cavalleria,  482   d'artiglieria 
e    4  <^''^'    genio,  e    ne    fu    calcolato 
l'importo  in  annui  scudi   636,332, 
compreso    il     soldo     degl'  impiegati 
nei  tre  dipartimenti   economici,  cioè 
segreteria,    commissariato    e    udito- 
rato,   continuandosi     1'  amministra- 
zione de'  fondi    dalla   computisteria 
camerale,  finché  la  nuova  invasione 
nemica  consumandosi    nei  primi  del 
i7g8,cagiovò  il  discioglimento  di  tut- 
ta la  truppa  pontifìcia.  Per  la  morie 
dell'imprudente   generale  Diq)hau|t, 
perito  nel  conflilto  coi  dragoni   pon- 
tificii   e  coi   rossi,    la   Francia     oc- 
cupò   il    resto    dello  stato,     Roma, 


128  MIL 

e  Castel  s.  Angelo,  perchè  Pio  VI 
ad  evitare  inutile  spargimento  di 
sangue,  avea  ordinato  alle  milizie 
di  non  opporre  resistenza.  Procla- 
mata la  repubblica  romana,  Pio 
VI  fu  portato  via  prigioniero  a'20 
febbraio,  e  morì  in  Valenza  di 
Francia  nel  1799.  L'interessante 
dettaglio  di  tanti  avvenimenti  si 
possono  leggere  nei  biografi  del 
gran  Pio  VI,  massime  nella  Rela- 
zione de' suoi  patimenti  e  avversità 
di  raonsig.  Pietro  Baldassarri,  voi. 
I  e  n. 

Eletto  Pio     VII    nel     1800   in 
Venezia,  gli  fu  restituita  quella  par- 
te di  stato  non  ceduta    nella    pace 
di  Tolentino,  e  pottossi    in    Roma 
ai  3     luglio,    e    pubblicò ,  la    bolla 
Post  diiUunias,  tertio  kal.  novem- 
bris,  in  cui  dichiarò  che  i  militari 
non  goderanno  alcun    privilegio  di 
foro    privativo    nelle    cause    civili  , 
come  ne  li  avea    privali  Benedetto 
XIV,  e  che  dovranno  solo    godere 
il    privilegio    di    non    poter   andar 
soggetti  ad  alcuna  esecuzione,  sen- 
za   che  V  exequalur  sia  sottoscritto 
dal  loro  legittimo    superiore,    exe- 
qualur non   necessario  se  l'esecuzio- 
ne si   facesse  sopra    stabili.    Dichia- 
rò pure  che  per  la  forza  di    teria 
e  di  mare  si  continuasse  il  sistema 
d'una  congregazione    militare,    di- 
pendente dal  cardinal  Segretario  di 
italo,  secondo  l'ordinamento  di  Pio 
VI,  e  t;he  l'obbligo  allora  prescritto 
di  render  conto  a  monsignor  teso- 
riere della  erogazione  degli  assegna- 
menti ad  essa  da  lui  pagati,    deb- 
ba  intendersi  per  la   piena  camera 
nel  suo  debito  tempo.    Disciolte    le 
corazze,  le  lancie  spezzate  ed   i  ca- 
•valleggieri.  Pio  VII   nel    1801   isti- 
tuì   la  Guardia    nobile   poniificiaf 
cui  consegnò    poi    lo  stendardo  da 
sé  benedetto,   ed    intervenne    nella 


MIL 

funzione  del  solenne  possesso,  pom- 
pa che  fu  preceduta  e  seguita  dai 
dragoni  a  cavallo  vestiti    al    modo 
detto  nel   voi.    XVII,    p.    ii3    del 
Dizionario.    Il    Cancellieri    ne' suoi 
Possessi  a  p.  4^°  descrive    l'ordi- 
nanza delle    milizie,    e    com'erano 
vestite  ed  armate.  Quindi   la  forza 
militare    fu    adattata  alla    diminu- 
zione delle    Provincie,    ed    alla   ri- 
strettezza   in  cui  dopo    r  invasione 
suddetta  si  trovava  il  pubblico    e- 
rario.     Gli    aumenti  e    decrementi 
della  forza  successero    rapidarnente 
in  proporzione  delle  circostanze  po- 
litiche e  de' pesi  a' quali  dovea  sog- 
giacere il  governo.  Non  si  può  quin- 
di riportare    lo    stato    della    forza, 
sempre  variato  dal   1801   al  1808, 
in  cui  avvenne  la  seconda  invasio- 
ne francese.   In  questo  lasso  di  tem- 
po il    colonnello    Angelo  Colli  (  fi- 
glio di  Francesco  di  Paola  che  nel 
1793  era  tenente    colonnello   delle 
truppe    pontificie,  indi    nel     1801 
fatto    generale    di    brigata,    morto 
nel    1802),   comandante    dell'arti- 
glieria   ed    eziandio    del    Castel   s. 
Angelo,  fu  quegli  che  resse  la  scuo- 
la speciale  d'artiglieria,  e  ne  dettò 
le  lezioni,  piene  di  tutto  lo  scibile 
del  tempo.  Avendo    Napoleone  di- 
visato   d'  impadronirsi     dell'  intero 
stato  pontificio,  tormentò    Pio  VII 
con    continue    esigenze  e    passaggi 
di  truppe    francesi,    che    doveansi 
mantenere,  indi  gli  propose  una  le- 
ga offensiva  e  difensiva  con  gli  al- 
tri   principi    italiani  per    la    difesa 
della  penisola,  ed  essendosi   il  Papa 
rifiutato,  come  di  altre  cose   inam- 
missibili. Napoleone  ordinò    al    ge- 
nerale Miollis  l'occupazione    di  Ro- 
ma,  sotto    altri    simulati    pretesti, 
ch'ebbe  luogo  a' 2    febbraio     1808, 
impossessandosi  di  Castel  s.  Angelo, 
e  ponendo    otto   pezzi  d'artiglieria 


MIL 

innan/.i    al   portone    del    Quirinale. 
11   barone    di     Fries    fu    dichiaralo 
dal    generale    Herbin     tenente    co- 
lonnello delle  truppe  di   guarnigio- 
ne in   Roma,    tanto    di    fanterìa    e 
cavalleria,  che  di  «artiglieria,  dicen- 
dosi  nell'ordine  del  giorno,  che    le 
milizie  pontificie  non  riceverebbero 
in  avvenire  alcun  ordine  né  dai  pre- 
ti, né  dalle  donne,   con  altre  parole 
insultanti.  Il  governo  militare  france- 
se, dopo  aver  incorporato  nelle   sue 
le   truppe  del  Papa,  imprigionò   ed 
esiliò  il  colonnello  comandante  cav. 
Giuseppe    conte  Bracci  per    essersi 
serbato  fedele  al  suo  principe,  ricu- 
sando la  dignità   di  generale  offer- 
tagli; ed  il  conte  Filippo  Resta  che 
sino  dal   1791    serviva    nelle  mili- 
zie con  distinzione,  rifiutò  dai  fran- 
cesi    il   grado     di   colonnello,    onde 
fu  segno  alla   persecuzione,  per  non 
dire  di  altri  onorati   uffiziali  e  sol- 
dati  che  patirono    prigionie  e    ves- 
sazioni. Nel    voi.  XXXI II,    p.    i'24 
del  Dizionario,    dicemmo    che    es- 
sendo la  coccarda    pontifìcia    gialla 
e  rossa,  ed    avendola    adottata  gli 
invasori.  Pio  VII   formò  la   coccar- 
da  dei  colori   bianco  e    giallo,    che 
tuttora  usano  i  corpi   militari  della 
santa  Sede.  La  parola  coccarda    o 
cocarda    è  di     origine    francese,    i 
soldati  della  qual  nazione,    portan- 
do sul  cappello  piume  di  gallo,  che 
in  francese  dicesi    coq,   quindi     tal 
cappello    cominciò     chiamarsi     per 
quelle  piume  coquarde.  o  cocarde; 
e  quando   alle  piume    fu  surrogato 
il  nastro,  e  al  nastro  ciò  ch'è  pro- 
priamente ai  dì  nostri  la  cocarda  o 
coccarda,  si  continuò  ad    usare  lo 
slesso  nojne.  Finalmente  a'  6  luglio 
1809  Pio  VII   fu  strappato  da  Ro- 
ma come  prigioniero  ;  la    città  co- 
me le  altre  dello  sfato    soggiacque 
alla  coscrizione,  per  quel  codice  che 

VCL.    XLV. 


MIL  1 29 

venne  chiamalo  da  Chaleaubrinnd 
codice  infernale,  perchè  egli  dice, 
che  senza  calcolare  la  guardia  na- 
zionale, mediante  la  coscrizione  , 
ne'Iuoghi  a  lui  soggetti  levò  un 
milione  e  trecentotrentatremila  uo- 
mini al  mese.  Caduto  il  governo 
pontificio  e  assoggettato  fino  al  1  8  1 4 
alla  dominazione  di  Francia,  i  mi- 
litari e  sudditi  pontificii  che  dovet- 
tero servire  in  diverse  strepitose 
campagne,  dierono  prove  di  valore 
e  perizia  militare,  e  merilaronsi  al- 
ti encomi.  Gli  artiglieri  pontificii 
che  ne  seguirono  le  parli,  ressero 
a  meraviglia  la  fama  e  riputazione 
de'loro  maggiori,  e  sopra  tutti  il 
suddetto  Angelo  Colli,  che  colmo 
di  onori  morì  di  stenti  e  di  fati- 
che alla  fine  del  1812  nella  famo- 
sa ritirata  di  Russia,  presso  la  Vi- 
stola, dove  si  trovava  comandante 
di  tutta  la  riserva  dell'artiglieria 
italiana.  Questo  valoroso  fu  il  so- 
lo ufTiziale  che  in  quella  spedizio- 
ne ricondusse  intero  tutto  l'immeri- 
so  parco  affidatogli,  senza  neppure 
perdere  un  pezzo  ed  un  carro, 
mentre  gli  altri  si  trovarono  assai 
danneggiali  e  grandemente  dimi- 
nuiti. 

Caduto  il  gigante  di  guerra  Na- 
poleone, e  ritornato  nel  i8i4  il 
sospirato  Pio  VII  alla  sua  Sede, 
monsignor  Sanseverino  poi  cardi- 
nale, commissario  provvisorio  delle 
armi,  ristabilì  la  guardia  civica. 
Quindi  fu  riorganizzata  dalle  cogni- 
zioni e  zelo  del  tenente  generale  Brac- 
ci, dal  conte  Resta  e  da  altri  la  trup- 
pa pontificia  in  quel  miglior  mo- 
do che  poterono  permettere  le  an- 
gustie del  tesoro,  la  mancnnZa  dei 
mezzi  d'armamento,  e  di  tutt'allro 
necessario  per  tanti  oggetti  che  esi- 
geva il  nuovo  impianto  della  trup- 
pa. Il  conte  Bracci,  dopo  aver  sof- 
9 


i3o                   MIL  MIL 
ferlo  prigionia  e  privazioni,  era  sta-  stalo,  rappresentato  da    monsignor 
to  uno  cle'primi  a  baciare   i    piedi  governatore.  A  completare  il  corpo 
a  Pio  VII  ai  passaggio   del  Pana-  de'carabinieri  concorsero  le   truppe 
ro,  allorché  gloriosamente    restitui-  già  denominate  dipartimentali,  che 
vasi   a  Roma,    e    perciò    nominato  si  trovavano  nelle  legazioni  e  nelle 
generale  di  brigata,  quindi  tenente  Marche,  ed  uno  «quadrone    di  gen- 
generale.  Una  compagnia  di  Poni-  darmi,    ch'era    iu    queste    ultime 
pieri  destinata  alla  estinzione  degli  provinciej  truppe    che    nella  resti- 
incendi,  fu  conservala  sotto    il    co-  tuzione  delle  medesime  erano  pas- 
mando    di    un    tenente    colonnello  s^'te  al  soldo    del    governo    pontili- 
direttore.  Avendo  il  governo    fran-  ciò.  Oltre  la  truppa  di  linea    divi- 
cese  sciolto  il   corpo   delle    guardie  sa  in  corpo  del  genio,  in  corpo  di 
doganali,  il  pontificio  subito    lo  ri-  artiglieria,  nel  reggimento  dragoni, 
pristino  nel  i8i4>  indi  venne  rior-  nella  fanteria  composta  di  tre  reg- 
dinato  ed  accresciuto  sino    a   looo  gimenti,    con    quattro    colonnelli  e 
circa  dal    tesoriere    monsignor  Er-  tenente  generale  comandante  in  ca- 
colani.  Restituite   nel    i8i5   le    le-  po-  Erasi  nella  stessa  epoca  notabil- 
gazioni  e  parte  della  Marca,  venne  «lente  aumentata  la  truppa  di  fìnan- 
ampliata  la  forza   militare,  poi  ap-  za,  divisa  in  sei  corpi  a   piedi  e   a 
provata     coi    regolamenti    ammini-  cavallo,  dipendenti  dal  prelato  teso- 
strativi  pubblicati  nel  fine  del  1817.  »''ere    generale,    ed  istituita,  come 
11  conte  Resta  con  un    battaglione  dicemmo  di  sopra,  per  garantire  i 
partì  per  le  legazioni,   da  dove   e-  diritti  daziali    e    reprimere  i    con- 
■vacuarono    8000    austriaci,    laonde  Irabbandi.   Ciò  avvenne  nel  tesorie- 
bisognò  che  agisse  con   molta   pru-  iato  di   monsignor  Guerrieri    l'an- 
clenza  ed  avvedutezza.  Era  già  stato  "o   '817,  il  quale  portò   il  nume- 
creato    nel    1816    il    primo    reggi-  i"o  delle  guardie  doganali   a    i3oo, 
mento  de'carabinieri,  il    di  cui   re?  emanò  un  regolamento  di   discipli- 
golamento  de' 32    ottobre    si    legge  >'»  e    di  servigio,    e  dando    a    tal 
a   p.   263  del  voi.   VII  della    Rac-  linppa  un   nuovo    impianto,   la  di- 
colla  delle  leggi   e    disposizioni   di  '^ise    in     ispezioni    e     vice-ispezioni 
pubblica  amministrazione  nello  sta'  doganali,  ossia  in  compagnie    e  te- 
to  pontifìcio j  e    nel     1817    fu  for-  nenze,  alla  direzione  delle  quali  no- 
mato il  secondo    reggimento.  Que-  niinò  de'capitani,  tenenti  e   soltote- 
sto   corpo    con    rigorosa    disciplina  nenti,  cioè  venne  ripartitamenle  sta- 
militare    assunse     il    servigio    della  bilita  la  residenza    in  quelle    prin- 
polizia  (della  quale  si   parla  a  Go-  cipali  città  dello  stato    riconosciute 
\ERNATORE  DI  Roma),  in  luogo   dei  più  adattate    a    formar   centro  del 
soppressi  birri,  con  cui  si   migliorò  servigio    doganale.     Stabili    ancora 
il  sistema    esecutivo  della    giustizia  monsignor    Guerrieri    alcuni    legni 
e  di  polizia,  oggetti  tanto   nccessa-  in   mare  nei   porti  d'Ancona    e  Ci- 
ri, tendenti  a  formare  la  tranquil-  vilavecchia,  col    nome    di    guarda- 
lità   delle    provincie  e  de'popoii.    I  coste  e  scorridore    doganali,   de«ti- 
carabinieri  divisi  a  piedi  ed  a  ca-  nandole    a    percorrere    e    guardare 
vallo  ebbero  due  colonnelli,    e   nei  dal    contrabbando    i    due    litorali 
totale  leste     2280,     e  vennero    as-  pontificii,  ponendo  su  di  essi  circa 
soggettali  al  cardinal    segretario  di  80  maviuari  sotto    la    direzione  di 


MIL 

esperii  uffiziali  :  fornì  pure  alcune 
brigate  di  cavalleria  per  sorveglia- 
re la  parte  interna  de'medesimi  li- 
torali. 

Le  circostanze  di  Marittima  e 
Campagna  infestate  dalle  conven- 
ticole de'raal viventi  (quanto  fece  il 
governo  per  estirparli,  lo  dissi  a 
Fbosiivoive),  aveano  fatto  nascere 
un  corpo  armato,  detto  talvolta  dei 
bersaglieri,  talvolta  de'centurioni  o 
cacciatori.  La  truppa  provinciale 
sostituita  fino  dal  i8o4  alle  antiche 
milizie  urbane,  era  stata  nuova- 
mente organizzata  sulle  basi  del 
piano  del  5  dicembre  i8o3,  san- 
zionato con  moto-proprio  di  Pio 
VII,  *d  era  stata  anche  estesa  nel- 
le Provincie  di  seconda  ricupera  ; 
laonde  si  compose  di  diecinove  reg- 
gimenti comandati  da  altrettanti 
colonnelli;  ebbero  tre  reggimenti 
le  Provincie  di  Marca  e  Romagna, 
due  Bologna,  Ferrara,  Lazio  e  Sa- 
bina, Marittima  e  Campagna,  Um- 
bria ed  Urbino;  uno  solo  n'ebbe  la 
provincia  del  Patrimonio.  Esisteva 
pure  in  Roma  il  corpo  riorganizzato 
di  truppa  civica  che  vi  preslava  servi- 
gio, con  suo  brigadiere  generale  co- 
mandante e  due  colonnelli.  Final- 
mente era  al  soldo  del  governo  una 
compagnia  di  cannonieri  e  pompieri 
urbani,  composta  di  cittadini  di  Bo- 
logna, e  addetti  alla  guardia  d'o- 
nore di  quel  cardinal  legato,  non 
che  al  servigio  di  quattro  pezzi  di 
artiglieria  da  campagna  appartenen- 
ti alla  stessa  città,  e  al  riparo  de- 
gli incendi;  e  si  erano  formate  in 
Civitavecchia  ed  Ancona  due  com- 
pagnie di  guardaciurme  per  la 
custodia  de'  condannati  alle  galere, 
sotto  la  dipendenza  di  monsignor 
tesoriere.  Fu  egualmente  organiz- 
zato il  ministero,  indi  eretti  c\iie 
uffici  di    commissarialo    per   l' am* 


MIL  i3i 

ministrazione  del  corpo  de'  cara- 
binieri, non  che  l'offizio  delle  ras- 
segne, e  formato  il  battaglione  dei 
veterani  che  prima  era  costruito 
da  due  compagnie  dette  di  deposi- 
to, affidandosi  al  medesimo  l'am- 
ministrazione delle  prigioni  ed  er- 
gastoli militari  in  quella  circostan- 
za istituiti.  Il  dipartimento  di  ma- 
rina dopo  l'invasione  del  1808  re- 
stò inattivo.  Il  reggimento  dra- 
goni ebbe  38  uffiziali  compresi  i 
tre  capo-squadroni ,  uno  de'  quali 
comandante  il  reggimento,  e  554 
dragoni  .  Richiamati  gli  antichi 
bombardieri  e  i  reduci  artiglieri, 
si  formò  un  corpo  di  36  uffizia- 
li col  capo  battaglione,  e  960  can- 
nonieri, il  totale  della  forza  di  li- 
nea ascese  a  9207  teste,  con  l'an- 
nua spesa  di  scudi  684,966,  non 
comprese  le  eventuali,  e  quelle  pel 
carabinieri  di  scudi  326,85o;  quin- 
di l'annuale  importo  della  spesa 
per  lo  stato  militare  fu  di  scudi 
1,011,817.  Nel  1818  compresi  la 
marina,  la  truppa  provinciale,  i 
pompieri  di  Roma,  gli  artiglieri  ur- 
bani di  Bologna,  il  corpo  di  finan- 
za, i  bersaglieri  o  centurioni,  le 
guardaciurme  ed  i  fazionieri  di 
Ferrara,  le  spese  in  tutto  somma- 
rono a  scudi  1,3 13,714.  A  quel- 
l'epoca la  congregazione  militare 
era  composta  del  cardinal  segreta- 
rio di  stato  presidente,  del  prelato 
assessore  non  chierico  di  camera; 
e  per  deputati,  del  contestabile  Co- 
lonna, del  tenente  generale,  di  cin- 
que brigadieri  generali,  di  due  te- 
nenti colonnelli,  uno  segretario  ge- 
nerale, l'altro  commissario  in  capo 
di  guerra,  dell'avvocato  uditore  ge- 
nerale, del  fiscale  della  truppa  pro- 
vinciale, del  capitano  aiutante  del* 
l'eccelsa  congregazione,  la  cui  se- 
greteria era  alla  Pilotta. 


i32  MIL  MIL 

Nel    1821   per    le    rivoluzioni  di  venne  portala   la   Irtippa    al    nume- 
Napoli  e   Piemonte,  nello    stato    vi  ro  di   circa    i6oo  teste,  coli' obbligo 
f(i  grave  effervescenza,  massime  nel  di   sorvegliare  e  difendere  dal   con- 
le  lega/ioni,  onde  le   milizie  ponti-  trabbaiido  tutte  le    memorate   am- 
ficie  prestarono  utili  servigi,  e  mol-  niinistrazioni.   E  qui  noteremo,  die 
li   loro  capi    si   distinsero    per    zelo  a   detto  numero  di  circa     1 600  te- 
ed  energia,  e   le  truppe    austriache  ste  di   forza  si   mantenne  e  tuttora 
traversarono  lo  stato  pontificio  per  si   mantiene  il    corpo  delia    truppa 
recarsi  a  Napoli,    così    allorché    ne  doganale,  quale  al  presente  si  com- 
partii'ono.    Sembrando    poscia    che  pone   d'un    ufficiale  superiore  ispet- 
l'annua  spesa  eccedesse  le  forze  del  tore  in  capo,  di    dieci  capitani,    di 
tesoro  pontificio,  si  pensò  sul  prin-  altrettanti   tenenti,  di  quindici   sot- 
cipio  del    1822   sotto  Pio  VII,    ad  totenenti,    di    cinquantacinque   ser- 
una  nuova   organizzazione  e    rifor-  genti,  di   centosessanta    caporali,  di 
ma   della   truppa   pontifìcia.   Infatti  centonovanta   vice-capoiali,  di  10^7 
nel   marzo  si   pubblicò  il    piano,   il  comuni,  di   trenta   uomini   di  caval- 
qiiale     lasciando     intatte     le     altre  leria,  compreso   un    maresciallo    e  i 
armi,  si   limitò    a  formare    ed    or-  brigadieri,  di    settaiitadue  individui 
ganizzare  la   truppa   di  linea  e  suo  di  marina  compresi  gli  ufficiali.  Sono 
ministero.    Fu    stabilita    quindi    la  i  detti  individui  divisi  in  nove  com- 
fòrza  della  fanteria,  cavalleria  e  ar-  pagnie  e   tre  tenenze  isolate  dipeii- 
tiglieria  in  9,000  uomini,  non   com-  denti   da     monsignor    tesoriere   gè- 
presi   i  figli   di  truppa,  e  furono  ac-  nerale,  e  dal  direttore  generale  dei- 
cresciuti   i  soldi  e    competenze    per  le    dogane     in     rappresentanz:a    del 
alcuni   gradi,  e  diminuiti   per  altri,  capo  del  corpo,   il   quale  come    di- 
.  Fu    eziandio    ridotto    il     personale  cemmo    è  l' ispettore    in    capo    di 
del     ministero     economico,     furono  questa  forza   armata, 
aboliti   molti  comandi    di  piazze,    e         L'importo  del  mantenimento    di 
quei  che  li   coprivano    furono  tras-  tutte  le   milizie  pontificie  ascese  nel 
feriti   come  aiutanti  maggiori   nelle  1828  ad  annui    ducati    i,242,25q. 
truppe  provinciali.   Seguì    a  questo  Elevato  in  quell'anno  al    pontifica- 
l'altro    piano  per    la    detta   truppa  to  Leone  XII,    conosciuto    il    biso- 
provinciale,  con  cui  i   nominati  aiu-  gno  di   migliorare    l'amministrazio- 
tanti   furono  passati  al  soldo  di  ri-  ne  economica    dello  stato,    ed    (in- 
forma, e  gli    antichi    reggimenti    e  cora  della    truppa  e    di    ogni   cor- 
squadroni  furono  ridotti    in  batta-  pò    militare,     nel    settembre    1824 
glioni  j    cora'  erasi    praticato    nella  nominò  una  commissione  composta 
truppa  di  linea;  tuttavolta  la  trup-  del    prelato    Nicola    Maria    Nicolai 
pa  provinciale  restò  coli' antico   si-  chierico  di    camera,    del    marchese 
.stema  del    i8o3.    Nel    1823    essen-  Carlo  Giberti  Mattoli,    e    del    cav. 
do    tesoriere    il    prelato    Crislaldi ,  Angelo  Galli   computista  (poi  gene- 
furono  incorporate  alle  truppe  do-  rale  della  camera),  la    quale   egre- 
ganali    le  così  dette    guardie,    che  giamente  corrispose  allo  zelo   sovra- 
si    ritenevano    dall'amministrazione  no,    col    presentargli     la    Memoria 
de' dazi    di   consumo  e  delle  priva-  preliminare     alla     discussione    sul 
tive  nelle     città    delle    legazioni    e  piano     di    riforma     della     truppa 
delle  Marche,  e  con  questo    mezzo  pontificia,  e  metodo  di  amministra' 


MIL 

zione,  eoa  relazione  e  sommario,  e 
con  notizie  sulle  variazioni  delle 
truppe  papali  da  Benedetto  XIV  a 
quel  tempo  :  importante  libro  di 
cui  qui  ci  giovammo  compendiosa- 
mente. Allora  era  assessore  delle 
armi  Domenico  de  Simone  chieii- 
co  di  camera,  fatto  da  Pio  VII 
(poscia  cardinale),  ma  da  Leone 
XII  promosso  a  prefetto  dell'an- 
nona senza  rimpiazzare  1'  assessora- 
to. In  conseguenza  il  Papa  sop. 
presse  la  congregazione  militare  isti- 
tuita nel  1797,  che  aveva  avuto 
l'esercizio  della  contabilità  militare 
sino  al  1828,  con  moto-proprio 
de' 17  marzo,  e  restituì  la  contabili- 
tà alla  computisteria  della  camera. 
Alla  congregazione  sostituì  la  presi- 
denza delle  armi,  cui  conferì  tutte  le 
facoltà  della  congregazione,  tranne 
la  detta  amministrazione  ,  riunen- 
dole nel  prelato  presidente  delle 
armi,  the  dichiarò  dover  essere  un 
chierico  di  camera,  nominando  pel 
primo  monsignor  Giuseppe  Ugoli- 
ni, al  quale  destinò  tre  consiglieri 
con  voto  consultivo,  ma  ad  libi- 
tum del  prelato  il  convocarli,  e  che 
il  generale  comandante  dovesse  coa- 
diuvare monsignor  presidente  nelle 
sue  operazioni.  Istituì  pure  il  con- 
siglio economico  militare,  avanti  il 
quale  si  portassero  gli  adari  am- 
ministrativi che  non  erano  in  fa- 
coltà decidersi  dal  presidente  pei' 
la  truppa  di  linea,  dal  governato- 
re pei  carabinieri,  e  dal  tesoriere 
per  la  truppa  di  finanza.  Tali  pre- 
lati composero  il  detto  consiglio 
presieduto  dal  cardinal  segretario 
di  stato,  col  computista  della  came- 
ya  per  consulente,  e  col  segretario 
della  presidenza  per  segretario.  Nel 
pontificalo  di  Leone  XII,  oltre  il 
eomando  delle  truppe  pontificie,  il 
tpueote    generale   Bracci    ayea  sos- 


MIL  i33 

tenuto  anche  per  tre  anni  la  pre- 
sidenza delle  armi,  e  nel  1828  co- 
me logoro  dalle  fatiche  domandò  ed 
ottenne  onorato  ritiro  col  grado  di 
capitano  generale,  a  condizione  pe- 
rò di  riassumere  il  servigio  ad  ogni 
cenno  sovrano.  Dipoi  nel  luglio  i83o 
Pio  Vili  ordinò  che  il  dettaglio 
della  contabilità  militare  si  resti- 
tuisse alla  presidenza  delle  armi 
per  la  truppa  di  linea,  con  poi  esi- 
bire alla  computisteria  della  came- 
ra la  contabilità;  e  confermando  il 
consiglio,  vi  aggiunse  il  cav.  Ga- 
lassi  generale  di  brigata  pensiona- 
to, ed  il  conte  Filippo  Resta  com- 
mendatore colonnello  divisionario, 
il  quale  fu  dallo  stesso  Papa  no- 
minato generale  di  brigata  coman- 
dante tutte  le  truppe  pontificie, 
giubilando  il  tenente  generale  Brac- 
ci. Inoltre  nel  i83o  il  colonnello 
del  reggimento  de'dragoni  d.  Pom- 
peo de'  principi  Gabrielli  pubblicò 
due  utili  libri,  oltre  il  regolamento 
che  avea  loro  dato  nel  1817.  Istru- 
zione cristiana  ad  uso  degU  indi- 
vidui del  reggimento  de'  dragoni 
pontificii.  Ristretto  dell'  istruzione 
teorica  sopra  l'esercizio  e  le  via- 
novre  della  truppa  a  cavallo,  ec. 
Ottimo  libro  è  pure  quello  pub- 
blicato in  Venezia  dal  cav.  Giusep- 
pe Battaggia,  intitolato:  Doveri  del 
soldato. 

Mentre  una  gran  parte  dello  stato 
pontificio  si  rivoluzionava,  a'2  feb- 
braio i83i  divenne  Papa  Grego- 
rio XVI,  il  quale  per  richiamare 
all'obbedienza  le  provincie  insorte 
dovette  notabilmente  aumentare  le 
milizie  pontificie,  ed  assoldarne  delle 
straniere.  Il  generale  Resta,  oltre 
quanto  fece  in  Roma,  si  portò  al 
Corese  per  impedire  ai  ribelli  l'a- 
vanzarsi; quindi  il  governo  ricupe- 
rò immeusi  capitaU  iu   armi,    cau- 


i34  MIL 

nonij  munizioni  e  cavalli,  disaiinan- 
do  i  carabinieri  defezionali.  Nel 
Tol.  VII,  p.  61  della  citata  Rac- 
colta vi  è  la  notificazione  de'  1 7 
giugno  183  I  suU'aiTuolauiento  yo- 
lontaiio  per  le  truppe  di  linea, 
onde  questa  accrescere  di  8000  uo- 
mini per  la  tranquillità  generale 
de'sudditi;  ed  a  p.  75  le  dispo- 
sizioni provvisorie  del  primo  set- 
tembre sull'organizzazione  ed  atti- 
vazione della  truppa  ausiliare  di 
riserva,  istituita  in  varie  provincie 
dello  stalo,  sotto  il  generale  co- 
raalidante  le  truppe  di  linea,  di- 
pendentemente dalla  presidenza  del- 
le armi,  con  onori  e  privilegi  ri- 
portali a  p.  80.  Indi  a  p.  86  vi 
è  il  dispaccio  sulla  concentrazione 
nella  presidenza  delle  armi  di  va- 
rie amministrazioni  militari  che  si 
trovavano  divise,  tranne  la  civica, 
la  truppa  di  finanza,  le  guardie  di 
polizia  ed  i  guardaci urme.  A  pag. 
90  le  disposizioni  intorno  ai  rap- 
porti di  contabilità  fra  la  presiden- 
za delle  armi  e  la  computisteria 
della  camera;  ed  a  p.  92  il  rego- 
lamento d' interna  disciplina  del 
consiglio  delle  armi.  Le  truppe  au- 
striache intervenute  pel  ristabilimrn- 

10  dell'ordine  pubblico,  eransi  riti- 
rate sino  dal  luglio  dalle  legazioni. 

11  conte  Domenico  Bentivoglio  te- 
nente colonnello  de* carabinieri,  do- 
po la  difesa  di  Rieti  fu  dichiaralo 
colonnello  e  comandante  le  truppe 
per  rimpiazzai-e  gli  austriaci,  ed  en- 
trò in  Kimini  con  160  granatieri 
e  dragoni  a' 10  luglio;  circa  5ooo 
soldati  in  tutti  poi  si  riunirono  in 
tal  città  sotto  il  suo  comando,  cui 
nel  dicembre  venne  surrogato  il 
tenente  colonnello-Barbieri,  ora  co- 
mandante della  piazza  di  Roma,  e 
più  tardi  il  Bentivoglio  fu  nomina- 
tu  cumuuduulc  di  Cattici  s.  Angelo. 


MIL 

Intanto  sul  finire  del  i83i  in  Fer- 
rara il  general  Zamboni  organizzò 
ì  cacciatori  a  cavallo.  Nel  regola- 
mento emanalo  nel  i832  sui  de- 
litti e  sulle  pene,  su  queste  i  mi- 
litari vennero  dichiarali  suggelli 
alle  leggi  comuni  .  Nel  gennaio 
i832  le  milizie  pontificie,  sotto  il 
commissario  apostolico  cardinal  Al- 
bani, si  avanzarono  a  Cesena  ed  a 
Forti,  ove  nacquero  le  note  zutfe, 
in  cui  le  milizie  e  l'artiglieria  si 
fecero  onore,  ma  furono  richiamati 
i  tedeschi,  ritirandosi  a  Pesaro  le 
truppe  del  Papa.  Intanto  a'  23 
febbraio  Ancona  fu  occupata  dai 
francesi,  che  vi  posero  guarnigione. 
Nel  1832  stesso  gli  svizzeri  assoldati 
dal  governo  pontificio,  passarono 
nelle  legazioni.  Nel  voi,  VII  della 
Raccolta  si  riporta  a  p.  iio  il  re- 
golamento provvisorio  organico  del 
corpo  de'  carabinieri  pontificii,  e- 
manato  li  8  gennaio  i833,  com- 
posto di  2486  teste.  A  p.  i38  ii 
regolamento  per  la  formazione  di 
un  corpo  di  volontari  paulificii  nel- 
le quattro  legazioni,  del  primo  giu- 
gno 1833,  con  privilegi  e  ricom- 
pense. A  p.  i52  l'organizzazione 
del  corpo  politico  militare  de'  ber- 
saglieri pontificii,  con  regolamento 
de' 2 1  dicembre  i833,  a  piedi  ed 
a  cavallo,  per  Roma  e  provincie 
di  Benevento,  Prosinone,  Vellelri, 
Rieti,  Spoleto,  Ascoli ,  Fermo  e 
Camerino.  Nella  divisione  della  se- 
greteiia  di  stato  la  presidenza  del 
consiglio  ecottomico  militare  fu  at- 
tribuita al  cardinal  segretario  per 
gli  affari  di  stalo  interni.  Nel  voi. 
IX  della  Raccolta  sonovi,  a  p.  i55 
la  circolare  degli  8  gennaio  i834 
del  cardinal  commissario  delle  quat» 
tro  legazioni,  in  difesa  <iel  corpo 
de'  volontari  pontificii;  a  p.  i56  il 
rcgolumculo  relativo   ai  lucri,  prò- 


MIL 

pine  ed  emolumenti  speltanli  alle 
piazze  e  guarnigioni  militari;  a  p. 
169  i  miglioramenti  prescritti  tan- 
to neir  organizzazione,  quanto  nel 
▼esliario  ed  equipaggiamento  delle 
truppe  di  linea,  de'  29  dicembre 
1834,  con  quanto  riguarda  l'am- 
missione de' cadetti  ne' corpi  di  es- 
se, e  loro  riparto  nelle  compagnie, 
venendo  la  metà  delle  promoxioni 
all'officialilà  riservata  ni  cadetti, 
l'altra  ai  sotto-ofliciali.  Con  tale  or- 
dine del  giorno  lo  stato  militare 
in  attività  di  servigio  venne  com- 
preso: i.°  Ministero  della  presiden- 
za delle  armi,  g3  individui.  2."  Sla- 
to maggiore  generale,  cinque.  3.° 
Stato  maggiore  di  piazza,  trentadue. 
4-'*  Genio,  ventuno.  5."  Artiglieria, 
982  individui  con  168  cavalli.  6." 
Fanteria  indigena  :  veterani  e  in- 
validi 553;  battaglioni  attivi  6552. 
7."  Cavalleria  indigena:  reggimento 
dragoni  734,  con  571  cavalli;  cac- 
ciatori a  cavallo  263,  con  202  ca- 
valli. 8.°  IMarina,  29  individui.  Più 
una  compagnia  di  artiglieria,  e  due 
reggimenti  di  fanteria  estera,  se- 
condo le  rispettive  capitolazioni  ; 
l'artiglieria  con  i47  individui  ed  88 
cavalli,!  reggimenti  di  ^iS/^  teste  in 
tutto.  Più  r  arma  politica  composta 
di  un  reggimento  di  2774  carabi- 
nieri con  4i'  cavalli;  un  corpo 
di  bersaglieri  923  con  84  cavalli. 

La  presidenza  delle  armi  fino 
dal  primo  settembre  avea  pubbli- 
cato ordine  del  giorno  sulle  di- 
scipline relative  al  servigio  interno 
de' corpi.  JNel  i836  pel  minaccian- 
te cholera  furono  istituiti  i  cordoni 
sanitari  anche  marittimi,  ed  ema- 
nate pene  contro  gì'  infraltori  di 
essi.  1  volontari  pontilioii  furono  di- 
visi in  quattro  brigale,  sotto  la  di- 
pendenza di  ciascun  legato;  e  fu- 
rono  pubblicate    le    norme   per  la 


MIL  i35 

decisione  delle  cause  criminali  con- 
tro i  bersaglieri  pontificii,  quali  si 
leggono  a  p.  49  ^^^  ^ol.  XIII 
della  Raccolta  delle  leggi.  La  scuo- 
la de'  bombardieri,  per  le  vicende 
de'  tempi  rimasta  alquanto  negletta 
a  malgrado  le  cure  dei  colonnelli 
Lopez  e  Porti,  si  riaprì  con  più 
felici  auspicii  sotto  Gregorio  XVI 
nel  1 836  in  Castel  s.  Angelo,  colla 
vigilante  direzione  dell'attuale  co- 
mandante del  corpo  coram.  Carlo 
Sleuart,  il  quale  fu  sollecito  di  rior- 
dinare il  regolamento  con  superio- 
re approvazione  ;  quindi  la  scuola 
risorse  con  lustro  maggiore,  come 
dimostrano  i  premi  e  gl'incoraggi- 
menti  che  si  meritò,  onde  si  han- 
no scelti  officiali  e  cadetti  da  ser- 
vire in  ogni  bisogno,  come  sono 
periti  in  ogni  ramo  riguardante  l'ar- 
te e  persino  le  opere  murarie  e 
fortilizie.  Nei  numeri  70  e  73  del 
Diario  di  Roma  1837  si  legge  la 
morte  del  conte  Giuseppe  liraqpi 
di  Fano  capitano  generale  in  ritiro 
delle  truppe  pontifìcie,  e  la  biogra- 
fia assai  onorevole  per  l' illustre  e 
benemerito  defunto,  che  pieno  di 
attaccamento  per  la  santa  Sede,  pel 
suo  servigio  istituì  col  proprio  una 
prelatura,  essendo  stato  modello  di 
lède  al  sovrano,  d'integrità  e  re- 
ligione. Il  generale  Piesta  nel  i838 
divenne  tenente  generale  coman- 
dante le  truppe  di  linea,  ausiliarie 
e  di  riserva,  indi  marchese  di  So- 
girano.  Nel  febbraio  i838  Grego- 
rio XVI  creò  cardinale  Ugolini,  e 
nominò  presidente  delle  «rmi  Gre- 
gorio Fabrizi,  che  morendo  poco 
dopo  gli  sostituì  monsignor  Giaco- 
mo A  madori  Piccolomini.  Del  pre- 
lato Fabrizi,  come  de'  funerali  ce- 
lebrati coir  assistenza  de'  chierici  di 
camera  e  del  tribunale  camerale, 
come    pure  colla  presenza   di  tutto 


i36  MIL 

lo  slato  maggiore  della  truppa  pon- 
tifìcia, se  ne  parla  con  lode  nel 
nuuieio  4?    tl<^'    Diario    di   Roma. 

Frattanto  sul  Unire  del  i838  i 
francesi  evacuarono  la  fortezza  di 
Ancona,  e  gli  austriaci  partirono 
dalle  legazioni.  A'  i5  giugno  i84o 
venne  emanato  il  regolamento  pel 
corpo  sanitario  militare,  come  ripor- 
tasi a  p.  162,  voi.  XVIII  della 
Raccoltaj  ivi  a  p.  184  si  legge  il 
regolamento  pei  cappellani  militari, 
ed  a  p.  202  la  concessione  all'am- 
nùnistrazione  cointeressata  delle  pol- 
veri, di  poter  fabbricarne  altre  due 
qualità  ;  a  p.  2  38  poi  si  riporta 
la  convenzione  fra  il  governo  e  l'or- 
dine gerosolimitano  per  lo  stabili- 
mento  dell'  ospedale  militare  che 
ad  esso  affidò  il  Papa,  lutto  aven- 
do narrato  nel  voi.  XXIX,  p.  289 
del  Dizionario,  Ma  nell'  ottobre 
1844  l'ospedale  militare  fu  resti- 
tuito all'antico  locale  dell'arcispe- 
dale di  s.  Spirito  in  Sassia,  come 
si  dirà  meglio  parlando  di  questo 
Ospedale.  Intanto  successivamente 
fu  aumentalo  il  numero  de'  mem- 
bri componenti  il  consiglio  militare 
presso  la  presidenza  delle  armi,  co- 
me d' un  sostituto  commissario  di 
camera  vice-fiscale  delle  armi,  del 
direttore  della  sanità  militare  con- 
sigliere per  le  materie  sanitarie, 
dell'  ispettore  centrale,  ec.  A'  7  a- 
goslo  1 84 1  la  presidenza  delle  ar- 
mi pubblicò  r  ordine  sui  cadetti, 
i  quali  dovrebbero  avere  scudi  die- 
ci di  rendita  mensile;  ed  a' 9  ago- 
sto r  ordme  riguardante  i  matri- 
moni de'militari  e   rispettive  doti. 

Mancava  un  codice  penale  milita- 
re, ed  anco  a  questo  provvide  Grego- 
rio XV!  col  regolamento  di  giusti- 
zia criminale  e  disciplina  militare 
del  primo  aprile  i84'2,  che  si  leg- 
ge nel   voi.  XX,   p.   77  della   /irte- 


MIL 

c(dla,  mentre  a  p.  275  vi  è  l'i-: 
stru/.ioiie  della  presidenza  delle  ar- 
mi suir  amministrazione  de'  militari 
condannati  alla  detenzione.  Nel  me- 
desimo anno  il  cav.  Angelo  Calde- 
rari  tenente  colonnello  de'  cara- 
binieri pubblicò  r  utile  Manuale 
dei  soUo-ufJiciali  e  carabinieri  al 
servigio  della  santa  Sede  per  V  i- 
saluto  politico- militare.  Nel  i844«*' 
16  aprile  si  emanarono  favorevoli 
disposizioni  sulle  giubilazioni  della 
truppa  di  linea;  a'3o  aprile  le  at- 
tribuzioni del  tenente  generale  e 
comandanti;  a'  i4  giugno  il  re- 
golamento sulle  peicezioni  straordi- 
narie delle  piazze  e  delle  trup- 
pe pel  disimpegno  de'  vari  servigi  ; 
ed  a'i6  dicembre  il  regolamento 
organico  amministrativo  per  la  trup- 
pa pontifìcia  indigena  permanen- 
te, riportato  nel  volume  XXIF,  pag. 
181  della  Raccolta.  11  totale  del- 
le teste  indigene  fu  di  93 1 3,  dei 
cavalli  870;  più  3366  carabinieri 
e  bersaglieri,  con  5 11  cavalli,  non 
comprese  le  truppe  di  riserva  e 
quelle  estere.  Le  prime  nel  1842 
erano  4628,  le  seconde  4o95,  i 
volontari  pontifìcii  4^35;  la  spesa 
di  tutta  la  truppa  nel  i843  ascese 
a  scudi  1,878,217.  Noteremo  che 
il  comandante  di  piazza  di  Roma 
riceveva  la  spada  degli  ullìciali  de- 
funti, come  praticasi  in  diversi  sta- 
ti; ma  in  quello  della  Seiìe  aposto- 
lica, nel  pontificato  di  Gregorio 
XVI  tale  uso  fu  tolto.  Il  Papa 
Gregorio  XVI  nel  luglio  i844  C'"eò 
cardinale  il  presidente  delle  armi 
Giacomo  Amadori  Piccolomini,  e 
gli  sostituì  l'odierno  monsignor  La- 
vinio  de  Medici  Spada^  che  in  pari 
tempo  fece  chierico  di  camera.  Fi- 
nalmente ncir  agosto  1846  il  re- 
gnante Pontefice  l'io  IX  riunendo 
le  due   segreterie  di  slato   sotto  il 


MIL 

cardinale  segretario  di  stato,  questi 
è  divenuto  presidente  del  consiglio 
economico     militare. 

Ecco  le    provvitlenze     prese    dal 
Papa  che  regna  nel     1847    '''^''    <^'" 
versi   corpi  della   milizia   pontifìcia. 
Prima   noteremo  die  nella    proces- 
sione del    Corpus  Domini,    per    la 
Prima  volta   le  guardie  nobili  usa- 
rono gli  elmi   in  vece    dei  cappelli 
a   punte,  di  elegante  lavoro    e    ric- 
chi  per  ornamenti.   A'  6  aprile    fu 
istituita  una  commissione  per  le  ri- 
forme militari,  comporta  del  prelato 
presidente  delle  armi,    dei   principi 
Rospigliosi,  Barberini  e  Gabrielli,  del 
colonnello    Armandi,  e    di    Lovatti 
in   qualità  di  segretario.   Col  molo- 
proprio,    Come   e    nostro  principale 
desiderio,  de' 12   giugno,  sulla    isti- 
tuzione    del    consiglio    de'  ministri  , 
si    leggono     le     seguenti   disposizio- 
ni.    1     monsignori     governatore   di 
Roma,  tesoriere  generale,  e    presi- 
dente delle    armi  fanno    parte    dei 
sette   ministri  che    lo  compongono. 
La  direzione,  la  custodia    e    l'am- 
ministrazione   dell'  armeria    pontifì- 
cia dal   tesoriere    passano  alla   pre- 
sidenza delle  armi.   INIonsignor  pre- 
sidente   delle    armi    continuerà    ad 
esercitare  le  sue  attuali   attribuzio- 
ni  unitamente  al  consiglio  militare, 
osservando   il   regolamento  organico 
del    16  dicembre    i844-  Monsignor 
governatore     proporrà     le     nomine 
de' comandanti  ed  ufliciali  superio- 
ri delle  armi  politiche  e  dei    vigili 
o  pompieri,  e  dei  capitani  dell'uno 
e  dell'altro  corpo.  Monsignor  teso- 
riere proporrà  le  nomine  degli  of- 
ficiali superiori  e  dei  capitani    del- 
le    guardie    di   finanza.    Monsignor 
presidente    delle  armi    proporrà    le 
nomine    de'  membri    del    consiglio, 
del  segretario  generale,  de^^li   ispet- 
tori  e    sotto- ispettori,    dell'  uditore 


MIL  137 

generale   e    degli    uditori    divisiona- 
ni,     del    capo  dell' ufliìcio  di   verifi- 
cazione  e    del    primo    verificatore; 
le  nomine  del  direttore  dell'arme- 
ria, del  direttore    generale,    dell'  i- 
spettore  e  sotto- ispettore    della    sa- 
nità militare,  dei  generali,  e  di  tut- 
ti  gli    altri     ufìlziali    superiori    fino 
al    maggiore    inclusivamente;    e    le 
destinazioni  de' comandanti  de' corpi 
e  de'  forti.   A'  5    luglio    il    cardinal 
Gizzi  segretario    di    stato    pubblicij 
la    notificazione     con    cui     il    santo 
Padre  decretò  di  ricostruire  e  am- 
pliare  la  guardia  civica    di    Roma, 
con  norme  fondamentali,  nominan- 
do   il    Papa    comandante    generale 
d.     Giulio     Rospigliosi    principe    di 
Zagarolo,  che  ne  avea  esercitato  il 
grado  sotto   Pio  VII,  al  modo  detto 
a   Civica:    già    questa  guardia    si   è 
resa  grandemente  benemerita.   A'3o 
luglio    1847   il  cardinal  Ferretti  se- 
gretario di   stato,  emanò  il   regola- 
mento per   la    guardia   civica    nello 
stato   pontifìcio.   Nella  segreteria    di 
stato,   nella   prima  sezione  alla    po- 
nenza   militare,  fu  destinato  minu- 
tante   Liberato    Bruto    lenente    co- 
lonnello   nella  truppa   di   linea.    Dui 
febbraio  j«S46dal  eh.  cav.  Francesco 
Gherardi    Dragomanni    si   pubblica 
in  Firenze  un  applaudito   Giornale 
niililare    italiano  j  ed    il   num.    89 
riporta  una  erudita  bibliografia  mi- 
litare italiana,  antica  e  moderna,   in 
Roma  nel  corrente  anno  il  eh.  cav. 
Luigi  Bavari  romano,  colonnello  delle 
milizie  pontifìcie  ha  pubblicato:  L'uo- 
mo di  stato,  meditazioni- filoso  fiche- 
politiche.   Tra  le  utilissime  conside- 
razioni   fatte    dall'  autore,    non    di 
minor    importanza    sono    quelle  da 
lui  saggiamente  ed  eruditamente  in- 
stiluite  sulla  milizia,  avendovi  trat- 
tato   nella    parte    militare  il    della- 
gliQ  di    que'  principi!,  che  solo  pos- 


i38  MIL 

sono   rendere  un    inililare  perfetto, 
ed   una   truppa  utile  allo  stato,  cioè 
nella    meditaz.   X:     Sulla    milizia, 
fortezze  e  piazze  forti. 

MILLENARII.    Nel    secondo    e 
terzo  secolo  della  Chiesa,  si  chiama' 
rono  così  quelli    i  quali   credevano 
che   Gesù  Cristo  alia  fine  del   mon- 
do  verrebbe   sulla  terra,    e  vi  fon- 
derebbe   un    regno    temporale    pel 
corso  di   mille  anni,  nel  quale  i  fe- 
deli goderebbero  una  felicità  tempo- 
rale   aspettando    l' ultimo    giudizio, 
ed   una  ancor  più    perfetta    felicità 
in  cielo  :  i  greci  li  hanno  chiamati 
Chiliasti,  teroìine    sinonimo  a    mil- 
lenarii.    Questa    falsa    opinione  era 
fondata  sul  cap.   20  dell'Apocalisse, 
dove  dicesi  che  i   martiri   regneran- 
no con  Gesù  Cristo    per  mille    an- 
ni ;  è  facile  però  conoscere  che  que- 
sta specie  di  profezia,  oscurissima  in 
sé  stessa,    non  dev'  essere  presa  let- 
teralmente.   Credesi  che    Papia  ve- 
scovo di  Gerapoli  e  discepolo  di  s. 
Giovanni    evangelista,    ne    sia  stato 
l'autore,  altri   provano    che  in  ori- 
gine viene  dagli    ebrei.  Fu    seguita 
da  alcuni    padri    e    scrittori    eccle- 
siastici, come  s.  Giustino,  s.  Ireneo, 
Vittorino,     Lattanzio,  Tertulliano, 
Sulpizio  Severo,  Q.  Giulio  Ilarione, 
Commodiano,  ed    altri    meno   noti. 
È  necessario    di    osservare    che    vi 
furono    de*  raillenarii   di    due    spe- 
cie. Gli  uni,  come  Cerinto  e    i  di 
lui    discepoli,    insegnavano    che  nel 
regno  di  Gesù  Cristo   sulla  terra,  i 
giusti  godrebbero  di  una  felicità  cor- 
porale, la  quale  principalmente  con- 
sisterebbe nei   piaceri    dej    senso  :  i 
padri  non  abbracciarono    mai    que- 
sta sciocca  opinione,  anzi  la  riguar- 
darono come  un  eriore.  Perciò  du- 
bitarono   molto    se  dovessero   met- 
tere l'Apocalisse  nel  numero  de'li- 
bri  caaouici,  lenieudo  che  Ccriutu 


MIL 

ne  fosse  il  vero  autore,  e  lo  avesse 
posto  sotto  il  nome  di  s.  Giovanni 
per  accreditare  il  suo  errore.  Cre- 
devano gli  altri  che  i  santi  nel  re- 
gno de*  mille  anni  goderebbero  di 
una  felicità  piuttosto  spirituale,  che 
corporale,  ed  escludevano  le  volut- 
tà de'  sensi.  Però  bisogna  ancora 
osservare,  che  la  maggior  parte  noa 
tenevano  questa  opinione  come  un 
domma  di  fede.  Vi  furono  ezian- 
dio un'altra  specie  di  millenarii,  i 
quali  sostennero  che  di  mille  in 
mille  anni  cassassero  in  favor  dei 
dannali  le  pene  dell*  inferno  ;  anco 
questo  capriccio  era  fondato  sopra 
una  falsa  interpretazione  dell'  Apo- 
calisse. 

MILLES    (s.),    vescovo  di    Susa. 
Nato    nella    provincia    dei   razichiti 
o  razichei,  fu  allevato  alla  corte  di 
Persia,    ed    occupò    un  posto    rag- 
guardevole ueir  armata  ;    ma    dopo 
avere  abbraccialo  il  cristianesimo  si 
ritirò  ad  Ilam  o  Elam   presso   Su- 
sa, ove  converl'i  molli   infedeli.  Pre- 
si gli   ordini   sacri,    non  andò  mol- 
to   che  fu  eletto    vescovo    di   Susa. 
Egli  spiegò  instancabile  zelo  per  la 
distruzione  del  vizio  e  dell'  idolatria, 
ed    ebbe   -perciò    molto  a    solhire; 
laonde    prese  la    risoluzione  di  ab- 
bandonare   la    città,    e  si    mise    in 
viaggio  per  recarsi   a  Gerusalemme 
e  ad  Alessandria.  Essendo  in  Egit- 
to visitò    s.  Ammonio    discepolo  di 
s.   Antonio,  e    nel  ritorno    alla   pa- 
tria   visitò    s.    Giacomo    di    Nisibi, 
donde  passò  nella    Siria.   In  un  si- 
nodo che  si  teneva  a  Seleucia  per 
riformare  gli  abusi  ch'eransi  intro- 
dotti   nella   disciplina,  e  per  ascol- 
tare   i  lagni    che    parecchi    vescovi 
movevano  contro    Papas,  che  colla 
sua  superba  ed  arrogante  condotta 
avea  cagionato  uno  scisma,  s.  Mil- 
le! parlò  a  costui  con  molta  forza, 


MIL 

e  gli  predisse  che  sarebbe  punito, 
come  avvenne,  giacché  fu  tosto  as- 
salito da  una  paraUsia.  S.  Milles, 
ritiratosi  a  Mescne  sull'Eufrate,  an- 
dò ad  abitare  con  un  romito.  Il 
signore  di  cjuesto  luogo,  t:h'cra  in- 
fermo da  dieci  anni,  riebbe  la  sa- 
nità per  le  preghiere  del  santo,  e 
questo  miracolo  fu  segnilo  dalla 
conversione  di  molli  infedeli.  Ritor- 
nato nella  provincia  dei  razichei, 
battezzò  un  gran  numero  d' idola- 
tri ;  ma  in  forza  dei  sanguinosi  e- 
ditli  di  Sapore  contro  la  religione 
cristiana,  egli  fu  preso  nel  34 1. 
Ambrosimo  prete  e  Sina  diacono, 
suoi  discepoli,  furono  pure  compa- 
gni della  sua  sorte.  Condotti  tutti 
■tre  a  Maheldagar  carichi  di  catene, 
soffrirono  una  crudele  flagellazione, 
costantemente  ricusando  di  sagrili, 
care  al  sole  come  si  voleva  sforzar- 
li. Finalmente  Ormisda  Gufrisio  go- 
vernatore della  provincia,  fattosi  ve- 
nire Milles  davanti,  minacciolio  di 
ammazzarlo  se  non  gli  mostrava  la 
■verità  della  sua  religione.  11  santo 
gli  rispose  modestamente,  ma  con 
fermezza  ;  e  il  barbaro  governatore, 
interrompendo  il  suo  discorso,  tras- 
se il  pugnale  e  glielo  immerse  nel 
fianco,  mentre  JN arsele  suo  fratello 
feri  il  santo  dall'  altro  lato.  Am- 
brosimo e  Sina  furono  condotti  al 
sommo  di  due  colline  poste  rim- 
pctto  l' una  all'altra,  e  quivi  lapi- 
dati dai  soldati.  1  corpi  de'  tre  mar- 
tiri furono  portati  nel  castello  di 
Malcan.  Sono  essi  nominati  nel 
martirologio  roniano  con  molli  al- 
tri martiri  persiani  ai  l'i  di  apri- 
le ;  ma  i  menologi  greci  ne  famio 
menzione  ai  io  di  novembre,  gior- 
no in  cui  forse  i  cristiani  li  sep- 
pellirono. 

MILLINI  o  xMELLlNI  Giambat- 
tista, Cardinale.  Giambattista  Mil- 


MIL  i39 

lini  nobile  romano,  fino  dalla  pue- 
rizia fu  di  aspetto  grave  e  mode- 
sto, che  sino  d'allora  presagiva  ben 
fondate  speranze  di  un'  ottima  es- 
pettazione  della  vita  e  de'  costumi 
suoij  i  quali  riuscirono  conformi 
alla  opinione  concepita  di  lui;  quia- 
di  non  deve  recare  tanta  meravi- 
glia, se  in  età  di  seti' anni  fu  da 
Giovanni  XXIII  fatto  canonico  del- 
la basilica  lateranense.  La  nuova 
dignità  eccitò  in  lui  maggior  im- 
pegno per  applicarsi  allo  studio,  ia 
cui  superò  gli  eguali  e  quelli  che 
erano  più  di  lui.  Conosciutasi  da 
Martino  V  la  prontezza  e  felicità 
del  suo  ingegno,  volle  che  di  pro- 
posito si  dedicasse  alle  leggi  cano- 
niche, nelle  quali  riportò  nell'  ar- 
chiginnasio romano  l'onore  della 
laurea.  A  tale  eflelto  però  il  Papa 
gli  assegnò  una  pensione  sufllciente 
per  mantenersi  negli  studi,  quasi  pre- 
sago dell'oltima  riuscita  che  avreb- 
be falla,  e  dell'  aiuto  che  col  tem- 
po doveva  rendere  alla  chiesa  ro- 
mana. Eugenio  IV  lo  ammise  nel 
novero  degli  abbreviatori,  nel  qua- 
le uffizio  ebbe  sempre  a  cuore  di 
sollevare  e  favorire  la  povera  gen- 
te, da  cui  neppure  riceveva  1'  in- 
tero delle  propine  che  gli  spettava- 
no, condonandone  sempre  una  por- 
zionCj  per  cui  si  guadagnò  l'amore 
del  pubblico.  Avendo  determinalo 
però  Eugenio  IV  di  cambiare  af- 
iàlto  il  capitolo  lateranense  ,  con 
togliere  i  canonici  secolari  e  resti- 
tuirvi i  regolari,  e  facendo  premu- 
ra al  Mìllini,  che  aveva  mandato 
oratore  a  Firenze,  perchè  rinun- 
ziasse,  non  potè  indurvelo,  né  con 
minacce,  né  con  promesse.  Sdegna- 
to il  Papa  contro  di  lui,  deputò 
tre  ragguardevoli  soggetti,  due  dei 
quali  divennero  poi  Papa  Nicolò  V, 
e  Paolo  II,  e  l'altro  cardinale,  cioè 


i4o  MII. 

Amico  Angifilo  vescovo  dell'Aquila, 
per  fare  severa  inquisizione  sopra 
i  costumi  e  la  couclolta  del  Mil- 
lini,  i  quali  dopo  le  più  accurate 
diligenze  pronuziaronlo  concorde- 
mente d' integra  vita.  Morto  Euge- 
nio IV,  il  successore  Nicolò  V^  vol- 
le onninauiente  mutare  il  capitolo 
lateranense,  onde  chiamato  a  se  il 
Millini,  gì'  intimò  che  ad  ogni  pat- 
to dovesse  rinunziare,  ed  egli  a  ma- 
lincuore finalmente  cedette.  Tutta - 
\olta  il  Papa  gradi  la  rinunzia,  e 
sul  momento  lo  dichiarò  vicario  di 
S.  Pietro ,  e  soprintendente  alle  o- 
blazioni  e  limosine  che  si  oiìiivano 
alla  basilica  vaticana,  alla  quale  il 
Milliui  comparti  insigni  benelìzi,  co- 
me avea  fatto  colla  lateranense,  co- 
me narra  Jacopo  Lauro  nel  suo  li- 
bro Defainilia  Milliiia,  Piomae  1 636. 
Inoltre  Nicolò  V  gli  offri  i  vescovati 
di  Sulri  e  di  Anagni,  ma  ambedue 
inodestamente  ricusò.  Assegnato  da 
Calisto  III  per  compagno  del  car- 
dinal Alano  Gelivo,  a  Carlo  Vili 
re  di  Francia,  a  fine  di  comporre  i 
tumulti  di  quella  monarchia,  si  gua- 
dagnò talmente  1^  grazia  del  re, 
cl)e  lo  destinò  suo  ministro  in  Ro- 
ma presso  la  santa  Sede.  Sotto  Pio 
11  fu  surrogato  a  Rhode  nella  ca- 
rica di  collettore  delle  lettere  apo- 
stoliche in  Germania,  in  cui  riuscì 
cos'i  giusto  ed  integerrimo,  che  a 
nulla  valsero  le  promesse  e  i  doni. 
I^aolo  li  per  la  sua  specchiata  con- 
dotta e  giustizia  Io  nominò  suo  u- 
ditore  e  datario,  nel  quale  impiego 
non  ebbe  difficoltà  affrontare  all'oc- 
correnza lo  slesso  Pontefice,  e  que- 
gli, invece  di  olfcudersene,  nel  i468 
gli  conferì  la  chiesa  di  Urbino  col- 
la ritensione  delle  cariche.  Sisto  IV 
conf'e^'iiiandolo  nello  stesso  impiego, 
a'  i8  o  IO  dicembre  1476,  lo  creò 
ordinale    prel«    de'  ss.    Neieo    ed 


MIL 

Achilleo,  con  incredibile  soddisfai 
zione  e  piacere  di  tutta  Roma.  In 
occasione  della  violenta  morte  di 
Galeazzo  duca  di  Milano,  ad  istan- 
za della  duchessa  madre  che  ne 
supplicò  il  Papa,  fu  spedito  il  car- 
dinale ad  onta  della  grave  sua  età 
e  nel  cuore  dell'  inverno  in  Lom- 
bardia, col  carattere  di  legalo  per 
sedare,  come  fece,  colla  sua  autori- 
tà e  prudenza,  in  compagnia  di 
Lodovico  duca  di  Mantova,  i  tu- 
multi e  le  discordie  nate  nella  cit- 
tà, lo  che  eseguì  anche  in  Genova, 
liducendo  la  popolazione  di  vota  al 
suo  doge,  contro  di  cui  erasi  ri- 
bellala. Finalmente  pieno  di  meri- 
ti e  di  gloria,  e  da  tutti  amato, 
cessò  di  vivere  in  Monte  Mario 
presso  Roma  nel  1478  d'anni  78, 
ed  ebbe  sepoltura  nella  basilica  di 
s.  Pietro,  donde  dopo  tre  mesi  fu 
trasferito  nella  chiesa  di  s.  Maria 
del  Popolo,  e  venne  collocato  nella 
sua  cappella  gentilizia,  al  cui  manco 
lato  vedesi  un'  urna  antica,  colla 
statua  del  cardinale  vestita  in  abi- 
ti pontificali  e  giacente,  mentre  nel- 
la sua  base  evvi  inciso  un  magni- 
fico elogio.  11  Platina  ne  scrisse  la 
vita  accuratamente. 

MILLINI  GiANGAftziA,  Cardina- 
le. Giangarzia  Millini  patrizio  ro- 
mano, ma  nato  in  Firenze  dove  suo 
padre  viveva  esule,  visse  sotto  la 
disciplina  del  cardinal  Castagna  suo 
zio  per  canto  di  madre,  il  quale 
poi  divenne  Papa  Urbano  VII,  ma 
regnò  pochissimo.  Sino  dalla  sua 
gioventù  diede  di  sé  ottime  speran- 
ze, e  nel  pontificpto  di  Sisto  V  fu 
ammesso  nel  collegio  degli  avvoca- 
ti concistoriali,  dai  quali  sotto  Gre- 
gorio XIV  fu  avanzalo  fra  gli  u- 
ditori  di  rota.  Clemente  Vili  l'eb- 
be seco  nel  viaggio  a  Ferrara,  e  lo 
assegnò  per   compagno    al  cardiue^l 


I 


MIL 
Gactanl  legalo  a  lalere  in  Polonia 
per  islabilire  la  pace  tra  quel  re 
e  la  casa  ci'  Austria  ;  quindi  volle 
che  si  unisse  al  cardinal  Pietro  AI- 
dobrandini  legato  in  Francia  per 
benedire  le  nozze  tra  Enrico  IV  e 
Caterina  de  Medici.  Paolo  V  co- 
noscitore de'  suoi  talenti,  integrità 
e  destrezza,  lo  incaricò  della  nun- 
ziatura a  Filippo  Ili  re  di  Spagna, 
e  dopo  un  anno  circa,  nell*  età  di 
34  anni,  agli  11  settembre  i6ofi 
lo  creò  cardinale  piete  del  titolo 
de' ss.  Quattro.  Essendo  questa  chie- 

■  sa  deformata  dallo  squallore  del- 
l'antichità,  l'abbellì  ed  ornò  di 
nuova  tribuna,  e  nel  ristorarla  eblx; 
la  consolazione  di  riti'ovarvi  nel 
1624  le  reliquie  de'ss.  Quattro  Co- 
ronati, e  parte  del  capo  di  s.  Seba- 
stiano martire,  collocate  nella  con- 
fessione dal  Papa  s.  Leone  IV.  Due 
altri  anni  si  trattenne  il  cardinale 
W^^  alla  corte  di  Madrid  quale  legato, 
Wt.  e  tornalo  nel  1607  in  Roma,  l'u 
promosso  a  vescovo  d'  Imola,  indi 
occupato  nella  legazione  di  Germa- 
nia, per  riconciliare  insieme  l'im- 
peratore Ridolfo  con  Mattia  re  di 
Ungheria,  lo  che  ottenne  con  e- 
strema  soddisfazione  dell' imperato- 
re e  del  Papa,  il  quale  nel  suo 
ritorno  lo  ricolmò  in  pubblico  con- 
cistoro di  somme  lodi.  Compiuta 
questa  legazione,  lo  stesso  Paolo  V 
lo  destinò  suo  vicario  in  Roma, 
nella  qual  carica  perseverò  ne'  pon- 
tificati di  Gregorio  XV  ed  Urbano 
Vili.  Nel  16 II  Paolo  V  inoltre  lo 
fece  arciprete  della  basilica  Liberia- 
na, a  cui  il  cardinale  donò  preziose 
suppellettili  e  sacri  arredi,  e  di  più 
lo  ascrisse  alle  congregazioni  del  s. 
olfizio,  de'  riti  ed  altre,  colla  pro- 
lettoria  de' carmelitani,  de' minislri 
degl'  infermi  e  de'  benefratelli.  Do- 
po aver  comparliti    segnalali  bene- 


MIL  141 

fizi  alla  chiesa  d' Imola,  e  riedifi- 
cata tra  le  altre  cose  la  chiesa  di 
s.  Maria  Maddalena  alle  convertite, 
che  minacciava  rovina,  e  ricuperati 
a  quella  pia  c*ìsa  alcuni  fondi  dati 
in  enfiteusi,  che  ntlesa  la  qualità 
de'  tempi  erano  andati  in  oblivione, 
ed  arricchita  la  cattedrale  di  sacre 
suppellettili  e  di  statue  di  argento, 
ne  fece  nel  161  i  spontanea  rinun- 
zia nelle  mani  di  Paolo  V,  peichè 
le  sue  cariche  non  gli  permetteva- 
no farvi  residenza.  Il  Papa  lo  ten- 
ne sempre  in  luogo  d' intimo  con- 
sigliere e  partecipe  delle  cure  più 
gravi  del  pontificato,  non  intrapren- 
dendo cosa  alcuna  senza  prima  sen- 
tirne il  di  lui  parere,  cose  tulle 
che  lo  tenevano  grandemente  oc- 
cupato. Nel  1629  Urbano  Vili  Io 
trasferì  dal  titolo  di  s.  Lorenzo  in 
Lucina,  in  cui  era  passato,  al  ve- 
scovato di  Frascati,  e  trovossi  pre- 
sente ai  conclavi  di  Gregorio  XV 
ed  Urbano  Vili,  ne' quali  ebbe  mol- 
ta parte,  e  fu  vicino  ad  essere  e- 
lelto  Papa.  Con  tutto  l' impegno  si 
adoperò  col  cardinal  Rartolnuieo 
Cesi  presso  Paolo  V,  aHlnchè  il  ma- 
gnifico leuìpio  di  s.  Maria  in  Cam- 
pitelli,  ne'  cui  fondamenti  gitlò  il 
cardinale  nel  1619  la  prima  pietra, 
fosse  dato  alla  congrci^azione  dei 
chierici  regolari  della  Madre  di  Dio, 
come  seguì.  Nell'anno  santo  1625 
aprì  e  chiuse  la  porta  santa  della 
basilica  Liberiana,  e  morì  nel  1629 
d' anni  Sy  non  compiti.  Rimase 
sepolto  nella  chiesa  di  s.  Maria  del 
Popolo,  dove  al  lato  destro  della 
sua  cappella  gentilizia,  da  lui  con 
ecclesiastica  magnificenza  ornala,  fu 
eretto  alla  sua  memoria  un  son- 
tuoso mausoleo,  col  di  lui  busto 
in  candido  niaroio  e  assai  al  natu- 
rale, con  magnifico  epitaffio.  La 
vita  di   questo  cardinale   fu  descrit- 


i42  MIL 

ta  da  Decio  Memmolo  suo  segreta- 
rio, e  stampata  in  Roma  nel  i644- 
Al  cardinale  avea  predetta  l'ora 
della  morte  s.  Giuseppe  Calasanzio, 
assicurandolo  che  non  avrebbe  man- 
cato di  assisterlo  nel  suo  passaggio. 
Fu  uomo  di  mente  quadra  e  su- 
blime, e  grandeggiò  per  profonda 
scienza  e  molteplice  erudizione,  per 
una  felice  spericnza  in  tutte  le  co- 
se, per  grandiosa  avvedutezza  nel 
maneggio  degli  alFari,  e  per  una 
assidua  vigilanza  nella  cospicua  ca- 
rica di  vicario  di  Roma.  Si  dice 
die  ambisse  il  pontifìcnto,  e  nel 
conclave  per  Urbano  Vili  ebbe  in 
suo  favore  ventidue  cardinali,  con 
alia  testa  il  cardinale  Scipione  Bor- 
ghese. Molti  scrittori  contempora- 
nei dedicarono  al  cardinale  le  o- 
pere  loro. 

MILLI  NI  Savo,  Cardinale.  Savo 
Millini  nacque  in  Roma  da  antica 
ed  illustre  famiglia.  Esercitati  cop 
lode  i  minori  impieghi  nella  corte 
romana  ne' pontificali  di  Alessandro 
VII  e  Clemente  IX,  si  avanzò  sot- 
to Clemente  X  a  quello  di  segre* 
tario  della  congregazione  del  buon 
governo,  di  cui  prima  era  stato 
ponente,  indi  fu  mandato  nunzio 
in  Ispagna.  In  quel  tempo  tale  nun- 
ziatura era  piena  di  rischi  e  peri- 
coli, a  cagione  di  Luigi  XIV,  che 
inorgoglito  dalle  vittorie,  andava 
macchinando  nuove  conquiste  sulla 
monarchia  e  sul  Papa,  come  quello 
che  pretendeva  estendere  i  diritti 
della  regalia  oltre  i  termini  pre- 
scritti e  fìssati  dal  generale  conci- 
lio di  Lione.  Innocenzo  XI  ne  avea 
avanzato  querele  alla  corte  de' prin- 
cipi e  singolarmente  a  quella  del 
re  di  Spagna.  Convenne  quindi  al 
prelato  usare  la  più  raffinata  pru- 
denza ad  oggetto  di  non  disgustare 
il  Pontefice,  e   rendersi  nel  tempo 


MIL 

stesso  bene  afletto  al  re,  come  di 
fatti  lo  diede  a  divedere  quel  mo- 
narca, nel  rammarico  che  provò 
allorquando  fu  costretto  a  lasciar 
partire  dalla  sua  corte  il  prelato 
decorato  della  porpora.  La  magni- 
ficenza, la  generosità  e  la  splendi- 
dezza usata  da  lui  nella  nunziatura, 
fu  sorprendente  ed  incredibile, .  es- 
sendo giunto  non  solo  a  diminuire 
notabilmente  le  rendile  della  sua 
doviziosa  famiglia,  ma  a  gravarsi 
eziandio  d' immensi  debili,  per  sup- 
plire alle  esorbitanti  spese  da  lui 
fatte  nella  Spttgna.  A  questa  straor- 
dinaria ed  eccessiva  generosità,  sep- 
pe accoppiare  una  fortezza  d' ani- 
mo increddiile,  non  solo  per  difesa 
dell'immunità  ecclesiastica,  insulta- 
ta talvolta  dai  regi  ministri,  ma 
altresì  per  l' onore  di  sua  rappre- 
sentanza, che  nelle  differenze  incon- 
trale col  presidente  di  Casliglia, 
che  gli  fece  dai  soldati  arrestare  la 
propria  carrozza,  uscì  da  ogni  con- 
trasto con  somma  riputazione,  me- 
diante pubblica  e  notoria  soddis- 
fazione datagli  dalla  corte.  Laonde 
con  plauso  universale  Innocenzo  XI 
il  primo  settembre  1681  lo  creò 
caidinale  prete  di  s.  Maria  del  Po- 
polo, ed  insieme  vescovo  di  Orvie- 
to, dove  profuse  co' poveri  più  di 
ciò  che  ritirò  dalle  rendite  della 
chiesa,  alla  quale  fece  immensi  spi- 
rituali e  temporali  benefìzi.  Per 
r  inclemenza  del  clima  contrario  al 
suo  tempernmeiilo,  nel  i6g4  In- 
nocenzo XII  lo  trasferì  al  vescx)va- 
to  di  Sutri  e  Nepi,  dove  lutto  si 
diede  a  promovere  la  pietà,  il  cul- 
to divino  e  la  disciplina  del  clero. 
Dimesso  il  primo  titolo  passò  a 
quello  di  s.  Pietro  in  Vincoli,  ove 
restaurò  e  con  gran  magnificenza 
ampliò  il  palazzo  de' cardinali  tito- 
lari contiguo  a  quella   basilica.  Fu 


I 

I 


i 


MIL 

nel  numero  de'  cardinali  elettori  di 
Alessandro  Vili,  Innocenzo  XII  e 
Clemente  XI,  e  mori  nel  lyoi 
d'anni  57.  Venne  sepolto  in  s.  Ma- 
ria del  Popolo,  in  cui  al  manco  lato 
di  sua  cappella  gentilizia,  vivente 
erasi  apparecchiato  la  tomba,  cioè 
nn  magnifico  avello  espresso  in 
bianco  marmo  con  elegante  epitaf- 
fio da  lui  stesso  composto. 

MILLIIVI  Mario,  Cardinale.  Ma- 
rio Millini  nacque inRoma dalla  nobi- 
lissima famiglia  di  tal  nome,  feconda 
d'uomini  illustri.  Educato    sotto  la 
disciplina  del  cardinal  Savo  suo  zio, 
si  diede  alla    vita   ecclesiastica  ;  ed 
in  età  di   4^    anni    entrato    nella 
carriera  prelatizia,  ebbe  la  sorte  di 
essere  ammesso  nel    1725    da  Be- 
nedetto XIII  tra  gii  uditori  di  rota, 
in   cui  divenuto  decano,  e  nel  1784 
sotto  Clemente  XII    reggente  della 
penitenzieria,  ad    istanza     della   re- 
gina Maria  Teresa  d'Austria,  presso 
la  quale  era  stato  posto  in  aspetto 
assai  vantaggioso  dal  cardinale  Pas- 
siona,   allora     nunzio     di     Vienna, 
Benedetto  XIV  a' io    aprile    1747 
lo  creò  cardinale  prete  di  s.  Prisca, 
e  lo  ascrisse  alle  congregazioni   dei 
riti,  della    consulta,     de'  vescovi     e 
regolari,  e  del  concilio;   quindi  po- 
co dopo    fu    destinato    dalla    stessa 
regina    suo    ambasciatore  in  Roma 
presso  il  Papa,  il  quale  gli  conferì 
la    prefettura     della     congregazione 
del  concilio.    Il    cardinale  molto  si 
adoperò  col    Pontefice,  affinchè    la 
celebre  causa  del   patriarcato  d'  A- 
quileia  si  conducesse  ad  esito   felice, 
come  in   fatti    avvenne.     Alla     fine 
dopo  aver  lasciati    parecchi   insigni 
monumenti  di  sua  pietà  e  religione, 
e  istituiti  suoi  eredi    i    poveri,  che 
sempre  avea  amati,  cangiò  in  Roma 
il  tempo    coir  eternità  nel  1756  di 
anni  7^,  e  fu  sepolto    in  s.  Maria 


MIL  143 

del  Popolo  nella  propria  cappella 
gentilizia,  ove  innanzi  l' altare  si 
vede  una  lapide  splendidamente  a- 
dorna  e  fregiata  di  magnifico  elo- 
gio. Benedetto  XIV  in  occasione 
di  sua  guarigione  fece  dispensare 
a' poveri  ventimila  scudi  della  sud- 
detta  eredità. 

MILLO  GiAMAcopo,  Cardinale. 
Gianiacopo     Millo     de'  marchesi    di 
Tubine    e  di    Altare,     nato  in  Ca- 
sale di  Monferrato,  portatosi  a  Ro- 
ma attese    con     ardore  a     perfezio- 
narsi  nello     studio     della     teologia. 
Contratta     fortunatamente    amicizia 
col  prelato    Lambertini,    poi   cardi- 
nale e  vescovo  d'  Ancona,  fu  da  lui 
condotto  in  quella  città  per  vicario 
generale,  e    collo     stesso     carico    lo 
portò  seco  in  Bologna,  quando  Cle- 
mente XII  gli  die    quell'arcivesco- 
vato.   Divenuto     Lambertini    Bene- 
detto XIV,   subito  chiamò  in  Roma 
Millo,   lo    fece     sub     uditore,  e  nel 
1743   datario,  quindi  a'26   novem- 
bre   1753   lo    creò    cardinale    prete 
del   titolo  di    s.     Grisogono,  e  pre- 
fetto della    cona;re2:azione  del  con- 
cilio,   valendosi     di   lui   in  affari   ri- 
levantissimi, pel    gran     favore     che 
gli   concesse.   Morì  improvvisamente 
in  Roma  nel    1757  d'aiuii  63,  ed 
ebbe  sepoltura    nella    chiesa  titola- 
re,  nella  quale  al  manco  lato  della 
porla    maggiore    si     vede    erettogli 
un   nobile  ed  elegante  monumento, 
colla  sua   immagine  scolpita  in  for- 
ma di   medaglia   in  bianco  marmo, 
e  sostenuta  da     una   statua  pur  di 
marmo,  che  sovrasta  1'  urna  sepol- 
crale, con    onorevole     epitaflio  po- 
stogli dal    nipote    marchese    Carlo 
Francesco  Millo. 

MILO.   Fedi  MEtos. 
MILONE,  Cardinale.  Milone,  ve- 
nuto alla  luce  nelle  Gallie,  Urbano 
li  nel    lOQQ  lo  creò    cardinale  ve- 


I U  MIL 

scovo  di  Palestrina,  indi  Pasquale 
Jl  nel  I  to3  lo  spedì  in  Francia 
legato  apostolico,  ove  si  adoperò 
con  relo  per  l'estirpazione  della 
simonia,  intervenendo  al  concilio 
di  Reiins.  Trovossi  presente  all'  ele- 
zione di  Pasquale  li,  ed  assistè  alla 
sua  consacrazione.  Alcuni  vogliono 
che  morisse   verso  il    i  io5. 

MILOPOTAMO.    V.   Mellipo- 

TAMO. 

MILTA.  Sede  vescovile  di  Cilicia, 
il  cui-  vescovo  era  suffraganeo  della 
metiopoli  di  Seleucia,  nella  provin- 
cia d'Isaurla.  Il  Terzi,  Siria  sacra, 
dice  che  Moisè  vescovo  di  Milta, 
sottoscrisse  l'epistola  sinodica  delia 
provincia  all'imperatore  Leone.  Mil- 
ta, Milieu,  al  presente  è  un  titolo 
vescovile  in  pnrlibus  sotto  Selucia, 
e  gli  ultimi  a  portarlo  furono  Giu- 
seppe Calvo,  e  monsignor  Casimiro 
Dmochwski  di  Knzmicz  diocesi  di 
Minsk,  attuale  suffraganeo  in  Cur- 
landia  di  Vilna  ,  e  preposito  di 
quella  cattedrale,  fatto  da  Gregorio 
XVI  nel  concistoro  de'  17  dicem- 
bre   I  840. 

MILTON  Giovanni.  Uno  de'piìi 
gran  geni  e  de'più  tersi  scrittori 
che  r  Inghilterra  abbia  prodotto, 
nacque  a  Londra  li  g  dicembre 
1608.  In  Cambridge  nell'età  di  17 
anni  già  scriveva  componimenti  poe- 
tici in  inglese  ed  in  latino,  d'una 
bellezza  al  di  sopra  della  sua  eia. 
Nella  gioventù  fu  puritano,  nella 
virilità  si  pose  tra  gl'indipendenti 
e  gli  anabattisti;  ma  vecchio,  co- 
come  stanco  d'ogni  sorta  di  sette, 
si  staccò  da  qualunque  conìuuione, 
e  non  frequentò  più  alcuna  as- 
seiid)lea,  morendo  a'  i5  novembre 
1674  d'anni  66.  Scrisse  molte  o- 
pere  :  r.  Sulla  riforma  della  ciiie- 
sa  anglicana,  e  sul  governo  del- 
la chiesa    in  Inghilterra,    2.     Arco- 


pagitn  o    discorso     in  favore    della 
libertà   della   stampa   per  qualunque 
sorta  di   libri.   3.   Teniire,  libro  de- 
testabile sul  diritto  generale  de'po- 
poli.   4-  Sulla   vera   leligione  contro 
la    propagazione     del     papismo.     5. 
Della    prelatura    vescovile.    6.    Del- 
l'origine   del    governo    ecclesiastico, 
contio  rUsserio.   7.     Difesa    dei   ri- 
mostranti contro  Hall.  8.   Apologia 
contro    i     rimostranti.     9.   Trattato 
della  podestà     civile    nelle     materie 
ecclesiastiche  .     io.     Considerazioni 
per  allontanar    dalla  chiesa  i   mer- 
cenari.   II,    Note    sopra   il  discorso 
di  Grisfith,     sul     timore  di    Dio    e 
rispetto     al  re.     12.     Mezzo     facile 
per  formare  una   repubblica  libera. 
1 3.     Jrlis    logicae.     i4-     Poemata 
anglica  et  Ialina.    i5.    Epistolaruni 
familiariun .     16.    Lilterae  senatus 
anglicani,  Cromwelli,  reliquoruwque 
pcrduellium  nomine,  ac  jussu  r.on- 
scriplae.     17.    Il   Paradiso  perduto, 
tradotto  da  Rolli.  Queste  ultime  due 
opere  sono  nell'indice  de'libri  proibi- 
ti.   18.   Carattere  del   parlamento  e 
dell'assemblea     de' teologi.     Tra     le 
poesie  di  Milton,  fu  assai  esaltato  il 
Paradiso    perduto  ,     poema     epico 
sulla     tentazione     di    Eva    e     sulla 
caduta  dell'  uomo,    in  versi    inglesi 
non  rimalo,   per  la   sublimità   delle 
grandi   immagini,  de'peusieri  arditi 
e  spaventevoli,    della     poesia     forte 
ed  energica,     dell'  invenzione,  della 
forza,  dell'armonia   e  della  cadenza. 
Questo  poema  ebbe  moltissime  edi- 
zioni   in   Inghilterra,    e  fu   tradotto 
in    più  lingue.    Milton    stampò  nel 
1 67 1    un  secondo  poema  sulla  ten- 
tazione    di   Gesù  Cristo,  e  la   ripa- 
razione dell'uomo    che    intitolò  :  // 
paradiso  riconquislato.  Avendolo  e- 
gli    posto    al    disopra    del  primo  , 
die  luogo  allo  scherzo ,  che  trovasi 
bensì    Milton     nel    paradiso    per* 


MIL 

duto,  non  nel  riconquistato.  Nel 
1788  lìiich  pubblicò  a  Londra  la 
completa  raccolta  (Ielle  opere  di 
Milton,  colla  sua  vita,  ciò  che  fe- 
cero  poi   altri  con  giunte. 

MILVIDA  (s.).  Sorella  di  s. 
Milburga  e  di  s.  Mildreda  ,  del 
sangue  reale  di  Mercia;  abbando- 
nò anch'essa  il  secolo  per  ritirarsi 
nel  monastero  d' Estrey,  fabbricato 
da  Egberto  re  di  Kent,  nelle  vici- 
nanze di  Cantorbei'y  ;  e  dopo  aver 
dato  l'esempio  delle  più  eroiche 
virtù,  mori  verso  la  fine  del  setti- 
mo secolo.  Menard  pone  la  festa 
di  questa  santa  vergine,  che  chiama 
Ahlgiut ,  ai  16  di  febbraio  ;  ma 
Wilson  dice,  che  si  legge  il  suo  no- 
me ai  1 7  di  gennaio  in  un  antico 
martirologio  inglese  manoscritto, 

MILWANCHlA   (  Milwanchien). 
Città  con  residenza  vescovile  nel  ter- 
ritorio  di   Wiskonsin    o  Ouisconsin 
negli   Stali   Uniti   di     America,    isti- 
tuita dal  Papa  Gregorio  XVI,  suffra- 
ganea  della  metropoli  di   Baltimora, 
e  ne  fece    primo  vescovo    l'odierno 
monsig.  Giovanni  Martino  Kenny,  ai 
ao  novembre     i843.   JVel  territorio 
di  Wisconsin  già  aveaerelta  l'altra 
sede     vescovile    di    Detroit    [Pedi). 
Questo  territorio    di     Ouisconsin    è 
conosciuto  ancora  sotto  il  nome  di 
Nord-ovest  o  Norlh-west,  così  appel- 
lato dalla   sua  posizione   nella  parte 
settentrionale  degli  Stati  Uniti,  nella 
regione  mediterranea  ed  interna   del- 
l'unione.   Il  paese    è   generalmente 
piano,  però    varie  colline    dividono 
il  bacino    del    Mississip"i  da    quello 
dei    gran    laghi.    Fra    le    numerose 
sue  riviere  una  è  quella    di    Wis- 
ckonsin    o  Ouisconsin,    in  generale 
larga  e  poco  profonda,    e    si  getta 
nel  Mississipì.  Le  rive  sono  abitate 
dalla  tribù    dello   stesso   nome.  Le 
principali     tribù    indiane    sono    gli 
voL.  xiy. 


MIL  145 

ouisconsin,  i  winnebago,  i  menomo- 
ni,  i  chipeonays  ed  i  foxi  :  i  bian- 
chi fanno  con  esse  un  gran  com- 
mercio di  pelliccerie.  Sembra  che 
la  sede  vescovile  di  Milwanchia  sia 
nel  distretto  di  Huron,  che  ha  il 
Forte  Brown,  accantonamento  mi- 
litate; s.  Maria,  ragguardevole  roc- 
ca costruita  sulla  sponda  occidenta- 
le dello  stretto  di  egual  nome;  e 
la  l^rateria  del  cane,  grosso  borgo 
posto  alla  sinistra  del  Mississipì,  mu- 
nito di  fortificazioni.  Gli  abitanti  del 
paese  di  Wisconsin  furono  menomati 
dalle  guerre  coi  conllnanti  irochesi, 
ed  i  loro  avanzi  dalla  vita  cacciatrice 
passarono  all'agricola,  ahbracr.iando 
il  cristianesimo.  Col  nome  d'iroche- 
si si  designa  la  confederazione  delle 
sei  nazioni,  nella  quale  compreu- 
deansi  i  mokaAvki,  gli  oncidas,  gli 
onondogas,  i  cayugas  ed  i  lusca- 
roras:  ospitali,  indipendenti  e  guer- 
rieri, mal  si  piegarono  a  vita  mol- 
le; e  gli  europei  se  ne  valsero  a 
vicenda  nelle  guerre,  come  fra  lo- 
ro seminarono  inimicizie  per  an- 
nientarle. Alla  biografia  di  Leone 
XII  dicemmo  del  capo-irochese  che 
si  portò  a  Roma,  e  de'doni  e  di- 
stinzioni che  ricevette  dal  Papa  . 
Quindi  Gregorio  XVI  nel  primo 
anno  del  suo  ponti fic. ito  ricevette 
riveréntissime  lettere  de' capi  con- 
vertiti delle  tribù  degli  irochesi,  de- 
gl'  ipsilingi  e  degli  algoncbini,  nel 
i832  il  Diario  di  Roma  coi  nu- 
meri 12,  1 5,  e  nel  supplemento  del 
numero  1  i  delle  Notizie  del  gior- 
no sono  riportate  tali  lettere,  e  la 
bella  versione  che  ne  fece  in  versi 
il  eh.  prof  Barola,  colla  descrizio- 
ne de'  doni  inviati  dai  detti  capi 
al  Papa,  che  li  ripose  nella  biblio- 
teca vaticana.  Neil'  erigere  questa 
sede  vescovile,  Gregorio  XVI  attri- 
buì alia  sua  giurisdizione  spirituale 
10 


i46  MIN 

il  territorio  di  Wiskonsin,  e  negli 
Stati  Uniti  si  chiamano  teniloiii 
que'  vasti  tratti  di  paese  che  anco- 
ra non  hanno  così  grande  popola- 
zione da  poter  essere  eretti  in  sla- 
ti propriamente  delti.  Il  terrilorio 
di  Wiskonsin,  secondo  il  censo,  ha 
una  popolazione  di  circa  3i,ooo 
abitanti.  La  sua  estensione  non  è 
stata  ancora  determinata,  e  la  cit* 
tà  di  Milwanchia  o  Milwanckie  sta 
sul  lago  di  Michigan  nella  contea  di 
Milwanckie,  ed  è  fra  i  gradi  di  la- 
titudine settentrionale  ^i  e  43,  e  di 
longitudine  io  e  ii  all'ovest  di 
Washington.  Non  ha  sinora  capitolo, 
e  s' ignora  a  chi  è  dedicata  la  chie- 
sa cattedrale,  poche  essendo  le  noti- 
zie che  si  hanno  di  parli  così  ri- 
inote  e  di    siffatte  nascenti  chiese. 

MINCIO  Giovanni,  Cardinale,  r. 
Benedetto  X,  antipapa. 

MINDEN,  Minda.  Città  vescovi- 
le degli  stati  prussiani,  provincia  di 
Westfalia  ,  capoluogo  di  reggenza 
e  di  cii'colo,  sulla  riva  sinistra  del 
Weser  al  confluente  del  Pasta u, 
20  leghe  da  Munster.  È  una  delle 
più  antiche  di  Germania,  posta  in 
vantaggiosissima  situazione,  e  fab- 
bricata in  parte  sopra  alture,  ed 
in  parte  in  una  pianura,  ed  è  cin- 
ta di  fortificazioni,  aumentate  e  li- 
parate  nel  i8i4-  Il  ponte  che  at- 
traversa il  Weser  è  in  pietra,  d'e- 
legante forma.  Racchiude  tre  chie- 
se cattoliche,  due  luterane,  ed  una 
calvinista;  un  ginnasio,  due  orla- 
Dotrof] ,  quattro  ospedali  e  molte 
fabbriche,  principalmente  di  birra. 
Ne' dintorni  avvi  la  Porla  fVeslfa- 
lica,  passaggio  nelle  montagne  at- 
traversato dal  Weser.  Questa  città 
col  paese  all'  intorno,  fu  eretta  iu 
vescovato  da  s.  Leone  III,  e  dola- 
lo da  Carlo  Magno,  suffraganeo  di 
Colonia.     Il  vescovo  divenne    prin- 


MIN 
cipe    dell'  impero,  e    signore    d' un 
piccolo  dominio  di    quattro    o  cin- 
cpie  leghe.   Il    primo  vescovo  fu  s. 
Eremberto    sassone,    che  morì  nel- 
r8o5.   Nel    1469  il   duca   di   Brun- 
SAvick  con  alcuni  conti  suoi    alleati 
intraprese  invano   1' assedio  di  Min- 
den,  ma  nel     i^ig    il    vescovo  di 
Hildesheim  se    ne     impadronì.   Nel 
i529  la  introduzione  del   luteranis- 
mo    vi    cagionò     molti     torbidi;  ti 
capitolo    si    rililò    dalla     città     che 
perciò  fu  posta    al   bando  dell'  im- 
pero nel     i538,  e  costretta   ad   ar- 
rendersi  a  Carlo   V   nel   i547.  Nel 
la  guerra   de'trenl'anni  Tilly  prese 
la  città  nel     1626,  e  nel    i634  se 
ne  impadronì  Giorgio  duca  di  Lu- 
r.ebiwgo.   Gli   svedesi   la  presero  nel 
i636,   la    soslennero    contro  il  ca- 
pitolo, e  ne  rimasero  padroni  sino 
al   7   settembre    i65o,     in     cui     in 
forza   ddla     pace     di     Munster  nel 
1648  la  cedettero  a   Federico  Gu- 
glielmo    elettore    di   Braiideburgo  , 
onde  indennizzarlo,   unitamente    ad 
alili  paesi,  della  porzione  della  l'o- 
merania  ceduta  alla  Svezia.   Il    ve- 
scovato che    ne    formava   il   princi- 
pato  fu   allora    secolarizzato,  essen- 
done   vescovo    IJeinardo  di    Malin- 
krol.    La   serie    de'  vescovi   di   Miu- 
den  si  legge  nel  Chronico  Miiidt-n^i, 
Francofurti    1607.    Conservarono   i 
cattolici   il  libero  esercizio  della  loro 
religione,  e   vi  possedono  Ira  le  al- 
tre chiese   la     calledrale;   i   canoni- 
cati  però  sono  divisi   fra   i  catlolici 
ed  i  protestanti.  La  città  nel  1679 
fu  attaccata    dai    francesi,    che  più 
tardi   nel     1757    la     presero,    lolla 
loro  nel    1 758   dagli   annoveresi  ;  i 
francesi   vi    rientrarono     nel    1 7  Ty, 
ma  la  evacuarono  nell'istesso  anno, 
dopo  la    perdila     d' una     battaglia 
nelle  sue  vicinanze.   Fu  dai  france- 
si presa  di  uuovo  nel    1806,  <pnu- 


MIN  MIN  i47 
di  riunita  al   regno    di    Weslfalia  principato  della    nobilissima     fami- 
pel  trattato  di   Tilsit,  nel    1810  al-  glia   Pignatlelìl,  feconda   di    uomini 
l' impero     francese  e     nel     diparti-  illustri,  che  die  al   Vaticano  il  glo- 
mento  dell' Ems  superiore,  e  resti-  rioso  Innocenzo    XII,   ed     al  sacro 
tuita  alla   Prussia  nel    1814.  collegio     molli     cardinali,.     Questa 
MINDO,   Mynda,  Myndus.  Sede  piccola  città  di  Puglia  è   situata  so- 
vescovile    della    provincia  di   Caria,  pra   un  ameno  colle,    eh' è  una  ra- 
nella diocesi  d'Asia,  sotto  la  mefio-  mificazione  del  monte  Grosso.  Tra 
poli  di  Slauropoli,  eretta   nel  V  se-  i   suoi  uomini  celebri,  nomineremo 
colo:  fu  chiamala  sinché  Jniyndus  il   cardinal  Francesco  Antonio  Fini. 
e  Mcntesche.    Questa    città   dell*  A-  La    cattedrale    dedicata    all'Assun- 
sia   minore  era  situata  all'  estremi-  rione  di  Maria,  è  la  sola  parrocchia 
là  d'un  istmo  un  poco  al   nord  di  della   città,  e  la    diocesi   consiste  in 
Alicarnasso    tra    i    golfi    Ceramico  un   borgo,  ed  in   pochi   villaggi  che 
e  Jassio.    Si    conoscono  quattro  ve-  formano  un' altra  parrocchia.  Com- 
scovi  :  Archelao    che  assistè    e  sot-  manville  dice  che  la  sede  vescovile 
toscrisse  il  primo  concilio  d' Efeso;  fu  ereUa  nel   1069  sotto  la  naetro- 
Alpio  od   Alfio,  che  trovossi  al  con-  poli  di  Baii;    e     l' Ughelli,     Italia 
cilio  di   Calcedonia  :  Giovanni  1  che  sacra  t.   V'II,  p.  746,   principia  ap- 
fu  al    VI    concilio,    e    Giovanni  II  punto  in   tale  anno  la  serie  de' ve- 
intervenuto  al    VII.    Orlens    chrìst.  scovi  con  Bisanzio,  che  l' annotato- 
t.   I,  p.  917.    Al    presente    Mindo,  re  Lucenzio  dice    piuttosto  di  La- 
Alynclen,  è  un    titolo    vescovile  in  vello;  laonde    Innacìo  del    1071    è 
pnrtihus  sotto  Slauropoli,  e  Leone  il   vero  primo   vescovo,  ed  assistette 
XII   Io  conferì   a     monsignor     Gio.  alla  consacrazione    della     chiesa  di 
Battista  Sartori-Canova,   fratello  u-  Monte  Cassino  fatta  da   Alessandro 
terino  e  inseparabile  amico  del  cuo-  li.  Gli  successero:  Trasmondo;  Leo- 
je  del  gian    Canova    di    Possagno,  pardo  del  1197;  Riccardo,  cui  scris- 
sommo  scultore,  di   cui  raccolse  gli  se  Innocenzo   111;  Pietro  Cidonilia, 
tdiimi    respiri,    ed    eseguì     la     vo-  trasferito  a   Bari   nel     I256;  Bivia- 
lonth,  massime  nel  compimento  del     no  del  1276,  e  fr.  Antonio  di  Gae- 
sontuoso   tempio    innalzato     in   pa-      ta  domenicano,    penitenziere  di  Bo- 
tria.  nobile  monumento  quasi  emù-     uifacio   VIII.   Ora   faremo  menzione 
lo  del   Partenone    e  del   Pantheon,     de' più  benemeriti  vescovi  di  Miner- 
che  dal   pielato  fu  consecrato,  indi      vino,  e  di   qualche  altro.  Dall'  ulti- 
con    Esposizione    illustrato  dal   eh.      nio  memorato,  sino  a  Leonardo  e- 
Missirini.   Ora   il   regnante  impera-      letto  nel    \^i&,  l'Ughelli     non  ne 
tore   d'Austria    l'ha    onoralo    della     registra  veruno:    Roberto    de    Noe 
croce  di  seconda  classe  della  coro-     di  Puglia,  dotto,  santo  ed  eccelleo- 
na  di   ferro,    per    aver    contribuito     te  predicatore  domenicano,  nel  i497 
;il   pubblico  bene  nella   provincia  di     fu   traslato  ad   Acerra.  Fr.  Antonio 
Treviso  in   tempi    di  carestia,    con     Sassolini   toscano,  generale  de'  con- 
grandiosi lavori   e  sovvenzioni.             ventuali,  insigne  teologo,  Clemente 
MINERVINO    o    MINERBINO,     VII    nel     iS^S    lo    fece    vescovo. 
Mincìviiim.   Città   vescovile  del   re-     Gio.   Vincenzo    Micheli   di  Lavello, 
giio  delle  due  Sicilie,   nella  provili-     fatto   nel  i545,   morì  decano  de've- 
tia  di  Bari,     capoluogo  di  cantone,     scovi  e    centenario    nel    iSqG.     Al- 


.i48  MIN 

tobello  Carissimi    di     Anglona     del 
1617.  Fr.  Gio.    Michele    de    Rossi 
nolano  ,     procura lore  generale    dei 
GBi-melilani,  del    i633:   gli   successe 
fr,  Girolaiuo  Zambeccari  domenica- 
no bolognese.   Francesco  Maria  Vi- 
gnola  di  Venosa  del    i663.  Nicola 
Pignaltelli     napoletano  ,  eletto     nel 
1719.   Con  questi   termina    la   serie 
1'  Ughelli,  a  tempo  del  quale   il  ca- 
pitolo si  componeva    delle    dignità 
di  arcidiacono,  arciprete,  primicero, 
cantore,  e  dieci  canonici.  Nella  cit- 
tà vi  erano    due    conventi    di   reli- 
giosi   ed  un     monastero     di   mona- 
che, due  confraternite  e  1'  ospedale. 
La  mensa  consisteva  in  annui  scudi 
seicento,    con    quaranta    fiorini     di 
tassa  ad  ogni   nuovo   vescovo.   Ecco 
i    vescovi    registrati     nelle     annuali 
Notizie  di  Roma.    1 734  Fabio  Troy- 
li  di  Montalbano    diocesi    di    Tri- 
carico.    1751  Stefano  Gennaro  Spa- 
ni di  Carinola.    1776    Pietro  Silvio 
di  Gennaro  della  diocesi  di  Capua. 
Dopo  lunga  sede  vacante,  nel  1792 
Pietro  Mancini  di  Capitanata.   Do- 
po altra  notabile  sede  vacante,  Pio 
VII   colla  lettera     De    uliliori    do- 
minicae,  V    tal.  julii     1818,    sop- 
presse il  vescovato    di  Minervino  e 
l' incorporò  a  quello  di  Andiia  (  la 
quale  nel  secolo  XV  per  un  tem- 
po fu  unita  a  Monte  Peloso^  Fedi), 
il  novero   dei   cui    vescovi    qui    ri- 
porteremo,  per  supplire  a  quell'  ar- 
ticolo. 

Il  primo  vescovo  fu  s.  Riccardo 
ordinato  da  s.  Gelasio  I  Papa  del 
492,  ed  ascritto  nel  martirologio 
da  Urbano  Vili.  Dopo  di  lui  sino 
al  781,  dice  1' Ughelli  nell'Italia 
tacra  t.  VII,  p.  919,  che  solo  fiorì 
Cristoforo  che  intervenne  al  II  con- 
cilio Niceno  ;  ma  il  Coleti  avverte 
ch'era  vescovo  d' Andros  nel  mare 
Egeo.  Altro    vescovo  N.    viene  re- 


MIN 

gistralo  nel    ir 43,  al  quale  succes- 
se   nel     1179    I^'ccardo     che  fu   al 
concilio  di    Lalerano   III.    Nomine- 
remo   i     principali     successori.     Fr. 
Giovanni   di  Alessandria  agostiniano 
del    i348.  Fr.  Melillo  Sabanico  di 
Andria   agostiniano,    fatto  nel   i3qo 
da  Bonifacio   IX.   Giovanni    Doiidei 
monaco     celestino  del    i435,   inter- 
venne al     concilio     generale  di   Fi- 
renze, sotto  il     quale    si     rinvenne 
nella  cattedrale  il   corpo  di  s.   Ric- 
cardo  vescovo    e   patrono  della  cit- 
tà.  Fr.  Antonello  de'  minori  fu  tras- 
lato da   Gallipoli    nel    i4'^2,  e  con- 
temporaneamente vescovo  di  Andria 
e  Monte  Peloso,     come  lo  furono  : 
fr.   Antonio  di   Giovannotlo  di   An- 
dria, che  nel  »i463   restaurò  la  cat- 
tedrale; Roggero   di    Atella;  I\Iarli- 
no  Soto    Major    spagnuolo ,  morto 
nel    i477>  ^^^^    collocò  nella  catte- 
drale diversi    corpi    di   santi,  bene- 
merito   della     cattedrale     di   Monte 
Peloso.    Gli  successe    Angelo    Fiori 
nobile  di  Andria,  eccellente  in  dot- 
trina,  pietà  e    virtù,    che  splendi- 
damente ornò    la     cattedrale,     edi- 
ficò la  cappella    di  s.     Riccardo,  e 
ristorò    l'episcopio.     Alessandro  VI 
nel  149^  gli  sostituì  Girolan)o  Por- 
cari nobile    romano.    Per    demeriti 
Leone  X  ne    spogliò  in    concistoro 
Andrea   Pastore    d' Andria,     surro- 
gandogli nel     i5i6  il    concittadino 
Simone  de  Nor,  indi  nel    i5i7   fa- 
cendone amministratore  il  cardinal 
Nicola  Fieschi,     Questi  la   rassegnò 
subito    al     nipote     Gio.     Francesco 
Fieschi,  che     governò     lungamente 
la  chiesa,  si     recò    al     concilio     di 
Trento,  e  morì  nel    i565.  Gli  suc- 
cesse Luca     Fieschi,    e     nel     i582 
Luca   Antonio  Resta   di  Montagna- 
na  diocesi    d' Otranto,     Iraslato  da 
Nicotera.  Nel    i6o4  Antonio  Fran- 
chi napoletano,  chiaro  per  prudcu- 


MIN 
za  e  letteratura.  Alessandro  Stroz- 
zi patrizio  fiorentino,  di  esimie  vir- 
tù, nominalo  nel  1626,  cui  succes- 
se fr.  Felice  Franceschini  generale 
de' conventuali.  Alessandro  Egizi  di 
Minervino  del  iGSy,  benemerito  pa- 
store, e  del  culto  divino  della  cat- 
1;  ledrale,  amante  de'poveri,  e  si  u- 
fi  niile  che  si  contentò  di  un  solo  fa- 
migliare. Pietro  Vecchia  veneto  ab- 
bate cassinese,  versato  in  ogni  let- 
teiatura,  uno  de'  primi  oratori  di 
Italia,  trasferito  a  Melfi  dopo  il 
1690.  Indi  fu  vescovo  l'integerri- 
mo Francesco  Antonio  Tri  veri,  con- 
ventuale di  Biella.  Nel  1697  An- 
drea Ariano  napoletano  pio  e  dotto, 
che  santificò  il  clero,  riformò  i  co- 
stumi del  popolo,  fu  generoso  coi 
poveri,  difése  l' immunità  ecclesia- 
stica, abbellì  con  pitture  ed  altro 
la  cattedrale,  eresse  il  seminario, 
e  dai  fondamenti  fabbricò  nuova- 
mente l'episcopio.  Nel  1706  degna- 
mente gli  successe  Nicola  Adinolfi 
napoletano,  che  ingrandì  il  seminario, 
Ibndò  il  monastero  della  Concezio- 
ne, consacrò  la  collegiata  dell'An- 
nunziata, fu  padre  de'  poveri  cui 
dispensò  le  sue  sostanze  e  persino 
le  proprie  vesti.  Neil'  Ughelli  per 
ultimo  si  registra  Gio.  Paolo  Torti 
dell'  Ospedaletlo  provincia  di  Be- 
nevento, benedettino  e  abbate  di 
Monte  Vergine  del  1718:  benefi- 
cò la  cattedrale,  decorò  con  dipin- 
ti l'episcopio,  fu  limosiniero,  am- 
pliò il  njonaslero  delle  cassinesi,  e 
fece  altre  belle  opere.  Le  annuali 
Notizie  di  Roma  contengono  i  se- 
guenti vescovi  d'Andria.  1726  fr. 
Cherubino  Tommaso  Nobilione,  do- 
menicano di  Sorrento,  traslato  da 
Avellino.  1743  Domenico  Anelli 
d'  And  ria,  trasferito  da  A  cerno. 
1757  Francesco  Ferrante  di  Reg- 
gio di  Calabria.   1778   Saverio  Pa- 


MIN 


'49 


lica  monaco  celestino  di  Barletta. 
1791  Salvatore  Maria  Lombardi  di 
Maddaloni,  sotto  del  quale  Miner- 
vino fu  unito  ad  Andria.  1822 
Giambattista  Bolognese  di  Chicli, 
traslato  da  Termoli.  Per  sua  mor- 
te Gregorio  XVI  nel  concistoro 
de' 2  luglio  1882  preconizzò  l'o- 
dierno vescovo  monsignor  Giusep- 
pe Cosenza  di  Napoli,  canonico  di 
quella  metropolitana.  La  mensa  del 
vescovo  ascende  a  circa  44^9  ^i'" 
catì. 

MINGRELIA.  Provincia  della 
Russia  asiatica,  confinante  al  nord 
col  Caucaso  che  la  divide  colla  Cir- 
cassia  e  colla  Imerezia,  in  gene- 
rale paese  assai  nionluoso,  e  in  cui 
le  ramificazioni  del  Caucaso  vi  si 
prolungano  quasi  ovunq.ue  :  Zaiika 
è  la  più  considerabile  città  della 
Mingrelia,  presso  Iskuriah,  che  oc- 
cupa il  luogo  dell'antica  città  di 
Dioscuria.  Produce  eccellenti  frutti, 
abbondante  selvaggiume,  e  sonovi 
buonissimi  pascoli.  Il  commercio 
pili  considerabile  è  quello  degli  schia- 
vi, e  specialmente  delle  donne  de- 
stinate a  popolare  gli  harem  de'tur- 
chi  e  persiani.  Gli  abitanti  sono 
in  generale  belli  e  ben  fatti,  mas- 
sime le  femmine,  che  portano  abiti 
come  le  persiane,  ma  scostumati 
ed  allevati  nel  ladroneccio  ed  al- 
l' ubbriachezza  :  il  furto  è  ritenuto 
destrezza  che  non  disonora,  e  chi 
n'  è  convinto  viene  punito  con  leg- 
giera ammenda.  Credono  essere  un'o- 
pera di  carità  l' uccidere  i  neona- 
ti, non  avendo  il  modo  di  mante- 
nerli, e  gli  ammalati  senza  speran- 
za di  guarigione.  La  popolazione 
si  divide  in  tre  classi;  quella  dei 
dchinandi  o  principi,  de'  sshour 
o  nobili,  e  de  rnonialì  o  borghesi, 
cioè  il  popolo  minuto.  Nei  gran 
pranzi  si  fauao  arrostire  bovi,  por- 


1 5o  MIN 

ci  e  montoni  interi.  In  occasione 
di  duolo  si  stracciano  i  vestili  ed 
i  capelli,  e  si  battono  il  ventre  con 
urla  spaventevoli:  questo  barbaro  co- 
stume dura  quaranta  giorni,  dopo  i 
quali,  sepolto  il  morto  si  fa  un  fe- 
stino. Tutti  sono  obbligali  andare 
o 

alla  guerra,  ma  senza  ordine  uè 
disciplina,  quindi  il  principe  può 
radunare  facilmente  un'armata  nu- 
merosa. Questa  contrada  che  corri- 
sponde in  tutto  o  in  parte  alla 
Colchide  degli  antichi,  fece  parto 
dell'  antica  Iberia  o  regno  di  Gior- 
gia [J^edi),  ed  ora  è  governata  da 
un  principe  che  porta  il  nome  di 
dadiaiiy  cioè  a  dire  capo  della  giu- 
stizia :  era  anticamente  vassallo  dei 
sovrani  di  Rarthli;  ma  verso  la  fi- 
ne dei  secolo  XVI,  egli  scosse  que- 
sto giogo.  Nel  i8o3  il  dadian  Gior- 
gio si  dichiarò  vassallo  della  Rus- 
sia, che  gli  assicurò,  come  a'  suoi 
discendenti,  il  tranquillo  possesso  di 
ciò  che  riteneva.  Non  ha  una  fissa 
residenza,  ma  va  da  un  luogo  al- 
l' altro,  sempre  accompagnato  dalla 
corte.  Si  può  dire  in  generale  es- 
sere questo  un  paese  assai  povero, 
abbandonato  all'  ignoranza  ed  al 
dispotismo.  La  religione  dominante 
ha  molta  analogia  con  quella  dei 
greci,  ma  è  mista  ad  una  quantità 
di  superstizioni,  che  si  può  riguar- 
dare come  una  vera  idolatria.  Es- 
sendo il  popolo  corrotto,  la  reli- 
gione consiste  in  pratiche  esteriori, 
spesso  abusive.  Essi  hanno  quattro 
quaresime,  e  per  speciale  patrono 
s.  Giorgio,  che  lo  è  pure  dei  gior- 
giani,  essendo  a  lui  dedicata  la 
principale  cattedrale.  La  popolazio- 
ne si  compone  di  (u(niglie  giorgìa- 
^e,  armene,  tartare  ed  ebree.  La 
Miugrelia  è  divisa  io  tee  diocesi , 
governala  ciascuna  da  un  vescovo. 
Lu  couvcvsiuue  dc'mipgreli  al  cri- 


MIN 
stianesimo,  vuoisi  avvenuta  nel  V 
secolo,  e  comune  con  quella  della 
Giorgia.  Alcuni  pretendono  che  que- 
sti popoli  debbano  la  fede  cristiana 
ad  un  cerio  Cirillo,  che  gli  schia- 
voni  chiamano  Chiusi,  e  che  vivea 
neir  806.  Forse  la  religione  si  era 
estinta  in  queste  regioni  nello  spa- 
zio di  tempo  che  scorse  dal  V  al- 
l'Vili  secolo,  e  Cirillo  ve  la  rav- 
vivò. I  mingreli  mostrano  in  riva 
al  mare  presso  il  fiume  Corax  una 
gran  chiesa,  ove  asseriscono  aver 
predicato  s.  Andrea;  ma  questo  e 
un  fatto  insussistente.  Il  primate  o 
principale  vescovo  della  Mingrelia 
vi  si  reca  una  volta  in  sua  vita 
per  consecrarvi  l' olio  santo  ed  il 
crisma.  Anticamente  i  mingreli  ri- 
conoscevano il  patriarca  d' Antio- 
chia; furono  poscia  sottoposti  a  quel- 
lo di  Costantinopoli.  Hanno  però  due 
primati  nazionali  chiamati  il  Cat- 
tolico, uno  per  la  Mingrelia,  l'al- 
tro per  la  Gioigia.  Dei  suoi  dodi- 
ci vescovati,  sei  ne  restarono,  gli 
altri  venendo  ridotti  in  abbazie. 
Commanville,  ffist.  de  toiis  les  ar- 
chev.  et  é\>tsch.  a  p.  3  14  e  seg.  par- 
la degli  arcivescovi  e  vescovi  della 
Mingrelia  ,  dell'  Imerezia  ed  altri 
paesi  in  essa  compresi,  come  delle 
uotizie  ecclesiastiche  de'  medesimi, 
alcune  delle  quali  riportammo  al 
citato  articolo  Giorgia.  Ecco  poi 
il  novero  delle  sedi  vescovili  di 
Mingrelia.  S.  Giorgio,  chiesa  pa- 
triarcale di  Pijuvila  distante  una 
lega  dal  mar  Nero,  e  dieci  da  Rusc 
capitale  del  paese  :  divenne  metro- 
poli nel  V  secolo,  e  patriarcale 
colla  dignità  di  cattolico  nel  XVI; 
Dandars,  Mu(|uis,  Dedias,  Ciais,  Sca- 
lingicas  con  chiesa  dedicala  alla 
Trasfigurazione,  e  con  sepolcri  pei 
principi  di  Miugrelia;  Scandidi  nel- 
i'iiucrczia,  con  chiesa  sotto  l' invoca- 


M  1  N 
zione  de'  ss.  Marlirij  Cotalis  capi- 
tale dell'  Iraerezia;  Usiuguel  capi- 
Iole  del  Guriel,  altro  paese  della 
Mingrelia;  ed  Avogasie  nel  paese 
de'  circassi  e  di  Abcas.  Le  chiese 
poi  vescovili  antiche,  e  poscia  sop- 
presse, sono  :  Chiaggi  abbazia,  S\- 
pui'ias  luogo    de'  teatini   missionari 

f  latini,  Copis  abbazia,  Obnggi  già 
hiogo  di  sepoltura  de'  principi,  Se- 
bastopoli rovinata  dalle  acque,  ed 
Anaiguie,  forse  l'antica  Eraclea, 
sulle  rive  del  mar  Nero.  Si  dice 
che  i  vescovi  e  il  clero,  come  la 
nazione,  sono  lussuriosi,  e  che  i 
preti  possono  ammogliarsi,  ed  anco 
^^  passare  a  seconde  nozze:  i  monaci 
B[  basiliani,  chiamati  berres,  vestono 
come  i  monaci  greci,  e  tengono  lo 
stesso  metodo  di  vita;  vi  sono  an- 
che delle  religiose  di  tale  ordi- 
ne, senza  voti  e  clausura,  e  libe- 
•  re  di  abbandonar  lo  stato  mona- 
stico. E  facile  a  concepirsi,  che  po- 
poli i  quali  lianno  aggiunto  ai  pre- 
giudizi ed  air  antipatia  de'  greci 
gli  errori  i  più  grossolani  in  fatto 
di  religione,  non  sono  molto  dispo- 
sti ad  ascoltare  missionari  latini. 
Il  Terzi,  Siria  sacra  p.  3i2  e  seg., 
traila  della  nazione  colchica,  e  dei 
popoli  sarmati  e  circassi  ,  ossia 
della  Mingrelia,  ove  la  favola  narrò 
che  Giasone  vi  giunse  cogli  argo- 
nauti e  prese  d  vello  d'oro  me- 
diante le  arti  di  Medea.  Racconta 
che  i  sarmati  e  circassi  sono  sog- 
getti al  patriarca  de'colchi  o  min- 
greli,  e  che  penetrandovi  i  dome- 
nicani vi  fecero  un  bene  immenso, 
essendo  i  principali  loro  errori  e 
superstizioni,  il  negare  il  purgato- 
torio,  le  orazioni  de'  santi,  i  sacra- 
menti della  penitenza,  dell'  estrema 
unzione  e  del  matrimonio  ;  l' ab- 
borrire  l'immagine  de'  santi, a'qua- 
li  invece    i    mingreli  rendono    cul- 


MIN  i5i 

to  idolatrico;  il  non  battezzare  si- 
no ai  sette  anni  circa  e  col  vino 
i  nobili,  credendo  bastante  a  con- 
seguir la  salute  eterna  la  fede  dei 
genitori  ;  il  lasciare  i  rigori  del  di- 
giuno e  dell'  astinenza  a'  monaci  , 
i  quali  vivevano  immersi  più  di 
loro  in  scelleraggini,  bastando  tra 
essi  lo  squallido  volto  per  renderli 
venerabili. 

L'imerezia  o  Imerizia  o  Ime- 
ret  è  un  antico  piccolo  regno  del- 
l'Asia  nella  MingreliSj  ora  provin- 
cia tlella  Russia  asiatica,  confinante 
col  Caucaso  che  la  divide  colla  Cir- 
cassia  e  colla  Giorgia,  delta  anco- 
ra Iberia  o  Gurgistan.  E  intera- 
mente compresa  nel  bacino  del 
Rioni ,  il  quale  è  il  corso  d' acqua 
più  considerabile  della  Mingrelia, 
ed  è  il  fiume  Fasi  degli  antichi, 
così  detto  per  l' abbondanza  de'fa- 
giani  che  vi  sono  all'intorno.  Que- 
sta contrada  cinta  da  montagne  co- 
perte di  neve,  possiede  ricche  mi- 
niere e  sorgenti  minerali.  La  ve- 
getazione è  favorita  dal  clima,  con 
pascoli  superbi  e  suolo  fertilissimo, 
malgrado  la  inerzia  degli  abitanti, 
con  quantità  di  capre  e  selvaggiu- 
me.  Il  commercio  è  nelle  mani 
de'  greci,  armeni  ed  ebrei,  essen- 
done il  vaaio  principale  l' infame 
traffico  delle  donne  comprate  per 
gli  harem,  e  diffonde  nel  paese  rag- 
guardevoli somme  :  tuttavolta  esso 
diminuì  dopo  che  il  paese  fu  riu- 
nito alla  Russia.  Gli  abitanti  sono 
di  razza  giorglana  ed  assai  belli,  e 
professano  la  religione  greca:  i  gior- 
giani,  i  circassi  e  gì' imerezi  sono  il 
popolo  più  bello  della  terra,  e  di  ri- 
marchevoli forme  eleganti.  Rotais  o 
Kutais,  capoluogo,  si  può  considera- 
re come  la  sola  città.  Nel  secolo 
XIV  r  Injerezia  faceva  parte  della 
Giorgia,    per  cui   a    quell'  articolo 


i52  MIN 

parlammo  delle  sue  notìzie  ecclesia- 
stiche; al  principio  del  secolo  XV 
il  re  Alessandro  1  divise  gli  stati  tra 
i  suoi  tre  Hgli,  e  diede  al  maggio- 
re r  Imerezia,  eh*  ebbe  allora  so- 
vrani indipendenti,  col  titolo  di 
Meppe  o  re,  o  re  dei  re.  Questi 
comandarono  per  molto  tempo  agli 
abcas,  ai  mingreli,  ed  ai  popoli  di 
Guriel  paese  della  Colchide,  dopo 
ch'ebbero  tutti  scosso  il  giogo  de- 
gl'  imperatori  di  Costantinopoli  ,  e 
poi  di  quelli  di  Trebisonda,  col 
qual  paese  confina  il  Guriel  ;  ma 
nel  secolo  XVI  essendosi  ribellati, 
la  Porta  ottomana  sotto  pretesto 
di  proteggerli,  li  rese  tributari  l'u- 
no dopo  l'altro.  Nel  1774  ''  >*e 
d'  Imerezia  fu  esentalo  dal  tributo 
di  dare  ogni  anno  ^o  fanciulli  e 
40  donzelle.  Pel  trattato  de'  24  lu- 
glio 1783  si  mise  sotto  la  prote- 
zione della  Russia,  e  nel  1804  Sa- 
lomone li  si  assoggettò  volontaria- 
mente a  quella  potenza,  ricevendo 
i  suoi  successori  annua  pensione.  Il 
Guriel  nel  18 12  fu  ceduto  dai 
turchi  alla  Russia,  e  il  capo  di  es- 
sa porta  il  titolo  di  luogotenente 
generale  russo  con  pensione:  Be- 
tom  o  Batum  è  la  maggiore  città 
della  regione.  Dovendo  poi  parlare 
dello  stato  delle  missioni  cattoliche 
della  Mingrelia,  Imerezia  e  Cauca- 
so, daremo  anche  di  questo  ultimo 
un  brevissimo  cenno. 

Il  Caucaso  è  una  massa  di  mon- 
tagne, che  occupa  V  istmo  fra  il 
mar  Nero  ed  il  mar  Caspio  dalla 
foce  del  Kuban,  appartenenti  all'A- 
sia. Si  contano  più  di  ventiquattro 
nazioni  di  lingua  e  costumi  diver- 
si, abitando  alle  sue  radici  molti 
popoli  similmente  di  costumi  e  di 
lingua  did'erenti,  bellissime  essendo 
le  donne.  Tutti  i  paesi  rinchiusi 
nel  sistema   del  Caucaso  sono   og- 


MIN 
gidì  adiacenze  dell'immenso  impe- 
ro russo.  Il  nome  di  Caucaso  è 
antico  quanto  la  storia,  ed  è  abita- 
to da  molti  popoli:  i  giorgiani,  gli 
osseti,  ed  alcune  tribù  turche  vi 
si  stabilirono;  quanto  agl'indigeni, 
r  origine  si  perde  nella  notte  dei 
tempi.  La  provincia  della  Russia 
europea  chiamata  Caucaso,  forma- 
va per  r  innanzi  un  governo,  lito- 
Io  abolito  nel  1822,  e  prende  il 
nome  dalla  catena  del  Caucaso, 
dalla  quale  però  è  separata  me- 
diante una  fertile  pianura.  Questa 
provincia  si  divide  in  due  porzioni 
distinte:  i."  la  linea  del  Caucaso  o  la 
parte  militare,  che  si  compone  di 
fortezze  ,  ridotti  e  stazioni  de'  co- 
sacchi, e  dipende  dal  generale  in 
capo  comandante  il  corpo  d'arma- 
ta slabilito  nella  Giorgia;  2.°  la  prò-  1 
vinoia  del  Caucaso  propriamente  1 
della,  che  forma  la  parte  civile  di 
questo  governo,  e  da  cui  dipendo- 
no i  sobborghi  delle  fortezze,  ed  i 
villaggi  appartenenti  allo  slato  ed  alla 
nobiltà.  Molte  fortezze  di  questa 
provincia  furono  costruite  200  an- 
ni prima  che  si  vedesse  un  solo 
villaggio  russo.  Stavropol  è  il  capo- 
luogo della  provincia,  che  si  divi- 
de in  quattro  circoli,  nella  maggior 
parie  popolali  di  cosacchi,  giorgia- 
ni, armeni,  Caucasi,  tartari  e  boe- 
mi. Le  orde  de'nogaesi,  turcoraani,  | 
kalmucchi  vivono  come  nomadi ,  ^ 
e  coprono  le  steppe  delle  loro  in- 
numerevoli mandre.  Sopportando 
molti  a  malincuore  la  soggezione 
al  dominio  russo,  l' imperatore  è 
sovente  obbligato  a  reprimere  le 
loro  irruzioni  e  ribellioni,  ed  an- 
che al  presente  n' è  viva  la  guer- 
ra. Caterina  II  fece  edificare  una 
catena  di  fortezze  dal  mar  Nero 
fino  qI  mar  Caspio,  nello  spazio  di 
circa  3oo  leghe,  per  tenere  a  freno 


MIN 

rfiiidacia  delle  popolazioni.  La  Cir- 
ciusia  poi  <ì  una  tontrada  i;lie  coni 
prende  ginn  parte  de'  paesi  posli 
(in  i  detli  mari,  ed  lia  per  limite 
i  fiumi  Ruban  e  Terck,  e  le  mon- 
tagne del  Caucaso.  Sono  divisi  i 
circassi  in  varie  tribù  indipendenti, 
ciascuna  delle  quali  ha  mi  princi- 
pe o  Ciipo,  e  vivono  scnipre  in 
guerra  fra  loro.  La  principale  città 
è  Anapa,  con  buon  porto,  su  di 
una  baia  del  mar  JN'ero  :  i  russi 
se  ne  irapadiunirono  nel  1791.  L'at- 
tuale governo  de'  circassi  è  feuda- 
le ;  la  loro  soggezione  alla  lUissia 
è  meramente  nominale,  colla  quale 
sono  di  [requeiile  in  guerra.  Gl'in- 
dizi del  cristianesimo  sono  tra  i 
circassi  più  manifissti,  e  vi  è  an- 
zi conservata  un'anticliissìma  chie- 
sa di  rito  greco  ;  lutlavolta  S(<no 
involti  in  diversi  errori,  non  cre- 
dendo esservi  né  paradiso,  né  in- 
ferno. Essendo  ancora  i  teatini  nel- 
la missione  di  Mingreìia,  il  princi- 
pe de'circassi  vi  penetiò  colla  sua 
armala,  arse  la  chiesa  e  casa  dei 
teatini,  e  la  libieria  numeiosa  di 
duemila  libri,  onde  il  p.  llasponi 
fiigg"!  nelle  montagne  del  Caucaso, 
e  vi  fu  bene  accollo.  Ecco  le  noli- 
zie  sulle  missioni  cattoliche  nella 
Giorgia  (oltre  a  ciò  che  si  disse  a 
quell'articolo,),  Mingreìia,  Iraerezia 
e  Caucaso. 

La  massa  del  popolo  giorgiano 
segue  la  religione  greca  scismatica, 
con  patriarca  de'  nionaci  e  preti, 
ignoranti  ,  ipocriti  ed  immorali  : 
hanno  molte  chiese  e  la  bella  cat- 
tedrale di  Sion  ;  vi  sono  numerosi 
anco  gli  armeni  scismatici.  I  catto- 
lici di  questi  luoghi,  che  forse  non 
giungono  a  i5,ooo,  altri  e  pochi 
sono  di  rito  latino,  altri  di  rito  ar- 
lueno.  La  lingua  giorgiana  presen- 
tando grandi  difficoltà  per  appreu- 


MIN  i53 

dersi,  un  tempo  indusse  la  con- 
gregazione di  propaganda,  alla  qua- 
le sono  soggette  le  dette  missioni, 
a  permettere  le  confessioni  per  in- 
terpreti, Nella  Mingreìia  entrarono 
i  chierici  regolari  teatini,  della  mis- 
sione di  Gioigia,  fondata  li  4  mag- 
gio 1626,  e  vi  predicarono  con 
fruito  la  fede,  e  siccome  incontra- 
rono il  favore  del  principe^  ebbero 
da  questo  in  dono  la  chiesa,  l'abi- 
tazione, e  de'  servi  per  i  loro  bi- 
sogni. Le  cose  progredirono  felice- 
mente sino  al  1660,  in  cui  i  tea- 
tini per  mancanza  di  soggetti  si  ri- 
tirarono dalla  missione,  donando  più 
tardi  ai  cappuccini  quanto  aveano 
colà  acquistato,  ed  era  perciò  di- 
venuto loro  proprietà.  Questi  nuo- 
vi operai  non  meno  che  i  primi 
avendo  spiegato  gran  zelo  nella  col- 
tura di  questi  popoli,  fu  accresciuto 
il  numero  de'missionari  fino  a  ven- 
ti, ai  quali  la  propaganda  dava 
annui  scudi  trecento,  oltre  sessanta 
di  viatico.  JVt^l  1688  il  principe  di 
Giorgia  col  figlio  ricevettero  il  bat- 
tcsin)o,  essendo  vescovo  del  paese 
monsignor  Eutimio,  scrivendone  il 
principe  ad  Innocenzo  XI.  Nel  1692 
i  cappuccini  dopo  la  guerra  dei 
persiani  assai  sollrirono.  Nel  1701 
dello  principe  tornò  a  farsi  mao- 
mettano, restando  de'principi  delia 
stirpe  de're  diberia  il  soloBavinobat- 
tez7ato  nel  1692,  tutti  gli  altri  ab- 
bandonando il  cattoìicismo.  La  Gior- 
gia formava  parte  della  diocesi  d'I- 
spahan,  ed  a  nome  del  vescovo  vi 
esercitava  piena  giurisdizione  il  pre- 
fetto prò  tempore  della  missione;  in 
seguilo  fece  parte  del  vicarialo  pa- 
triarcale di  Coslanlinopoli,  dove  i 
cappuccini  hanno  ospizio.  Essi  non 
poco  soffrirono  dai  principi  giorgia- 
ni,  e  dai  russi  che  s' impadroniro- 
no del  convento  e  della  chiesa,  ma 


I ^4  w  I  N 

poi  conhilinii'ono  nll'  etlificay.ione  di 
nllro  convento  con  chiesa.  Lo  mis- 
sione si  può  considei'fiie  Ialina  ed 
{innenn,  <livisa  in  nuova  ed  antica. 
La  nuova  si  stabili  nelle  due  pro- 
■vincie  di  Leres  e  Sciaragnli,  dove 
si  rifugiarono  alcune  fao)iglie  ar- 
mene evase  dal  dominio  ottomano; 
r  antica  si  trovava  slal)ilita  nella 
(iiorgia,  jVlingielia,  Imere/.ia,  Guria, 
Abascia,  Akaizike,  ne'qiiali  luoghi 
si  trovavano  26  chiese  parrocchiali 
armene  ma  povere,  come  povero  è 
)!■  clero  armeno.  Quello  latino  vive 
con  (pialche  comodità  e  possiede 
de'  tondi  acquistati  dai  cappuccini, 
coir  esercizio  della  medicina,  alla 
quale  sono  autorizzati  qualora  sieno 
periti  nell'arte  e  l'esercitino  gralni- 
tamente.  Ciò  che  poi  ritiae  dalle 
spontanee  otter te,  serve  alla  sussisten- 
za de'  missionari,  e  in  beneficio  della 
missione.  L'  opera  dei  missionari  in 
questi  luoghi  consiste  nell' assistere 
i  cattolici,  battezzare  qualche  infe- 
dele, e  procurare  la  conversione  de- 
gli armeni,  poiché  d'  altronde  le 
leggi  proibiscono  ai  paesani  cambiar 
la  religione  greco-scismatica  domi- 
nante. 

Tiflis  è  il  capoluogo  della  Gior- 
gia, residenza  del  prefello  della  mis- 
sione e  del  governatore  generale  , 
con  selle  missionari,  e  bell'ospi- 
zio de' cappuccini,  con  scuola,  ci- 
liiiterio,  sodalizio  ed  ospedale.  Aveu- 
ilo  il  governo  tentato  l' espulsione 
de'missionari  latini, questi  ftuono difesi 
dal  console  francese  barone  de  la 
Chapelle,  ma  ultimamente  i  cappuc- 
cini lo  furono,  sebbene  i  missiona- 
ri di  Gori,  Kutais  e  Tiflis  aveano 
dall'imperatore  di  Ru.ssia  annui  scu- 
di centovenli.  Goii  è  una  piccola 
città,  con  fortezza  russa  con  qua- 
ranta famiglie  cattoliche,  con  chie- 
«0  dedicata  a  Gesù,  Giuseppe  e  Ma- 


MIN 

lia,  ed  ospizio.  La  chiesa  di  Tiflis 
costò  scudi  ySoo,  somministrati  da 
Alessandro  T,  ed  altrettanti  dalla 
pietà  de'  fedeli.  Il  campanile  colori- 
lo ad  liso  russo  ha  tre  campane. 
Il  concistoro  di  Vilna  sempre  tentò 
di  ridurre  in  suo  potere  la  missio- 
ne. In  Rutais  capoluogo  dell'Ime- 
rezia  vi  è  chiesa  dedicata  alla  Ma- 
donna, con  I  3o  cattolici  forse  di  ri- 
to armeno;  e  de' suoi  sette  ospizi, 
tre  ne  rimasero.  La  missione  ha 
beni  stabili  e'i  mobili,  oltre  i  sussi- 
di delia  propaganda.  L'Abascia  di- 
pendeva dalla  parrocchia  di  Ku- 
tais. Akaizike  è  una  ciltà  capoluo- 
go di  provincia  di  tal  nome,  con 
circa  7000  armeni  cattolici,  con  due 
chiese  latina  ed  armena,  ospizio,  ed 
altre  chiese  cattoliche  ne'  dintorni. 
Vi  sono  monaci  mechitaristi  e  sei 
preti  armeni.  In  Chamogi  nel  Chi- 
rovano  esisteva  una  missione  assi- 
stita dai  gesuiti,  con  casa  e  bella 
chiesa  perita  nel  ijSS.  I  popoli 
leschini  ed  ossi  mostrano  buona 
disposizione  ad  abbracciare  la  fede. 
Quattordici  luoghi  dipendono  d' Akai- 
zike. Sciaragali  è  una  provincia,  ed  in 
Alessandropoii  si  fabbricò  una  chie- 
sa per  le  rifugiate  famiglie  cattoli- 
che, e  ne  dipendono  .sei  luoghi. 
Ozerghetti  nella  Guria  ha  la  sua 
chiesa  e  molte  famiglie  cattoliche, 
avendola  edificata  Costantino  Orlo- 
schi  polacco  cattolico.  Gambria  nel- 
r  Ambascia  ha  de'  cattolici  poveri, 
e  vi  si  fabbricò  una  chiesa.  Nel 
Caucaso  ebbero  nel  secolo  decorso 
ospizio  i  cappuccini  di  Mosca,  Fu 
tentato  più  volle  riaprire  la  mis- 
sione dalla  parte  della  Giorgia,  ma 
sempre  con  inltilice  successo.  L'  ul- 
tima volta  vi  si  portarono  tre  mis- 
sionari «Iella  congregazione  di  s. 
Gio.  IJattista,  con  monsignor  Leo- 
ni vescovo  armeno.    Furono  creda- 


MIN 

li  meicauli,  e  come  tali  accolli  con 
ufTiciose  ripiove  di  ospitaiilà;  uia 
scopertosi  ch'erano  venuti  per  mo- 
livi di  religione,  si  cambiò  la  slima 
in  disprezzo,  e  furono  di  luogo  in 
luogo  perseguitati,  e  non  senza  dif- 
ficoltà salvarono  la  vita  in  Giorgia. 
Anche  ai  giorni  nostri  tentò  il  pre- 
fiotto  inviarvi  qualche  missionario, 
almeno  per  assistere  i  soldati  po- 
lacchi, ne  scrisse  al  governatore,  ne 
ebbe  alcuna  risposta,  perchè  il  gover- 
no non  vuole  che  la  propagazione 
della  credenza  greca  dominante,  non 
acconsentendo  alla  predicazione  del- 
la cattolica.  Alle  falde  del  Caucaso 
nella  città  di  Nuka  si  liova  una 
colonia  di  piemontesi  che  vi  fab- 
bricarono una  chiesa. 

MINIATO  (s.).  {S.  Miniati).  Cit- 
tà con  residenza  vescovile  del  gran- 
ducato di  Toscana  ,  nella  provin- 
cia di  Firenze,  capoluogo  di  co- 
munità e  di  giurisdizione.  E  si- 
tuata sul  dorso  angusto  d'  una 
lunga  collina,  che  la  percorre  per 
un  buon  mezzo  miglio  j  biforcan- 
do air  ingresso  ed  all'egresso  fra  le 
fiumane  dell'Elsa  e  dell' Evola,  le 
quali  hanno  foce  in  Arno,  due  mi- 
glia a  settentrione  dalla  città.  I 
colli  sanminiatesi  sono  ameni  e 
fertili,  ben  vestiti  di  oliveti,  di  vi- 
gneti e  di  fruiti  squisiti,  in  clima 
dolce  e  sano,  tranne  qualche  neb- 
bia in  alcun  tempo  dell'  anno.  Fra 
le  strade  carreggiabili  che  l' attra- 
versano avvi  la  regia  postale  Li- 
vornese. Vi  risiedono  il  commissa- 
rio regio  ed  un  tribunale  di  pri- 
ma istanza  eretto  nel  i838,  oltre 
un  vicario  regio  ed  altri  uffizi.  Ri- 
conoscenti i  sanminiatesi  al  regnan- 
te granduca  Leopoldo  II  per  l'isti- 
tuzione di  tal  tribunale  collegiale, 
e  della  residenza  del  commissario, 
sulla  piazza  di  s.  Bastiaqu,  davanti 


MIN  ì55 

al  luogo  del  tribunale,  gli  ha  eret- 
ta una  statua  marmorea  rappresen- 
tante la  sua  effigie,  scolpila  dal  eh. 
Pam  paloni.  Tra  le  chiese  principa- 
li nomineremo  le  seguenti.  La  cat- 
tedrale di  s.  Maria  e  s.  Genesio, 
ridotta  nel  1488  nella  forma  e 
luogo  in  cui  si  trova,  dipoi  nel 
177.5  adornata  di  statue  e  stucchi. 
La  chiesa  e  convento  di  s.  France- 
sco de'  conventuali,  é  un  colosso  che 
s'innalza  sulle  balze  d'un  colle  tu- 
faceo, sostenuto  da  immensi  fonda- 
menti e  da  muraglie^  la  più  gran- 
diosa delle  vecchie  fabbriche  della 
città.  L'origine  risale  al  121  t,  ri- 
fatta nel  1276,  poscia  nel  1 343  nel 
modo  che  si  vede,  terminando  un 
benefattore  sanminialese  chiesa  e 
convento  nel  1480.  Si  rimarca  il 
sepolcro  di  Baldo  de'  Frescobaldi 
di  Firenze,  tumulatovi  nel  iSSg,  e 
tra  le  sue  tavole  dipinte,  dicesi  la 
migliore  quella  di  Corrado.  È  in- 
valsa da  gian  lempo  l'opinione,  che 
ivi  esistesse  la  chiesuola  di  s.  Mi- 
niato in  loco  Quarto,  dalla  quale 
ebbe  nome  in  seguito  il  paese,  ora 
città  omonima  v.  Miniato,  Sanini- 
tìialo  e  Sanimi niato  nel  Val  d'Ar- 
no inferiore.  Ma  pare  che  illuo-" 
go  in  discorso,  un  miglio  e  mezzo 
distante  dall'  antica  pieve  e  borgo 
di  s.  Genesio,  dovette  esseie  ben  di- 
verso dall'antico  loco  Quarto  di  s. 
Minialo.  Tutlavolta  la  tradizione 
inserita  negli  statuti  del  comune,  ri- 
formali nei  1359,  dice  che  la  festa 
di  s.  Miniato  martire,  difensore  e 
patrono  della  terra  del  cui  nome 
s'insignì,  si  celebrasse  a'aS  ottobre 
nel  detto  luogo  de  frati  minori.  La 
chiesa  e  convento  de'  ss.  Giacomo 
e  Lucia  fuori  di  porta,  de'domeni- 
cani  ga volti,  già  esistente  nel  seco- 
lo XII,  nel  qual  tempo  esisteva  pu- 
re 1'  ultva  chiesa    de'  ss.  Giacomo  e 


.'•)6  MIN 

Filippo  a  Pancoli,  i  cui  l;eni  furo- 
no incorporati  nel  i49'  ^1  capito- 
lo (iella  collegiaU»  poi  cattedrale, 
ó'i  Innocenzo  Vili,  il  (piale  nel 
1487  eresse  di  nuovo  tal  collegiala 
o  collegio  di  canonici  con  preben- 
de. Questa  chiesa  dicesi  (bori  di 
porla,  perchè  la  porta  vecchia  del- 
ie mura  castellane  è  molto  innan- 
'/i  di  arrivare  alla  porta  di  Ser  Ro- 
dolfo, che  scende  a  Cigoli  e  alla 
badia  di  s.  Gonda.  Ap|)artenente  al 
capitolo,  nel  i336  fu  ceduta  ai  do- 
menicani, ed  è  ricca,  segnatamente 
nella  sagrestia,  di  buone  pitture  an- 
tiche, bellissima  essendo  la  tavola 
del  Pozzi  milanese,  situata  nell'  al- 
tare della  crociera  a  corna  ci'aii- 
l^elii.  Di  mano  maestra  è  il  sepol- 
cro in  marmo  del  medico  Giovan- 
ni di  Chellino  iSanminiali,  morto 
nel  i64t.  L'oratorio  del  ss.  Cro- 
cefisso è  un  edifizio  a  croce  greca 
con  cupola  dirimpetto  al  palazzo 
comunitativo,  riedificato  nel  1718, 
essendo  1'  antico  del  secolo  XV  fat- 
to per  riporvi  il  ss.  Crocefisso  che 
avea  accompagnali  i  sanminiatesi 
nelle  solenni  peregrinazioni  peniten- 
ti de'  battuti.  La  chiesa  di  s.  Ste- 
fano sulla  costa,  antica  parrocchia 
già  esislente  nel  secolo  XII,  fu  di- 
dichiarata prioria  nel  1752,  nel 
tempo  che  n'era  rettore  un  cano- 
nico Bonaparte.  La  chiesa  di  s.  Ca- 
terina già  degli  agostiniani,  die  no- 
me alla  distrutta  porta  poi  appel- 
lala Poggighisi ,  avendola  edificata 
gli  agostiniani  nel  secolo  XIV,  indi 
soppressi  nel  declinar  del  XVI li, 
(piando  il  fabbricato  fu  cangiato 
mdi' ospedale.  La  chiesa  dell' An- 
nimziata,  parrocchiale,  fu  per  ([ual- 
che  tempo  uITiziala  dagli  agostinia- 
ni  sino  dal    i522. 

Bella  e   ben   situala  è   la    fabbri- 
ca del  seminario,  che  ha  dato   uo- 


M  I N 
me  alla  piazza  maggiore,  sotto  il 
poggio  della  rocca,  avendo  di  (ion- 
ie l'episcopio.  La  prima  fondazio- 
ne rimonta  verso  la  metà  del  se- 
colo XVII,  sotto  il  vescovo  Pichi  ; 
aumentalo  dal  vescovo  Poggi  nel 
principio  del  XVI 11,  e  nel  corren- 
te dall'odierno  oltimo  vescovo,  che 
nel  1841  fece  innalzare  dai  fon- 
damenti, e  nel  1842  fregiò  il  lo- 
cale d'una  ricca  biblioteca.  Fiori- 
sce il  seminario,  essendovi  attual- 
mente dieci  cattedre,  e  circa  70 
fra  seminaristi  e  collesriali.  Il  con- 
servaloiio  di  s.  Chiara  fu  fondato 
per  le    francescane     nel    i379    per 

lasfilo  di    Paolo  Porli^iani   da  San- 

o 

miniato,  chiamato  il  monastero  di 
6.  Paolo,  e  nel  1785  fu  ridotto  a 
conservatorio  con  con  villo  di  edu- 
cande, ed  istruzione  giornaliera  di 
donzelle.  Il  monastero  di  s.  Mar- 
tino, presso  la  porla  Faognana,  ora 
distrutta,  è  un  grandioso  fabbrica- 
to posseduto  nel  secolo  XI  dai  mo- 
naci di  s.  Ponziano  di  Lucca,  indi 
edificato  il  monastero  nel  1 346  vi 
furono  trasferite  le  monache  di  s. 
Agostino  di  Aloritappio  fuori  di 
porta  Poggighisi,  ma  meglio  vuoi- 
si che  le  monache  vi  passassero  nel 
i524,  quindi  dal  vescovo  Corsi  nel 
1672  ottennero  vivere  secondo  l'i- 
stituto  di  s.  Domenico;  e  dopo  il 
18 17  serve  di  ospizio  a  religiose 
che  professano  la  slessa  regola.  Il 
convento  de'cappuccini  fuori  di  San- 
miniato  si  erge  sopra  una  collina 
limgi  mezzo  miglio  da  Sanminiato, 
nel  1609  edi(ìcalo  nel  terreno  che 
fu  donalo  dalla  pietà  del  sanmi- 
niatese  Gioacchino  Ansaldi.  Il  gran- 
duca Leopoldo  I  nella  piazza  di  s. 
Caterina,  in  bel  fabbricalo  riunì  i 
vari  spedalelli  della  città  e  del 
snlnnbio,  oltre  qm^llo  contiguo  dei 
geltatelii  alliliulu  allo  spedale  della 


M  I  ìN 
Scala    di    Siena.     Nella    chiesa    del 
siipprcsso   rnoiiaslero  della    ss.    Ti-i- 
nilà,  nel    1818  fu  stabilita  la  com- 
pagnia della   Misericordia,   e  nel  lo- 
cale le  pubbliche  scuole  del    liceo. 
L  accademia  degli    Eiittlcti,   a    cui 
nii  pregio  e  vanto  appartenere,  eb- 
be   un    tenue  principio    nel    secolo 
XVI  da  alcuni   giovani  studiosi  col 
titolo  di  Jfjìdati,  che  si   afiìdarono 
di  fatto  alla    protezione    del    gran- 
duca  Cosimo  li,   il   quale  si   degnò 
accettarne  la    prolezione  col    titolo 
di  presidente,  ma   dopo  la  sua  mor- 
te   il   letterario    istituto    si    estinse. 
Invano    fu    tentato    di    richiamarlo 
in  vita  sotto  Francesco    II,    invano 
provarono  di  ottenere  qualche  suc- 
cesso sul  declinare  del   passato  seco- 
lo alcuni   studiosi   sanminialesi.  So- 
lamente   nel     3o    dicembre    1822, 
dando  incremento  ad  un   letterario 
privato  esercizio  che  in  Sannnniato 
tenevano  alcuni  giovani  ddigenti,  si 
riuscì    d'istituire     e    di    aprire    con 
solennità    l'accademia    di  scienze    e 
lettere,  per  la   retta   istruzione  del- 
la  gioventù,  che   prese    il   nome  di 
Euteleli,  e  che  d'allora  in   poi  con- 
servasi operosa   ed   onorevole,    anco 
per  essere  presieduta  dal   sanminia- 
tese    cav.    Pietro    Bagnoli.     Questa 
nuova  fondazione  si  deve  all'illustre 
benemerito  concil ladino  e    vescovo 
della   propria    patria   il    rispettabile 
monsignor    Torello    Pierazzi,    ed  a 
cagione    di    onore    qui    rinnovo    la 
mia  indelebile  e  indicibile    gratitu- 
dine   per    avermi    spontaneamente 
proposto  socio  corrispondente,  e  in 
nome  del  corpo  scientifico  trasmes- 
so con  distinti    modi    il    corrispon- 
dente diploma  accademico.  L'inat- 
tesa aggregazione  all'accademia    san- 
minialese     mi    riuscì     infinitamente 
gradila,  principalmente    (come    nel 
ringraziarlo  notificai  al  lodato  pre- 


MIN  iS'j 

lato)  perchè  oriondo  di  Sanmi- 
nialo  fu  l'egregio  mio  amatissimo 
avo  materno  Gio.  Antonio  Bence- 
rini,  nato  in  Roma,  ma  figlio  di 
Giuseppe  di  civile  e  possidente  fa- 
miglia di  Sanminialo,  che  per  ave- 
re esercitato  la  chirurgia  ne  feci 
onorala  menzione  in  fine  dell'arti- 
colo Medico;  e  qui  per  affettuosa 
memoria  del  degno  avo  che  tanto 
teneramente  mi  amò,  dirò  che  fu 
di  beila  persona,  di  statura  alla  e 
dignitosa,  di  tratto  nobile  ed  elo- 
quente, lepido,  collo,  leale,  religio- 
so, caritatevole  sino  cogli  ebrei,  di 
animo  generoso. 

Sanminialo, nobile  ed   illusile   cit- 
tà, fu   feconda   d'ingegni    celebri    in 
tulli   i    tempi    ed   in   tulle    le  seiie. 
Senza   parlare  de'grandi    uomini  che 
diede  alla  Chiesa,  fra' quali  fioriro- 
no cardinali,  arcivescovi,    vescovi   e 
prelati;  nelle  scienze    naluiali    no- 
tissimo è  il  merito  di  Michele  Mer- 
cati, che  dichiarai  al   citato  articolo 
Medico;   Giovanni   Pieroni  discepo- 
lo di   Galileo,  matematico  e    archi- 
tetto nìilitare  alla  corte    di    Piaga, 
Altro   Giovanni    fu   archilttlo  di  Ca- 
slruccio,  ed  autore  della    Ione  Cac- 
ciaguerra  di   Ponlremoli.    Lodovico 
Cardi    originario    di   Cigoli.    Fra  i 
medici     di    maggior    grido    sono   a 
rammentarsi     Ranieri     Bonaparle  , 
Pietro    Mercati  ,    Cosimo    Tellucci , 
Giovanni    Sauminiati .    Furono    va- 
lenti in     diritto,     Ansaldo    Ansaldi, 
Michele  Boninconlri,    JN'icolò    Bona- 
parte.  Nelle  scienze  divine  e  mora- 
li  primeggiarono  Pietro  Comeslore, 
supposto  de'Mangiadori;   fr.  Marco 
Porligiani  ;    Tommaso  Ansaldi.    Ja- 
copo Bonaparle  gentiluomo   sanmi- 
nialese  è  autore  del  Ragguaglio  di 
tulio  l'occorso  ogni  giorno  nel  sac- 
co di  Roma    del   i52'j,    in  cui    si 
trovò    presente.    Dicesi    che  dislese 


i58  MIN 

questa  storia  presso  gli  Orsini  in 
Roma,  e  l'editore  di  Colonia  lyTG 
trasse  l'autografo  dall'arcliivio  pri- 
vato della  famiglia  Ronaparte  di 
Sanminiato.  Lavoro  veiidico,  impar- 
ziale, veramente  importante  e  pre- 
gevole, e  non  andò  esente  dall'essere 
attribuito  ad  altri ,  cosa  che  spesso 
tentano  fare  gì'  invidiosi  delle  altrui 
produzioni^  ma  con  poco  successo 
perchè  la  verità  prevale.  Distinti  let- 
terati furono  Lorenzo  Bonincontri, 
Ugolino  Grifoni  primo  cavaliere  e 
maestro  dell'Altopascio,  senza  dire 
di  vari  di  casa  Pioffia,  né  del  già 
encomiato  Bagnoli.  Celebre  guerrie- 
ro fu  il  barone  de  Mangiadori  se- 
niore ,  che  Dino  Compagni  ram- 
mentò con  lode  nella  vittoria  ri- 
portata in  Campaldino,  come  fran- 
co ed  esperto  cavaliere,  e  che  pe- 
rorò l'esercito  prima  di  attaccare 
la  battaglia,  sebbene  la  fama  di  lui 
restò  offuscata  dal  contegno  rivo- 
luzionario ch'egli  da  vecchio  nel 
i3o8  tenne  nella  sua  patria.  Fra 
le  famiglie  illustri  meritano  specia- 
le ricordo  quelle  de' Mangiadori, 
de'Borroniei  e  de'Bonaparte,  oltre 
che  nacque  in  Sanminiato  a' 2  3  lu- 
glio i4oi  Francesco  Sforza,  il  pri- 
jTio  duca  di  Milano  di  sua  fami- 
glia, onore  della  milizia  italiana, 
dicendo  il  Suiionelta  che  dopo  Giu- 
lio Cesare  non  ebbe  l' Italia  altro 
generale  da  mettergli  al  paragone. 
1  Borromei  di  Milano,  come  di- 
cemmo a  quell'articolo,  provengono 
da  Sanminiato,  ove  si  estinse  il  ra- 
mo ch'aravi  rimasto  nel  1672.  E- 
gualmente  da  Sanminiato  si  staccò 
un  ramo  di  quella  prosapia  che 
diede  al  mondo  l' unico  ]Na[)olcone 
Bonaparte,  fulmine  di  guerra,  il 
quale  negli  ultimi  del  secolo  XVI II 
visitò  in  Sanminiato  il  canonico  d. 
Filippo  Bouapailc^  ultimo   dcll'uu- 


MIN 

tico  stipite  di  cotanto  celebre  ra- 
mo sanminiatese.  Napoleone  fu  uo- 
mo straordinario,  che  tiuni  l'inge- 
gno di  Cesare  e  la  fortuna  di  Ales- 
sandro: avea  ventisei  anni  quando 
fu  nominato  generale  in  capo  del- 
l'armata d'Italia.  Il  Gararopi  nei 
Saggi  sulle  monete  poni.  pag.  52 
deW  appendice,  parla  d'un  Nicolò 
di  Buonaparte  da  Sanminiato  de- 
ricus  Lucanae  dioec,  cììt:  Pio  II  nel 
setten)bre  i4^8  destinò  tesoriere 
del  ducalo  di  Spoleto,  di  Perugia 
e  di  Todi;  indi  nel  1460  registra- 
tore delle  lettere  apostoliche,  nel 
qual  tempo  era  eziandio  chierico 
del  sacro  collegio.  Paolo  II  nel 
1466  lo  fece  governatore  di  Nor- 
cia e  delle  montagne  di  detto  du- 
cato, chierico  di  camera  nel  1 4^8, 
ed  arciprete  de'  ss.  Celso  e  Giulia- 
no di  Roma.  Fuvvi  anche  un  Ja- 
copo Buonaparte  chierico  della  dio- 
cesi di  Lucca,  che  nel  14*^9  otten- 
ne il  posto  di  nolaro  della  camera 
apostolica. 

Intorno  a  questa  famiglia  Bona- 
parte si  sparsero  diverse  genealogie 
secondo  le  differenti  passioni  e  par- 
titi, per  cui  si  fece  anche  origijia- 
ria  d' Ascoli  della  Marca,  dicendosi 
ivi  essere  stata  insigne  e  patrizia 
ne' secoli  XllI  e  XIV,  donde  pas- 
sò in  Toscana,  ed  un  ramo  in  Cor- 
sica {^Fedi),  come  si  legge  nelle 
Meni,  ascolane  mss.  del  Pastori  ; 
e  nella  Meni.  dipi,  della  primitiva 
angine  ascolana  dell'  ani.  e  noi. 
fani.  Bonaparte  di  De  Angelis,  in- 
edita e  citala  da  De  Miuicis,  Mon. 
Permani  p.  So.  Pare  certo  che  il 
casato  Bonaparte  o  Buonaparte  sia 
oriundo  da  Treviso,  conosciutovi 
fino  dai  tempi  di  Carlo  Magno, 
giusta  le  notizie  che  si  trovano  nel- 
la Storia  della  nobiltà  europea 
del  Wcncslrier,  che  scrisse  mollo  iu- 


MIN 

«anzi  alla  rivoluzione  francese.  Se- 
condo quello  storico,  col  riscontro 
di  cronache  fiorentine,  il  primo  ra- 
mo staccatosi  dal  ramo  di  Treviso 
si  allogò  in  Firenze  ne*  primi  del 
I200,  riuscendo  famoso  Corrado 
Bonaparte  che  colla  sua  fanuglia 
non  volle  mai  rinunziare  nella  re- 
pubblica al  suo  grado  gentilizio; 
fatto  avvenuto  molto  prima  che 
si  parlasse  de'  Bonaparte  di  Bolo- 
gna e  di  Ascoli.  Questi  si  condus- 
sero in  tali  città,  e  vi  salirono  in 
fama,  probabilmente  verso  la  metà 
del  secolo  Xlll.  In  Ascoli  sì  fat- 
to casato  risplendelte  principalmen- 
te per  opera  del  valoroso  Giovan- 
ni Bonaparte,  stato  podestà  del  co- 
mune a  Firenze  nel  i334,  per  quel 
che  apparisce  nel  l.  XVll,  p.  109 
(Iella  Raccolta  del  p.  Idclfonso  di 
s.  Luigi.  Caduta  la  repubblica  di 
Firenze,  i  Bonaparte  furono  da' Me- 
dici confinati  aSanminialo.  Un  Lui- 
gi di  questo  cognome,  odiando  la 
dominazione  Medicea,  portò  il  suo 
domicilio  a  Sarzana  {^Fedi),  e  quin- 
di andò  a  stabilirlo  in  Aiaccio,  cit- 
tà principale  di  Corsica,  ove  ebbe 
stabilimento  la  famiglia  Bonaparte. 
Ciò  viene  provato  ancora  dall'  istan- 
za fatta  nel  1789,  da  Giuseppe 
Bonaparte  fralel  maggiore  di  Na- 
poleone Bonaparte,  al  granduca  di 
Toscana  Leopoldo  I,  al  fine  di  es- 
sere ammesso,  come  antico  patri- 
zio fiorentino,  nell'ordine  militare 
di  s.  Stefano.  Nel  1796  avi-ndo 
Napoleone  riconosciuto  ed  abbrac- 
ciato qual  suo  parente,  il  memora- 
lo canonico  Bonaparte,  con  cui  si 
«stinse  il  casato  in  Sanminiato,  que- 
sti maritando  in  Ascoli  la  sua  ni- 
pote Jakson  col  nobile  Carlo  Lenti, 
disse  eh'  era  assai  contento  che  i 
suoi  tornassero  in  Ascoli  dove  ab 
aulico  aveauQ  parentado  illuslrej  di 


MIN  1 59 

che  presso  di  lui  conservavansi  au- 
tentici   documenti.     Queste     parole 
bastarono  per    asserire,     che  i   Bo- 
naparte   di     Toscana     provenissero 
da   quelli   d'  Ascoli.   Nelle  Notizie  di 
Mari  e  Ita  Ricci  dell' Ademollo,  ve  ne 
sono     intorno   ai  Bonaparte,  massi- 
me   di   Toscana    e    di    Corsica.  Fi- 
nalmente   nelle  Notizie  ist.  di   Ca- 
nino, di   cui    parlammo    all'articolo 
Farnese,  del    eh.    com.   Visconti   (e 
pubblicate  dal    principe  di    tal  ca- 
stellania   Carlo  Bonaparte,  che   riu- 
nisce pel  di    lui   matrimonio  con  la 
principessa   Zenaide,  primogenita  ed 
unica   superstite    dell'ex  re  di  Spa- 
gna Giuseppe  suddetto,   i  due  rami 
primogeniti    della  fauiiglia),    vi   è  ri- 
portata l'ascendenza   per   linea   retta 
mascolina  del  principe  di  Canino    e 
Musignano.  Essa  incouiiucìa  con  Gio- 
vanni  Bonaparte    da   Treviso,  còn- 
sole e  rettore    di     (|uella     città,     il 
quale  nel    11 83     aneli)   in    Piacenza 
a   giurar   la   pace  stabilita  con   l'iui- 
peiatore  Federico   1    nel   trattato  di 
Costanza.  Figliuolo  e  nipote  di  Gio- 
vanni  probabihnenle    lu   Bonaparte 
che  si   stabilì   in    Sarzana,  da   dove 
Gabiiele     suo     discendente,     prima 
del    i567    si    stabilì   in     Aiaccio,    il 
cui  figlio  Girolamo     era   nel    1 594 
patrizio   fiorentino.   Si  a^^giunge  dal 
Visconti   che  la  discenilc-nza  di  Gio- 
vanni in   Treviso,     rauiu  perciò  di- 
verso da   quel   di   Sarzana,   vantò  a 
tutto  il  secolo  XiV  molli  personag- 
gi illustri   in  toga  ed    in  armi,  co- 
me    un  Giovanni    podestà     di     Fi- 
j  enze   nel    i334>  che  altri   attribui- 
scono ad  Ascoli,   un   Oderico    capi- 
tano de'  fiorentini   nel    i  3/^5  ;  e  che 
r  altro  probabile  ramo  di  s.  Minia- 
to al  Tedesco,  disceso  da   un  altro 
figlio   di   Bonaparte    di  s.   Nicolò  di 
Fu'tnze,   non   andò  privo  di   uouu- 
ni  illustri.   Questo    Bonaparte  di  >. 


i6o  MIN 

Nicolò  lo  dice  forse  lo  slesso  di  Bo- 
napaile  da  Sarzana  pure  rammen- 
tato. Bonnparle  di  s.  Nicolò  di  Fi- 
renze nel  1 260  è  registralo  nel 
gran  consiglio  di  quella  città,  detto 
per  antonomasia  ghibellino,  perciò 
bandito  co'  figli  dal  partito  guelfo 
nel  1269.  Un  de' figli  di  lui,  per 
nome  Ildebrando,  fu  consigliere  nel 
1256  del  comune  di  Siena,  donde 
si  trasferì  a  s.  Miniato  al  Tedesco. 
La  città  di  s.  Miniato,  in  origine 
castello,  si  crede  da  alcuni  fondala 
dall'imperatore  Ollone  I,  nel  secolo 
X,  mentre  altri  l'attribuiscono  al- 
rVIll  ed  a  Desiderio  ultimo  re  dei 
longobardi  ;  né  mancarono  scrittori 
i  quali  dal  nome  di  Pancoli  dalo 
ad  una  sua  contrada  e  ad  una 
chiesa  ora  disfatta,  e  supposta  an- 
ticamente tempio  pagano  dedicalo 
a  Pane,  fecero  risalire  i  suoi  pri- 
mordi all'età  romana.  Il  fatto  me- 
no soggetto  a  controversia  è  che 
forse  la  vera  origine  di  questa  cit- 
tà trovasi  registrata  in  un  documen- 
to dell'  archivio  arcivescovile  di 
Lucca  de'  16  gennaio  788,  nel  qua- 
le si  legge  la  fondazione  d'  una 
chiesa  falla  verso  l'anno  700  sotto 
il  titolo  di  s.  Miniato  in  loco  Quar- 
to, dentro  i  confini  del  piviere  di 
s.  Genesio.  il  Muratori  che  pubbli- 
cò tale  istromento,  rilevò  che  in 
quel  tempo  la  chiesa  di  s.  Miniato 
era  im  semplice  oratorio  soUopo- 
sto  fino  dalla  sua  erezione  alla 
chiesa  plebana  di  s.  Genesio,  si- 
tuala presso  la  confluenza  dell'  Elsa 
in  Arno  e  forse  quattro  miglia  di- 
.slante  dal  luogo  Quarto.  Mezzo  se- 
colo dopo,  nel  luogo  ove  fu  questa 
chiesa  di  s.  Miniato  a  Quarto  si  ri- 
corda un  castello  di  proprietà  d'O- 
dalborlo  nobile  lucchese,  il  quale  nel 
938  ricevè  ad  enfiteusi  la  chiesa  di 
s.  Mintulo   situata  uel  suo  castello, 


MIN 
che  nel  999  era  già  popolato,  cir- 
condato e  munito  intorno   di  fossi. 
Vuoisi  che  la    distinzione  del  luogo 
Quarto  sia  forse  la  distanza  di  cir- 
ca quattro  miglia     della     chiesa  di 
s.   Miniato  a   Quarto  da  quella  an- 
tichissima di     s.    Genesio.     Figli   di 
Odalberto    furono   Ugo  e   Tebaldo. 
Indi  si   nominano  i  Lambardi  di  s. 
Miniato,  appartenenti     ai    nobili  di 
Corvaja,  tra'  quali    Fraolmo  fiorilo 
verso   la   metà  del  secolo  X,  da  cui 
nacquero  altro    Fraolmo    e  Ranie- 
ri;  mentre  nel   991    si   trovano  fra 
i   signori   del   castel    di     s.     Minialo 
nel   piviere  di  s.    Genesio,  i     nobili 
Ugo  e   Fraolmo  figli  di   Ugo.   Tali 
furono  in  falli  i    Lambardi     o  no- 
bili  di  s.   Minialo  rammentati   nel- 
la  bolla  di  Celestino  111,  diretta  nel 
1194    a    Gregorio     preposto    della 
pieve  di  s.     Genesio,   cui  confermò 
ira  le  molte  cliiese   del  suo  piviere 
quella  di  s.   Maria    nel   caslel  di  s. 
Miniato,    rilevandosi    inoltre  che  il 
castello  fino  dal   secolo  XII  era  cir- 
condato di   mura.   Attesa  la  sua  di- 
sianza dalla  pieve,  nel  1286  con  bolla 
fu  concesso  alla  chiesa   di  s.  Maria 
in  s.  Minialo  il  batlislerio,  con  facol- 
tà di   poter  seppellire  i  ujorti    della 
parrocchia.   Ciò  avveniva  dodici  an- 
ni piima    che     i     sanminiatesi     nel 
1248    portassero     1' ultimo    eccidio 
al   borgo  s.  Genesio  quasi  loro  ma- 
dre patria,    sembrando    che     verso 
tale  epoca   tulli  gli  onori  della  pie- 
ve   matrice    si     trasferissero    nella 
chiesa     di  s.  Maria    in     s.  Miniato 
insieme  all'antico  litolare  di  s.  Ge- 
nesio. Di    questo    santo   tratlainmo 
all'articolo   Macerata,    parlando  di 
Sangenesio    grande  terra  di  (juella 
provincia.   Nel    12^7   apparisce    se- 
guita r  unione  della  pieve  di  s.  Ge- 
nesio   alla    chiesa    di  s.    Maria.   Il 
luogo  del  Caslel    vecchio  di  s.  Mi- 


MIN 

niato,  dov'  è  la  rocca,  la  cattedra- 
le e  l'episcopio  die  il  titolo  ad  uno 
de'  terrieri  della  terra.  Le  ventidue 
parrocchie  superstiti  dell'antico  pie- 
vanato  di  s.  Genesio  sono  state  con- 
template suburbane,  e  dipendenti 
immediatamente  dalla  cattedrale,  il 
di  cui  capitolo  considera  per  prima 
dignità  quella  del  suo  pievano  pre- 
posto. 

Narra  il  sanminiatese  storico  Lo- 
renzo Bonincontri,  che  non  solo 
Ottone  1  fondò  il  castello  di  s. 
Miniato,  ma  istituì  in  esso  la  re- 
sidenza d' un  giudice  degli  appelli 
di  nazione  tedesca,  per  cui  il  pae- 
se si  distihse  con  l' epiteto  di  s. 
Miniato  al  Tedesco.  Tuttavolta  l'o- 
rigine del  castello  rimonta  come 
si  disse  ad  epoca  più  vetusta,  e 
l'istituzione  e  sede  de' giudici  im- 
periali in  esso  ebbe  luogo  assai  più 
tardi.  Ricordano  Malespini  nel  i  i  i3 
rammenta  con  Buberto  o  Rimber- 
lo  tedesco  vicario  dell'  imperatore 
Enrico  V,  che  risiedeva  in  Sanmi- 
niato  del  Tedesco,  appunto  perchè 
i  vicari  dell'imperatore  vi  stavano 
dentro,  e  facevano  guerra  alle  cit- 
tà e  alle  castella  di  Toscana  che 
non  obbedivano  all'  impero.  Che  se 
trovasi  a'  20  gennaio  t  178  nel  pa- 
lazzo imperiale  di  s.  Miniato  1'  im- 
peratore Federico  I,e  vi  ritornò  con 
numerosa  corte  nel  luglio  ii85j 
e  neir  anno  seguente  in  agosto  il 
di  lui  figlio  Enrico  VI  ;  non  è  per 
questo  che  fin  d' allora  risiedesse- 
ro in  s.  Miniato  i  vicari  imperiali. 
Nel  I  iqo  vi  fu  stabilito  il  mare- 
scalco Arrigo  Testa  legato  imperia- 
le in  Toscana,  il  quale  in  una  casa 
nel  borgo  di  s.  Genesio  ricevè  a 
mutuo  dal  vescovo  di  Volterra  per 
Servigio  dell'  impero  mille  marche 
d'  argento,  lasciandogli  fino  alla  re- 
stituzione, a  titolo  di  regalia,  fra 
voL.   xty. 


MIN  1 6  r 

gli  altri  luoghi  s.  Miniato  e  s.  Ge- 
nesio. In  questo  frattempo,  e  nel 
I  lyi,  il  Castel  di  s.  Miniato,  fu  as- 
salito, preso  e  malmenato  dai  luc- 
chesi in  guerra  coi  pisani,  nel  di- 
stretto de'  quali  era  allora  il  ca- 
stello. E  siccome  i  fiorentini  dove- 
vano difendere  i  pisani  e  loro  ter- 
ritorii,  i  sanminiatesi  ricorsero  al 
comune  di  Firenze  per  essere  aiu- 
tati a  cacciare  i  lucchesi  dalla  pa- 
tria. Il  primo  giudice  della  corte 
imperiale  residente  in  «.  Mmiato  , 
fu  certamente  Giovanni,  istituitovi 
verso  il  121 1  dall'imperatore  Ot- 
tone IV,  e  pronunziò  sentenza  in 
una  causa  sul  castello  di  Monte 
Bicchieri,  nella  chiesa  di  s.  Maria. 
Tale  imperatore  erasi  portato  in  s. 
Miniato  nell'ottobre  1209,  e  nel 
febbraio  era  slato  nel  borgo  s.  Ge- 
nesio. Nel  i33o  si  assoggettò  allji 
giurisdizione  sanminiatese  il  comu- 
ne di  Castel  Falfij  e  nel  i^Si  il 
conte  Ranieri  Piccolino,  antico  ca- 
stellano di  s.  MiniatOj  ven(|è  al  co- 
mune rappresentato  dal  podestà  del 
luogo,  la  sua  porzione  del  castello 
e  curia  di  Tonda.  Indi  nel  i23i 
per  istromento  del  notaro  impe- 
riale si  fece  la  dedizione  del  ca- 
stello e  uomini  di  Camporena  al 
comune  stesso,  seguita  da  quella 
di  Vignale.  Frattanto  i  sanminiate- 
si con  la  protezione  dell'  imperato- 
re Federico  II,  di  cui  essi  uniti  ai 
pisani  sostennero  le  ragioni  in  To- 
scana, crebbero  ogni  giorno  più  in 
potere  ed  in  onoranza;  sia  perchè 
nel  luglio  del  raiS  Federico  li 
recossi  a  s.  Miniato  con  numeroso 
corteggio  di  principi  e  di  vescovi; 
sia  perchè  dal  di  lui  padre  Enrico 
VI  era  stala  designata  corte  irapc;* 
riale,  nella  quale  alcuni  popoli  del- 
la Toscana  dovevano  recare  i  tri- 
buti annuali  ;  sia  perchè  si  altribui- 
I  i 


i62  MIN 

sce  a  Federico  li  1'  edificazione  del- 
la rocca  di  s.  Miniato,  la  quale  po- 
co dopo  servì  per  prigione  di  stato; 
sia  finalmente  perchè  dai  documen- 
ti sincroni  risulta  che  lo  stesso  Fe- 
derico li  fu  il  primo  a  stabilire  un 
vicario  imperiale  con  residenza  fis- 
sa in  s.  Miniato. 

Uno  di  questi  TÌcari  imperiali 
tedeschi  che  presero  il  titolo  di 
castellani  di  s.  Miniato,  fu  Gerar- 
do d'  Arnestein,  il  quale  a  nome 
di  Kainaldo  duca  di  Spoleto,  e  vi- 
cario in  Toscana,  nel  giugno  1228 
bandì  e  condannò  i  montepulcianesi 
a  mille  marche  d'  argento  per  non 
aver  obbedito  a' suoi  ordini  onde 
riformare  la  Toscana  ;  ed  in  una 
carta  del  1282,  Gerardo  viene  qua- 
lificato legalo  dell'imperatore  in 
Italia.  Non  si  può  dire  se  questo 
vicario  fu  propriamente  quello  che 
die  il  soprannome  di  Tedesco  a 
Sanminiato,  né  se  chi  cuopri  1'  uf- 
ficio di  castellano  di  Sanminiato  fos- 
se sempre  vicario  generale  in  To- 
scana ,  come  pure  se  il  nome  di 
s.  Miniato  Tedesco,  Minialum  Tea- 
tonis  ,  provenisse  al  luogo  per  a- 
ver  ne' bassi  tempi  tenuto  costan- 
temente il  partito  degli  imperatori 
germanici,  poiché  il  Lami  ne  AJo- 
nuni.  eccl.  Fior,  spiegò  tal  que- 
stione in  modo  da  non  riandiuvi 
sopra.  Manfredi  naturale  di  Fede- 
lico  II,  qual  re  di  Sicilia  nel  1260 
inviò  da  Foggia  un  privilegio  che 
accordava  al  comune  di  Sanminia- 
to e  segnatamente  ai  ghibellini  di 
esso,  oltre  le  franchigie  del  pedag- 
gio delle  merci  che  passavano  dal 
distretto  sanminiatese,  lutti  i  beni 
de' banditi  e  ribelli  di  fazione  guel- 
fa, dichiarati  di  proprietà  della  co- 
rona d'Italia,  purché  compresi  nel 
distretto  della  stessa  comunità,  e 
ciò   ia    rìcompeusa    de'  danni    dai 


MIN 

ghibellini  sanminiatesi  sofferti  per 
conservar  la  fede  al  trono  di  Man- 
fredi. Nel  1272  Carlo  d' Angiò  re 
di  Sicilia,  come  vicario  della  santa 
Sede  in  Toscana,  prescrisse  il  modo 
per  eleggere  il  podestà, e  nel  1278 
destinò  per  tale  Diego  Cancellieri 
di  Pistoia.  Dipoi  a  richiesta  dei 
ghibellini  l'imperatore  Ridolfo  di 
Ausbourgh  nel  1281  inviò  in  To- 
scana i  suoi  vicari  generali,  i  quali 
stabilirono  la  loro  residenza  in  San- 
miniato, dove  solevano  ricevere  dai 
sindaci  de' diversi  paesi  il  giura- 
mento di  fedeltà  coi  diritti  dovuti 
alla  corona  imperiale,  ordinaria- 
mente nella  rocca.  Dopo  però  la 
giornata  fatale  della  Meloria,  che 
costò  tanta  perdila  ai  pisani,  i  qua- 
li fino  al  1284  erano  siali  l'ap- 
poggio più  solido  del  vicario  im- 
periale nella  Toscana,  questi  dovè 
accomodarsi  coi  fiorentini  e  con 
gli  altri  paesi  della  lega  guelfa,  e 
tornarsene  in  Germania,  La  stessa 
cosa  accadde  nel  1286  a  Prinzi- 
valle  Fieschi  de'  conti  di  Lavagna, 
e  ott'anni  dopo  a  Gianni  di  Celo- 
na,  venuti  tutti  in  Toscana  per 
riacquistare  le  ragioni  dell'  impero, 
i  quali  per  altro  dovettero  ripartir- 
ne con  poco  onore,  dopo  un  accor- 
do fl\tto  coi  popoli  della  lega 
guelfa,  senza  che  questi  ultimi  vi- 
cari imperiali  tenessero  più  residen- 
za fissa  in  Sanminiato.  In  tal  frat- 
tempo, e  nel  1291,  i  sindaci  del 
comune  di  Sanminiato  fecero  lega 
coi  fiorentini,  lucchesi  ed  altri  del- 
la lega  guelfa  toscana,  per  obbli- 
garsi a  non  permettere  più  alcuna 
rappresaglia.  Nel  1294  furono  ter- 
minale le  vertenze  a  cagione  dei 
confini  col  comune  di  Fucecchio, 
nel  qual  tempo  Sanminiato  era  go- 
vernata pel  militare  e  giuridico  da 
un  podestà    e  da  un  capitano  del 


MIN 


MIN 


i63 


popolo,  mcfìitre  per   reconomico  la    legati  de'fiorentini.    Cacciato  Uguc- 
reggevano  dodici  buoni   uomini  con     cione  da  Pisa  e  da  Lucca,  la  parte 

guelfa  dominante  in  Sanminiato  ri- 
cuperò il  castello  di  Cigoli  custodi- 
to dai  ghibellini.  Alla  pace  del  i3iG 
i  pisani  restituirono  ai  sanminiatesi 
dieci  torri  o  castelli  che  riteneva- 
no i  fuorusciti,  indi  Sanminiato  si 
confederò  col  duca  di  Calabria  vi- 
cario di  Firenze  del  suo  padre  Ro- 
berto re  di  Napoli.  Mentre  l'anti- 
papa Nicolò  V  con  Lodovico  il  Ba- 
varo  erano  in  Pisa,  il  capitano  del 
re  Roberto  si  acquartierò  colle  gen- 
ti sue  e  con  quelle  di  Firenze  in 
Sanminiato,  predando  poi  sul  con- 
tado pisano.  Per  la  conchiusa  con- 
cordia, i  pisani  promisero  non  ac- 
cordar piìi  rappresaglie  a  danno 
de'sanminiatesi,  i  quali  stabilirono  al- 
trettanto a  favore  de'pisani,  a  mezzo 
de'Ioro  XII  governatori.  Le  masnade 
di  Mastino  della  Scala  ebbero  la 
peggio  quando  fecero  scorrerie  nel 
territorio.  Nel  1 347  *  Malpigli  e  i 
Mangiadori  tentarono  sommossa  a 
difesa  de' masnadieri  da  loro  assol- 
dati, per  cui  i  sanminiatesi  per  cin- 
que anni  si  posero  in  balia  e  guar- 
dia del  comune  di  Firenze,  il  qua- 
le tra  le  altre  cose  ordinò  che  i 
popolari  e  grandi  di  Sanminiato 
si  riguardassero  come  fiorentini  e 
viceversa,  e  fortificò  la  rocca. 

Giunto  nel  i355  l'imperatore 
Carlo  IV  a  Pisa,  Sanminiato  gl'in- 
vio messi  per  riconoscerlo  in  signo- 
re, e  nel  baciargli  i  piedi,  per  di- 
stinzione li  levò  da  terra  e  ricevet- 
te ad  osculuin  pacis^  e  ciò  per  la 
aifczione  che  l' impero  per  antico 
avea  al  castello  dove  soleva  esservi 
la  residenza  degl'imperatori  e  dei 
loro  vicari,  per  trovarsi  in  mezzo 
alle  grandi  e  buone  città  di  Tosca- 
na. Sanminiato  accolse  nel  i356 
due  volte  come  suo  signore,  Carlo 


altrettanti  consiglieri.  Poscia  furono 
eziandio  stabiliti  i  confini  col  conta- 
do fiorentino  ed  i  circostanti  comuni, 
e  si  fecero  convenzioni  per  impe- 
dire rappresaglie  nel  territorio.  Nel 
iSof  ser  Giovanni  di  Lelmo  da 
Comugnori  sciisse  un  diario  degli 
avvenimenti  più  notabili  di  Sanmi- 
niato, pubblicato  dal  Baluzio  nel 
t.  I  delle  sue  Mifscellanee,  e  dal 
Lami  nelle  sue  Delle,  eriid. 

I  sanminiatesi  nel  i3o7  coi  fio- 
rentini, sanesi  ed  altri  guelfi  presero 
il  Castel  di  Gargonza  e  le  ville  dei 
dintorni,  agli  aretini  e  fuoruscili 
bianchi.  Verso  il  iSog  i  Ciccioni, 
i  Mangiadori  ed_  altri  nobili  com- 
batterono contro  il  popolo,  caccia- 
rono i  signori  XII  del  palazzo,  ed 
il  capitano  del  popolo  da  Sanmi- 
niato, bruciando  i  libri  cogli  statuti 
del  comune,  perchè  erasi  stabilito 
che  i  nobili  fossero  tenuti  dar  cau- 
zione di  mille  fiorini  di  non  offen- 
dere alcun  popolare.  I  capi  delia 
rivolta,  riformata  la  terra,  la  die- 
rono  in  piena  balia  a  Retto  dei 
Gaglianelli  di  Lucca  fatto  podestà. 
Continuò  il  servaggio  di  Sanminiato, 
finché  non  suscitossi  discordia  tra 
i  Malpigli  ed  i  Mangiadori,  per 
gli  omicidii  e  devastazioni  eh*  eb- 
bero luogo  dalle  azioni.  La  signo- 
ria di  Firenze  nel  i3i2  mandò 
gente  a  guardare  Sanminiato  da 
quelle  dell'imperatore  Enrico  VII 
calato  in  Italia  ed  a  Pisa;  solo 
Camporena  fu  presa  dai  pisani,  e 
Morioro  si  ribellò.  Divenuto  Uguc- 
ciofie  signore  di  Pisa,  diversi  ca- 
stelli si  alienarono  dall'obbedienza 
de'sanminiatesi  per  aderire  ai  pi- 
sani. Nella  battaglia  di  Montecatini 
molli  nobili  sanminiatesi  restarono 
vittime  nella  sconfitta,  siccome  col- 


i64  MIN 

IV.  Nel  i365  nella  gran  baltagìia 
presso  Cascina,  dove  co' fiorentini 
militavano  sanminiatesi,  tra  questi 
Piero  Ciccioni  pel  suo  valore  fu 
armato  cavaliere.  Sollevato  il  pò 
polo  nel  1867  cacciò  gli  uffiziali 
fiorentini,  indi  tornò  a  sottoporvisi 
con  patto  di  eleggere  il  podestà  e 
capitano  fra  i  cittadini  fiorentini 
guelfi.  L'accordo  ebbe  corta  dura- 
ta, ed  i  sanminiatesi,  forse  fomenta- 
ti dal  cardinal  Monfort  vicario  di 
Carlo  IV  in  Toscana,  e  attizzati  da 
tre  cittadini  di  grandi  autorità,  Lo- 
dovico Ciccioni,  Jacopo  Mangiadori 
e  Filippo  di  Lazzaro  de'  Borromei, 
continuarono  nella  ribellione  ;  laon- 
de i  fiorentini  posero  l' assedio  a 
Sanminiato  coi  fuorusciti  che  tene- 
vano Cigoli  e  Monte  Bicchieri  ;  a 
fronte  de'  soccorsi  di  Bernabò  Vis- 
conti signore  di  Milano  ,  coman- 
dati da  Giovanni  Auguto,  e  dei 
ghibellini,  lo  presero  a'  9  gennaio 
iSyo.  Come  ribelli  furono  decapi- 
tati il  Borromei,  Lodovico  e  Biagio 
Ciccioni,  venendo  il  loro  patrimonio 
incamerato.  Tra  i  figli  del  Borro- 
mei  fuggiti  a  Milano  dopo  il  tra- 
gico fine  del  loro  padre,  fnvvi  Mar- 
gherita, che  poi  si  maritò  a  Giovanni 
Vitaliani  di  Padova,  dal  qual  matri* 
monio  nacque  Jacopo  Borromei,  già 
Vitaliani,  stipite  dell'illustre  famiglia 
milanese  che  diede  tra  gli  altri  il 
cardinal  s.  Carlo  alle  chiese  roma- 
na ed  ambrosiana.  Nell'ultimo  gior- 
no di  detto  anno  per  trattato  con- 
chiuso tra  i  comuni  di  s.  Miniato 
e  Firenze,  si  convenne  che  in  av- 
venire si  chiamasse  Fiorentino  e 
non  più  al  Tedesco,  e  che  i  notari 
prendessero  1'  indizione  ed  anno 
conforme  usava  Fu-enze,  che  corri- 
spondeva ad  un  anno  più  tardi  dello 
stile  pisano  fino  allora  usato  dai 
«anminialesi.    Ed   alcuni    de'  Malpt- 


MIN 

gli  e  Mangiadori  che  avcano  servi- 
lo la  repubblica  furono  fatti  cava- 
lieri e  cittadini  fiorentini.  Questi 
però  esentarono  dai  dazi  i  sanmi- 
niatesi, dichiarandoli  cittadini  fio- 
rentini, tranne  qualche  eccezione 
pei  ghibellini,  e  continuando  a  custo- 
dire la  torre  del  palazzo  pubblico, 
quella  di  Palla  Leoni,  ed  il  cam- 
panile della  pieve.  Nel  iSgG  andò 
a  vuoto  il  tentativo  di  Benedetto 
de'  Mangiadori  per  dar  la  patria  a 
tradnnento  al  signor  di  Pisa  Jacopo 
Appiani.  Più  tardi  nel  f4^5t  essen- 
dosi scoperto  il  trattato  de' ghibel- 
lini per  dare  Sanminiato  all'  impe- 
ratore Sigismondo,  costò  la  vita  ai 
complici.  Firenze  corrispose  alla  fe- 
deltà de'sanminiatesi,  con  assolverli 
dalle  prestanze  fatte,  con  patto  di 
restaurare  le  mura,  fossi  e  torri. 
Nel  i526  colla  bolla  Romanus 
Pontifix,  Clemente  VII  concesse 
al  preposto  della  chiesa  collegiata 
molti  nuovi  privilegi,  conformi  qua- 
si a  quelli  di  un  abbate  mitrato. 
Tre  anni  dopo  essendo  caduta  Fi- 
renze in  potere  delle  armi  di  Car- 
lo V  e  di  Clemente  VII,  il  suo 
governo,  compreso  quello  di  San- 
miniato, fu  ridotto  a  monarchic(x, 
sottoponendo  fiorentini  e  sanminiate- 
si al  duca  Alessandro  de  Medici  ni- 
pote di  quel  Pontefice,  al  quale 
successero  i  granduchi  delle  due  di- 
nastie, dai  quali  i  sanminiatesi,  mo- 
strandosi costantemente  fedeli,  fu- 
rono generosamente  ricompensati. 

La  chiesa  maggiore  di  s.  Minia- 
lo era  già  prepositura  plebana  nel- 
la diocesi  di  Lucca,  traslocata  dalla 
antica  del  sottostante  borgo  di  s. 
Genesio,  quando  la  repubbika  fio- 
rentina sino  dal  140^,  tlue  anni 
dopo  aver  conquistato  Pisa  ed  il 
suo  territorio,  concepì  il  disegno  di 
erigerla  in  cattedrale,  e  fare  di  San- 


I 


MIN 

miniato    la  sede    di  un  nuovo    ve- 
scovo con  assegnargli  una  gran  par- 
te del  paese    dipendente   allora   nel 
politico  dalla    signoria  di    Firenze, 
e    neir  ecclesiastico    dal    vescovo  di 
Lucca.     A  tale    effetto     nell'  agosto 
1409,   per    mezzo    del    suo    amba- 
sciatore Giovanni  Ristori,  fece  pre- 
sentare istanza  ad  Alessandro  V.  La 
stessa    idea  aveva    allora    quel  go- 
verno per  innalzare  la  collegiata  di 
Prato  in  cattedrale,  ma  tal  disegno 
non  ebbe    luogo.  Si    efiettuò  bensì 
nel     1622    per    le     premure     della 
granduchessa    Maria    Maddalena   di 
Austria    restala    vedova  di    Cosimo 
11,  e  libera  governatrice  de'vicaria- 
ti    di  Colle  e  di  Sanminiato,  ad  i- 
stanza  della  quale    il  Papa    Grego- 
rio   XV  a'  17    dicembre,  mediante 
la    bolla    Pro    excellentì,    eresse  la 
chiesa  di  s.    Miniato  in    cattedrale, 
e   la  terra  in   nobile  città  con  resi- 
denza del   vescovo    proprio,  dichia- 
randola suffraganea  della   metropo- 
li di  Firenze.  Nella  medesima  sono 
noverati   i   popoli,  pievi,    monasteri 
e  spedali   che    furono    staccati   tutti 
dalla    diocesi    lucchese.    Delle     118 
parrocchie  ivi  rammentate,  27  era- 
no filiali   dell'antica  prepositura   di 
8.  Miniato,  22  suffraganee  della  col- 
legiata di  s.  Maria  a  Monte,  ed  al- 
tre   6q    tra    chiese    parrocchiali    e 
conventi.    Nelle    118    parrocchie  si 
compresero  le  collegiate  di   Fucec- 
chio,    di  s.  Croce,  di    Castelfranco, 
e   di  s.    Maria    a    Monte,  oltre   19 
pievi,  parte  delle  quali  comprese  nel 
distretto  fiorentino,  alcune  nel  ter- 
ritorio   sanminiatese,    e    parte    nel 
pontado    pisano,    in    una    superfìcie 
che  si  estendeva    e  tuttora    si  con- 
serva per  circa  49  miglia  da    Val 
di  INievole     alla     base    meridionale 
delle    colline    superiori     pisane    in 
Val  di  Torà,    ed  ia   una   larghezza 


MIN 


i65 


di  circa  20  miglia   dal  fiume  Elsa 
sino  oltre  la  Cascina. 

Il  primo  vescovo  fu  Francesco  No- 
ria nobile  fiorentino,  canonico  della 
cattedrale   di  Firenze,  designato  da 
Gregorio  XV,  e  per  morte  di  esso  di- 
chiarato nel  1624  da  Urbano  Vili, 
il  quale  colla  bolla  AposloUcae  ser- 
vitutis,  nel  1626  concesse  ai  canonici 
il  privilegio  della  mozzetta  paonaz- 
za e  del  rocchetto.  Mori  nel  i63i 
Francesco    compianto    per     le    sue 
virtù,  e  gli  successe  nel    1682  Ales- 
sandro   Strozzi    nobile    fiorentino, 
traslato    da   Adria,    che  si    distinse 
per  pastorale  vigilanza,    integrità  e 
giustizia,  celebrando    il  sinodo  dio- 
cesano   nel  primo    dicembre   i638. 
Nel    1648    vi    fu   trasferito    Angelo 
Pichi  di  Borgo  s.  Sepolcro  arcive- 
scovo   d'Amalfi,    esimio    e  di    pre- 
clare doti  ornato.  Indi  net    1 654  ai 
19  ottobre  fu  eletto  vescovo  Pietro 
Frescobaldi  nobile  fiorentino,  cano- 
nico della  metropolitana    di  Firen- 
ze, priore  di  s,  Lorenzo,  fornito  di 
molta  erudizione,  e  rispettabile  per 
probità;   ma   mori  in  Firenze  a'  12 
dicembre  lasciando  desiderio  di  sé. 
Nel  i656Gio.  Battista  Barducci  no- 
bile  fiorentino  degnamente  gli  suc- 
cesse come  di  perspicace  ingegno  e 
chiaro  in  letteratura,  e  fu  lodatìssi» 
mo  vescovo,  morendo  ai    bagni  di 
s.     Cassiano.    Nel    1662  gli    venne 
sostituito    Mauro    de    Corsi    nobile 
fiorentino    abbate   camaldolese,    lo- 
dalo per  dottrina,  religione    ed  al- 
tre  virtù;    celebrò  il    sinodo  a'  17 
luglio    1667,    rifece    ed    ampliò  la 
sacrestia  della  cattedrale;  riparò  ed 
ornò    la  collegiata    di    s.    Maria  a 
Monte,  essendone  arcipreti  i  vesco-» 
vi  prò  tempore,  e  morì  nonagenario 
nel  1680,  dopo   aver  aumentato  la 
mensa   di    rendite,    risarcita    l' aula 
dell'episcopioj  e  stabiliti  al  capitola 


i66  MIN 

tre  annui  anniversari.  Giacomo  An- 
tonio   Morigia    barnabita  milanese, 
nel   1681   divenne    vescovo;    compì 
la    memorata    sacrestia,    e    traslato 
nel  febbraio   i683  all'arcivescovato 
di  Firenze,  fu  creato   cardinale.  In 
suo  luogo  nel     1682  fu   dichiarato 
\escovo   Michele     Carlo    Cortigiani 
nobile  fiorentino,  preposto  della  col- 
legiata   d' Empoli  ;   celebrò    tre   si- 
nodi, eresse  in    parte  il  seminario, 
trasferì  in  luogo  più  ampio  la  cap- 
pella dell'  episcopio,  donò  alla  cat- 
tedrale  il  legno  delia  s.  Croce,  fu 
chiamato    padre    de'  poveri,  e    con 
dolore  si  \ide  dai  sanminialesi  nel 
1703    traslocato    a  Pistoia.    In  suo 
luogo     successe     Francesco    Maria 
Poggi    fiorentino,  maestro  generale 
de'  servi    di    Maria,    professore    di 
teologia  neir  università  di  Pisa,  en- 
comiato per  pietà  e  dottrina;  cele- 
brò il  sinodo  a' 18  giugno   1707,6 
morì  nel    1719.  L'  Ughelli,   Italia 
sacra  t.  Ili,  p.  269,  con  lui  termi- 
na la  serie  de'  vescovi  di  s.  Minia- 
to,   quale   proseguiremo    colle    an- 
nuali Notizie  di  Roma.   1719    An- 
drea Luigi  Cattaneo  di  Pescia.  1785 
Giuseppe    Suares   della   Conca    fio- 
rentino.   1755  Domenico   Poltri  di 
Bibbiena  diocesi  d'Arezzo,  traslalo 
da  Borgo  s.  Sepolcro.  1779  Bruno- 
ne  Fazzi  di    Calci  diocesi    di   Pisa. 
1806  Pietro  Fazzi  della  diocesi  di 
Pisa.  Per  sua  morte    il  Papa  Gre- 
gorio   XVI     nel   concistoro    de' 23 
giugno     1834    preconizzò    l'attuale 
monsignor    Torello    Pierazzi    di    s. 
Miniato  slesso,  dottore  in  sacra  teo- 
logia ed  in  ambe  le  leggi,  già  pro- 
fessore   di    teologìa    dommatica  nel 
seminario,  vicario  generale  del  pre- 
decessore, e  in  sede  vacante  vicario 
capitolare. 

La  cattedrale,  bell'edifìcio,  è  de- 
dicala   alla    Bculu    Ver^tue    Muriu 


MIN 

Assunta,  e  sotto  l'invocazione  di  s. 
Genesio.    11    capitolo     si    compone 
della  prima  dignità    del  preposto  , 
del  decano,  di  undici  canonici  com- 
prese   le    prebende    del     teologo    e 
del  penitenziere,    di  dieci   cappella- 
ni   e   di  altri    preti  e    chierici    ad- 
detti al  divino  servigio.  Nella  catte- 
drale avvi  il  battisteiio,  e  vi  eser- 
cita la  cura  delle  anime    il  prepo- 
sto,   coadiuvato   da    un    cappellano 
curato  :  prossimo   alla  cattedrale  è 
l'episcopio,    buon   edifizio,  già  pa- 
lazzo   de' signori    XII.  Attualmente 
ì  popoli  della  diocesi  di  s.  Miniato 
sono  riuniti  in  98  cure  ripartile  in 
caposesti,   comprese   22    chiese    di- 
pendenti   dalla    cattedrale.    Fra    le 
quali    1 1   cure    costituiscono  il   ca- 
posesto  di  s.  Maria    a  Monte  ;   18 
il  caposeslo  di  Fucecchio;  i3   il  ca- 
posesto  di  Montopoli  ;   1 4  il  capo- 
sesto    di   Lari;    12    il    caposeslo  di 
Palaia;    e   8   parrocchie    nell'altro 
caposeslo  di  Poiisacco.  Questa  dio- 
cesi   all'epoca    della    sua    erezione 
comprendeva   cinque   conventi  den- 
tro la  città,  e  non  meno  di  sei  nel 
distretto  ;  cinque  monasteri  di  don- 
ne    in    città,    ed    altrettanti    sparsi 
per  la  diocesi.  Al  presente  tutta  la 
diocesi  sanminiatese  nou   conta  più 
di  selle  conventi  e  monasteri,  e  due 
conservatorii;    cioè    in    città  e    nel 
suburbio  il  convento  de'  frali  con- 
ventuali,   quelli    de'  domenicani    e 
de'  cappuccini  ,    ed     il    conservato- 
rio di    santa  Chiara.    Nel    distret- 
to due  conventi  di  frati  minori  os- 
servanti a  Fucecchio   e  a  s.  Roma- 
no;  un  monastero    di    fiancescane 
a  Fucecchio,  uno  di    agostiniane  a 
8.  Croce,  ed  il  secondo  conservato- 
rio in  s.  Maria  a  Montopoli.  Ogni 
nuovo    vescovo    è  tassalo    ne'  libri 
della    cameru    apostolica    in    fiorini 
2'i'ij    usccndcudu   lu    rendile    della 


MIN 
mensa  a  circa  mille  scudi.  Per  al- 
tre notizie  su  questa  cillà  e  dio- 
cesi si  può  leggere  il  benemerito 
Repelli,  nel  suo  Diz.  slor.  della 
Toscana,  all'articolo  Sanminiato. 

MINIME  o  PAOLOTTE,  mo- 
nache. /-^.  Minimi. 

MINIMI  o  PAOLOTTI,  ordine 
religioso.  Fu  istituito  da  s.  Fraii- 
Cesco  di  Paola  [Vedi),  nato  da 
Giacomo  Marlorilli  e  Vienna  di 
Tuscado,  in  Paola  nella  Calabria 
Citeriore,  nel  regno  delle  due  Sici- 
lie. Biigiila  sorella  di  Vienna  si 
maritò  ad  Antonio,  i  cui  due  figli 
essendo  andati  in  Francia,  uno  cioè 
Pietro,  vestì  l'abito  de' minimi,  e 
l'altro  per  nome  Antonio  sposò 
Giacoinelta  Molundrini,  da'quali  di- 
scesero molti  personaggi  illustri,  che 
avendo  esercitate  in  quel  regno  le 
cariche  cospicue  di  presidenti,  di 
consiglieri  di  stalo,  di  maestri  di 
suppliche,  ed  altre  simili,  si  gloria- 
rono più  di  essere  pronipoti  di 
questo  gran  santo,  che  delle  cari- 
che islesse.  Francesco  fino  all'  età 
di  i3  anni  ebbe  a  maestri  i  geni- 
tori, i  quali  ne  secondarono  l'in- 
clinazione alla  pietà,  alla  solitudine 
e  air  astinenza,  e  non  faticarono 
mollo  per  incainminarlo  nella  via 
del  cielo,  e  renderlo  gradilo  a  Dio, 
a  cui  per  voto  fatto  si  credevano 
tenuti  ili  restituirlo,  massime  quan- 
do rinnovarono  il  voto  per  la  sua 
conservazione,  allorché  fu  liberato 
da  imminente  cecità.  Quindi  lo  con- 
segnarono ai  frati  minori  del  con- 
vento della  citlà  di  s.  Marco,  ove 
vestì  per  volo  1'  abito  di  que'  reli- 
giosi, che  portò  per  un  anno,  ia 
cui  proibì  a  sé  slesso  l'uso  de'pan- 
ni  di  lino  e  delle  carni,  e  tenne 
vita  sì  austera  ed  esemplare,  che 
destò  meraviglia  ne' religiosi  che  lo 
lestituirouo  ai  geaitoii,  i  quali  cou* 


MIN  167 

dussero  Francesco  in  Asisi,  a  Lo- 
reto, a  Roma  ed  in  altri  santuari 
per  divozione.  Ritornati  a  Paola, 
il  santo  giovine  si  ritirò  mezzo  mi- 
glio distante,  in  luogo  soU tarlo,  pos- 
sessione de'  genitori,  che  gli  permi- 
sero menarvi  vita  spirituale  e  san- 
tificante. Sembrando  a  Francesco 
luogo  esposto  a  visite,  si  andò  a 
nascondere  nell'  incavatura  d' uno 
scoglio,  senza  bisogno  di  direzione, 
perchè  istruito  da  lume  sopranna- 
turale. La  cella  scavata  nello  sco- 
glio era  il  suo  letto;  l'erbe  e  le 
radici  che  riceveva  per  carità  gli 
servivano  per  cibo,  e  portava  sul- 
la carne  aspro  cilicio.  La  fama  di 
sua  santità  sparsasi  per  la  Calabria, 
molti  volendo  imitarlo  si  fecero  suoi 
seguaci  e  discepoli,  mentre  il  santo 
avea  19  anni.  Nel  i435  uscì  dalla 
solitudine,  e  co'compagni  tornò  nel- 
la possessione  de'  suoi,  ed  ivi  gettò 
le  fondamenta  del  suo  benemerito 
istilulo.  Vi  fabbiicarono  celle  eoa 
cappella  in  cui  cantavano  insieme 
le  divine  lodi,  e  perch'essa  fu  for- 
se dedicata  a  s.  Francesco  d'  Asisi, 
venne  loro  dato  il  nome  di  eremi- 
ti di  s.  Francesco.  Passali  quasi 
dieci  anni,  i  cittadini  di  Paterno 
gli  esibirono  un  luogo  per  fabbri- 
carvi un  convento,  ed  egli  ve  lo 
stabilì  nel  i444>  ^  ^^  •'  secondo 
dell'  ordine.  Crescendo  il  numero 
de'  religiosi  e  le  limosine,  con  li- 
cenza dell'  arcivescovo  di  Cosenza 
Pirro  nel  14^2  fabbricò  Francesco 
altro  convento  in  Paola.  ]Mentre  lo 
stava  edificando  gli  apparve  s.  Fran- 
cesco d' Asisi,  e  gli  ordinò  farlo 
più  grande,  manifestandogli  l' in- 
grandimento dell'  ordine ,  che  di 
giorno  iu  giorno  aumentava  colla 
erezione  di  nuovi  conventi  che  il 
santo  tutti  visitava,  animando  i  re- 
ligiosi   all'  osservanza    dillo    regole 


i68  MIN 

che  loro  avea  dato  a  voce,  confer- 
mandole coli' esempio,  e  cogli  stu- 
pendi miracoli  che  da  per  tutto 
Dio  operava  a    sua   intercessione. 

Diffondendosi  sempre  più  il  buon 
odore  di  sue  virtù  per  la  Sicilia, 
le  città  dell'  isola  desiderarono  a- 
Terlo,  particolarmente  Milazzo,  acciò 
■vi  fondasse  un  convento.  Determi- 
natosi Francesco  di  andarvi,  cercò 
4a  alcuni  mannari  l' imbarco,  ma 
negandoglielo  per  la  sua  povertà, 
il  santo  stese  sull'onde  il  proprio 
mantello,  e  salitovi  sopra  con  due 
compagni,  passò  felicemente  il  Fa- 
ro di  IVlessina,  ed  approdò  con 
sorprendente  ammirazione  di  chi  lo 
vide  alle  spiaggie  di  Sicilia.  Avendo- 
vi dimorato  quasi  quattro  anni,  nel 
1468  tornò  in  Calabria,  dove  solle- 
vò i  poveri  da  un'  estrema  care- 
stia e  fondò  nuovi  conventi.  In- 
tanto i  prodigi  che  Dio  operava 
per  suo  mezzo,  mossero  il  Pontefi- 
ce Paolo  II  a  mandare  in  Calabriej 
uno  de'  suoi  prelati  domestici  a  fi- 
ne di  esserne  meglio  informato  dal- 
l'arcivescovo  di  Cosenza,  il  quale 
consigliò  il  prelato  a  recarsi  in  Pao- 
la ed  abboccarsi  col  santo.  Questi 
appena  lo  vide  volle  baciargli  la 
mano  perchè  da  trenlatre  anni  sa- 
cerdote, con  meraviglia  del  prelato 
che  tanto  era,  il  quale  però  lo  tacciò 
d'indiscreta  rigidezza  e  singolarità 
pericolosa,  per  l'uso  continuo  che 
faceva  co'  discepoli  de' cibi  quaresi- 
mali. Lo  ascoltò  tranquillamente  il 
santo,  e  dopo  aver  detto  che  tali 
cibi  erangli  stati  ordinati  dal  cielo, 
prese  de' carboni  accesi,  e  maneg- 
giandoli seguitò  a  dire  che  assisti- 
to da  quella  virtù  divina  che  ope- 
rava in  lui  tante  meraviglie,  non 
dubitava  sostenere  i  rigori  della  più 
aspra  penitenza.  Spaventato  il  pre- 
ialOj  gli  si  giitò  a'piedi  per  doman- 


MIN 

dargli  scusa  ed  essere  benedetto, 
ma  l'umilissimo  Francesco  doman- 
dò a  lui  tal  grazia,  per  cui  pieno 
di  stupore  partì.  Giunto  il  prelato 
a  Roma  ne  informò  il  Papa  ed  i 
cardinali,  e  ciò  facilitò  le  grazie  che 
dalla  santa  Sede  furono  con  1'  ap- 
provazione accordate  all'  ordine.  In- 
fatti Sisto  IV  nel  i473  avendo  e- 
saminati  i  privilegi  concessi  a  Fran- 
cesco ed  al  suo  ordine  dall'arci- 
vescovo di  Cosenza  e  dal  vescovo 
di  s.  Marco,  nell'anno  seguente  li  con- 
fermò colla  bolla  Sedes  apostolica, 
dei  2  3  maggio,  Bull.  Roni.  t.  Ili, 
par.  III,p.  i36,  col  titolo  di  eremiti 
di  s.  Francesco  d' Asisi,  e  crean- 
do r  istitutore  generale  dell'  ordine, 
esentò  questo  dalla  giurisdizione  de- 
gli ordinari.  Si  andò  quindi  mira- 
bilmente dilatando  anche  per  la, 
venerazione  verso  Francesco,  accla- 
qiato  da  tutti  per  taumaturgo  e 
depositario  delle  grazie,  desideran- 
do ognuno  di  avere  presso  di  sé  i 
suoi  (igli,  avendo  luogo  di  frequen- 
te nuove  fondazioni.  Turbando  il  de- 
monio la  pace  de'religiosi,  gli  suscitò 
contro  Ferdinando  I  re  di  Napoli,  il 
quale  da  Paterno  voleva  far  a  det- 
ta città  condurre  pii^ioniero  sau 
Francesco,  a  fronte  de'chunori  del 
popolo.  Il  capitano  dì  ciò  incaricato 
restandoiie  intimorito  ,  e  più  dallc^ 
rassegnazione  del  santo  in  seguirlo, 
tornò  a  Napoli  e  persuase  il  re  a 
lasciarlo  alla  divozione  dei  calabresi. 
Lo  strepito  de'  suoi  gran  mir^^- 
coli  giunse  all'  orecchio  di  Luigi 
XI  re  di  Francia  gravemente  in- 
fermo, ma  solo  potè  averlo  per  du« 
brevi  con  cui  Sisto  IV  l'obbligò 
a  recarsi  da  lui.  Obbedì  Francesco 
al  capo  della  Chiesa,  e  a'^  febbraio 
i48'2  partì  in  compagnia  del  mae- 
stro del  palazzo  reale,  che  all'  uo- 
po erasi  portato  ia  Calabria.  11  sai\: 


MIN 

lo  fu  ricevuto  in  Napoli  dal  re  e 
dal  popolo  come  un  legalo  aposto- 
lico o  un  sovrano,  ed  in  Roma  i 
cardinali  andarono  a  visitarlo  in  tre- 
no. Il  Papa  l'onorò  come  fosse  un 
principe,  lo  fece  sedere  in  una  sedia 
eguale  alla  sua,  e  nelle  tre  udienze  lo 
trattenne  sempre  da  tre  in  quattro 
ore.  Voleva  Sisto  IV  elevarlo  a  di- 
gnità ecclesiastiche,  ma  il  santo  le 
ricusò  con  quella  profonda  umiltà, 
con  cui  die  il  titolo  di  minimi  ai 
suoi  frati,  né  volle  essere  mai  pro- 
mosso al  sacerdozio  o  altro  ordine, 
contento  della  condizione  di  sem- 
plice laico.  Parlò  al  Pontefice  del 
quarto  volo  di  vita  quaresimale 
che  pensava  stabilire  nell'ordine,  e 
•vedendo  che  difficoltava  conceder- 
lo, presa  la  mano  del  nipote  car- 
dinal Giuliano  della  Rovere  pre- 
sente, disse  che  questi  però  l'avreb- 
be accordato,  predicendogli  così  il 
pontificato,  ciò  che  ripetè  poi  in 
Francia.  Con  solennità  e  distinzione 
fece  Luigi  XI  ricevere  il  santo,  che 
lo  persuase  che  avendo  Dio  prefìs- 
so il  numero  de'nostri  giorni,  biso- 
gnava ciecamente  sottomettersi  a 
lui,  morendo  rassegnato  nelle  sue 
mani,  li  figlio  del  defunto,  Carlo 
Vili,  più  ancora  del  padre  onorò 
s.  Francesco,  lo  consultò  anche  per 
affari  di  stalo,  gli  fabbricò  i  con- 
■venti  di  Plessls  e  d'Amboise,  i  re- 
ligiosi del  quale  mantenne  colle  sue 
rendite.  Trovandosi  poi  il  re  nel 
ì^^5  in  Roma,  somministrò  i  mez- 
zi  per  rendere  sontuoso  il  convento 
che  il  santo  fondava  pe'  religiosi 
francesi,  venendo  poscia  fabbricata 
la  magnifica  Chiesa  della  ss.  IM- 
nità  al  monte  Pincio  (^P^edi),  la 
quale  in  un  al  convento  pussede- 
l'ono  i  religiosi  fino  ai  disgraziati 
avvenimenti  che  chiusero  il  secolo 
passalo.  Il  sanlQ  ebbe  pure  la  con- 


MIN  .69 

solazione  di  vedere  diffuso  l'ordine 
nella  Spagna,  ove  Ferdinando  V 
e  Isabella  dierono  il  nome  di  frati 
della  vittoria  al  convento  di  Mala- 
ga, perch'essa  era  stata  liberata 
dai  mori  per  le  orazioni  e  predi- 
zione del  santo;  come  pure  di  ve- 
derlo confermato  da  Innocenzo  Vili 
estimatore  di  Francesco.  Questi  ve- 
dendo r  ordine  moltiplicarsi,  com- 
pose nel  1493  la  sua  prima  rego- 
la, che  ad  istanza  del  re  di  Fran- 
cia fu  approvata  da  Alessandro  VI 
colla  bolla  Aferitis  religiosae  vilae, 
ai  26  febbraio,  Bull.  Rom.  t.  Ili, 
par.  Ili,  p.  227.  Quel  Papa  cam- 
biò il  nome  di  eremili  di  s.  Fran- 
cesco d' Asisi  ,  o  di  romiti  peni- 
tenti,  con  cui  fino  allora  erano 
stali  chiamati  questi  religiosi,  in 
quello  di  frati  minimi,  come  volle 
il  fondatore.  Neil'  anno  stesso  fu 
dato  principio  dalla  regina  Anna  al 
convento  di  Nigeon  presso  Parigi, 
che  fu  detto  de  buoni  uomini,  hons 
hommes,  pel  titolo  di  buon  uomo 
che  alcuni  motteggiatori  della  corte 
sotto  Luigi  XI  diedero  al  santo  ; 
oppure  perchè  i  minimi  furono 
dapprima  stabiliti  nel  bosco  di  Vin- 
cennes,  in  un  monastero  dell'ordine 
di  Grammont,  che  chiamavasi  dei 
buoni  uomini.  Alessandro  VI  con- 
fermò altresì  nel  1 493  tutte  le 
grazie  accordate  ai  mìnimi  dai  suoi 
predecessori,  e  loro  comunicò  tulli 
i  privilegi  de' mendicanti.  Nel  i497 
ad  istanza  dell' imperator  Massimi- 
liano I ,  mandò  s.  Francesco  alcu- 
ni de' suoi  alunni  in  Germania,  i 
quali  subito  vi  fondarono  tre  con- 
venti, e  vi  si  stabilirono  in  manie- 
ra che  presto  ne  furono  edificati 
altri.  In  Francia  il  nuovo  re  Luigi 
Xil  trattenne  il  santo,  e  lo  facol* 
lizzò  a  fondare  ovunque  conventi 
esenti  da  imposi:;ion,i. 


1 70  MIN 

^^el  i5oi  perfezionò  s.  France- 
sco la  sua  prima  regola,  con  ri- 
durre a  dieci  i  tredici  capitoli  ciie 
la  componevano,  e  con  islabilirvi 
il  perpetuo  \oto  della  vita  e  cibi 
c|uaresinialì;  nell'anno  seguente  la 
fece  approvarti  da  Alessandro  VI, 
insieme  con  un'  altra  regola  pel 
terz'  ordine  dell'uno  e  dell'altro 
sesso  di  cui  parleremo.  Nel  i5o6 
avendo  il  santo  fondatore  data  un' 
altra  mano  a  queste  due  regole,  ed 
avendo  composta  la  terza  per  le 
monache,  di  cui  pur  tratteremo, 
furono  tutte  e  tre  in  detto  anno 
approvate,  massime  il  quarto  voto, 
da  Giulio  II,  giù  cardinale  della 
Rovere,  colla  bolla  Diuluni  ad  sa- 
crum  ordinem  Alini niorurn,  quinto 
kal.  augusti,  Bull.  Rorn.  t.  Ili,  par. 
Ili,  p.  273,  ove  pure  si  riporta  la 
bolla  F  ir  Iute  cospicuo  s  sacri  or  di' 
nis,  emanala  nello  slesso  giorno 
sulla  conferma  e  concessione  dei 
privilegi,  avendone  aggiunti  altri 
nuovi  ;  ricolmò  di  grazie  i  religiosi, 
ed  a  richiesta  dell'  istitutore  gli  die 
in  protettore  il  cardinal  Bernardino 
Carvajal.  Lo  slesso  Giulio  II  ap- 
provò ancora  un  Corretlorio,  in  cui 
s.  Francesco  accenna  le  penitenze 
da  imporsi  a  chi  manca  nell'osser- 
vanza della  legge  di  Dio,  della  Chie- 
sa e  della  regola  ;  e  perchè  alcuni 
non  volevano  che  questi  religiosi 
godessero  de'  privilegi  loro  accorda- 
li, compose  il  santo  anche  un  cere- 
moniale  per  la  recita  del  divino 
ufiizio,  e  per  le  funzioni  ecclesiasti- 
che, e  si  preparò  alla  morte  rin- 
chiudendosi nella  cella  del  conven- 
to di  Plessis,  ove  attese  solitario 
ad  accrescere  il  tesoro  de' suoi  me- 
riti. Raccomandò  a'  religiosi  l'amor 
di  Dio,  la  carità  scambievole,  l'os- 
servanza  della  regola  e  vita  quare- 
simale che  li   distingueva  dagli  ai» 


MIN 
tri.  Morì  nel  venerdì  santo  a'  3 
aprile  iSoy.  Furono  tanti  i  mira- 
coli che  Dio  operò  per  glorificare 
il  suo  servo,  che  Leone  X  cui  il 
santo  in  gioventù  aveagli  profetiz- 
zato il  pontificato,  con  breve  ri- 
portato da'Bollandisti,  jécta  ss.  a- 
pril.  t.  I,  p.  i65,  lo  dichiarò  bea- 
lo e  concesse  a  tutto  l'ordine  l'uf- 
fizio de'confessori,  prendendo  i  suoi 
religiosi  dal  nome  e  dalla  patria  del 
fondatore  anche  quello  di  PaoloUi, 
mentre  a  di  lui  onore  il  re  di  Na- 
poli e  Filippo  li  aveano  dichiara- 
to città  Paola.  Quindi  Leone  X 
nel  primo  maggio  i5iq,  essendo  la 
domenica  in  Albis,  colla  bolla  Ex- 
celsus,  data  in  tal  giorno,  loco  ci- 
tato p.  ^'/5,  solennemente  lo  cano- 
nizzò; ed  a' 25  marzo  i52i  colla 
bolla  Licei  p.  5oo,  accordò  all'or- 
dine de'  minimi  o  paolotti  1'  ufiizio 
con  oliava,  da  trasferirsi  nel  lunedì 
in  Alhis,  quando  la  festa  del  santo 
cadesse  nella  settimana  di  Pasqua. 
Sisto  V  nel  i585  ordinò  colla  bol- 
la In  codi,  t.  IV,  par.  IV,  p.  i4f» 
che  detto  uilizio  fosse  celebrato  cou 
rito  doppio  per  tutta  la  Chiesa. 
Clemente  Xll  col  breve  Adjutor^ 
t.  XIV,  p.  33o,  del  primo  ottobre 
1738,  concesse  l'iudulgenza  plenaria 
a  tulli  quelli  che  in  onore  del  san- 
to facessero  i  tredici  venerdì,  che 
s.  Francesco  di  Paola  ancor  viven- 
te raccomandava  a'  fedeli,  quando 
da  Dio  volevano  impetrar  qualche 
grazia,  confit^ssandosi  e  comunican- 
dosi in  ciascuno  di  detti  venerdì,  e 
recitando  tredici  Pater  ed  Ave  in 
memoria  di  Gesù  Cristo  e  degli 
apostoli,  con  altri  esercizi  di  pietà. 
Indi  a'  18  marzo  1739,  col  breve 
IVuper,  p.  36o,  confermò  l'elezione 
che  del  santo  fece  il  regno  delle 
due  Sicilie  per  protettore.  Nella  ba- 
silica   vaticana  fu   collocata  la  sua 


MIN 

stàtua  (li  marmo  scolpita  da  Gio. 
Laltibla  Maini,  incoulro  a  quella  di 
bronzo  di  s.  Pietro. 

Nel  primo  gennaio  i5o8  ì  reli- 
giosi celebrarono  il  capitolo  gene- 
rale in  Roma,  convocato  dal  p.  Ber- 
nardino Cropulato,  eletto  dal  santo 
prima  di  morire  per  vicario  gene- 
rale fino  al  primo  capitolo,  e  vi 
fu  fatto  generale  il  p.  Francesco 
Binet  francese,  il  quale  allora  era 
correttore  del  convento  della  ss.  Tri- 
nità de'Monti.  Fu  ordinato  in  que- 
sto capitolo,  che  quelli  i  quali  non 
avessero  osservato  il  voto  della  vita 
quaresimale,  fossero  privi  di  voce 
attiva  e  passiva  nelle  elezioni  dei 
superiori.  Il  Papa  s.  Pio  V  colla 
bolla  Apostolìcae  Scdis,  de'  9  no- 
vembre 1567,  Bull.  Boni.  t.  IV, 
par.  II,  p.  4^3,  dichiarò  ordine 
mendicante  questo  de'minitni,  col 
godimento  di  tutti  i  privilegi  dei 
mendicanti,  comprendendovi  le  mo- 
nache. E  perchè  non  di  rado  ac- 
cadeva, che  i  minimi  passavano  tra  i 
cappuccini,  s.  Pio  V  lo  proibì  es- 
pressamente colla  bolla  Sedis  Ano- 
stolicae,  già  emanala  a'  6  ottobre 
detto  anno,  loco  citato  p.  399.  Si- 
sto V  nel  i585  donò  ai  minmii 
la  chiesa  e  convento  di  s.  Andrea 
delle  Fratte  che  poi  descriveremo. 
In  principio  i  generali  dell'ordine 
governavano  solamente  tre  anni, 
ma  nel  i6o5  con  autorizzazione  pon- 
tifìcia il  loro  governo  fu  prolunga- 
to fin  a  sei,  ed  il  primo  che  per 
tal  tempo  esercitasse  l'  ulllzio  fu  il 
p.  Stefano  Dugier,  eletto  nel  XXX 
capitolo  generale  celebrato  in  Ge- 
nova. Camillo  Painphilj  nipote  di 
Innocenzo  X  e  sua  moglie  d.  O- 
limpia  Aldobrandini  principessa  di 
Rossano,  riedificarono  nobilmente 
la  chiesa  di  s.  Francesco  di  Paola 
a'  Monti,  presso  la  quale  Giovanni 


MIN  171 

Pizzullo  sacerdote  calabrese  avea 
pei  minimi  edificalo  il  convento. 
Clemente  XI  colla  bolla  de'iG  mar- 
zo 1716,  Bull.  Maga.  t.  YIII,  p. 
45^7,  concesse  al  generale  e  pro- 
curatore generale  dell'ordine  il  po- 
sto nelle  Cappelle  pontificie  [Vedi), 
ed  al  secondo  di  sermoneggiare  nel- 
la seconda  festa  di  Pascjua  e  nella 
terza  di  Natale,  al  modo  detto  nel 
voi.  IX,  p,  34  e  119  del  Dizio- 
nario. Benedetto  XIII  nel  1729 
diede  ai  minimi  della  provincia  ro- 
mana la  chiesa  di  s.  Salvatore  del- 
la Corte.  Avendo  s,  Francesco  di 
Paola  permesso  ai  frati  nella  pri- 
ma regola  il  canto  ne'  divini  ulli- 
zi,  ma  tolto  questo  nella  secomUi, 
gli  permise  quello  solo  che  somi- 
gliava al  compitare  senza  note  al- 
cune, e  da  questa  dissonanza  ne 
veniva  noia  a'i'edeli  solili  udire  il 
canto  gregoriano.  Il  perchè  Bene- 
detto XIV,  ad  istanza  di  alcuni  re- 
ligiosi dell'ordine,  colla  bolla  Bo- 
inaiius,  de' 22  gennaio  ijS:^,  Bull. 
Bened.  t.  IV,  p.  181,  ordinò  ai 
frati  e  monache  paolotte,  che  nel 
coro  e  nelle  altre  funzioni  usasse- 
ro del  solo  canto  gregoriano.  Es- 
sendo protettore  dell'ordine  il  car- 
dinal Carlo  Rezzonico  nipote  di 
Clemente  Xlll,  questi  a'2  i  marzo 
1763,  col  breve  Bontanwn  Pouii- 
fìcent,  presso  il  Bull.  Bom.  Conti- 
nualio,  t.  II,  p.  34^,  concesse  ad 
un  religioso  del  medesin)o  un  posto 
perpetuo  tra  i  consultori  della  con- 
gregazione de'riti.  Pio  VI  colla  co- 
stituzione Curn  in  ecclesia,  de' 22 
agosto  1786,  beatificò  a'  io  set- 
teujbre  il  ven.  Gaspare  de  Bono 
spagnuolo,  nato  in  Valenza  nel 
1 53o  da  Giovanni  de  Bonox  e 
Isabella  Manzon ,  fattosi  religioso 
nel  i56o,  morto  u'i4  luglio  del 
1604   d'auui    74-   Diversi   religiosi 


172  MIN 

ne  pubblicarono  la  vita.  Lo  stesso 
Pio  Vi  colla  costituzione  Benedi- 
cius  Domitius,  de'  ii  settembre 
1786,  a' 17  detto  beatificò  il  veo. 
Nicolò  di  Longobardi,  ove  nacque 
nel  1649  <i^  Fulvio  Saggio  e  Au- 
relia  Pizzini,  fattosi  oblato  de'  uii- 
niuii  nel  1669,  morto  in  Roma 
a'  12  febbraio  1709  d'anui  60.  La 
sua  vita  di  monsig.  Giuseppe  Maria 
Perimezzi  de'minimi  vescovo  d'Op- 
pido  (poi  arcivescovo  di  Bosra,  e 
segretario  dell'esame  de' vescovi,  se- 
pollo  in  s.  Francesco  di  Paola  )  fu 
lista  rapata  dal  p.  Liborio  Maria 
Tedeschi   poslulatore  della  causa. 

L'abito  de'miuimi,  secondo  la  loro 
regola,  essere  deve  di  panno  vile 
lionato,  tessuto  con  lana  natural- 
mente scura,  e  della  stessa  manie- 
ra debbono  avere  il  cappuccio,  con 
scapolare  ad  esso  attaccato,  il  qua- 
le avanti  e  dietro  scende  fino  alla 
metà  delle  coscie  circa,  e  nell'e- 
stremità è  tondo,  lutto  legato  con 
cordone  di  lana  dello  stesso  co- 
lore annodato  in  cinque  luoghi  , 
ed  a  loro  beneplacito  possono  ser- 
virsi del  mantello,  simile  nella  ma- 
teria e  colore  alla  tonaca  ed  allo 
scapolare.  Portavano  a  loro  elezio- 
ne i  zoccoli  o  i  sandali  di  corda, 
di  giunchi  o  di  altre  erbe,  ma  dai 
primi  del  secolo  XVII  incedono 
calzati  per  dispensa,  costretti  a  ciò 
dalla  continua  vita  quaresimale,  che 
sembrava  incompalibile  colla  nudi- 
tà de'piedi,  come  asserisce  il  padre 
Baldassare  d'Avila  generale  dell'or- 
dine, nel  suo  libro  intitolato:  Ma- 
nipnlns  inininiorum.  Gli  oblati  ed 
i  laici  devono  portare  la  tona- 
va, la  quale  scende  fino  alla  me- 
tà delle  gambe,  dello  scapolare  la 
parte  .^ola  anteriore  col  cappuccio, 
nel  loro  cordone  hanno  da  esservi 
quattro  nodi  soli,  ^  possono  porta- 


MIN 

re  un  mantello  della  lunghezza  del< 
l'abito.  Sino  dal  secolo  passato  tan- 
to i  sacerdoti  che  i  laici  vestono  di 
saia  nera,  portano  le  maniche  della 
tonaca     larghe    quasi     come  quelle 
della  cocolla  monastica,  e  fanno  uso 
del  cappello    ecclesiastico.    1    sacer- 
doti  recitano  l'uffizio  divino  secon- 
do il  rito   romano,  ma  senza  canto, 
ed   i   frati  laici  dicono   trenta   Paler 
ed  Ave  pel   mattutino_,  dieci   per  le 
laudi,    ed    altrettanti    pel    vespero, 
aggiungendo     alle     ultime     Ave     il 
Gloria     Patri.  Recitano    altri    die- 
ci  Pater   ed  Ave    per  l' uffizio    dei 
morti,  col  Requiem  in  fine    dell'ul- 
tima di  queste.  Gli  oblati  ne  dicono 
pel   mattutino    venti,    per    le    altre 
ore  cinque,  come  ancora    per    l'uf- 
fìzio de'morti,    terminando    sempre 
o  col   Gloria  o  col  Requiem.   Altre 
molte    cose    prescrisse   il    fondatore 
nella   regola    a'suoi    frati ,    come  la 
fiequenle    orazione,     il    silenzio    in 
ogni   teuìpo  nella  chiesa,  nel    chio- 
stro, nel  dormitorio,  nel    refettorio 
mentre  si  mangia,  ed  in  tutti  i  luo- 
ghi dall'ora  di  compieta  fino  a  pri- 
ma del   di   seguente.  Nell'osservan- 
za     della     vita    quaresimale    proibì 
non  solo  mangiar  carne,  ma  anco» 
ra  ova,  ogni    sorta   di    latticini,    e 
tuttociò  che  dalla  carne  deriva,  an- 
co fuor  di  convento,  tranne  i  casi 
d'infermità  grave.  A  tale  effetto  vi 
sono    ne' conventi     due    infermerie, 
la  claustrale  ove  si   mangia  di  ma- 
gro, e  l'esteriore  ove  si    mangia  di 
grasso.  Oltre  i  giorni  prescritti  dal- 
la Chiesa,  i  chierici  ed  i    laici    di- 
giunano dal  lunedi    di    quinquage- 
sima sino  a   Pasqua,    e    dalla    festa 
d'Ognissanti  sino     a  Natale ,    e    ir^ 
tutti  i  mercoledì  e  venerdì  dell'an- 
no, eccettuato  il  Natale.  Gli    oblati 
digiunano  ogni   venerdì,  e  dalla  fe- 
sta   di    s.    Caleriua    sino   a   Nata- 


MIN 
le.  Ogni  anno  i  minimi  eleggono 
nei  giorno  della  dedicazione  di  san 
Michele  i  superiori  locali  col  titolo 
di  correttori,  ne  possono  esercitare 
r  uffizio  pili  d'un  anno,  facendosi 
la  elezione  dai  religiosi  de'rispetli- 
vi  conventi.  Questo  ordine  illustre, 
diffuso  quasi  in  tulle  le  provincia 
del  mondo  cattolico,  che  dal  suo 
istitutore  ebbe  per  divisa  il  molto 
Carità,  sino  alle  ultime  vicende 
formavasi  delle  assistenze  e  nazio- 
ni di  Francia,  Spagna  ed  Italia.  Es- 
so ha  dato  alla  Chiesa  diversi  san- 
ti e  uomini  rispettabili  per  pietà, 
dottrina  e  dignità  ecclesiastiche^  ve- 
scovili ed  arcivescovili.  Del  fonda- 
tore e  dell'ordine  scrissero  Ippo- 
lito Marracci,  Benedetto  Gonone, 
Francesco  Lanov  nelle  croniche  di 
esso,  gì'  istorici  degli  ordini  religio- 
si, oltre  Luigi  Doni  d'Atlichy,  Sia- 
ria  generale  degli  ordini  de' mini- 
vii.  Il  p.  Bonanni  riporta  la  figu- 
ra di  un  religioso  minimo ,  nel 
Catal.  degli  ordini  rei.  p.  8oj  ed 
il  Capparroni  la  riprodusse  nella 
sua  Raccolta.  Il  generale  ed  il  pro- 
curatore generale  risiedono  in  Ro- 
ma. Al  presente  è  generale  il  re- 
■verendiss,  p.  Gaspare  Montenero 
consultore  de' riti,  e.  procuratore 
generale  il  reverendiss.  p.  Paolo 
Piazzoli.  I  minimi  hanno  in  Ro- 
ma attualmente  le  quattro  seguen- 
ti chiese. 

Chiesa  di  s.  Francesco  di  Paola, 
nel  rione  I  Monti.  Abbiamo  dal 
diarista  Valesio,  che  Giovanni  Piz- 
lullo  di  Regina  diocesi  di  Bisigna- 
no,  canonico  di  s.  Lorenzo  in  Da- 
maso,  a"*  2  1  febbraio  1623  comprò 
suir  Esquilino  e  alle  Carine  dal 
duca  Gio.  Giorgio  Cesarini  (meglio 
si  dica  dal  suo  figlio  Giuliano  11) 
per  scudi  i2,5oo"  un  palazzo  pres- 
so s.  Pietro  in  Vincoli,  che  il  Ratti, 


MIN  .173 

Della  famiglia  Sforza  t.  IT,  p.  291, 
chiama  considerabile,  con  giardino, 
e  descrive  come  un  museo  quando 
era  proprietà  di  Gio.  Giorgio.  Il 
Pizzullo  donò  il  palazzo  ai  minimi 
della  sua  nazione  calabresi,  nel  qua- 
le stabilirono  il  collegio  degli  studi, 
fabbricandovi  una  chiesa  al  loro 
santo,  secondo  la  mente  del  testato- 
re, tutti  i  cui  beni  ereditarono, 
ponendo  per  gratitudine  nel  1646 
a  destra  dell'  altare  maggiore  quel- 
la iscrizione  che  riporta  il  Marti- 
nelli a  p.  44  6>  Roma  ex  elhnira 
sacra.  Siccome  i  minimi  aveano  la 
chiesa  de' ss.  Sergio  e  Bacco  ai  Mon- 
ti, ora  de' monaci  basiliiini  ruteni, 
nel  trasferirsi  nella  nuova  chiesa 
ottennero  da  Gregorio  XV,  oltre 
r  approvazione  del  collegio,  che  vi 
riducesse  il  j'us  parrocchiale  che  go- 
devano nell'altra,  e  durò  parrocchia 
sino  al  1824  in  cui  la  soppresse  Leone 

XII.  Il  Piazza  neW  Euscvologio  ro- 
mano tratt.  XI,  cap.  VI,  discorre 
del  legato  Pizzulli  a  s.  Francesco  di 
Paola,  onde  collocare  ogni  anno 
due  donne  cadute  in  peccato  nel 
monastero  delle  convertite,  con  cen- 
to scudi  per  cadauna.  Parla  anco- 
ra del  collegio  che  doveva  essere 
di  3o  studenti  religiosi,  co' maestri 
ed  altri,  e  dell'  entrate  pel  loro 
mantenimento  e  per  1'  ulfizìatura 
della  chiesa,  mediante  l'eredità  del- 
l'encomiato benefattore.   Nel    tratt. 

XIII,  cap.  XXII,  dice  il  Piazza,  che 
cospicua  ne  divenne  la  libreria  pei 
libri  legali  e  copiosi  mss.  regalali 
dal  calabrese  d.  Carlo  Selvago  di 
Terranuova,  pubblico  lettore  in  leg- 
ge neir  università  romana  ;  poi  Pie- 
tro Moretti  romano  vi  aggiunse  tut- 
ti i  suoi  libri  di  medicina  e  di  al- 
tre materie  e  scienze,  per  cui  di- 
venne utile,  rinomata  e  di  orna- 
mento al  convento.     Ridolfino  Ve- 


174  MIN 

nuli,  Roma    moderna  p.  p?,  rife- 
risce che  il  convento  venne  restau- 
ralo, e  la  cliiesa    nobilmente  riedi- 
ficata   dalla    summentovata     Aldo- 
brandiniPampliilj  romana,  con  ar- 
chitettura di  Gio.    Pietro  Morandi: 
la  facciala    però    fu     compila     più 
tardi,  come  diremo.  Nel  secolo  pas- 
sato, verso  il    1760,  per  opera  del 
p.  Francesco  Zavaroni  da  IVIonlallo 
generale  dell'ordine,  fu  rifatto  ma- 
gnilicamente  il  convento,  accrescen- 
dovi  il  fabbricato  rivolto  a  setten- 
trione   col    disegno     di   Luigi    I3e- 
rettoni   allievo    del     Sassi,  non  che 
rimodernata  la  chiesa,  decorandola 
della  elegante  facciala    esterna,  co- 
me afferma  il  Vasi  nell'  Itinerario. 
L'altare    maggiore    è    architetlin*a 
di   Gio.   Antonio    de' Rossi  :  vi  è  un 
grandioso     panno    fatto    di     stucco, 
tinto  di  color  di   broìizo,  che  di  qua 
e  di   là  con  belle  cascate,  sostenute 
da  vari  angeli  della  stessa  materia, 
forma  come    tin     gran     padiglione. 
Nel  primo  altare  a  destra  la  s.  An- 
na è  di  Filippo  Luzi,  e  la   volla  a 
fresco  di    Onofrio  Avellino  napole- 
tano. Nel  secondo    il  quadro  è  co- 
pia d'  uno  che  sta  nel  coro,  e  rap- 
presenta   s.  Francesco    di  Paola  :  i 
laterali    e  la     volla     sono  di  Giti- 
seppe    Chiari,  il   quale    espresse  in 
uno  il   sanlo  che    risuscita  i   mura- 
tori caduti  dalla  fabbrica,  e  neir  al- 
tro il  santo  che  fa  gli  occhi,   il  na- 
so e  la  bocca  ad  un  bambino  che 
n'era  nato  privo.    Il  quadro  di  s. 
Francesco  di  Sales  nella  terza  cap- 
pella, ed   i   laterali,  sono  di   Anto- 
nio Grecolini.  Il  deposilo  sulla  por- 
ticella  di  Lazzaro    Pallavicini  fu  e- 
retlo  da  Benedetto  XIV,  per  avere 
con  singolare  umiltà  ricusato  il  car- 
<1iualato,  con  architettura  del  car- 
dinal Fuga,  e  col  busto  scolpito  dal 
CorsÌDi.  Dall'  altra    banda   uell'  al- 


ivi I N 
lafe  di  s.  Michele,  Stefano  Peru- 
gini dipinse  l'arcangelo,  e  Giaco- 
mo Triga  i  laterali.  La  cappella 
seguente  ha  la  Concezione  ed  altre 
pitture  di  Stefano  Pozzi,  il  quale 
dipinse  pure  la  volta  ed  i  laterali 
dell'  ultima  che  ha  il  quadro  di  s. 
Giuseppe  di  Avellino:  nella  prece- 
dente cappella  il  b.  Nicola  è  del 
palermitano  Manno.  La  bella  sa- 
crestia e  la  camera  del  capìtolo 
furono  architettate  da  Filippo  Brec- 
cioli  :  nella  sacrestia  lo  sfondo  del- 
la volta  è  stupenda  opera  di  Sas- 
soferrato.  Delle  lui^elte,  nelle  quali 
è  dipinta  la  vita  del  santo,  quat- 
tro sono  a  olio  di  Agostino  Masuc- 
ci,  e  tre  di  Filippo  Luzi;  vi  dipin- 
se pure  Pietro  Argenvilliers.  Nella 
cappellina  contigna,  il  Cristo  morto 
è  di  Francesco  Cozza,  i  laterali  e 
la  volta  sono  del  Pozzi.  La  festa 
del  santo  litolare  vi  si  celebra  a' 2 
aprile,  ed  ogni  qualtr'  anni  il  se- 
nato romano  fa  alla  chiesa  l'obla- 
zione del  calice  d'aigento. 

Chiesa  di  s.  Andrea  delle  Frat- 
te, nel  rione  IH  Colonna,  con  par- 
rocchia. Dicesi  delle  fratte  dal  no- 
me della  contrada,  perchè  al  dire 
del  Panciroli,  Tesori  nascosti,  anti- 
camente era  fuori  della  città,  o 
perchè  fino  al  secolo  XV  fu  coper- 
ta di  orli  cinti  di  fratte  o  siepi  , 
e  però  collina  degli  orlicelli  si  chia- 
mò il  vicino  Monte  Pincio  a  pie 
del  quale  sorge.  Il  Panciroli  chia- 
ma assai  aulica  la  chiesa,  e  nei 
1600  era  già  parrocchia  con  com- 
pagnia del  ss.  Sagramenlo  ;  aggiun- 
ge che  ricevutala  i  minimi  nel 
i585  da  Sisto  V,  ottennero  licenza 
di  edificarvi  il  contiguo  convento. 
Il  Venuti  narra  che  la  chiesa  era 
stata  prima  posseduta  dalla  nazio- 
ne scozzese,  con  ospedale  incontro 
rifatto  da  Gregorio  XIII,  ora  ora- 


MIN 

Iorio  della  confraternita  parrorclila- 
le,  la  quale  nel     1618     acquistò  il 
sito  dagli  scozzesi.    Dopo  la  pretesa 
riforma  avendola  abbandonata    gli 
scozzesi,  dal    i5'j4-    '"  po*  l' uffizio 
lina    confraternita    sino  a    Sisto   V 
memorato,    sebbene     era    divenuto 
patronato    della     romana     famiglia 
del  Bufalo  de'marcbesi  di  Fighine, 
la  cui  arme  si  vede  in  rilievo  sulla 
porta  maggiore.    Inoltre  il    Venuti 
riferisce  che  Leone    XI,  eletto  nel 
i6o5,  avea  ordinato  la  riedificazio- 
ne della  chiesa  dai   fondamenti,  ma 
visse  27  giorni.  Nella  iscrizione  pe- 
rò che  si  legge  nella   chiesa  si  dice 
che  nel    1612   il    marchese  Ottavio 
del   Bufalo  Cancellieri  intraprese  di 
riedificarla  così  magnifica  come  ossi 
SI  vede  ;  I  iscrizione   viene  riportata 
a  p.  Sj  dal  Martinelli,  il  quale  o- 
pina    che     la    chiesa    si     chiamasse 
Inter  hortof,  de    Ursix  in  Pincìs,  et 
de  fratlis  in   Fico    nemoremì^     es- 
sendovi stalo  trasportato  il  jus  par- 
rncchiale     di    san    Giovanni     della 
ficoccia     del     collegio     de'  maroniti. 
La   fdbbrica    restò    in     varie     parti 
imperfetta,  e  specialmente  nel  cam- 
panile che  non  fu  mai    intonacato, 
e  nella    parte    superiore  della    ftjc- 
ciata,  che  finalmente  nel  1826  ven- 
ne compita   con  semplice     architet- 
tura sotto  la  direzione     dell'archi- 
tetto Pasquale  Belli  ,  coi  denari  la- 
sciali dal   celebre  cardinal  Consalvi 
a  tal  uopo.  II    Venuti    scrive  che 
Ottavio  morì   poco    dopo   che  s'in- 
cominciò   r  opera,    lasciando    fondi 
per  proseguirla.    Architetto  di   tale 
riedificazione  si  vuole  Gaspare  Guer- 
ra da  Modena,  altri  dicono  il  filip- 
pino p.  Gio.    Battista    Guerra,    che 
presiedè  a  quella   di  sua  congrega- 
zione. Dopo  la    sua  morte  il  com- 
pimento fu  affidato    al  Borromiuo, 
il  quale  fece  la  cappella  della  ero» 


MIN  175 

ciata,  la  tribuna,  la  cupola  ed  il 
bizzarro  campanile  che  oscilla  visi- 
bilmente al  suono  delle  campane,  e 
che  descrive  il  Cancellieri  a  p.  17G 
delle  sue  Campnne,  ove  produce 
un  brano  del  Diario  del  Valena,  dal 
quale  apparisce  che  Gregorio  XIII 
die  la  chiesa  ai  minimi  calabresi 
eh'  erano  al  convento  del  Pincio 
coi  francesi.  Il  campanile  restò  im- 
perfetto, quanto  all'  intonacatura,  e 
nemmeno  le  altre  opere  del  Borro- 
mino  ebbero  termine.  L' interno  è 
d'  una  sola  nave  a  croce  latina,  ed 
il  pavimento  di  scelti  marmi  lo  fe- 
ce fare  il  duca  d.  Giovanni  Tor- 
lonia.  La  tribuna,  la  cupola  e  le 
lunette  furono  dipinte  a  fresco  da 
Pasquale  Marini,  e  fu  la  sua  pri- 
ma opera.  L'altare  maggiore  ha 
un  quadro  a  fresco  rappresentante 
il  martirio  dell' apostolo  s.  Andrea, 
dipinto  da  Lazzaro  Baldi  :  quello 
n  sinistra  è  di  Gio.  Battista  Le- 
nardi  ;  quello  a  destra  lo  colorì  in 
24  giorni  Francesco  Trevisani.  Nel- 
la prima  cappella  a  sinistra  le  pit- 
ture a  fresco  si  attribuiscono  ad 
Avanzino  Nuoci.  La  cappella  seguen- 
te degli  Accoramboni  è  ornata  ric- 
camente di  marmo  nero,  e  contie- 
ne due  medaglioni  co'  ritratti  di 
prelati  di  quella  famiglia  ;  essa  è 
consacrata  al  Crocefisso.  Nella  ter- 
za cappella  Lodovico  Gimignani  di- 
pinse il  quadro  rappresentante  s. 
Michele.  Dice  il  Venuti  che  la  cap- 
pella era  dedicata  a  s.  Oliva,  e  che 
i  religiosi  sostituirono  alla  sua  im- 
magine quelle  dell'  Immacolata  Con- 
cezione, di  s.  fllithel  arcangelo,  e 
di  s.  Caterina  da  Siena.  In  questo 
altare  apparve  la  ss.  Vergine  a'  20 
gennaio  1842,  e  quale  la  rappre- 
senta il  maestoso  quadro  erettovi,  ad 
Alfonso  Maria  Ratisbonne,  ricchissi- 
mo ebreo  di  Strasburgo,  il  quale  gi- 


I  7^ 


MIN 

rnndo  per  la  chiesa  vide  lutto  ad  un 
trailo  sparire  1' edifìzio,  ed  una  luce 
abbagliante  che  tutto  il  circondava; 
fu  Irasporlato,  senza  saper  come, 
innanzi  l'altare  di  s.  Michele,  da 
dove  appunto  usciva  la  luce,  ed  al- 
zando gli  occhi  vide  sull'altare  me- 
desimo, bella  e  raggiante  Maria  Im- 
macolata della  Medaglia  benedetta 
i^Vedi)  (la  quale  portava  al  collo, 
postagli  per  convertirlo  dal  barone 
Bussierre  ),  che  colla  mano  gli  fece 
segno  d'inginocchiarsi,  come  obbe- 
diente esegui.  Fu  quindi  sollevato 
piangente,  e  di  repente  abbracciò 
il  cristianesimo.  A'  3o  di  detto  me- 
se ricevette  il  battesimo,  la  cresi- 
ma e  la  comunione  dal  vicario 
cardinal  Patrizi  nella  chiesa  di  Ge- 
sù, indi  vesti  l'abito  de'gesuili  in 
Francia.  Non  può  abbastanza  espri- 
mersi la  fervida  divozione  della  po- 
polazione di  Roma  e  di  oltremon- 
li,  verso  la  ricordata  immagine,  e- 
guale  a  quella  comparsa  a  Ratis- 
bonne;  la  cappella  è  divenuta  un 
santuario  assiduamente  frequentato 
dalla  veneiazione  de'  fedeli,  che  con- 
tinuamente ricevono  innumerabili 
e  segnalatissime  grazie  dalla  dispen- 
satrice gran  Madre  di  Dio.  Il  qua- 
dro della  cappella  seguente,  di  Ma- 
ria Vergine  ed  alcuni  santi,  fu  co- 
lorito da  Giuseppe  Cades.  La  quin- 
ta cappella  ha  un  quadro  di  s. 
Giuseppe  del  Cozza.  Segue  la  cap- 
pella della  crociata,  dedicala  a  s. 
Anna,  non  ancora  compita  e  archi- 
tettata dal  Vauvitelli  :  il  quadro  è 
dì  Giuseppe  Botlani  che  vi  efligiò 
la  santa,  essendo  del  Maini  la  sta- 
tua sotto  r  altare,  altri  dicono  del 
Pacelli,  e  rappjesentante  il  transito 
di  essa.  La  cappella  incontro  è  de- 
dicata a  S.Francesco  di  PaoIa_,  ric- 
ca di  marmi  e  bronzi,  architettata 
da  Filippo  Barigioni;  i  due  angeli 


MIN 

cogl'  istromenti  della  passione  del- 
l'altare  maggiore  e  della  crociata 
sono  del  Bernini,  che  scolpiti  pel 
ponte  s.  Angelo,  Clemente  IX  onde 
non  esporli  all'  intemperie,  li  mise 
a  disposizione  del  nipote  cardinal 
Jacopo  Rospigliosi,  il  quale  come 
proleltore  de'  minimi  li  fece  collo- 
care nel  detto  luogo.  Il  s.  Fran- 
cesco di  Sales  e  la  b,  Giovanna 
di  Valois  nella  cappella  seguente  è 
di  Francesco  Romolo;  l'altare  è 
ornato  con  due  colonne  di  porta 
santa.  Il  quadro  dell'altare  che  se- 
gue, rappresentante  s.  Carlo  e  s. 
Francesca  romana,  in  un  ai  late- 
rali, è  del  Cozza.  Finalmente  la 
cappella  del  battislerio  la  dipinse 
il  Gimignani,  tranne  i  laterali  di 
Bellavia  siciliano  e  di  Domenico 
Jacovacci.  Vi  sono  in  questa  chie- 
sa i  deposili  di  vari  personaggi  ed 
artisti,  fra' quali  sono  notabili:  il 
deposito  del  cardinal  Carlo  Calca- 
gnini,  scolpito  dal  Bracci  ;  quello 
del  cardinal  Pier  Luigi  Carafìi,  e- 
retto  con  disegno  del  Posi  ;  quelli 
della  duchessa  d'  Avello,  e  del  cav. 
Queirolo;  quello  di  Nicolò  Simone 
de'  duchi  di  Baviera,  morto  nel 
1734;  quello  del  nipote  del  re  di 
Marocco  [Vedi).  Sonovi  pure  me- 
morie sepolcrali  dell'  archeologo 
Giorgio  Zoega,  del  filologo  Girola- 
mo Amati,  del  matematico  Gioac- 
chino Pessuti,  de' pittori  Gimigna- 
ni, Oreste  Kiprenskoi  russo,  de  la 
Roche  francese,  della  celebre  pit- 
trice Angelica  Rauffmann,  e  dello 
scultore  Schadow.  Nella  bella  e  ni- 
tida opera  con  eleganti  incisioni  : 
Monumenti  sepolcrali  eretti  in  Ho- 
ma  agli  uomini  celebri  per  scienze, 
lettere  ed  arti,  visitali  da  Oreste 
Baggi,  disegnati  dal  cav.  architetto  F^ 
M.  Tosi  lenente  d'  artiglieria,  Roma 
184G,  tipografia  Monuldi  ;  nel  voi. 


MIN 

in  che  tali  chiaiissimi  signori  gen- 
tilmente si  compiacquero  dedicarmi 
sono  riportali  e  descritti  egregia- 
inente  i  monumenti  delta  Kau(I- 
mann,  di  Pessuli,  Amati,  Zoega, 
Gmelin,  ec.  Nella  sagrestia  la  volta 
fu  dipinta  da  Giacomo  Triga,  ed 
il. Crocefisso  sull'altare  dal  Gimi- 
gnani.  Nel  chiostro  dell' annesso  con- 
vento vi  sono  pitture  a  fresco  in 
cui  sono  espressi  i  fatti  della  vita 
di  s.  Francesco  di  Paola  :  alcune 
lunette  sono  del  Cozza,  una  di 
B'iancesco  Gherardi,  le  altre  di  di- 
versi artisti  :  parecchi  hanno  sof- 
ferto. 

Chiesa  di  s.   Salvatore  in   Corte 
o  .V.  Maria  della    Luce,     nel  rione 
XI 11     Trastevere,  con     parrocchia. 
Della  sua    denominazione    ed  altre 
notizie,  come  del  suo  storico  retto- 
re della   medesima,    ne    parlammo 
al  suo  articolo,  e  nel  voi.  XXT,  p. 
35  del  Dizionario  ;    altre     qui  ne 
aggiungeremo.   Che    ivi  fosse     stata 
corte    o  curia,    o    tribunale  o  car- 
cere, si  può  vedere  anche  il  Nardini 
p.  472,  Roma  antica,  ed  il  Marti- 
nelli, Roma    ex    ethnica    sacra    p. 
298:  il  Venuti  p.    1024    dice  che 
tal  curia  fu  chiamata  il  tribunale  di 
Aurelio,  e  che  forse  prese  come  al- 
tre il  nome  dalla  famiglia  de  Ciir- 
tìbus,     rappresentando    le    antiche 
pitture  dell'altare  maggiore  la  mor- 
te   di     san    Pimmenio  o   Pigmenio 
suo  primo    parroco,  e    maestro  di 
Giuliano    l'apostata,  descritta    dal 
Mauro;  aggiunge   che    ivi  si  vene- 
rano i  corpi  de'  ss.  Pimmenio,  Pol- 
lione    e  Melice    martiri,    e  le  reli- 
quie di  s.    Bonosa    fondatrice  del- 
l'antichissima chiesa  del  III  secolo. 
Pietro  Bombelli  nella  Raccolta  del- 
l'imm.  coron.  dal  cap.  di  s.  Pietro, 
t.  IV,  p.    i4i,  descrive  r  invenzio- 
ne e  manifestazione  della  Madonna 

VOt.     XLV. 


MIN  177 

della  Luce.  Ne' primi  del  r^So  pas- 
sando un  cieco  pel  vicolo  delle  Mo- 
le vicino  alla  chiesa,  entrò  nel  pian 
terreno  di  casa  rovinosa,  ove  caden- 
do  sassi    e    cementi ,    rivolgendosi 
verso  la  parete  prodigiosamente  riac- 
quistò la   luce  in   vedere  su  di  essa 
r  immagine  di   Maria  col  Bambino 
cinta     di     straordinario     splendore. 
Per  un   movimento  naturale  escla- 
mò luce,  luce,  invitando     pieno  di 
giubilo  quelli   del    vicinato  ad  am- 
mirare il  portento  e  la     grazia  ri- 
cevuta, laonde    grandissima  e  uni- 
versale fu  la  sorpresa,  e  rapidamen- 
te ne  fu  piena    Roma.    Subito  ac- 
corsero   ciechi,    storpi  ed  infermi, 
e  furono  prontamente  esauditi  dal- 
la   discoperta    immagine,    che  alla 
meglio  si  ornò  per  la  pubblica  ve- 
nerazione. I  minimi  bramosi  di  tras- 
portarla   in  questa    chiesa,    ne  se- 
garono il    muro    con     licenza    del 
cardinal  vicario,  ed    agli     8  agosto 
solennemente  la  collocarono  vicino 
alla  porta  maggiore  in  apposito  al- 
tare, ove  la  pietà  de'  romani  accor- 
se a   tributarle    omaggio  e  copiose 
oblazioni,  colle  quali  si  potè  rifab- 
bricar la  chiesa  minacciante  rovina^ 
per  cui  si  spesero    più    di    i5,ooo 
scudi.  Indi  la  miracolosa  immagine 
chiamata    della    Luce    da    quanto 
si  è  detto,  fu    trasferita  con  nobili 
fregi  nella    tribuna  dietro    l'altare 
principale,  ov'  è   in  gran  venerazio- 
ne, e  si  scuopre  ogni  gabbato  e  in 
tutte  le  feste,  con  di  vote    pratiche 
e  concorso  di  popolo. 

Chiesa  di  s.   Giovanni    a  porta 
Latina  {Vedi). 

Del  secondo  e  terz'ordine 
de' minimi. 

Minime  o  Paololte  monache.  Su- 
periormente si  riferì  che  s.  France- 
12 


178  MIN  MIN 

SCO  di  Paola  non    solo  compose  la  IV,  allorché  si  recò  in  Francia.  Le 
regola  pei   religiosi,   ma  ancora   per  religiose  di  detto  monastero  chi  prin- 
le  monache,  e  per  le    persone  dei  ci  pio  furono   soggette  ai  correttore 
due  sessi    che   avessero    voluto  ab-  del  convento   d' Andujar,    ma     poi 
bracciare  l'istituto  de'  minimi,  onde  s.  Francesco  le  sottopose  all'obbe- 
▼iene  ad  essere   egli    fondatore    di  dienza  del    provinciale  di    Spagna, 
tre  ordini.    La    regola    però    delle  onde  in  appresso  si    moltiplicarono 
monache,  le    quali    compongono  il  con    molti    monasteri    non    solo  iu 
secondo  ordine,    fu     1'  ultima  delle  quel  regno,  ove  se  ne  contarono  un- 
tre    composte    dal    santo,     avendo  dici,  ma  in  Francia    nel    1621,  ed 
scritto  prima    quella  delle    persone  in  Italia.  La  regola  delle  monache 
d'ambo    i    sessi  o    terziari     perchè  è  poco  diversa    da  quella     de' reli- 
costituiscono  il  terz*  ordine.   Avendo  giosi,  né  differisce  se  non  nelle  co- 
s.  Francesco  mandalo  nella  Spagna  se  necessarie  alla  diversità  del  sesso. 
il  p.   Germano    Lionet  con     alcuni  Hanno  esse  per    conseguenza  anche 
altri    de'  suoi     frati     per    istabilirvi  il  voto  di  perpetua  vita  quaresimale, 
l'ordine  de' minimi,  d.    Pieti-o     di  le  medesime  osservanze  de' digiuni, 
Lucerna  Olii    non  contento     di  a-  silenzio,    orazione    e  altre  cose  che 
Ter  fondato  un  convento  di  questi  si  osservano  dai  miniuii.  Vi  ha  dif- 
nella     città  di   Andujar,     con     Ma-  ferenza  tra   i     correttori  e  le    cor- 
ria  Alfonsa  sua  moglie  diede  anco-  rettrici,  perchè  i  primi  si  eleggono 
ra  la  sua  propria  casa  per  conver-  ogni  anno,  le  seconde  ogni  tre.  Nel 
tirla  in    un    monastero  di   religiose  rione  Monti  alla  Suburra   presso  il 
del   medesimo  ordine,  e  due  sue  ni-  bel  convento  de' minimi,  nel  lySo 
poti  Maria  e  Francesca,   nate  dalla  fu  fondato  un    monastero     di  pao- 
figlia  Elena,  furono  le  prime  a   \e-  lotte  da  suor  Maria  Diomira,  e  con 
«tirvi  r  abito  nel     1 495^,  dato  loro  architettura  di     Francesco  Fiori  la 
dallo  stesso    p.   Germano,    sottopo-  contigua  chiesa    de' ss.     Gioacchino 
nendosi  al  governo   del  p.  Giovan-  e  Francesco  di  Paola,    come  si  ha 
Ili  del  Bosco  :  la    chiesa  di    questo  dall'  Itinerario  del   Vasi.  In  questa 
primo  monastero    fu    dedicala  a  s.  chiesa   nel    1780    fu    .sepolto     nella 
Elena.   Non  avevano  in  quel  tempo  cappella  del  Crocefisso    da  lui  fon- 
legola  particolare,    perchè  s.   Fran-  data,  monsignor    Vittorio  Giovardi 
Cesco  per  le    monache  la    compose  di  Veroli,  decano  de'  votanti  di  se- 
nei   i5o6  in  cui    Giulio     II     l'ap-  gnatura,  e    deputalo    vigilantissimo 
provò  con  quelle  del  primo  e  terzo  delle  religiose.   Il    p.     Luigi     Doni, 
ordine,  colla    bolla    Inter    caeteros.  che  fu   poi   vescovo    di  Rielz,  nella 
Nel    i5o5  il  santo  in  segno  di  af-  storia   generale  di  questo  suo  ordi- 
fezione  verso  tali    vergini,    ch'era-  ne  descrive  le    vite  di  alcune  mo- 
no allora    otto,    mandò  a  ciascuna  nache  minime  spngnuole  e  italiane, 
una  corona,    dono    che  soleva  fare  morte  in    concello    di  santità,  alle 
agli  amici    e  benefattori  dell' ordi-  quali  si  debbono   aggiungere    altre 
ne.   Queste    corone  sono     stale     la  francesi,   tra  le  quali  suor  Gabriel- 
sorgente  di    moltissimi   prodigi,  per  la  Touquart  di     Gesù  Maria,    che 
la   benedizione    che  gli    compartiva  dal  terz'  ordine    passò    ul    secondo, 
il  santo,  per  facoltà  concessa  di  he  fondando  di     questo  un  monastero 
uedir  corone   «    candele    da    Sisto  uella  città  di  Abbc\ille,  di  cui  ella 


MIN 
fu  fatta  corretlrice,  e  dopo  avervi 
dimorato  molti  anni  negli  esercizi 
di  pietà  e  mortificazione  continua, 
morì  santamente  nel  iSSg:  il  mo- 
nastero di  Soissons  fu  il  secondo 
monastero  eretto  in  Francia,  ed  en- 
trambi furono  approvati  da  Gre- 
gorio XV  nell'anno  1623.  L'abito 
delle  religiose  minime  è  simile  a 
quello  de' religiosi  dell'ordine,  e 
sul  velo  bianco  ne  portano  altro  ne- 
ro. Il  p.  I3onanni  nel  Catalogo 
delle  vergini  consacrate  a  Dio,  ne 
riporta  la  figura  a  p.  5'j,  ripro- 
dotta nella  Raccolta  dal  Cappar- 
roni,  e  dice  che  nelle  croniche  del 
p.  Lanovio,  e  nel  cap.  II  ilella  vi- 
ta del  fondatore,  d'Isidoro  toscano 
pag.  4o4>  *'  parla  delle  monache 
paololte.  Abbiamo:  Costituzioni  del- 
le rev.  monaclie  di  s.  Francesco 
di  Paola  della  città  di  Roma. 

Terz'  ordine.  Pel    tempo    in  cui 
san  Francesco  l'istituì    questo    do- 
vrebbe   chiamarsi    secondo,    poiché 
il  santo  molto  prima    di     portarsi 
in   Francia     stabilì   in    Calabria  un 
modo    di    vivere     per     le     persone 
dell'uno   e  l'altro  sesso,  viventi  nel 
secolo.  Rilevasi  dai  processi   di   sua 
canonizzazione,  aver  il  santo  in  Ca- 
labria distribuito  a   diversi  secolari 
il  cordoncino     eh'  è   la     divisa     del 
terz'ordine.  Dai  medesimi  pure  ap- 
parisce che  andando     il     fondatore 
in   Francia   e  passando    per  Altiglia 
vi   lasciò  una   comunità  di  terziarie 
in   numero    di    dieciselte,  le     quali 
avevano  per  correttrice    certa    Per- 
na,  e  per  direttore   il  sacerdote  Ser- 
ra parimenti   terziario.   Non  è  però 
cerio  che  il  santo  formasse  per  quc' 
sti  in  Italia  alcuna   regola,  ma  non 
può  negarsi  che     gli  esempi     della 
sua  santissima   vita,  e   le  esortazio- 
ni che  da   lui    e    da*  suoi     religiosi 
si  facevano  a  quelli    che  si     afllda- 


MIN  179 

vano  alla  di  lui  direzione,  servisse- 
ro loro  di   regola    e  di   statuti,  fin- 
ché nel   i5or    compose  pel  terz'or- 
dine la  regola    che    approvò   Ales- 
sandro VI    nel    i5o2,  e    confermò 
Giulio  II   nel  i5o6,  insieme  a  quel- 
le del    primo    e  secondo,     forman- 
done tutto  un   corpo.  Questa  rego- 
la contiene  sette    capitoli:    primie- 
ramente  prescrive    ai   fratelli  e  so- 
relle, terziari  e     terziarie,     l'osser- 
vanza de' comandamenti    di  Dio   e 
della  Chiesa.   I  chierici    devono  re- 
citar r  uffizio  divino,  e  gli  altri  dire 
pel  mattutino    sette  Pater  ed  Ave; 
altrettanti  per  le  laudi,  cinque  pel 
vespero,  tre  per  la    compieta  e  per 
ognuna   delle  altre    ore    canoniche, 
con  aggiungere  in  fine     ogni   volta 
il   Gloria  Patri,  ed  ogni  giorno  tre 
altri  Pater  ed  yéve,  e  dopo  1'  ulti- 
ma il  Requiem  pei  defunti.  I  ter- 
ziari e  le  terziarie  debbonsi  confes- 
sare da'  sacerdoti   loro  assegnati  dal 
correttore    generale    dell'  ordine,  e 
comunicarsi  nel  giovedì  santo,  Pen- 
tecoste ,    Assunta    e    Natale.     Sono 
obbligati  ascoltare  la  messa  con  di- 
vozione, pagar  le  decime  dovute   ai 
curati,  astenersi  da  impieghi  inde- 
centi, non  intervenire  a  festini    ed 
altre  vanità.  E  loro  vietato  mangiar 
carne  dalla  festa  di  s.  Lucia  sino  a 
Natale,    ne*  tre    giorni     precedenti 
alle  comunioni  prescritte,  e  in  tutti 
i    mercoledì,    potendo  i    confessori 
dispensare,  come    dal  digiuno,    in- 
altre  opere  pie.  Sono  in  libertà    di 
osservar  la  vita  quaresimale,  devono 
però  vestire  d'un  colore  quasi  simi- 
le a  quello    de'  minimi,  cingendosi 
di  un  cordone    con  due  soli  nodi, 
che  ricevono   dal     correttore,  nelle 
cui  mani,  se  vogliono  perseverar  nel- 
r  ordine,  debbono    poi  far  la  pro- 
fessione, purché     abbiano    compiti 
quindici    anni    d'età.    I    superiori 


i8o  MIN 

maggiori  de' minimi,  ne'luoglii  ore 
esiste  il  terz' ordine,  deputano  un 
correttore  ed  una  correttrice,  prin- 
pal  cura  de'  quali  è  il  conservare 
in  perfetta  amicizia  gli  ascritti,  che 
si  devono  amare  quali  fratelli  e 
sorelle,  visitandoli  nelle  infermità 
e  consolandoli  nelle  afflizioni.  In 
Toledo  furono  istituite  terziarie 
claustrali  viventi  in  monastero  con 
voti  solenni,  che  terminarono  per 
estrema  povertà,  ed  alcune  fioriro- 
no per  santità  di  vita.  Ora  il  terzo 
ordine  de'  minimi  comprende  solo 
secolari  de'  due  sessi,  che  in  alcuni 
paesi  vestono  come  i  religiosi  e  le 
monache.  Tra  di  essi  molti  furono 
illustri  per  nobiltà  e  pietà,  come 
la  b.  Grazia  da  Valenza,  s.  Fran- 
cesco diSales,  ed  altri  servi  di  Dio, 
come  s.  Giovanni  di  Dio,  s,  Vin- 
cenzo de  Paoli,  e  la  b.  Giovanna 
di  Valois,  fondatori  di  altri  ordini; 
inoltre  furono  terziari  Luigi  XI, 
Carlo  Vili  e  Luigi  XII  re  di 
Francia. 

MINIO  GioviNNi,  Cardinale. 
Giovanni  Minio  da  Morrovalle,  nel- 
la diocesi  di  Fermo,  professò  nel- 
l'ordine francescano,  dove  divenuto 
celebre  dottore  di  teologia,  fu  tra- 
scelto da  Nicolò  IV  a  lettore  del 
palazzo  apostolico,  e  poi  dai  suoi 
frati  nel  capitolo  tenutosi  in  Ana- 
gni  nel  1296,  a  cui  volle  trovarsi 
presente  Bonifacio  VlIIj  venne  a 
voti  concordi  eletto  generale  del 
suo  ordine,  cui  studiossi  di  richia- 
mare all'  antica  disciplina.  Nel  tem- 
po del  suo  generalato  s.  Lodovico 
vescovo  di  Tolosa,  primogenito  di 
Carlo  II  re  di  Napolij  professò  nel- 
le di  lui  mani  la  regola  di  s.  Fran- 
cesco nel  convento  di  Araceli  di 
Roma  nella  vigilia  di  Natale  1296. 
Per  ordine  di  Bonifacio  Vili  si 
trasferì   a  Gant   in    compagnia  del 


MIN 
domenicano  Boccasini,  poi  Papa 
Benedetto  XI,  per  confermar  la 
tregua  fissata  per  due  anni  da  Car- 
lo II,  tra  il  re  di  Francia  e  Gui- 
do conte  delle  Fiandre.  Questa 
commissione  1'  adempì  con  tanta 
soddisfazione  del  Papa,  che  a'  i5 
dicembre  r3o2  lo  creò  cardinale 
vescovo  di  Porto ,  confermandolo 
nel  governo  dell'ordine,  col  titolo 
di  vicario  generale,  fino  al  nuovo 
capitolo,  ed  inoltre  lo  dichiarò  pro- 
tettore dell'ordine  medesimo,  e  le- 
gato in  Francia.  Trovossi  presente 
ai  conclavi  di  Benedetto  XI  e  Cle- 
mente V,  e  nel  concilio  di  Vienna 
con  argomenti  tolti  dalla  teologia, 
difese  con  eguale  impegno  e  suc- 
cesso la  memoria  di  Bonifacio  Vili. 
Morì  nel  i3i2  in  Avignone,  ove 
Clemente  V  avea  trasferito  la  resi- 
denza pontificia,  ed  ebbe  sepoltura 
nella  chiesa  del  suo  ordine.  Per 
mezzo  di  Giotto,  famoso  pittore,  fe- 
ce esprimere  al  vivo  i  principali 
tratti  della  vita  di  s.  Francesco  nel 
convento  d'Asisi  in  trentadue  pit- 
ture. La  vita  del  cardinale  fu  scrit» 
ta  da  Isidoro  uomo   celebre. 

MINISTRI  DEGL' INFERMI,  o 
Crociferi,  chierici  regolari,  ordine 
religioso.  Ne  fu  fondatore  s.  Ca- 
millo de  Lellis  [Vedi),  nato  a' 2  5 
maggio  i55o  in  Bucchianico  dio- 
cesi di  Chicli,  da  famiglia  illustre. 
Sua  madre  avea  60  anni  quando 
lo  partorì,  e  prima  di  darlo  alla 
luce  sognò  di  avere  in  seno  un 
fanciullo  con  una  croce  in  petto, 
cui  si  univano  altri  fanciulli  ornati 
del  medesimo  segno.  Il  padre  co- 
me militare  poca  cura  si  prese  di 
sua  educazione,  onde  imparò  ap- 
pena a  leggere  e  scrivere,  ma  ben- 
sì si  die  al  giuoco.  D'anni  18  si 
arrotò  nelle  milizie  venete  col  ge- 
nitore, il  quale  essendo  morto  pres- 


MIN 
$0  Loreto,  rimasto  Camillo  solo 
perchè  aveva  eziandio  perduta  la 
madre,  non  potè  condursi  a  Ve- 
nezia, anche  per  essersi  impiagale 
le  gambe.  Curandosi  in  Fermo 
concepì  abborrimento  pel  mondo, 
e  vocazione  di  vestir  1'  abito  fran- 
cescano. A  tale  elFello  si  recò  in 
Aquila,  ove  lo  zio  era  guardiano 
del  convento  di  s.  Bernardino,  ma 
non  volle  riceverlo.  Allora  Camillo 
risolvette  portarsi  in  Roma,  e  cu- 
rarsi neir  ospedale  di  s.  Giacomo, 
ove  fu  ammesso  come  inserviente 
alla  cura  degi'  infermi,  indi  però 
licenziato  pel  suo  naturale  focoso 
e  dedito  al  giuoco.  Tornò  pertanto 
ad  ascriversi  nel  iSSg  alle  milizie 
venete,  ma  per  la  guerra  termina- 
ta co'  turchi,  presto  venne  licenzia- 
to. Ridotto  in  miseria,  trovò  rifu- 
gio dai  cappuccini  di  Manfredonia, 
che  r  impiegarono  alla  costruzione 
d'  una  fabbrica,  Frattanto  Dio  a- 
vendolo  illuminato,  nei  giorno  della 
Purificazione  fu  accettato  per  fra- 
te laico;  ma  scorso  poco  tempo  lo 
lasciarono  in  libertà  per  la  riaper- 
tura d'  una  piaga.  Tornò  in  Roma 
all'  ospedale  di  s.  Giacomo  per  la 
cura,  e  si  rese  di  edificazione  a  tut- 
ti pel  cambiamento  di  vita.  Gua- 
rito che  fu,  volle  far  ritorno  in 
Manli'edonia  tra'  cappuccini ,  ove 
poco  restò  rinnovandosi  il  suo  male. 
Risoluto  di  darsi  tutto  a  Dio,  e 
consacrarsi  interamente  al  servigio 
degl'infermi  nell'ospedale  di  s.  Gia- 
como, si  recò  nuovamente  nella  ca- 
pitale del  cristianesimo.  Gli  am- 
ministratori dello  stabilimento  gli 
aftidarono  1'  uffizio  di  economo,  che 
esercitò  con  fedeltà  e  diligenza.  Il 
suo  spirito  essendo  agitato  pel  voto 
fatto  di  entrare  nell'  ordine  di  s. 
Francesco,  provò  d'  essere  ammes- 
io   tra'  cappuccini    e    minori  osser- 


MIN  i8i 

vanti,  i  quali  lo  rifiutarono  a  ca- 
gione della  piaga  che  gli  restò  fin- 
ché visse.  Allora  designò  d' istitui- 
re una  congregazione  di  persone 
secolari,  pel  servigio  degli  amma- 
lati poveri,  massime  nell'  ultima 
agonia,  avendone  osservato  il  gra- 
ve bisogno  nell'ospedale  stesso;  laon- 
de nel  iSS?  si  unirono  a  lui  Ber- 
nardino Norcino  della  Matrice,  Cur- 
zio Lodi  aquilano,  Francesco  Pro- 
feta di  Randazzo,  Lodovico  Aldo- 
belli  e  Benigno.  Si  adunavano  o- 
gni  giorno  in  un  piccolo  oratorio 
da  loro  eretto  nell'  ospedale,  ove 
recitavano  preci  e  facevano  medi- 
tazioni. £  inesprimibile  come  Ca- 
millo, avente  a  confessore  e  con- 
sigliere san  Filippo  Neri  ,  s'inol- 
trasse nella  via  della  perfezione,  e 
con  quanta  fortezza  d'animo,  su- 
blime carità,  amore  e  pazienza  as- 
sistesse agi'  infermi  in  tutti  i  loro 
bisogni  anco  spirituali,  e  con  quan- 
to fervore  si  esercitasse  nelle  virtù. 
11  demonio  invidioso  di  tanto  bene, 
mosse  i  superiori  dell'  ospedale  a 
ordinare  che  l'oratorio  fosse  disfat- 
to; però  Dio  consolò  il  suo  servo, 
esortandolo  a  perseverar  nell'im- 
presa, ed  assicurandolo  di  assistenza. 
Animato  dal  divino  patrocinio,  sta- 
bili di  formar  la  sua  congregazio- 
ne fuori  dell'  ospedale,  e  per  con- 
siglio di  un  amico  si  determinò  ad 
ordinarsi  sacerdote,  per  meglio  gio- 
vare agli  ammalati,  ed  aver  più  se- 
guaci che  l'aiutassero,  poiché  il 
suo  fine  principale  era  quello  di 
assistere  negli  estremi  della  vita  i 
moribondi,  e  di  aiutarli  a  rendere 
piamente  V  anima  a  Dio. 

Persuaso  Camillo  eh'  eragli  ne- 
cessaria la  lingua  latina,  non  si 
vergognò  d' anni  trentadue  di  an- 
dare ad  impararla  dai  gesuiti  nel 
collegio  romano,  in  mezzo  ai    fan- 


}82  MIN 

ciuUi.  In  poco  tempo  piofiltò  tan- 
to nello    studio,    che   avendole  pia 
persona    assegnato    una  pensione  di 
36   scudi  ,     fu    ordinalo    sacerdote. 
Poco  dopo     i    superiori     dell'  ospe- 
dale   gli    conferirono     l'  ufìlziatuia 
della  chiesa  di  santa  Maria  dei  Mi 
lacoli  al  Popolo,  ove  il    santo    cre- 
dendo  poter  liberamente  dar  prin- 
cipio alla  sua  congregazione,  rinun- 
cio   all'impiego     di    economo;    nel 
settembre  i584  prese  possesso  di  tal 
chiesa,  e     ordinò  a'  suoi  compagni 
vestire  abiti  ecclesiastici   con  assenso 
di   Gregorio  XIII.     Poco     restò     in 
questo  luogo,  perchè    essendosi   ma- 
ialo   r  abbandonò    co'  compagni    e 
prese    casa    alle    Botteghe    oscure, 
continuando  l'assistenza  degl' infcr- 
oai.   Crescendo  mirabilmente  la  sua 
congregazione,     che  dicevasi  del  p. 
Camillo,  delerrniuò  che  si  chiamas- 
se degli  assistenti    o   ministri  degli 
infermi.   Sisto  V   per  l'  utile  grande 
che     derivava    dal     nuovo    istituto, 
r  approvò  colla  costituzione  Ex  o- 
maibiis,  a'  i8     marzo    i586j  Bull. 
Hom.  t.   IV,    par.  IV,     p.     191,   e 
permise  agli  alunni  di  essa  di  vive- 
re in  comunità,  di  fare  i  voti  sem- 
plici di  povertà,  castità   e  obbedien- 
za, ed   il   quarto  di  assistere  i   mo- 
ribondi, eziandio  in  tem[)o  di  peste. 
Diede  loro   altresì     licenza  di  eleg- 
gere un  de'  loro    sacerdoti  per  su- 
periore, il   quale  non     potesse  esei- 
cilar  1  udìzio    che     per   tre  anni,  e 
di  questuare     per  la  città.     Agii  8 
aprile  fu   eletlo  in  superiore  s.  Cu- 
luillo,  il  quale  subito  prese  un  com- 
|>(igno  e  andò   per  lioma  a  chieder 
r  elemosina,  ma    non   Uovo  che  un 
pane  ed  alcune   frulla.    Il  Ciudinale 
Vincenzo  Laureo    vescuvo  di   Mun- 
dovi  e    pruteltore  della     congrega- 
rjone,  la  cui  conferma  avea  ottenu- 
U  4»  i^i^tu  V,  oUcuue  pure  a'  j:6 


MIN 
giugno  un  breve  in  cui  si  permise 
al   fondatore   ed  a*  suoi  religiosi   di 
portare  sui   loro  abili   una  croce  di 
color  tanè,    per    distinguersi     dagli 
altri  chierici     regolari.  Non  aveva- 
no essi  allora   né    chiesa  né  orato- 
rio, e  perciò  erano     costretti     ogni 
giorno   ad  uscire,  per  andare  a  ce- 
lebrare o  ascoltare    la  messa  nella 
chiesa  de'  gesuiti,    ove  eletto    ave- 
vano anche  il  loro  confessore.  Ab- 
bandonala  la  casa  alle  Botteghe  o- 
sciu'e,  ottennero  con  alcune  condi- 
zioni dall' arciconfraternilà  del  Gon- 
falone la  chiesa  di    s.  Maria  Mad- 
dalena  con  alcune     case     contigue, 
che  poi  fecero  rifabbricare   magni-      j 
ficamente  al  modo    che  si   dirà.  Si     I 
aumentò    quindi    il   loro   numero,  e 
s.   Camillo   passò  a  fondare   una  ca- 
sa  in  Napoli,  conducendo  seco  doili- 
ci  compagni.  Il  cardinal  Gio.  Evan- 
gelista Pallolta   gliene  esibì   un'altra 
da   farsi   in   Bologna;     ma   il     santo 
non   potè    accettare,     perchè     molli 
de' suoi  discepoli   per  mancanza   di 
patrimonio,  non  si    potevano  ordi- 
nar sacerdoti.   Si   pensò  a  ciò  rime- 
diare con   otleneie    da     Sisto   V   di 
erigere  la   congregazione  in  ordine 
regolare,  e   ne    parlarono    al   Papa 
i   due  cardinali  Laureo  e   Pallolta, 
il  quale  ne     die     incombenza     alla 
congregazione  de'  riti.  Per  suarnor- 
te  Gregorio  XIV  col  breve  Jlliiis, 
del   21  seltembre  iSyi,  Bull.  Boni. 
l.    V,   par.   I,  p.     3o6,  approvò    la 
loro  maniera  di  vivere  stabilita  dal 
fondatore,   il  quale  ordinava  che  la 
povertà  de' suoi    fosse    come  quella 
degli   ordmi    mendicanti.   Prescrisse 
che  si  eleggesse  un  prcfcLlo  generale 
il   cui    uliìzuj    fosse     perpetuo,     con 
quattro     consultori     pure    perpetui, 
cioè  durante  la    vita     del     prelello 
generale;  che  subito  eletto  il   geue- 
rule  faeessero  uclle  sue  waui  i  vo- 


MIN  MIN  i83 
(i  solenni  di   povertà,    castità,     ob-  dali,    furono   compilati  nuovi  lego- 
hedienza,  e  di  assistete  i  nioribou-  lamenti,  approvati  du  Cleiueute  Vili 
di;  che  il   numero  de' fratelli  laici  nel    iGoo,  culla  bulla    Superna  dì- 
t'osse  maggiore    di  quello  de'  sacer-  spositione^    de'  29    dicembre,     Bull. 
doti; che  dimorando  giorno  e  notte  Roin.  t.  V,  par.  II,  p.   3^5  ;  nella 
negli  spedali  a  cura    degli  inferrai ,  quale  bolla  furono  riformate  molte 
non    prendessero   altra     ricompensa  ordinazioni  che  si  trovano  nel  sum- 
che  quella  sponlaneaujenle     olferla  mentovato  breve  di  Gregorio  XIV, 
dai  superiori  degli  spedali;   e  che  si  fra  le  qual^    fu  tolta  la    perpetuità 
destinasse  una     ciisa     pel   noviziato,  al   generale  e  consultori.    Tuttavol- 
Kello  slesso    breve  Gregorio     XIV  la  i  religiosi    lasciarono    in  seguito 
li  esentò  dalla  giurisdizione  de'  ve-  questo  impiego,  ed  in  altro  capito- 
fecovi,    sottoponendoli      immediala-  lo  gv^nerale,  adunato  in  Roma  nel- 
inenle  alla  santa   S^òe,  eli  dichia-  l'ottobre    1607,    8.  Camillo  rinuu- 
lò  partecipi    de'  privilegi     de'  bene-  zio    la  carica    di  superiore,  che  fu 
dettini,     mendicanti,    gesuiti,  cano-  conferita  al  p.   Biagio  Opperti,  pri- 
nici  e  chierici    regolari.  ma  col  titolo  di   vicario  generale,  e 
Innocenzo    IX  deputò  Paolo  Ài-  poi  in  un  altro  capitolo  tenuto    nel 
beri  arcivescovo    d' Epidauro,  a  ri-  1608  con  quello  di  generale.  Sciol- 
cevere  la   prufessione  dui  fondatore,  io  il  fondatore  da  ogni  imbarazzo 
il   quale  ricevè    poi  quella  de'  suoi  si  diede  tutto   all'  orazione,  agli   e- 
religiosi  agli  8  dicembre  iSgi.Do-  sercizi  di  carità,    ed    alla  penitenza 
pò  tal  solenne  professione  si  accese  e  mortiricazione,  dalle  quali  oppres- 
maggiornienle    la    carità    del  sanlo  so,    e  ricevendo     il    s.    Viatico  dal 
verso    gì'  infc'imi,    e    nel    mese    di  cardinal  Ginnasi  protettore  dell'or- 
marlo   1592   ottenne  nuova  confer-  dine,  volò    al  paradiso  in  Roma   ai 
ma  dell'ordine  da    Clemente  Nili,  i4  luglio  i6i4>   d'anni  64,  un  me- 
die agli  antichi  aggiunse  nuovi  pri-  se    e  venti    giorni,    e    fu    onorevol- 
vìlegi.  Nel   medesimo  anno    utoren-  mente   sepolto    nella  sua    chiesa  di 
do    il  cardinal  Laureo,    assistilo  da  s.     Maddalena,     dove     illustrato  da 
t>.  Camillo,  lasciò  l'eredità  ai  ministri  Dio    con    moltissimi    miracoli    è  ia 
ilcgl'  inCcrmi.  Quindi  il  sauto  passò  gran    venerazione  il  suo    corpo.  E- 
u  Napoli   ed  a  Loreto,  e  tornato  in  gli    avea    fondato    case    dell'  ordine 
Ruma  coi  beni  della    conseguita  e-  anche  a  Bologna,    Genova,  Firenze, 
redità    soddisfece  i    debili  contratti  Ferrara,  Messina,  Mantova  ed  altri 
jjcr  la  fabbrica  della  casa,  e  poscia  luoghi,    come  in  Ungheria.    A  Na- 
i>i    applicò    a  dilatar    l'ordine,    che  poli,  in  Nola,  in   Roma  ed  altrove, 
introdusse    ancora    in    Milano  con  fu  spettacolo  di  carità  uell'  assiste- 
assumersi  la  cura  dell'  ospedale.  Ra-  re   gli  appestati,    come  lo    furono  i 
dunò    dipoi  il    capitolo  generale  in  suoi    figli  allora    e   dopo,  pieni  del 
Roma,    dove  furono    eletti    quattro  suo  eroico  spirito.  Non  solo  il  sauto 
consultori,  col  carico  di  stendere  le  prendeva   viva  cura  dell'anima,  ma 
costituzioni,  per  servire  di  regola  a  anco    del    corpo    degl'  intermi,    ve- 
tutta  la  congregazione,  e  nel    1099  gliando  che  si  seppellissero  quando 
vi    convocò    il  secondo,    in  cui   es-  indubitatamente  erano  divenuti  es- 
sendo stato  ammesso  il  di  lui  prò-  daveri,    ordinando    a'  suoi    religiosi 
yello  di  assistere  i  malati    negli  spe-  di  continuare  le  oruiiou»  pegli  4»go- 


i84  MIN 

nìzzauli  alcun  tempo  dopo  che  sena* 
bravano  aver  mandato  l'ultimo  re* 
spiro,  per  precauzione,  e  non  per- 
mettessero che  loro  si  coprisse  to- 
sto il  volto  per  impedire  la  respi- 
razione, finché  non  si  avesse  indu- 
bitata certezza  della  morte.  Bene- 
detto XIH  a' 24  luglio  1728  ne 
approvò  le  virtù  in  grado  eroico, 
e  Benedetto  XIV  dopo  averne  ap- 
provato i  miracoli  a'  26  settembre 
1741,  e  permesso  a'5  marzo  ij^'ì 
colla  costituzione  De  congregalio- 
nis,  presso  il  Bull.  Magn.  t.  XVI, 
p.  74>  che  il  suo  corpo  fosse  tra- 
sferito in  luogo  più  decente  di  det- 
ta chiesa,  agli  8  aprile  colla  bolla 
In  virtutibas,  loco  citato,  solenne- 
nenie  lo  beatificò,  canonizzandolo 
colla  bolla  Misericordiae,  de'  28 
giugno  1746  ,  Bull.  Bentd.  XIF , 
\,  li,  p.  75,  a'  29  detto  ;  indi  con 
decreto  8  gennaio  1752  ne  con- 
cesse l'uffizio  e  messa  con  rito  dop- 
pio negli  stati  sardi,  e  con  decreto  dei 
29  maggio  a  quelli  ereditari  di  ca- 
sa d'  Austria.  Clemente  XIII  aven- 
do a'  25  novembre  1758  concesso 
che  in  Roma  a'  18  luglio  si  cele- 
brasse la  festa  con  detti  uffizio  e 
messa  con  rito  semidoppio,  a'  i5 
dicembre  1762  ordinò  che  in  tut- 
ta la  Chiesa  cattolica  si  flicesse  lo 
stesso  uffizio  colle  lezioni  del  secon- 
do e  terzo  notturno ,  orazione  e 
messa  tutto  proprio,  già  da  Bene- 
detto XIV  approvati  a'  12  marzo 
1753  con  rito  semidoppio,  che  Cle- 
mente XIII  con  decreto  de'  16 
settembre  1767  elevò  a  doppio  mi- 
nore. Con  simile  decreto'  permise 
a'  ministri  degl'  infermi,  ad  istanza 
del  re  di  Sardegna,  che  nell'  assi- 
stere a'  moribondi  potessero  recitare 
nelle  litanie  il  nome  dei  loro  fon- 
datore s.  Camillo  dopo  quello  di 
s.  Fraucesco.  La  vita  di  s.  Camillo 


MIN 

de  Lellis  scritta  in  italiano  un  anno 
dopo  la  sua  morte  dal  discepolo  p. 
Santi  Ciccatelli,  e  stampata  in  Vi- 
terbo nel  i6i5,  fu  ristampata  in 
Napoli  nei  1627,  e  con  giunte  in 
Roma  nel  1746  :  tradotta  in  lati- 
no dal  gesuita  Pietro  Halloix  fu 
pubblicata  in  Anversa  nel  i632. 
Nel  1726  il  p.  Pantaleone  Dolera 
stampò  in  Roma  quella  da  lui  com- 
pilala. Da  ultimo,  e  nel  1887,  fu 
esaminata  e  confrontala  coi  pro- 
cessi della  canonizzazione  la  stessa 
vita  scritta  dai  padri  Ciccatelli  e 
Dolera,  e  così  correità  fu  stampata 
in  Roma  dal  tipografo  Marini. 

Dopo  la  morte  del  fondatore  l'ordi- 
ne prosegui  a  dilatarsi,  e  passò  anche 
nella  Spagna,  ed  in  altri  paesi.  Nel 
1687  Urbano  Vili  col  breve  Ex- 
poni  nobis,  a  tenore  delle  costitu- 
zioni della  congregazione,  ordinò  che 
i  capitoli  generali  si  tenessero  ogni 
sei  annij  ed  essendo  insorta  la  que- 
stione tra'  sacerdoti  ed  i  frati ,  i 
quali  erano  prima  impiegati  anche 
nelle  cariche  della  religione,  preten- 
dendo questi  secondi  la  precedenza 
sopra  de'  chierici,  Alessandro  VII 
con  breve  del  1662  decise  a  favo- 
re di  questi  ultimi  contro  i  laici, 
ed  accordò  ai  religiosi  molle  indul- 
genze a  beneficio  degli  infermi.  Qui 
noleremo  che  Innocenzo  XI  a'  3i 
agosto  1684  stabih  col  breve  Ex- 
poni  nobis,  che  i  fratelli  laici  non 
potessero  più  occupare  la  carica  di 
consultori;  e  che  Innocenzo  XII  ai 
20  agosto  1697  col  breve  Sollici- 
Uulo  pasioralis,  tolse  ai  medesimi 
fratelli  laici  la  voce  attiva  e  passi- 
va. Inoltre  Alessandro  VII  concesse 
ai  ministri  degli  infermi  la  chiesa 
di  s.  Maria  in  Trivio,  che  descri- 
vemmo nel  voi.  XI,  p.  2o5  del 
Dizionario,  quanto  all'origine;  laon- 
de qui  faremo  parola  di  altre  cose 


MIN 

che    la   riguardano.    I    religiosi    nel 
cunvenliiio  annesso  vi   posero  il  no- 
viziato, indi  servì    di  residenza  del 
procuratore  generale.    Avendola   re- 
staurata   nel    1573    i  religiosi  anti- 
chi proprietari,    i  ministri   degl'  in- 
fermi  fecero    altrettanto,     e     molto 
l'abbellirono.   La  chiesa  ha  una  sola 
nave     con     quattro     cappelle    senza 
sfondo,    ed  il    cappellone    maggiore 
nell'  estremità     superiore.    11     pavi- 
mento è  di   puliti  marmi,  le   pareti 
sono  ricche  di  stucchi  messi   a  oro, 
e  la   volta    co' suoi   peducci   è  tut'a 
dipinta  colle  storie  della  Eeata  Ver- 
gine, condotte  dal    reatino  Antonio 
Gherardi,    lodate    pel     colorito.     Il 
primo  altare    a  destra  ha   un  qua- 
dro di  s.  Francesco  Caracciolo,  po- 
stovi di  recente,  e  prima  v'  era  un 
Crocefisso    con  Maria,  s.  Giovanni  e 
s.  Maria  Maddalena,  di  Gio.  France- 
sco Bolognese,  di  cui  sono  i  quadretti 
laterali  ad  olio  colle  storie  di   Ma- 
ria  Vergine  :    il   Crocefisso    fu   tra- 
sferito   presso    r  altare    maggiore  a 
dritta.  Il  secondo  altare  prima  avea 
un  s. Pontefice  decapitato  da  un  ma- 
nigoldo, pittura  del  p.  Cosimo  cap- 
puccino, ed  ora    sta  presso  l'altare 
grande  a  sinistra,  ed    in  suo  luogo 
fu  sostituito  il  s.  Camillo    de  Lellis 
del    siciliano  Gaspare  Serenar!  :  dai 
lati    dell'arco    sono    cinque    piccoli 
affreschi  colle  storie    della  Passione 
del  padre  Cosimo.   L'aitar  maggio- 
re   ebbe    già     una  gloria  d' angeli 
adoranti   il  ss.  Sagramenlo,  dipinta 
dal    Palma    che  colorì  pure    i  due 
quadri   laterali.    In    seguito  1"  altare 
fii    rinnovato  con    architettura    del 
nominato  Gherardi,  con  marmi  pre- 
gevoli   e    rari ,    tanto    nella    mensa 
che  nella  balaustra  ;  ed  in  esso  ve- 
nerasi  un'antica  immagine  di   Ma- 
ria Vergine    col  Bambino  in   piedi. 
11    primo  altare    dall'  opposto  lato, 


MIN  i85 

partendo  dall'  aitar  maggiore,  ha 
due  belle  colonnine  di  verde  anti- 
co, in  mezzo  a  cui  è  il  quadro  col 
battesimo  di  Cristo  d' uno  scolaro 
del  Palma,  di  cui  sono  pijre  le  sto- 
rielte  a  fresco  colorite  ne'Iati  e  per 
di  sopra  all'arco.  Sull'ultimo  alta- 
re s.  Maria  Maddalena  è  del  peru- 
gino Scaramuccia.  Nel  mezzo  della 
chiesa  vi  è  la  memoria  sepolcrale 
del  cardinal  Luigi  Cornaro.  Nella 
sacrestia  da  un  lato  si  vede  la  Pie- 
tà ad  olio,  e  nella  volta  altra  si- 
mile a  fresco,  dipinte  dal  p.  Bar- 
tolomeo Morelli  genovese  de'  mini- 
stri degl'  infermi.  Nella  volta  di  vi- 
cina stanza  il  Gherardi  dipinse  il 
miracolo  operato  da  s.  Camillo  al 
romano  Crescenzi,  e  sulla  porla 
della  sacrestia  il  Cristo  morto  è  del 
Palma.  Qui  noteremo,  che  nella 
navata  pi'incipale  della  basilica  Va- 
ticana, tra  le  statue  de'santi  fonda- 
tori, i  ministri  degl'infermi  vi  col- 
locarono quella  di  s.  Camillo,  scol- 
pita da   Pietro  Pacilli. 

Clemente  XI  nel  17 14  diede  la 
chiesa  di  s.  Giovanni  in  Mica  Au- 
rea in  Trastevere  ai  religiosi,  per- 
chè fosse  loro  più  agevole  nella  re- 
gione assistere  i  moribondi.  Cle- 
mente XIII  col  breve,  /Id  aiigen- 
dani,  de'4  marzo  1760,  Bull.  Roni. 
Conlinualio,  t.  I,  p.  2g4>  concesse 
indulgenza  plenaria,  da  applicarsi 
anche  ai  defunti,  a  quelli  che  con- 
fessali e  comunicali  venerassero  il 
ss.  Sacramento  esposto  nelle  chiese 
de'  ministri  degl'  infermi  in  ogni 
festa  di  precello,  nelle  quali  m  Ro- 
ma si  espone  nelle  due  chiese  del- 
l'ordine. Pio  VI  nel  1781  per  ri- 
chiesta della  regina  Maria  I,  mandò 
in  Portogallo  dodici  religiosi  per  pro- 
pagarvi il  beuemerilo  istituto,  cioè 
nou  nel  Portogallo,  ove  già  esisteva, 
ma    nelle    Indie  soggette    a    quella 


1 86  MIN 

corona.  Neil'  Ospedale  dì  x.  Gio- 
vanni in  Laterano  [Fedi)  per  l'assi- 
stenza spirituale  delle  malate,  in 
luogo  de'  confessoii  e  cappellani 
pieti  secolari,  con  autnii/.za/.ione  di 
Gregorio  XVI  nel  i836  vi  furono 
t;()|locati  i  ministri  degi' infei'mi, 
cioè  sei  padri  e  due  laici.  Uno  dei 
primi  è  priore,  altro  è  sotto  priore. 
«•(I  oltre  r  occuparsi  delle  cose  spi- 
rituali, soprintendono  alla  discipli- 
na degli  uon)ini  che  servono  l'isti- 
llilo; gli  altri  cpiattro  padri  com 
|)iono  i  doveri  del  sacro  ministero, 
fS'iendo  uno  di  essi  giorno  e  notte 
.sempre  di  guardia  per  qualunque 
bisogno.  Con  beneplacito  di  detto 
Papa  nel  pi'incipio  del  iBSg  i  mi- 
nistri degli  inflermi  permutarono  la 
chiesa  di  s.  Maria  in  Trivio  e  an- 
nesso conventino  ,  con  chiesa  e 
convento  de'  ss,  Vincenzo  ed  Ana- 
stasio a  Trevi,  che  descrìveremo, 
coi  Chierici  regolari  minori  (  Fé- 
tp),  chiesa  e  convento  che  subito 
listorarono  ed  abbellirono,  e  l'ulTi- 
%.i»nn  con  splendidezza  e  decoro. 
)l  l^apa  regnante  nel  luglio  1847 
col  breve  Inler  plurima,  nell'  arci- 
ppedrde  di  s.  Spirito  in  Sassia,  ai 
canonici  regolari  sostituì  i  ministri 
flegi' infermi,  per  la  cura  e  assi- 
iitenza  dei  malati,  e  pel  governo 
della  unita  pariocchia,  concedendo 
»ll  archivista  e  segretario  qne'  pri- 
\ilegi  già  goduti  dai  canonici  dallo 
stesso  Pontefice  confeniporanea- 
niente  soppressi.  Indi  agli  8  ago- 
sto sedici  indi-idui  religiosi  presero 
possesso  del  grandioso  slabiliuiento 
con  quelle  solennitii  «lesciille  nel 
nuui.   64  del   Diario  di  Roma. 

L'abito  de'  ministri  degl'  infer- 
mi, chierici  regolari,  delti  ancora 
del  ben  morire,  al  che  diulano  ca- 
ritalevolnienle  chi  lo  brama,  è  ne- 
ro simile  a    quello  degli    nllii,  con 


MIN 

cappello  ecclesiastico,  ed  alla  croce 
di  tanè  sostituirono  la  rossa,  che 
portano  sopra  la  sottana  e  il  mantel- 
lo nella  parte  destra.  Ai  quattro  voti 
solenni  ne  aggiungono  quattro  sem- 
plici, di  non  variar  cosa  alcuna 
nella  maniera  che  osservano  in 
servire  gì'  infermi,  se  ciò  non  fòs^e 
per  un  bene  maggiore  e  con  auto- 
rità apostolica;  di  non  procurare 
cosa  alcuna  dagli  spedali,  né  d'ac- 
cettare mai  per  qualunque  ragione 
r  amministi'azione  temporale  degli 
spedali;  di  non  procurare  alcuna  di- 
gnità né  direttamente,  né  indiret- 
tamente, né  neir  ordine,  né  ftiori 
dell'  ordine,  e  di  non  accettarla  se 
sia  loro  conferita,  senza  la  dispensa 
pontificia;  e  di  avvisare  i  superiori 
se  alcuno  di  essi  procura  di  aver- 
ne. Fanno  due  anni  di  noviziato,  e 
non  sono  obbligati  in  coro  a  reci- 
tar r  ufllzio  divino,  ma  bensì  a  fa« 
re  ogni  giorno  un'  ora  di  medita- 
zione, e  a  fare  la  disciplina,  ed  una 
astinenza  in  tutti  i  venerdì.  Nel  ca- 
pitolo generale  eleggono  il  prefetto 
generale  ed  i  quattro  consultori 
assistenti,  ch'eleggono  i  provinciali, 
i  prefetti,  i  visitatori  e  gli  altri  nf- 
fi/.iali.  Hanno  questi  religiosi  delle 
case  di  professione,  di  noviziato, 
ed  anche  infermerie.  Queste  due 
ultime  case  possono  possedere  ;  an- 
ticamente non  le  prime,  alle  quali 
era  permesso  soltanto  di  avere  una 
casa  di  campagna,  acciocché  i  reli- 
giosi possano  sollevarsi  alquanto 
dal  ministero  laborioso  ch'esercita- 
no con  tanta  edificazione  ed  utili- 
tà pubblica;  ma  Clemente  XIII  col- 
la bolla  Inter  plurima,  de'24  ag**' 
sto  17641  concesse  che  anco  le  ca- 
se professe  potessero  possedere.  Vi 
.sono  Ira  di  loro,  .sacerdoti,  fidati 
laici  o  conversi,  ed  oblati,  de'qiiali 
i    primi    due   sono    legati    con   voli 


MIN 

solenni,  e  gli  oblali  fanno  solamen- 
te J  voli  semplici,  e  sono  impiegali 
negli    uffizi    della    casa. 

In  questa  congregazione  fiorirono 
diversi  servi  di  Dio,  e  parecchi  per- 
sonaggi illustri  per  dottrina  e  per  o- 
pere  spirituali  che  pubblicarono.  Fio- 
rirono   in    santità     di    vita,     princi- 
palmente il  fratello  Bernardino  Nor- 
cino   priujo  compagno  di    san    Ca  - 
inillo  ,    morto    nell'anno    i583.     Il 
fratello  Giovanni   Baudinch   irlande- 
se, confessore  della  fede  in  Londra, 
morto    in    Pioraa    nel    1612.    Il  p. 
Francesco     Corradi     messinese,    del 
quale  .sono  registrati  alcuni   miraco- 
li, morto   in  Napoli  nel  1G18.   Il  p. 
Pier     Francesco   Pelliccioni ,    chiaro 
per  la  sua   innocenza  e  carità,  mor- 
to in   Genova  servendo  gli  appesta- 
ti nel    1625.   Il  p.  Giovanni   Cocca- 
relli   zelante   uiissionario   nell'  Olan- 
da ;  mori  servendo  gli  appestati  in 
Manleva,  nel    i63o.  Il  p.  Giuseppe 
Romaguerra^  ucciso  in   odio  del  mi- 
nistero a    Madrid   mentre  assisteva 
un  moribondo,  nel  1640,   Il  p.  Gio. 
Ballista  C^ontronibus,  uomo  di   eroi- 
ca   carità,  chiamato  al    suo   tempo 
in     Roma     il     padre    de'  poverelli, 
morto  nel    i65i.   Il   p.  Andrea   Si- 
cli,   acceso    di    fervido    zelo   per    la 
conversione  degl'infedeli,   fece  il  gi- 
ro del  Messico,  del   Perù,  del   Bra- 
sile,   e    di  allre   parti    di    America 
per  cionverlirli  e  propagar  la  divo- 
zione   della    Beata    Vergine.    Il    p, 
\incenzo    Dui  unii     celebre    per  la 
sua    innocenza,    penitenza    e  carità, 
morto  in   Palermo  nel    1718.   Il  p. 
Martino  d'  Andrez    Perez  .spagnuo- 
lo,  ed  allri   riportati   nelle  Memorie 
storiche  del   p.   Domenico  Regi  del- 
lo sles.so  ordine.   Va  notato,  che  in 
tutte    le   pestilenze    che    hanno    af- 
fililo l'Italia  da   Sisto  V   inclusiva - 
iMeule  al  chulera,    »  miuisln  degli 


MIN  187 

infermi  si  sono  sempre  mostrati    de- 
gni figli  di  s.  Camillo,  e  molte  cen- 
tinaia   ne   furono   vittime.    Quanto 
ai   religiosi   illustri  per  sapere,  seb- 
bene il  loro  istituto  li  obbliga  ve- 
gliar le  notti,  e  consumar  i  giorni 
al   letto  de' moribondi,  pure  abbia- 
mo diverse  opere  pregevoli  di  alcuni. 
Il   p.   Gio.  Battista  Novali   pubblicò 
varie  opere,  tra  le  quali  nomineremo 
quelle  intitolate  :  Eucharistici  amo- 
res  ;  e  De    eminentia  Deiparae  V. 
M.  Il  p.  Nicolò  du  Mortier  professo- 
re dell'università  di  Lovanio,  Etymo- 
logiae  sacrae  graecolatinae,  opera 
importante  e    rara.   Il    p,  Feliciano 
Bussi,  Storia  di    Viterbo  ,  lasciando 
manoscritte  altre  opere  esistenti  nel- 
la biblioteca  della  Maddulena.  11  pre- 
fello    generale     risiede     nella    casa 
di  s.   IMaria  Maddalena,    ed  il  pro- 
curatore   generale  in    quella  de'  ss. 
Vincenzo  ed   Anastasio  a   Trevi.  Al 
presente  è    prefetto  generale    il   re- 
verendiss.  p.  Luigi   Togni,  e  procu- 
ratore generale  il  reverendiss.  p.  Ma- 
rio  Lipari.   Scrisseio    di    questo  or- 
dine   il   p.    Ippolito    Malacci,    il   p. 
Santi    Ciccatelli  de'minislri   degl'  in- 
fermi ,   i   padri    gesuiti  Pietro  Hal- 
loix  e  Gio.  Biitlisla  Rossi,  gli  scrit- 
tori  degli   ordini    legolari  ,  ed   il  p. 
Bonanni    nel  suo     Catalogo  di    essi 
ne   riporta  anco  la  figura  a  p.  64. 
Abbiamo,     CoUeclio     constilulioinini 
apostolicarum  ad  religionem  cleri- 
corttni  regulariiun  perlinentiuin   mi- 
ntslrantiuin    in/irrnis,  ^otìtae    1770. 
In    B-oma    hanno     le    tre    seguenti 
chiese. 

Chiesa  di  s.  Maria  Maddalena, 
nel  rione  III  Colonna.  Il  nuovo 
contiguo  convento  entro  cui  è  la 
stanza  abitata  dal  santo  fondatore 
de'minislri  degl'infermi,  mutata  in 
una  divota  cappella,  fu  eielto  nei 
puQlilicuto    d' luuoccu^o    XI,    cou 


iS8  MIN 

disegno    di    Carlo    Bazzaccheii.  La 
cliiesa   vemie  nella   riedificazione  in- 
cominciala dall'  aichiletto  Gio.  An- 
fonio    de    Rossi,    e    rimase  compila 
nel    pontificalo    d'  Innocenzo     XII, 
da    Carlo    Quadrio  ;    poi    Giuseppe 
Sardi  eresse  la  facciata  esterna,  con 
troppi   ornali,  essendo  le  due  statue 
superiori  di  Giuseppe  Canarie,  e  le 
laterali  alla  porlaj    di  Paolo  Cam- 
pana.    L' interno     della     chiesa    ha 
iorma  di  croce    latina  con  sei  cap- 
pelle, comprese  le  due  della  crocie- 
ra, ed   il  cappellone  maggiore  è  or- 
nato sontuosamente  con   buoni  mar- 
mi,   con  opere    di   stucco    e    ricche 
dorature;    il  pavimento    è  formalo 
di  politissime  pietre  ;  le  pitture  del- 
la   volta    e    le   altre    dal  cornicione 
ni  su    sono    lavori  di   Michelangelo 
Cerruli;  gli  angoli  e   la  cupola  ven- 
nero colorili  da  Stelano  Parocel,  e 
la  predica  di  Gesù   alle    turbe  Del- 
l' abside    della    tribuna  è    di    Aure- 
liano   Milani    bolognese.     Sopra   la 
porla    è    un    nobilissimo     coro    per 
l'organo,  tutto  fornito  di  bizzarri  in- 
tiigli    dorati  :    l' organo    è    uno    dei 
migliori  di   Roma,  e   venne  eseguito 
dal    tedesco    Giovanni   Corrado,   ri- 
putatissimo    artista.    L'antico     qua- 
dro della    prima    cappella     a    drit- 
ta,   entrando  in  chiesa,     era     lavo- 
ro di  Gmseppe  Ghezzi  :  ora   la  cap- 
pella   essendo    patronato     del     cav. 
Agostino  Rem-l^icci,  il  quadro  gran- 
de   rappresentante    s.   Francesco    di 
l^aola    in  estasi,    lo    fece    dipingere 
dal  cav.   Tommaso   de   Vivo.  Quel- 
lo minore  della  seconda  cappella  fu 
eseguito  non  da  Leone  Ghezzi,  ma 
comunemente  viene  attribuito  al  b. 
Angelico  da  Fiesole.   Rappresenta  la 
Beata   Vergine  col   Bambino  in  atto 
di   benedire,  copia    di  quella  che  si 
venera   nella   chiesa  di  s.   Maria  del 
Popolo,  e  vi  soleva  orare  s.  Pio  V. 


MIN 

Venula   in   proprietà  di    una  dama 
penitente    del     p.    Cesare     Simonio 
de'  ministri    degl'  infermi,  con  pena 
a   questi  la   cede  per  collocarla  nel- 
la chiesa  alla  pubblica   venerazione, 
e    n'  ebbe  in  premio    la  guarigione 
del    male    che    l'affliggeva,    e    cosi 
ebbe  quella  immagine  il  titolo  del- 
la Salute,  Compartendo  subito  l'im- 
magine   segnalati   benefizi,    i  cardi- 
nali Borgia  e  Sandoval  ne  fecero  di- 
pinger   copie    che  spedirono    in     !• 
spagna,  ed    il    capitolo    vaticano  la 
coronò    nel     i66y,    come    narra    il 
Bonibelli   t.   Ili,  p.    83  della    Rac- 
colta  delle  immagini  coronate  :    la 
cappella  è  patronato  della  nobile  fa- 
miglia   Simonetti.     Seguita    poi    la 
magnifica  cappella  della  ciocera,  de- 
dicata a  s.  Camillo,  il  cui  corpo  ri- 
posa sotto   l'altare:   il  disegno  della 
cappella     è  di     Francesco     Nicoletti 
palermitano,  il  quadro  col  santo  è 
opera  di   Placido  Costanzi,  la  volta 
fu  colorita  a   fresco  dal   cav.  Seba- 
stiano Conca,  e  due  suoi  allievi  di- 
pinsero i  laterali,  cioè  Gaspare  Se- 
renar!   i     ss.     Camillo     e    Filippo, 
quello  di  contro  Giovanni  Pannoz- 
za.  Nella   contigna  cappelletta  pros- 
sima   alla    porlicella    di    fianco,    si 
venera  un  prodigioso  Crocefisso,  quel- 
lo   medesimo  che    nell'  ospedale    di 
s.  Giacomo  staccò  le  braccia    dalla 
croce,    e    parlò   a    s.   Catnillo    ani- 
mandolo   a     proseguire     nell'  opera 
incominciata  di   l'ondare  la  sua  con- 
giegazione:  ed  ivi  è  pure  una  Mad- 
dalena  di  legno    miracolosa.   Ridol- 
fino    Venuti    nella  Roma    moderna 
p.  335,  dice  che    vi  fu  istituita  la 
compagnia    del    ss.    Crocefisso,    che 
nel   venerdì  e  feste  vi  esercitava  al- 
cune divozioni.   Il    quadro  dell'  al- 
tare  principale  con   s.   Maria   Mad- 
dalena   penilenf»^  è  di    Gherardi   da 
Rieti  ;  i  bassorilievi  laterali  in  mar- 


MIN 
mo  sono  scollure  del  Bracci  ;  gli 
ornati  di  marmo  dell'altare  e  del 
cappellone  furono  eseguiti  coi  di- 
segni del  Nicoletli.  L' altra  magni- 
fica cappella  della  crocerà,  già  della 
famiglia  Torri,  ora  della  Ossoli,  fu 
cominciata  con  architettura  di  Mat- 
tia de  Rossi  e  compita  dal  Bizzac- 
cheri  :  è  ben  ornata  con  marmi  fi- 
ni e  dorature,  con  quadro  di  s. 
JN'icolò  di  Bari  del  Baciccio  ossia 
Gio.  Battista  Gaulli  genovese  ;  i 
due  laterali  sono  pitture  del  bolo- 
gnese Ventura  Lnniberti.  La  cap- 
pella appresso  ha  per  quadro  s.  Lo- 
renzo Giustiniani,  del  napoletano 
Luca  Giordani,  detto  Luca  fa  prie- 
sto,  e  si  crede  coloiito  in  una  not- 
te :  il  deposito  di  monsignor  Far- 
setti lo  scolpi  il  Mazzoli.  L'ultima 
cappella  sacra  all'Assunta,  con  qua- 
dro di  Girolamo  Pesce,  fu  oinata 
dal  Nicoletti  a  spese  della  congre- 
gazione delle  dame  romane  ivi  e- 
retta,  le  quali  si  dedicano  all'  assi- 
stenza delle  povere  inferme  negli  spe- 
dali della  città;  le  statue  di  mar- 
mo e  di  stucco  nelle  nicchie  lungo 
la  navata,  rappicsentanli  parecchi 
santi,  sono  di  Paolo  Morelli  ed  al- 
tri scultori:  quelle  sopra  i  confessio- 
nali rappresentano  le  virtù  che  deb- 
bono accompagnare  la  confessione. 
11  Piazza  ntW  Etisevologio  romano 
tralt,  X,  cap.  V,  parla  di  detta  con- 
gregazione dell'Assunta,  dell'edifi- 
cante loro  istituto  e  pie  opere  che 
fanno,  sotto  la  direzione  della  dama 
prolettrice.  La  congregazione  fu  i- 
stituita  nel  i6i4  nella  chiesa  dei 
ss.  Simone  e  Giuda  a  Monte  Gior- 
dano, con  regole  approvate  a'  28 
maggio  1629  da  Urbano  Vili  che 
l'arricchì  d'indulgenze.  Si  compone 
di  63  dame  in  onore  degli  anni  che 
vuoisi  abbia  vissuto  la  ss.  Vergine, 
per  cui  festeggiano  la  sua  Assunzio- 


MIN  189 

ne  in  cielo  in  questa  chiesa  ove  la 
congregazione  fu  traspoitata .  La 
volta  della  sacrestia  la  dipinse  a 
fresco  il  nominato  Pesce.  Dicemmo 
nel  voi.  XXVI,  p.  2  34  l'el  dizio- 
nario, come  Gregorio  XVI  trasferì 
in  questa  chiesa  la  parrocchia  di  s. 
Luigi  de'francesi.  Nella  chiesa  si  cele- 
brano ancoia  le  feste  di  s.  Camillo  ai 
i5  luglio,  e  di  s.  Maria  Maddalena 
la  penitente  a'22  dello  stesso  niese, 
per  la  quale  il  senato  romano  ogni 
biennio  fa  l'  oblazione  del  calice  di 
argento  e  di  quattro  torcie  di  ce- 
ra ;  la  medesima  oblazione  si  fi» 
per  la  festa  di  s.  Camillo,  per  con- 
cessione di  Gregorio  XVI  nel  i838. 
Quella  del  santo  eroe  di  carità 
sempre  si  celebra  con  solenne  pom- 
pa e  concorso  di  popolo.  Pio  VII 
con  breve  de' 26  gennaio  1816  ac- 
cordò a  tutti  i  fedeli  d'ambo  i  ses- 
si che  visitassero  in  questa  chiesa 
il  ss.  Sagramento  chiuso  nel  cibo- 
rio, specialmente  nelle  ore  pomeri- 
diane e  nella  sera,  le  stesse  indui-' 
genze  che  si  acquistano  visitando 
la  ss.  Eucaristia  esposta  in  forma 
di   quaranl'ore. 

Chiesa  di  s.  Giovanni  in  Mica 
Aurea  della  della  Malva  in  Traste- 
vere. Ne  parlammo  nel  voi.  XXVI, 
p.  167  e  i94j  "t^l  d"'6  t^lic  Leone 
XII  nel  1824  riunì  la  sua  parroc- 
chia alla  chiesa  di  s.  Dorotea,  per- 
chè la  chiesa  nel  declinar  del  seco- 
lo passalo  minacciando  rovina  (u 
demolila  dai  religiosi  con  facolià 
di  riedificarla  nel  periodo  di  cento 
anni.  E  siccome  citammo  la  descri- 
zione che  ne  fece  il  Venuti,  eccola. 
Era  la  chiesa  spartita  in  tre  picco- 
le navi,  la  cui  ultima  restaurazione 
l'operò  Antonio  Ronchi  (Giacinto 
Brandi  dicono  altri),  avendola  ab- 
bellita con  pitture  Alessandro  Va- 
selli per  ordine   di  d.  Urbano  Da- 


rgo  MIN 

miano  romnno  ex  generale  de'Ge- 
sunti  [Vedi),  con  l'annessa  abita- 
zione, la  quale  con  la  chiesa  n  questi 
la  concesse  Clemente  XI  allorché 
Tolle  sopprimere  il  suo  ordine.  E- 
lanvi  nell'altare  maggiore  il  quadro 
colla  Beata  Vergine,  ed  i  ss.  Giovan- 
ni Battista  e  Giovanni  evangelista, 
disegno  del  Brandi  che  vi  fece  i 
due  angeli,  eseguendo  il  resto  il 
discepolo  Vaselli,  il  quale  colla  di- 
rezione del  maestro  dipinse  ancora 
a  sotto  in  su  la  volta  della  chiesa. 
Il  quadro  di  s.  Girolamo  e  b.  Gio- 
vanni Colombini  nell'altare  a  de- 
stra, era  di  Giambattista  Passeri, 
poi  sostituito  da  altro  rappresen- 
tante s.  Camillo  de  Lellis,  pittura 
di  Gaetano  Lapi  da  Cagli.  Nel  se- 
guente altare  veueravasi  un'anti- 
chissima immagine  della  Madonna, 
di  maniera  gieca.  A  sinistra  della 
porticella  eravi  un  bassorilievo  in 
creta  rappresentante  Gesù  avanti 
Pilato,  e  questi  lavandosi  le  mani: 
siccome  derivava  da  un  cimiterio, 
si  leggeva  1'  epigrafe:  Ex  sacris  a- 
renariis.  Nel  i845  il  p.  Luigi  To- 
gni  pel  secondo  sessenio  prefetto 
generale  de' ministri  degl'infermi, 
per  via  di  pie  oblazioni  incominciò 
nella  primavera  la  riedificazione 
della  chiesa  che  gli  stava  tanto  a 
cuore,  con  disegno  di  Giacomo  Mo- 
«aldi  architetto  romano,  a  croce 
greca  con  una  specie  di  avantem- 
pio  iu  due  colonne  e    riscontri    di 


MIN 

pilastri,  con  cupola  semiisferlca.  Ha 
cinque  altari,  due  collocati  nell'avan- 
tempio,  due  sulle  braccia  o  traversa 
della  croce,  il  quinto  o  maggiore 
neir  abside.  L' edifizio  in  costruzio- 
ne prosegue  con  lode  ed  ha  con- 
tigua  la  casa   religiosa. 

Chiesa  de' ss.  Fincenzo  ed  Ana- 
stasio  a  Trevi  con  parrocchia  nel 
rione  II  Trevi,  posta  da  un  lato 
delia  piazza  in  cui  è  la  sontuosa 
Fontana  di  Trevi  [Fedi).  Non  si 
conosce  l'origine,  ma  era  già  par- 
rocchia quando  da  Gregorio  XIII 
e  Sisto  V  fu  eretto  il  palazzo  Qui- 
rinale per  residenza  de'  Papi  mas- 
sime nell'estate,  e  perciò  il  palaz- 
zo e  tutta  la  famiglia  pontifìcia  re- 
stò compresa  nella  sua  giurisdizione 
parrocchiale,  per  cui  fino  a  Leone 
XII  vi  si  celebrarono  i  funerali  di 
moltissimi  palatini,  molli  de'  quali 
vi  furono  pure  tumulati,  come  ri- 
marcammo a'  loro  luoghi.  Siccome 
Sisto  V  a'  27  agosto  \5go  fu  il 
primo  Papa  che  mori  nel  vicino 
palazzo  Quirinale,  perciò  fu  egli 
ancora  il  primo  di  cui  i  Precordi 
[Fedi)  entro  un  vaso  ben  sigillato 
vi  furono  trasferiti,  come  si  fece 
co'  suoi  succes.sori  morti  in  dello 
palazzo,  de'  quali  resta  la  memoria 
perenne  in  due  iscrizioni  marmoree 
che  leggonsi  scolpite  lateralmente 
nella  tribuna  o  cappella  maggiore. 
La  prima  è  del  seguente  tenore. 


D.    O.    M.    SIXTVS    V    P.    M. 

POIfTIFICnS    AEDIBVS    IN    QVIRINAtl    AMPLIATIS 

ET    IN    IISDEM    PRIMVS    SVPRE.VIA    MORTALI»    VITAE 

EXPLETA    PERIODO 

AD    HANC    APOST.    PALAT.    PAROCH.    ECCLESIAM 

VT    EANDKM    EXIMIIS    AVGERETVR    HONORIBVS 

ET    SVIS    PRAECOnniIS    FORTIGNE    DELATA 

BOMANORVM    l'ONTIFICVM    MONVMENTA    RELIQVIT 

DE    XXYII    AVGVSTI    MUXC 


tM  I N 
La  seconda  iscrizione  ne  contiene 
allreltarite  quanti  sono  i  precordi 
pontifìcii  deposti  nella  cappella  sot- 
terranea. La  prima  dice  così:  Pras- 
cordia  Leoni s  XI  P.  M.  ohilt  in 
Quirinali  dit  XXV II  Jpr.  MDCK 
L'  ultima  ecco  come  si  esprime: 
Grcgorius  XJI  P.  M.  ohiit  in  Fa- 
ticano die  I  Junii  MDCCCXLFI. 
Mancano  nella  detta  cappella  i  pie- 
cordi  di  Urbano  Yll,  Grej^orio 
!X1V,  Innocenzo  IX,  Clemente  Vili, 
Urbano  Vili,  e  Benedetto  XI 11  che 
morirono  nel  palazzo  Vaticano,  e 
perciò  i  precordi  furono  deposti 
nelle  sacre  grotte  della  contigua 
basilica.  iXou  vi  sono  quelli  d'  In- 
nocenzo XI,  perchè  e^i.stenli  sotto 
la  sua  immagine  in  busto  nella  eap- 
pella della  Beata  Vergine  del  Suf- 
fragio di  cui  parleremo,  né  quelli 
di  Pio  VI  morto  in  l'aUnza  (/>- 
di)  di  Francia  e  colà  depositali  do- 

■     pò  essere  stali  trasportali   in   Uoma. 

-  jN'el  voi.  XXVI li,  p.  42  del  Dizio- 
nario  dissi  die  Leone  XII  nel  sot- 
trarre il  palazzo  Quirinale  dalla 
parrocchia  de' ss,  Vincenzo  ed  Ana- 
stasio, per  averla  istituita  nel  pa- 
lazzo stesso,  però  ordinò  (ciò  che 
ommisi  avvertire  all'  articolo  Cada- 
vere, e  nel  voi.  Vili,  p.  181  del 
Dizionario)  che  sebbene  il  Papa 
morisse  al  Valicano,  oltre  del  Qui- 
rinale, i  precordi  si  depositassero  iu 
detta  chiesa,  alle  cui  pareti  esterio- 
ri si  attaccano  le  morii  e  slemmi 
de' defunti  Pontefici,  del  quale  uso 
ne  parlai  ancora  a  p.  55.  Laonde 
in  ss.  Vincenzo  ed  Anastasio  vi  so- 
no   i    precordi    di    Sisto    V,  Leone 

XI,  Paolo  V,  Gregorio  XV,  Inno- 
cenzo X,  Alessandro  VII,  Clemente 
IX,  Clemente  X,  Innocenzo  XI,  A- 
le^sandru  Vili,  Innocenzo  XH,  Cle- 
mente XI,  Innocenzo XII 1,  Clemente 

XII,  DcucdelloXlVt  CleiHeuleXlll, 


MIN  191 

Clemente  XIV,  Pio  VII,  Leone  XI f. 
Pio  Vili  e  Gregorio  XVI.  La  me- 
morata cappella  sotterranea  per  con- 
tenerli, la  fece  edificare  Benedetto 
XIV,  per  cui  dalla  parte  dell'  epi- 
stola della  tribuna  si  legge:  Bene' 
dictus  XIF  P.  M.  suninioruni  Pon- 
U'fìcuni  praecordia  huniili  et  oh- 
sciiro  loco  sita  construclis  novis 
locida/nenlis  in  honestiorern  tunm- 
luni  inferri  j'nssit  anno  MDCCLF l. 
Del  modo  come  si  portano  i  pre- 
cordi pontificii  a  questa  chiesa  ,  e 
come  li  riceve  il  parroco  di  essa 
assistito  dai  religiosi  della  casa,  e 
loro  tumulazione,  ne  tenemmo  pa- 
rola nel  voi.  Vili,  p.  186  del  Di~ 
zionario.  Nelle  spese  falle  per  lu 
morte  di  Pio  Vili,  leggo  che  furo- 
no dati  al  parroco  di  questa  chie- 
sa per  suo  emolumento  scudi  ven- 
lidue  e  bai.  5o  ;  più  scudi  seltan- 
lacinque  metà  del  prezzo  degli  stem- 
mi pontificii  alìissi  nelle  mura  e- 
slerne  delle   basiliche  patriarcali. 

Questa    chiesa    per    essere    stata 
parrocchia  del  celebre  cardinal  Maz- 
zarini  Giulio,  questi  nel  i65o  magni- 
ficamente   la     restaurò   ed   ingrandt 
nell'interno,  e  fabbricò   la  lacciaia  di 
travertini    con     disegno    di  Martina 
Longhi  il  giovane,  che  per  la  quan- 
tità  e    aggruppamenti   delle  colonnu 
chiamasi  dal  Pascoli,  l.  ll,p.  ^117,  // 
canneto  di  Marlin   Lungo.   Fu  puic 
detta  questa  chiesa  il    Tempio    dclLi 
faina,  per  le  due   fame  con   trombo 
che  SODO  nella  facciata,  in  mezzo  alle 
quali,  scrivono  alcuni,  vi  è  il   busto 
della  famosa  Ortensia  Mancini- Maz- 
zarini    nipote  del  cardinale,  il   quale 
gli  die  per  dote  venti  o  trenta  milio- 
ni di  lire,  come  descrissero  alcuni;  nui 
quel  busto  io  noi  vidi,  solo  un'erma 
di  donna  sotto  l'arme  del  cardinale, 
assai    distante  dalle    fame.  Narrano 
Venuti  nella  Honiu  moderna  p.  1 86, 


i9'2  MIN 

e  Martinelli,  Roma  ex  ethnica  sa- 
cra p.  3i8  e  36i  ,  che  incontro  la 
chiesa  di  s.  Silvestro  a  Monlecaval- 
lo  o  Quirinale  vi  fu  la  chiesa  di 
s.  Salvatore  de  Corneliis  (che  il 
Marangoni  ,  Ist.  ss.  Sanctonini  , 
chiama  pure  de  Milìzia),  come 
posto  nell'antico  Fico  de'  Cor- 
neli,  col  convento  di  s.  Girolamo, 
da  Pio  IV  concessa  ai  Girolamini 
eremiti  di  Fiesole  [Fedi),  ma  de- 
molita la  chiesa  e  il  convento  sot- 
to Paolo  V  per  ampliare  il  palaz- 
zo del  suo  nipote  cardinal  Borghe- 
sij  ora  Rospigliosi,  il  Papa  nel  1612 
in  compenso  gli  die  la  chiesa  dei 
santi  Vincenzo  ed  Anastasio  colla 
contigua  casa.  Venendo  poi  nel 
1668  soppressi  i  girolimini  da  Cle- 
rnente  IX,  questi  colle  sue  abita- 
zioni r  accordò  ai  chierici  r;;golari 
minori  nel  1669,  che  però  sborsa- 
rono per  la  casa  tredicimila  scudi, 
indi  riedificarono  dai  fondamenti 
l'annessa  casa  nel  secolo  passato,  e 
resero  più  maestosa  la  tribuna,  con- 
correndovi generosamente  Clemente 
XII 1.  Finalmente  questi  religiosi  la  ce- 
derono  ai  ministri  degl'  infermi,  nel 
modo  detto  di  sopra,  i  quali  risto- 
rarono il  tempio  specialmente  nelle 
cappelle.  Entrando  in  chiesa,  il  qua- 
dro della  cappella  a  destra  fu  di- 
pinto da  Pietro  de'  Pietri,  che  vi 
espresse  il  Crocefisso.  Il  s.  Tomma- 
so d'  A{[uino  nella  seconda  cappel- 
la è  del  Procaccini,  essendovi  pri- 
ma un  s.  Girolamo  della  scuola  di 
Santi  di  Titi:  è  patronato  della  fa- 
miglia Cioja.  Nella  terza  cappella 
il  s.  Gio.  Battista  eh'  eravi  prima 
fu  lavoro  di  Francesco  Rosa  :  ora 
si  vede  ornata  di  stucchi  e  pitture,  ed 
è  dedicata  a  s.  Camillo  de  Lcllis, 
col  ciborio  pel  ss.  Sagramento.  Il 
quadro  dell'  altare  maggiore  coi  ss. 
Vincenzo  e  Anastasio  è  dello  stesso 


MIN 

Rosa,  o  meglio  di  Francesco  Pa- 
scucci romano  al  dire  di  altri.  La 
prima  cappella  a  sinistra  presso  ta- 
le altare  ha  la  divotissima  imma- 
gine della  Madonna  del  Suffragio  o 
delle  Grazie  dipinta  in  mtu-o  a  fre- 
sco. Contribuì  al  particolare  suo 
cullo  la  pietà  del  cardinal  Bene- 
detto Odescalchi,  che  divenuto  In- 
nocenzo XI,  in  contrassegno  di  ve- 
nerazione ne  dichiarò  l' altare  pri- 
vilegiato pei  definiti  nel  1677,  e 
dispose  che  le  sue  interiora  fossero 
ivi  deposte  in  vece  di  collocarsi  sot- 
to il  presbiterio,  con  quelle  degli 
altri  Papi.  Questa  imtnagine  è  col 
Bambino;  e  tra  i  prodigi  che  ope- 
rò, strepitoso  fu  quello  di  Angelo 
vSpadasanta  sargente  suo  divoto,  il 
quale  avanti  la  chiesa  essendoglisi 
scaricata  la  pistola  che  teneva  al 
fianco,  non  soffrì  lesione  alcuna,  per 
cui  il  capitolo  vaticano,  ad  istanza 
de'  chierici  minori,  le  impose  la  co- 
rona d'oro  a'  i3  marzo  1679,  co- 
me riporta  il  Rombelli  nel  t.  IH, 
p.  /\.5  della  Raccolta  delle  immagini 
coronate.  La  seguente  cappella  con- 
tiene ora  il  Transito  di  s.  Giuseppe, 
di  Giuseppe  Tommasi  pesarese,  pri- 
ma essendovi  1'  Annunziata  del  ri- 
cordato Rosa.  L'  ultima  cappella 
aveva  s.  Antonio  di  Padova  di  tal 
pittore,  ed  è  patronato  della  fami- 
glia de  Gregorio  ;  di  recente  il 
marchese  Emmanuele  l'ha  abbellita, 
decorata  e  dedicata  al  sacro  Cuo- 
re di  Gesìi,  il  quale  fece  colorire  a 
olio  dal  Zannetti.  Le  scollure  di 
stucco  per  la  chiesa  sono  di  Gio- 
vanni Ledus.  La  festa  de'  santi  ti- 
tolari vi  si  celebra  a'  22  gennaio, 
per  la  quale  ogni  quadriennio  il 
senato  romano  fa  1'  oblazione  del 
calice  d'  argento  e  di  quattro  tor- 
cia di  cera,  e  la  rinnova  per  quel- 
la di    s.  Francesco   Caracciolo   fon- 


MIN 
datore  òe  cliieiici  minori.  Al  pre- 
sente vi  si  celebra  suienminente 
anche  la  festa  di  s.  Camillo  de  Lel- 
lis,  e  nel  1846  si  festeggiò  il  pri- 
mo centenario  di  sua  canoi»i/.za- 
rione,  con  quella  pompa  descritta  nel 
numero  61    del   Diario  di   Roma. 

MixMSTRO,     lUinister,    Jdinini- 
sfer,  Apparito!'.  Colui  che  cuinistia, 
che    ha   il    maneggio    e    \\  governo 
delle  cose  :   significa  ancora  servito- 
re.   S.    Paolo     chiamò  gli     apostoli 
ministri   di   Gesù    Cristo,  e  dispen- 
satori dei   misteri  di   Dio.  Allorché 
un  ecclesiastico  si  dice  ministro  del- 
la Chiesa,  egli  si  riconosce  servitore 
della    società     de*  fedeli,    e    se   non 
prestasse    loro  alcun  servigio    man- 
cherebbe essenzialmente    al    dovere 
del   suo  stato.    La    viziosa    condotta 
di  alcuni  non  deve    scemare  il    no- 
stro rispetto  per  le  verità  del  vange- 
lo;   poiché   non    valgono     le    ragioni 
dell'indegnità  dello  strumento  di  cui 
si   serve  Dio  a   far  conoscere   la  sua 
volontà:  tà  d'uopo  dunque^  rispelta- 
re    i  ministri  della  religione,  qualun- 
que sia   la   loro   vita.   Con   lo  spiri- 
lo elevato  a  Dio  debbono   esercitare 
le  loro  funzioni  ;  debbono   unire  la 
virtù    al    sapere,    e    proporsi    Gesù 
Cristo  a  loro  modello.   Sui  ministri 
della  Chiesa  i  concilii  fecero  diversi 
canoni,     come     quelli     d'Arles     del 
3  I  4>  can.  2  I  ;  di  Toledo  del    674, 
can.   fi;  di  JNicea   del  787,  can.    io; 
e  di  Magonza    dell'  81  3,  can.    14  ; 
per  non   dire  di  altri,  parlandosi  ai 
rispellivi   articoli  di  cpuinlo  riguarda 
i   sacri  ministri  ed  il  loro  santo  mi- 
nistero, d'ogni  grado  e  dignità  ;  co- 
me de'  ministri   de'  sacramenti,  cioè 
quelli  che  lo  sono    o  hanno  il   po- 
tere di  amministrarli.   Prendono  il 
titolo  di    ministri    generali,  i  supe- 
riori  generali   de'  minori  osservanti, 
de'  conventuali,  de'  trinitari  del  ri- 

VOL.     XLV. 


MIN  T93 

scallo  ;  e  ministro  nelle  case  dei 
gesuiti  è  il  secondo  superiore.  Al 
nascere  della  pretesa  riforma  i  pre- 
dicanti presero  il  titolo  di  ministri 
del  santo  evangelo  e  delia  parola 
di  Dio  :  Calvino  die  il  nome  di 
ministri  ai  pastori  della  sua  chiesa; 
il  nome  solo  di  ministri  è  loro  ri- 
masto, e  siccome  essi  senza  confron- 
to rendono  assai  minori  servigi  dei 
sacerdoti  cattolici,  è  naturale  che 
sieno  rispettati  meno  di  essi. 

Ili  latino  ministro  di  stato  si  dice 
a  ncgoliis  publicix;  dell'  mleriio,  ino- 
deralor  ìiiunerum  publicorani  ;  del- 
le relazioni  estere,  a  relationibus 
rerum  exterarum;  della  marina, 
rei  maritimae:  praeesse^  della  guer- 
ra, praeposilus  rei  btilicae;  di  finan- 
za, magisler  publicanorumj  pleni- 
potenziario,/fga^M*  cum  liberis  man- 
dadi  ,'  plenipotenziario  presso  la 
santa  Sede,  oralor  in  Urbe  ciiin 
liberis  inandatis.  il  regnante  Pio 
IX  nel  1847  a'  12  giugno  con  mo- 
to-proprio istituì  il  consiglio  dei  mi- 
nistri, composto  dei  cardinali  segre- 
tario di  stato  presidente,  camerlengo^ 
e  prefetto  delle  actpie  e  strade,  tì 
dei  prelati  uditore  della  camera,  go- 
vernatore di  Roma,  tesoriere  gene- 
rale, e  presidente  <lelle  armi,  dei 
quali  ministri  si  parla  ai  loro  arti- 
coli. In  virtù  del  lodato  moto- pro- 
prio d' ora  in  poi  le  nomine  dei 
Consoli  pontificii  [f^edi) ,  ministri 
pontificii  ne'  principali  porti  e- 
steri  ,  saranno  proposte,  al  Pa- 
pa, e  spedite  dalla  segreteria  di 
slato.  Dei  diversi  ministri  dellal 
santa  Sede,  ne  ragioniamo  a'  loro 
luoghi,  come  Nunzio  apostolico  ^ 
ec.  All'articolo  Inviato  riportam- 
mo il  novero  degl'inviati  straor- 
dinari e  ministri  plenipotenziari 
che  ora  sono  in  Roma.  Inoltre  il 
re  d'  Ànnover  vi  tiene  ud  ministro 
i3 


194  MIN 

residente,  il  duca  di  Lucca  un  mi- 
nistro plenipotenziario,  il  re  delle 
due  Sicilie  un  ministro  plenipo- 
tenziario, il  granduca  di  Toscana  un 
ministro  residente,  ec.  Veggansi  gli 
articoli  Ambasciata,  Diplomazia,  Im- 
munità', Legato  e  gli  altri  relati  vi. Nel 
voi.  XXVIII,  p.  65  e  7  I  del  Diziona- 
rio parlammo  delle  pompe  funebri 
degli  ambasciatori  e  ministri  di- 
plomatici che  muoiono  in  Roma. 
L'ultimo  ministro  plenipotenzia- 
rio morto  in  Roma  fu  quello  del  re 
dei  belgi,  barone  Vanden-Steen  de 
Jehay,  ed  ecco  quanto  pubblicò  il  nu- 
mero 4o  del  Diario  di  Roma  1 846. 
»>  Dopo  che  il  corpo  ne' giorni  i5 
e  i6  maggio  rimase  esposto  col 
massimo  decoro  alla  pubblica  vista 
nelle  sale  ornate  a  lutto  del  palaz- 
zo occupato  dalla  regia  legazione, 
ove  diversi  altari  a  tal  uopo  eretti 
servirono  in  ciascuna  mattina  alla 
celebrazione  di  molte  messe,  nella 
sera  del  16  venne  eseguito  il  so- 
lenne trasporto  delle  mortali  spo- 
glie del  defunto  alla  chiesa  parroc- 
chiale di  s.  Maria  in  Via  Lata.  Un 
distaccamento  di  granatieri  prece- 
deva il  funebre  convoglio,  e  nume- 
roso stuolo  di  staffieri  e  domestici 
della  illustre  famiglia  del  defunto 
con  ceri  accesi  circondava  la  car- 
l'ozza  ornala  a  bruno,  entro  cui 
giaceva  il  cadavere.  Il  convoglio  era 
seguito  da  copioso  numero  di  altre 
carrozze  dopo  quelle  della  prefata 
famiglia;  fra  le  quali  prima  d'ogni 
altra  appariva  quella  del  cardinal 
Lambruschini  segretario  di  stato; 
e  ad  essa  venivano  appresso  le  mol- 
te altre  dell' eccellentissimo  corpo 
diplomatico,  non  che  quella  del- 
l'ordine di  Malfa  co' rispettivi  gen- 
tiluomini. Un  picchetto  di  grana- 
tieri chiudeva  la  funebre  pompa. 
La  mattina  del   17  nel  mezzo  della 


MIN 
chiesa  elegantemente  parala  di  nere 
gramaglie,  erasi  intorno  costruita  una 
bancata  parimenti  a  lutto  guarnita, 
nel  cui  centro  posava  il  feretro, 
coperto  dal  cappello,  dalla  spada, 
e  dalle  diverse  decorazioni  del  mi- 
nistro, e  circondato  degli  stemmi 
gentilizi  di  sua  nobile  famiglia.^  Dal 
Cfìv.  Noyer  incaricato  d'affari  e 
consigliere  di  legazione  del  real  go- 
verno del  Belgio,  furono  ricevuti 
i  membri  del  corpo  diplomatico, 
che  vennero  collocali  in  una  tribu- 
na appositamente  innalzata  presso 
il  coro.  Erano  altresì  occupati  vari 
posti  attorno  al  feretro  da  distinti 
soggetti  appartenenti  alla  nazione 
belgica,  non  che  da  vari  ecclesia- 
stici, artisti,  ed  impiegati  aderenti 
alla  medesima  legazione,  fra  i  quali 
il  console  del  Belgio  in  Roma.  La 
messa  fu  solennemente  cantata  da 
monsig.  Scerra  vescovo  d'  Orope  , 
canonico  priore  della  chiesa,  il  cui 
capitolo  e  clero  vi  prestò  assisten- 
za". Il  cadavere  fu  trasportato  a 
Brusselles,  ed  in  questa  circostanza 
i  canonici  della  chiesa  pretendevano 
che  il  loro  parroco  1'  accompagnas- 
se fino  al  luogo  della  sepoltura. 
I  parenti  del  defunto  dichiararo- 
no non  essere  a  ciò  tenuti,  perchè 
l'analoga  legge  è  particolare  della 
città  di  Roma,  ed  i  ministri  esteri 
non  sono  obbligati  alle  leggi  par- 
ziali de' luoghi,  portando  a  loro  di- 
fesa l'autorità  della  Guide  dìplo- 
maligne  f  Paris  1837,  di  Carlo  de 
Martens.  Invece  il  capitolo  addusse 
la  contraria  di  Pinheiro-Ferreira 
commentatore  di  tale  opera,  ed  il 
quale  è  d'opinione  favorevole  alla 
chiesa  parrocchiale  esponente.  Per 
queste  diversità  d'  opinioni  la  se- 
greteria di  stato  ordinò  che  intanto 
il  cadavere  liberamente  si  traspor- 
tasse al  suo  sepolcro  patrio,  soltan- 


MIN 
to  coli'  accompagno    d'  nn  prete  fa- 
migliare al  ministro  clefuntOj  e  così 
la  rjuestionp   restò   indecisa, 

MINORCA  o  MINORICA  {MI- 
noricen).  Sede  vescovile  il  cui  ve- 
scovo risiede  nella  città  di  Jamna 
e  di  Macone.  L' isola  Minorca,  In- 
sula minor,  Balearis  minor,  è  la  se- 
conda delle  isole  Balenri,  nel  Me- 
diterraneo, e  perciò  chiamata  la 
Minore  onde  distinguerla  da  JMa- 
jorca{Fedi),  detta  la  Maggiore.  Sta 
air  est  della  Spagna,  da  cui  dipen- 
de, nella  Provincia  di  Palma,  e  al- 
l'est-nord-est  da  Majorca,  dalla 
quale  è  sepai-ata  da  un  canale  di 
otto  leghe  di  larghezza.  E  assai  e- 
levata,  tranne  verso  il  sud,  avendo 
la  còsta  assai  dentellata,  principal- 
mente verso  il  nord.  Vi  sono  di- 
versi capi  che  molto  si  prolungano 
nel  mare,  essendo  i  principali  Dar- 
tuch,  presso  a  cui  evvi  il  porto  di 
Ciudadela,  ed  il  capo  Minorica;  il 
capo  Caballaria,  vicino  al  porto  di 
Fornella,  il  capo  Maone,  oltre  la 
punta  d'  Algaret  in  faccia  alla  pic- 
cola isola  Ayre.  Minorca  è  sparsa 
di  colline  piccole,  e  nel  centro  s'in- 
nalza la  montagna  di  monte  Toro. 
La  temperatura  è  men  buona  delle 
altre  Baleari,  essendo  esposta  a  vio- 
lenti venti  ed  a  grandi  pioggie. 
Nel  iSar  i  navigli  di  Barcellona 
vi  portarono  la  febbre  gialla  che  vi 
fece  delle  grandi  stragi.  L'agricol- 
tura vi  è  negletta;  i  vini  sono  di 
buona  qualità,  con  molte  fruita  ;  i 
pascoli  sono  abbondanti,  come  con- 
siderabili sono  le  bestie  lanute,  ed 
il  miele  è  eccellente.  La  costa  è 
abbondantissima  di  pesce,  e  buo- 
nissime le  conchiglie.  Abbonda  di 
conigli,  pernici  ed  altri  volatili  ;  di 
miniere,  di  cave  di  marmo  e  di 
pietra  calcare.  Si  fabbricano  tele, 
stupendo  formaggio,  utensili  dome- 


MTN  195 

stlcl  d'argilla.  L'isola  si  divide  ia 
quattro  terrilorii.  Maone  capoluogo, 
Alayor,  Ciudadela  o  Jamna,  e  Mer- 
cadal,  oltre  Ferrerias.  Rinchiude 
circa  4^5,000  abitanti,  laboriosi  e 
destri  nella  fionda,  religiosi,  di  dol- 
ci costumi  e  bravi  marinari:  sono 
dediti  alla  poesia,  ond'  ebbero  i  lo- 
ro trovadori.  Quest'  isola  fu  posse- 
duta dai  fenicii,  cui  la  tolsero  ver- 
so r  anno  ^52  prima  di  nostra  era 
i  cartaginesi,  che  vi  fondarono  le 
città  di  Maone  ,  e  Jamna  o  Ja- 
mnon.  I  romani  condotti  da  Metello 
la  presero  ai  cartaginesi  colle  altre 
isole  Baleari,  e  perciò  fu  quello 
chiamato  Balearico.  Alla  caduta 
dell'impero  romano  fu  invasa  da- 
gli alani,  dagli  svevi  e  dai  vandali 
nel  4^'  ^'  nostra  era.  I  mori  o 
saraceni  la  conquistarono  verso  il 
697,  e  Carlo  Magno  la  tolse  ad 
essi  sul  principio  del  IX  secolo,  ma 
poco  dopo  tornarono  a  occuparla. 
Giacomo  I  re  d' Aragona  si  rese 
tributarie  tutte  le  isole  Baleari,  e 
nel  1287  Alfonso  III  suo  nipote 
ne  compì  la  conquista  e  le  riunì 
alla  corona.  Seguirono  poscia  la 
sorte  della  monarchia  spagnuola,  di 
cui  fecero  parte.  Nel  1708,  duran- 
te la  guerra  della  successione,  gli 
inglesi  comandati  da  lord  Stanhope 
se  ne  impadronirono  per  la  casa 
d'  Austria,  ma  fu  loro  ceduta  per 
l'articolo  XI  del  trattalo  d'  Utrecht, 
fortificandola  essi  e  facendola  il  ba- 
luardo del  loro  commercio  nel  Me- 
diterraneo. Le  truppe  francesi  ca- 
pitanale dal  maresciallo  di  Riche- 
lieu  la  tolsero  agli  inglesi  nel  1756, 
a' quali  fu  restituita  nel  1763,  per 
la  pace  di  Versailles.  Gli  spagnuoli 
col  duca  di  Crillon  se  ne  impadro- 
nirono nel  1782,  dopo  l'  assedio 
memorabile  di  Maone,  ed  il  suo 
possesso  fu  confermato  alla  Spagna 


i9<5  MIN 

pegli  articoli  preliminari  della  pace 
del  1783,  avendola  posseduta  tran- 
quillamente sino  al  1796,  allorché 
fu  di  nuovo  occupata  dagl'  inglesi, 
che  l' abbandonarono  mediante  la 
pace  d' Amiens. 

Maone  o  Porlo  Maone,  Portus 
Magonis,  città  forte  così  chiamala 
dal  suo  fondatore  Magone  cartagi- 
nese fratello  di  Annibale,  munita 
di  capacissimo  e  sicuro  porto,  in 
cui  le  grandi  flotte  possono  anco- 
rarvisi.  Ai  naturali  ripari  che  la 
guarentiscono,  si  aggiunge  la  como- 
dità di  alcune  contigue  isolelte,  una 
delle  quali  serve  di  lazzaretto,  che 
è  uno  de' più  belli  d'Europa, 
un'altra  per  lunghe  e  brevi  quaran- 
tene, una  terza  racchiude  1'  arsena- 
le e  i  cantieri,  nella  quarta  eres- 
sero gl'inglesi  nel  171  i  un  cele- 
bralissimo  ospitale  di  marina,  e  nel- 
la quinta  reti  e  nasse  curano  e 
asciugano  i  pescatori.  Il  forte  di  s. 
Filippo ,  che  una  volta  difendeva 
il  suo  celebre  e  comodo  porto,  u- 
no  de'  più  belli  del  Mediterraneo, 
fu  demolito,  e  presentemente  lo  è 
da  tre  batterie.  Un  attivissimo  com- 
mercio rende  Macone  assai  brillan- 
te, essendo  il  deposito  della  più 
gran  parte  delle  merci  majorchine. 
E  residenza  di  un  governatore  mi- 
litare, delle  principali  autorità  del- 
l' isola,  e  de'  consoli  e  agenti  com- 
marciali  delle  primarie  potenze  eu- 
ropee, godendovisi  aria  pura  e  sa- 
lubre. Le  case  sono  fabbricate  in 
pietra;  sono  rimarcabili  il  palazzo 
del  governatore,  quello  della  città, 
e  la  cattedrale  o  chiesa  principale 
di  stile  gotico  senza  ornamenti  e- 
stcrni  ed  interni;  la  piazza  d' armi 
con  caserme,  ed  il  passeggio  pub- 
blico. Il  molo  è  opera  della  natura, 
ed  il  faro  o  torre  de*  segnali  è  so- 
pra una  collina. 


Mire 

Janina  o  lanino  o  ClUadellai 
in  isp.ignuolo  Ciudadela ,  è  cit- 
tà forte,  già  antica  metropoli  del- 
l' isola  di  Minorca,  con  buon  por- 
to in  fondo  ad  angusta  baia,  di- 
feso da  roccia.  Ha  hequentissima 
comunicazione  per  ragione  di  traf- 
fico collii  costa  nord-est  di  Majo- 
rica.  Una  curiosa  grotta  natura- 
le, detta  Ca\.'a  Perdla,  resta  nel- 
le vicinanze.  Jamna  è  capoluogo 
del  secondo  distretto.  La  religio- 
ne cristiana  fu  introdotta  in  Mi- 
norca nell' istcsso  tempo  che  nell'i- 
sola di  Majorca.  S.  Severo  era  suo 
vescovo  nel  4  '  8,  e  scrisse  una  let- 
tera circolare  intorno  alla  conver- 
sione de' giudei  dell'isola,  ed  una 
relazione  de'  miracoli  operali  dalie 
reliquie  di  s.  Stefano,  che  Orosio 
avea  quivi  lasciate.  Flore?,  nella  sua 
Espag.  sagrada,  dice  che  nel  476 
Macario  era  vescovo  di  Minorca, 
dal  che  ne  viene  per  conseguenza, 
che  oltre  s.  Severo  ebbe  Minorca 
altri  vescovi.  Commanville  dice  che 
era  suffraganea  dell'arcivescovo  di 
Valenza.  Pare  che  coli'  invasione 
saracena  la  sede  vescovile  sia  stata 
soppressa,  e  riimita  a  IMajorca  quan- 
do il  re  Alfonso  111  la  conquistò.  Gia- 
como Il  le  d'Aragona  nel  i3oo 
vi  fondò  una  parrocchia,  al  cui 
prevosto  o  parroco  fu  concesso  gli 
abiti  corali  de' canonici  d-i  Majorca. 
Sul  monte  Toro  fu  fondalo  un  con- 
vento; nella  chiesa  vi  è  una  mi- 
racolosa immagine  di  Maria,  nella 
cappella  detta  della  Coveta,  di  gran 
venerazione  pei  naviganti  e  isolani. 
Tal  convento  per  bolla  di  Nicolò 
IV  nel  1291  fu  dato  ai'  merceda- 
ri,  che  ritirandosi  poi  in  Catalogna, 
gli  scabini  o  consoli  dell'  isola  se 
ne  impadronirono  colle  sue  perti- 
nenze, e  quindi  fondarono  sette  cap- 
pellanie  con  un  priorato.  Nel  1 5^7, 


MIN 
con  breve  di  Clemente  Vili  i  cap- 
pellani cedettero  chiesa  e  convento 
agli  agostiniani,  i  quali  ne  furono 
messi  in  possesso  nel  i5g5  dal  vi- 
cario generale  dell'  isola  di  Minor- 
ca.  Nel  1713  Clemente  XI  scrisse 
premurosamente  a  Filippo  V  re  di 
Spagna,  ed  a  Luigi  XiV  re  di 
Francia,  a  vantaggio  della  religio- 
ne cattolica  e  giurisdizione  episco- 
pale dell'  isola  di  Minorca,  nel  tem- 
po che  la  dominavano    gl'inglesi. 

La  sede  vescovile  fu  ripristinata 
ad  istanza  di  Carlo  IV  re  di  Spa- 
gna,  da  Pio  VI  colla  bolla  IncJ- 
fabilis  Dei,  de' 23  luglio  '795, 
Bull.  Rom.  Continuatio  t.  IX,  p. 
542,  dismembrandola  da  Majorca, 
ed  erigendola  in  Jamna  sotto  la 
metropoli  di  Valenza,  concedendone 
\i\  nomina  ai  re  di  Spagna  prò  tem- 
pore. Quindi  qtiesta  erezione  fu 
confermata  da  Pio  VII  colla  bolla 
Àlias,  Ae'j  maggio  1801,  dichia- 
randola sufTiaganea  dell'arcivesco- 
vo di  Tarragona,  secondo  1'  ultima 
proposizione  concistoriale.  Per  pri- 
mo vescovo  dichiarò  Pietro  Anto- 
nio Suano  di  Villar  del  Rio  diocesi 
di  Calahorra,  nel  concistoro  dei  20 
dicembre  1802,  al  quale  nel  i8i5 
die  per  successore  Giacomo  Creux  y 
Marti  di  Mataro  diocesi  di  Barcello- 
na. Nel  1824  Leone  XII  preconizzò 
vescovo  Antonio  Ceruelo  Sanz  di 
Villa  di  Corcas  diocesi  di  Palencia; 
per  sua  morte  Gregorio  XVI  nel 
concistoro  de' 3o  settembre  i83i 
dichiarò  vescovo  fr.  Antonio  Diaz 
Merino  domenicano  di  Cuenca,  mae- 
stro in  sacra  teologia.  La  sede  è 
vacante  da  alcuni  anni.  La  catte- 
drale in  Jamna  è  dedicata  alla  Pu- 
rificazione di  Maria  Vergine,  con 
fonte  battesimale.  II  capitolo  si  com- 
pone di  due  dignità,  prima  delle 
<j[uali  è    r  arcidiacono,  di  dieci  ca* 


MIN  197 

nonici  comprese  le  prebende  del  teo- 
logo e  del  penitenziere,  di  trenta- 
due  beneficiati  uno  de'  quali  arci- 
prete, di  quattro  prepositi,  e  di  al- 
tri sacerdoti  e  chierici  per  1'  uffi- 
zialura.  Nella  cattedrale  vi  è  la  cu- 
ra d'anime,  e  l'episcopio  n' è  al- 
quanto distante.  Nella  città  di  Ja- 
mna oltre  la  cattedrale  avvi  altra 
parrocchia,  sei  conventi  di  religiosi, 
due  monasteri  di  monache,  ed  al- 
trettante confraternite,  tre  ospedali, 
seminario  e  monte  di  pietà.  La  dio- 
cesi è  ampia.  Ogni  nuovo  vescovo 
è  tassato  ne'  libri  della  camera  a- 
postolica  in  fiorini  5oo,  essendo  le 
rendite  della  mensa  60,000  reali, 
ma  gravati  di   pensioni. 

MÌNORI  FRATI.  FeJ/ France- 
scano ordine.  Si  dividono  in  mino- 
ri osservanti,  minori  osservanti  ri- 
formati, minori  riformati ,  minori 
conventuali,  minori  cappuccini,  ec. 

MINORI,  Minora  seu  Rhegina 
Minor.  Città  vescovile  del  regno 
delle  due  Sicilie,  nella  provincia 
del  Principato  Citeriore ,  distretto 
di  Salerno,  presso  il  golfo  di  tal 
nome,  chiamata  con  vocabolo  greco 
Regina  Minore.  Fa  buon  traffico  di 
seta  e  frutta,  le  quali  sono  celebri; 
conta  più  di  2,200  abitanti,  ed  è 
situata  in  amenissima  valle.  La  cat- 
tedrale è  sotto  r  invocazione  di  s. 
Trifomena  vergine  e  martire,  patro- 
na della  città,  ove  si  venera  il  suo 
corpo,  riportando  la  storia  di  sua 
traslazione  l' Ughelli,  Jlalia  sacra 
t.  VII,  p.  281.  Nella  cattedrale  fu- 
rono stabilite  cinque  dignità,  l'ar- 
cidiacono, il  cantore,  il  primicero, 
r  arciprete  e  il  decano,  oltre  quin- 
dici canonici.  L'  episcopio  fu  edifi- 
cato vicino  alla  cattedrale,  oltre  la 
quale  vi  sono  altre  tre  chiese  par- 
rocchiali. La  sede  vescovile  fu  e- 
retta  nel  X  secolo,  e  con  l' autori- 


igS  MIN 

là  di  Giovanni  XV  detto  XVI,  fu 
consacrato  da  Leone  arcivescovo  di 
Amalfi,  della  qual  metropoli  fu  di- 
chiarata sulTraganea,  per  primo  ve- 
scovo Sergio,  il  quale  ottenne  da 
Giovanni  duca  di  Amalfi  molti  be- 
ni per  la  sua  chiesa.  Orso  che  gli 
successe,  ebbe  da  Giovanni  e  Ser- 
gio duchi  d'  Amalfi  la  conferma  di 
tutte  le  donazioni  eh'  erano  state 
fatte  alla  chiesa  di  s.  Trifomena. 
jNel  io6g  fiori  il  vescovo  Giacquin- 
to,  sotto  del  quale  a  detta  chiesa 
lasciò  la  sua  eredità  Sìkelgaita  mo- 
glie del  duca  Roberto.  Gli  suc- 
cesse Mauro  I,  degno  di  eterna  me- 
moria, a  cui  nel  «ogi  Ruggero 
confermò  e  ampliò  le  donazioni , 
ìndi  trasferito  ad  Amalfi.  Leone  fu 
•vescovo  nel  1 1  o3,  Stefano  nel  1 1 1 2j 
Costantino  nel  1127  che  riunì  i 
preti  e  chierici  della  diocesi  a  vi- 
gere con  una  regola,  e  nel  i  1 6 1 
Mauro  li  Scannapeco,  tutti  intito- 
landosi vescovi  lieginnensi  :  nomi- 
neremo i  più  rispettabili  successori. 
Lorenzo,  che  fiorì  dopo  il  preceden- 
te, fu  il  primo  ad  intitolarsi  vescovo 
di  Minori,  gran  difensore  delle  ra- 
gioni di  sua  chiesa;  gli  successe  Gio- 
vanni Cavelli  del  1 2  1 7  ;  Gerbino 
fu  eletto  nel  1247;  Pietro  nel  1266, 
che  zelante  riformò  il  clero;  An- 
drea Capuani  nobile  amalfitano 
del  1281;  Andrea  de  Alanco  a- 
xualfitano  del  i3o5,  che  si  meritò 
il  titolo  di  venerabile;  Bartolomeo 
de' conti  Orso  amalfitano  del  1842; 
fr.  Giacomo  Sergio  illustre  domeni- 
cano del  1348;  Romano  del  i364 
ottenne  un  privilegìodalla  regina  Gio- 
vanna ];  Paolo  Sorrentini  del  1890 
traslato  ad  Amalfi;  fr.  Antonio  de 
Pannochicschi  sanese,  domenicano 
di  santa  vita,  ed  autore  d'opere. 
Nel  1476  Palamede  de  Cunclo  a- 
niulfiuoo;  Audiea  della  slessa  lumi- 


MIW 

glia  trasferito  ad  Amalfi;  Alessan- 
dro Salanti  amalfitano,  dottore  insi- 
gne del  1497;  Ambrogio  Romano 
del  1 509,  perito  nelle  leggi,  e  di  vita 
integerrima;  fr.  Ambrogio  Politi 
sanese,  domenicano  dottissimo  che 
con  onore  intervenne  al  concilio  di 
Trento,  traslato  all'  arcivescovato 
di  Conza  ;  Antonio  Simoni  di  Mon- 
te Sanso  vino,  parente  di  Giulio  HI 
che  lo  fece  vescovo  nel  i552.  Nel 
iSSj  Donato  Lorenzi  ascolano  giu- 
reconsulto; nel  i563  Alessandro 
Molo  di  Como,  fatto  da  Pio  IV,  di 
cui  era  stato  uditore;  nel  i565 
quel  Papa  gli  diede  per  successore 
Giovanni  Amati  cittadino  di  Cori, 
già  suo  cappellano,  ceremoniere  e 
canonico  della  basilica,  lateranense; 
rinunziò  il  vescovato  nel  1567,  e 
morendo  decano  di  sua  basilica,  fu 
tumulato  in  essa  lasciando  un  an- 
niversario per  l'anima  sua  che  tut- 
tora si  celebra  ;  il  di  lui  concitta- 
dino monsignor  Picchioni  canoni- 
co della  medesima  ,  ne  fece  da 
ultimo  restaurare  il  monumento 
sepolcrale.  Tommaso  Zerula  bene- 
ventano ,  fatto  nel  1597  da  Cle- 
mente Vili,  scrittore  di  varie  o- 
pere,  come  della  Praxim  episco- 
palali,  ac  pnenitentiariae,  de  anno 
jubilaei;  padre  de' poveri,  vigilante 
pastore,  ornò  la  cattedrale  con  sa- 
cre suppellettili.  Nel  i6o4  fr.  Gior- 
gio Lazari  trevigiano,  domenicano 
e  insigne  predicatore;  nel  i6i5fr. 
Tommaso  Brandolìni  napoletano, 
domenicano  sapiente  e  di  lodata 
vita,  eloquentissimo  predicatore:  dai 
fondamenti  riedificò  l'  episcopio,  e 
fu  largo  di  sacri  doni  colla  catte- 
drale, benemerito  vescovo.  Nel  i636 
Loreto  de  Franchis  d'Abruzzo, 
molto  dotto;  nel  1639  Patrizio 
Donati  romano,  chiaro  per  belle 
doli,  duuù  ullu  callcdrulc  multe  rc« 


MIN 
liquìe,  eresse  1'  archivio  ove  collocò 
i  monumenti  di  sua  chiesa,  e  fu 
assai  lodato.  Nel  1649  Leonardo 
Leri  nobile  di  Vercelli,  nato  in  Ro- 
ma, di  perspicace  ingegno,  vicario 
generale  de' carmelitani  ;  nel  1670 
Antonio  Botti  nobile  genovese,  dot- 
tissimo soniasco  ;  Domenico  Menna 
napoletano  del  i683,  che  divotissi- 
ino  dì  s.  Trifomena  ne  ampliò  il 
culto,  e  fece  scriverne  le  memorie 
daGio.  Ballista  d' Afflitto.  Nel  1692 
Innocenzo  XII  nominò  Gennaro 
Crispini  napoletano,  stato  rettore 
del  seminario,  mentr'  era  egli  arci- 
vescovo di  Napoli,  d' instancabile 
zelo,  benemerito  assai  di  quella  cit- 
tà, provvido  pastore,  indi  nel  1694 
traslalo  a  Squillace.  L'  ultimo  re- 
gistrato neir  Italia  sacra  fu  Raf- 
faele Tossi  o  Tosti  di  Molo  di 
Gaeta  del  1718  o  17  19:  gli  suc- 
cessero Silvestro  Stana  di  Tropea, 
fatto  nel  1722,  e  Andrea  Torre  dei 
pii  operai  amalfitano,  eletto  nel 
1762, che  fu  l'ultimo  vescovo.  Do- 
po lunga  sede  vacante,  nel  18 18 
Pio  VII,  colla  lettera  De  utiliori, 
unì  la  sede  vescovile  e  diocesi  di 
Minori,  a  quella  arcivescovile  di 
Amalfi  [Fedi),  la  quale  ora  non 
ha  alcun  suffraganeo.  Anzi  per  sup- 
plire alla  brevità  del  suo  articolo 
qui  riporteremo  i  più  distinti  suoi 
arcivescovi,  mentre  all' articolo  Ca- 
PUA  Pietro,  cardinale,  dicemmo  che 
tra  le  reliquie  che  donò  alla  sua 
patria,  vi  fu  gran  parte  del  corpo 
di  s,  Andrea  apostolo  [Vedi)  che 
si  venera  nella  metropolitana,  u- 
scendo  dalle  ossa  prodigioso  liquore 
detto  manna. 

Il  primo  vescovo  di  Amalfi  fu 
Primemio  o  Pigmeniodel  596,  che 
morì  nel  620,  dopo  il  quale  non 
si  trovano  altri  fino  a  Pietro  I  del- 
l' 839,    e    gli  successero    uell'  84» 


MIN  199 

Leone  ,  nell'  848  Pietro  II  ,  in- 
di Bono,  poi  Sergio  morto  nel- 
r872;  Orso  dell*  897  ;  Giaquino 
del  925;  Costantino  del  9495  e 
Mastolo  del  960.  Avendo  Giovan- 
ni XV  detto  XVI  eretto  nel  987 
in  metropolitana  la  chiesa  di  Amal- 
fi, ne  fu  primo  arcivescovo  Leone 
amalfitano  di  egregie  qualità,  abbate 
benedettino,  ricevendo  il  pallio  nel 
patriarchio  Lateranense.  Nel  io3o 
Lorenzo  Geltabotte,  prudente  e 
molto  dotto;  nel  1048  Pietro  AI- 
feri,  chiaro  per  virtù  e  scienza  ;  nel 
1070  Giovanni,  che  recandosi  ia 
Palestina  ivi  gli  amalfitani  eressero 
in  Gerusalemme  due  ospedali  pei 
due  sessi.  Nel  1082  Sergio  nobi- 
lissimo; nel  iio3  Mauro  de  Mon- 
te vescovo  Reginnensis  seu  MinO' 
rensìsj  nel  ii3i  Giovanni  della 
Porta  salernitano,  pseudo-arcivesco- 
vo perchè  consacrato  dall'antipapa 
Anacleto  II;  nel  1142  Giovanni  II 
beneventano  buono  e  dotto;  nel  1 166 
Giovanni  III  palermitano;  nel  1168 
Robaldo  canonico  di  Palermo,  pe- 
ritissimo nelle  lingue;  nel  1174 
Dionisio  da  Teramo  ;  nel  1 202  Mat- 
teo di  Capua  nobile  amalfitano,  in- 
signe per  pietà  e  dottrina,  sotto 
di  cui  nel  1208  ebbe  luogo  la  tras- 
lazione del  corpo  di  s.  Andrea; 
nel  I2i5  Giovanni  di  Capua  a- 
malfitano,  eh'  ebbe  ad  ospite  s. 
Francesco  d' Asisi  ;  nel  i254  Bar- 
tolomeo Pignattelli  napoletano  di 
somma  prudenza  e  probità ,  ma 
subito  gli  successe  l'ottimo  Gualtiero; 
nel  1266  Filippo  Angustarici  no- 
bile e  arcidiacono  d'  Amalfi,  eresse 
il  magnifico  campanile  e  la  graa 
campana;  nel  1295  Andrea  Ala- 
neo  nobile  amalfitano,  sommamente 
pio,  generoso  colla  chiesa  e  co' po- 
veri ;  nel  i33o  fr.  Landolfo  Carac- 
ciolo   napoletano    de'  fruii    minori^ 


aoo  MIN 

pieno  di  vii'lù,  aumentò  gli  orna- 
menti alla  cattedrale,  e  fu  autore 
di  varie  opere;  nel  i35i  Pietro 
di  Capua  amallitano,  arcidiacono  e 
cappellano  di  Clemente  VI;  nel 
1362  Marino  del  Giudice,  poi  car- 
dinale ;  nel  1 875  Giovanni  Acqua- 
viva  napoletano,  cui  l'antipapa  (cle- 
mente VII  die  il  falso  successore 
Beltramo;  nel  1879  Sergio  Griso- 
ni,  figlio  di  Sirleoni  di  llavello,  che 
ampliò  il  palazzo  arcivescovile  ;  nel 
1895  Paolo  di  Sorrento  vescovo 
di  Minori;  nel  i4oi  Bertiando  de 
Alaneo  amalfitano,  insigne  per  mol- 
le doti;  nel  i4io  Roberto  Broncia 
amalfitano,  canonico,  zelante  pastore 
celebrò  il  sinodo  ed  aumentò  le  ren- 
dite della  cattedrale;  nel  i449  ^'"' 
Antonio  de  Carleno  napoletano,  chia- 
rissimo domenicano;  nel  1460  Ni- 
cola Miraballi  napoletano  di  esimia 
probità  e  liberalità,  restaurò  l' e- 
piscopioed  abbellì  la  cattedrale;  nel 
ì^'jS  Giovanni  Niccolini  fiorentino 
che  santamente  governò;  nel  1488 
fr.  Gio.  Battista  del  Giudice  dot- 
tissimo domenicano;  nel  i4^4  ^' ^' 
lualfitano  Andrea  de  Cuiicto  vesco- 
vo di  Minori,  che  molte  beneficen- 
ze elargì  alla  chiesa  cattedrale;  nel 
i5o4  Tommaso  liegalano  napoleta- 
no eloquente  e  virtuoso;  nel  i5io 
a'  9  dicembre  Giulio  11  fece  per- 
petuo commendatario  il  cardinal 
Giovanni  de  Medici,  che  nel  i5i3 
divenne  Leone  X.  Questi  die  la 
chiesa  in  commenda  al  cardinal  Ro- 
berto Britto,  e  nel  i5i4  f«ce  ar- 
civescovo Antonio  Balestrati  sanese, 
dottissimo  cislerciense,  che  nel  i5i6 
rassegnò  lu  dignità  al  cardinal  Lo* 
retizo  Pucci,  che  fece  il  simile,  onde 
Leone  X  nel  iSiy  sostituì  Guolamo 
Fianca  Incoronati  romano,  canonico 
vaticano;  nel  i54i  fi'.  Alfonso  Oli- 
,Ta  il' Ac^Mapeudeule,  agosliuiuuo  e 


MIN 

sacrista  pontificio,  dotto  e  virtuoso; 
nel  i544  •'  cardinal  Francesco 
Sfondrati  padre  a  Gregorio  XIV  ; 
nel  i^^j  commendatore  il  cardi- 
nal Tiberio  Crispi.  Nel  i56i  fu 
fatto  arcivescovo  Massimo  de  Mi\- 
xiini  nobile  rontano,  che  rinunzian- 
do nel  i564,  il  cardinal  Crispi  rieb- 
be la  chiesa;  nel  i565  Marc' An- 
tonio Bozzuti  napoletano  molto  eru- 
dito, insigne  pastore;  nel  iSyo 
il  degno  Carlo  Montili  di  Casale; 
nel  1596  Giulio  Rossini  macera- 
tese, chiaro  giureconsulto,  celebrò 
due  sinodi  e  ornò  la  cattedrale  ; 
nel  i685  Matteo  Graniti  salerni- 
tano, sa[)iente  e  mirabile  per  doti 
egregie  ,  superò  i  predecessori  iu 
magnificenze  colla  cattedrale,  isti- 
tuì il  seminario,  rifabbricò  e  ab- 
bellì l'episcopio.  Nel  i638  Angelo 
Pichi  di  Borgo  s.  Sepolcro,  celebrò 
il  sinodo,  consacrò  ed  ornò  la  me- 
tropolitana, compì  il  seminario,  e 
fu  traslato  a  s.  Miniato.  Nel  1649 
Stefano  Quaranta  teatino  napoleta- 
no ,  sommo  nelle  lettere,  affabile, 
virtuoso,  in  più  modi  fu  beneme- 
rito della  cattedrale  e  del  capitolo. 
Nel  1679  Gaetano  Miraballi  teati- 
no napoletano  di  egregie  qualità. 
L'  Ughelli,  Ilalia  sacra  t.  VII  ,  p. 
1 83,  riporta  la  serie  de'pastori  di 
Amalfi,  che  si  termina  con  Michele 
Bologna  teatino  de' duchi  di  Pcilini<, 
diocesi  di  Nola,  nel  1701  traslalo 
da  Isernia .  1  seguenti  si  leggo- 
no nelle  annuali  Notizie  di  Ro- 
ma. 1781  Pietro  Agostino  Scorza 
della  diocesi  di  s.  Severo,  traslato 
da  Teramo;  1748  Nicola  Ciolfi  di 
Napoli,  traslato  da  Sora.  1758  An- 
tonio Puoti  della  diocesi  di  s.  Aga- 
ta; 1804  e  dopo  lunga  sede  va- 
cante, Silvestro  Micco  minore  osser- 
vante di  Napoli,  traslato  da  Scala 
e  Ravvilo  :  sotto   di   lui  Minori  fu 


MIN 

unilo  ad  Amalti.  Per  sua  morie 
Gregorio  XVI  nel  concisloio  de'So 
selleuibre  i83i  preconizzò  1' odier- 
no vescovo  moMsigtiur  Mariano 
Bianco  napoletano,  Inislalandolo  da 
Nicotera  e  Tropea.  Le  rendite  del- 
l'arcivescovo  ascendono  ad  annui 
ducali    3i)Oo. 

Mli\SCKO  o  MINSK  (  Min- 
icea).  Ciltìi  con  residenza  vescovile 
de'  rili  ialino  e  greco -ruteno  di 
Liluaiìia,  nella  Rusiiia  europea,  ca- 
poluogo di  governo  e  di  distiello, 
a  80  leghe  da  Pietroburgo,  e  1 5o 
da  Mosca,  sullo  Svislolch.  Vi  risie- 
dono ancora  un  arcivescovo  greco 
scismatico,  che  ha  molte  chiese,  il 
governatore  e  le  principali  autorità 
del  governo  di  Minsk,  tonnato  da 
una  parte  dell' antica  Polonia^  con* 
fjuante  con  quelli  di  Vileb^k,  Mo- 
hilow,  Tchernigow,  Kiovia,  Voli- 
iiia,  Grodiio  e  Vilna.  Questo  go- 
verno formato  nel  1793  corrispon- 
de all'  antica  woiwodia  lituana  di 
Minsk,  ed  a  qualche  porzione  di  quel- 
le di  Vilna,  Polo/keNovogrodek.  La 
città  di  Minsk  è  irregolarmente  fab- 
bricata, ha  due  castelli,  molte  chie- 
se greche,  greche-unile  e  catloiiche, 
un'  abbazia  di  monaci  greci-uniti  , 
una  sinagoga,  un  ginna>io,  molle 
jàbbriche  di  |)anni  e  cappelli,  e  va- 
rie concie.  Conia  più  di  3o()o  abi- 
tanti, molti  de'  quali  sono  ebrei.  Si 
ignora  l' epoca  della  Ibndaziune  di 
questa  città;  i  principi  russi  Izias- 
lav,  Sviatoslav  e  Vsevelod,  iigli  del 
grande  Jaroslav,  la  presero  nel 
1066,  trucidarono  la  po[)olaziune 
mascolina,  e  condussero  schiavi  le 
donne  e  i  fanciulli.  Sotto  il  go- 
"verno  polacco  Minsk  fu  il  capo- 
luogo di  un  palatinato  e  di  un 
distrello,  ed  ebbe  uu  collegio  di 
gesuiti.  1  russi  la  tolsero  alia  Polo- 
nia uel   ^656,  e  fu  presa  dai  fvau- 


MIN  20 1 

cesi  agli  8  luglio  1812.  11  distret- 
to trovasi  nella  parte  occidentale 
del  governo  ;  vi  sono  gran  foreste, 
e  si  alleva  molto  bestiame  di  bella 
razza. 

La  sede  vescovile  fu  eretta  da 
Pio  VI.  Abolite  dai  russi  quelle  di 
Smolensko  e  di  Livonia,  Caterina 
11  ottenne  da  quel  Papa  l'erezione 
di  Mohilow  in  arcivescovato  latino, 
ed  essendo  stata  distrutta  da  essa 
la  sede  latina  di  Kiovia,  il  suo  (i- 
glio  Paolo  1  dando  pace  alla  Chie- 
sa cattolica  non  ardi  ristabilirla  ; 
ma  quasi  in  compenso,  col  consenso 
di  Pio  VI,  fondò  il  vescovato  di  Minsk 
in  Lituania  rutena,  mediante  il  dele- 
gato apostolico  arcivescovo  Lorenzo 
Lilla.  La  bolla  di  erezione  data  dalla 
certosa  di  Firenze  a'  17  novembre 
1 798,  Mttxiinis  iindique  pressi,  si 
legge  nel  voi.  XIII,  p.  289  e  seg. 
degli  Annali  dtlle  scienze  religiose, 
in  un  a  quelle  di  Pio  VII  intorno 
agli  all'ari  religiosi  in  Russia  e  sedi 
vescovili.  Dell'istituzione  del  vesco- 
vato di  Minsk,  ne  trattano  ancora  il 
Baldassarri,  Relazione  de'  patimenti 
di  Pio  fi,  t.  Ili,  p.  j66;  ed  il 
eh.  p.  Theiner,  P  icende  della  Chie- 
sa p.  5oo  e  seg.  11  vescovato  fu 
dichiaralo  sulFraganeo  di  Mohilow 
(f^edi),  e  si  formò  del  governo  di 
Minsk,  separandolo  dalla  diocesi  di 
Vilna,  con  annuo  assegnamento  di 
seimila  rubli.  La  calledrale  si  eres- 
se in  onore  di  Dio,  del  ss.  Nomo 
di  Maria,  e  de' ss.  Pietro  e  Paolo; 
per  episcopio  venne  assegnato  il 
convento  de' domenicani  :  il  semi- 
nario aveva  dodici  seminaristi.  Il 
numero  de'  regolari  ascendeva  a 
423,  ed  erano  i  benedettini,  i  ben-t 
fratelli,  i  cappuccini,  i  carmelitani, 
i  cistcrciensi,  i  domenicani,  i  fran- 
cescani, i  missionari,  gli  scolopi,  i  ca- 
nonici regolari  latcraueusi,  i  triuitaf 


aoj  MIN 

ri,  e  quei  del  lerz'ordioe.  Cinquan- 
ta erano  i  conventi  della  diocesi  ; 
i  monasteri  delle  monache  undici, 
cioè  benedettine  del  tera' ardine,  ci- 
sterciensi,  domenicane  e  serve  di 
Maria,  essendo  le  religiose  77.  I  servi 
addetti  ai  villaggi  del  clero  secolare 
erano  7220  ;  i  suoi  capitali,  rubli 
4i,io4;  le  sue  annue  rendite,  rubli 
17,000.  I  servi  addetti  ai  villaggi 
del  clero  regolare  d' ambo  i  sessi, 
erano  8866  ;  i  suoi  capitali,  rubli 
193,120;  le  sue  annue  rendite,  ru- 
bli 61, 544*  ^1  pi"' ino  vescovo  di 
Minsk  di  rito  latino  fu  Giacomo 
Dederko,  fatto  da  Pio  VI  li  i5  no- 
vembre 1  798,  già  canonico  maggio- 
re della  chiesa  di  Vilna,  non  che 
preposito  infulato  dell'  insigne  col- 
legiata della  chiesa  Oliceuse.  Per 
sua  morie,  Gregorio  XVI  nel  con- 
cistoro de' 28  febbraio  i83i,  no- 
minò r  odierno  vescovo  monsignor 
Matteo  Lipski  dell'  arcidiocesi  di 
Mohilow,  traslatandolo  da  Aurielo- 
poli  in  partibus.  11  suflìaganeo  va- 
ca, ed  a' 26  settembre  18 14  P'o 
VII  avea  fatto  suffraganeo  e  vesco- 
vo di  Camaco  in  partibus  Gio. 
Battista  Masclet  di  Dovia.  Avvi 
pure  un  vescovo  di  rito  greco-uni- 
to, e  le  Notizie  annuali  di  Roma 
registrano  dal  18 18  e  tuttora  mon- 
signor Giuseppe  Holownia  dell'  or- 
dine di  s.  Basilio. 

La  cattedrale  di  gotica  struttura 
è  sotto  r  invocazione  della  Beata 
Vergine  Maria.  11  capitolo  si  com- 
pone di  sei  dignità,  cioè  il  prepo- 
6lo,  ch'è  la  prima,  l'arcidiacono,  il 
decano,  lo  scolastico,  il  custode,  ed 
il  cantore  ;  di  sei  canonici  e  di  al- 
tri preti  e  chierici  addetti  al  servi- 
gio divino.  Nella  cattedrale  vi  è  il 
Baerò  fonte^  e  la  cura  d' anime  si 
esercita  da  un  parroco.  Vi  sono 
pure  cinque  coufralei-mle    e  tre  u* 


MIN 

spedali.  Il  p.  Theiner,  Vicende  della 
Chiesa,  all'erma  che  i  fedeli  ascendono 
a  23  1 ,869,  ma  i  divorzi  sono  frequen- 
tissimi, pel  danno  recato  dall'arcive- 
scovo di  Mohilow  Stanislao  Siestrzen- 
cewicz.  La  diocesi  è  ampia,  e  con- 
lenente molti  luoghi,  con  91  par- 
rocchie, 48  succursali,  e  174  cap- 
pelle. Ogni  nuovo  vescovo  è  tassa- 
to ne' libri  della  camera  apostolica 
in  fiorini  33,  essendo  le  rendite 
700  nuinmoru/n  aureonun  illius 
vionetae,  come  leggesi  neh'  ultima 
proposizione  concistoriale. 

MISTURINO,  Mintuma.  Città 
vescovile  e  colonia  del  Lazio  nuo- 
vo nella  Campania,  oggi  provincia 
di  Terra  di  Lavoro  nel  regno  del- 
le due  Sicilie,  sulla  via  Appia  al 
di  sopra  dell'imboccatura  del  fiume 
Liri  o  Garigliano.  Tito  Livio  ne 
parla  come  d'  una  città  antichissi- 
ma. I  romani  se  ne  iuìpadronirono 
per  tradimento  l'anno  di  Iloma 
439,  e  vi  mandarono  una  colonia, 
ed  altre  a  tempo  di  Cesare.  E  ce- 
lebre couje  luogo  della  cattura,  ese- 
guita nella  palude,  di  Caio  Mario  : 
ora  non  è  che  un  ammasso  di  ro- 
vine, di  acquedotti,  de'  templi  di 
Giove  e  di  Marica  e  d' aniìteatri, 
che  mostrano  però  quanto  sia  essa 
stata  considerabile  e  splendida,  già 
ricoprendo  ambedue  le  rive  del  fiu- 
me cui  un  tempo  die  il  suo  nome. 
Dalle  sue  rovine  ebbe  origine  Trael- 
to  [Vedi).  La  fetle  vi  fu  predicata 
ne'  tempi  apostolici,  e  nel  V  seco- 
colo  già  la  sua  chiesa  era  vescovi- 
le. L'  Ughelli,  Italia  sacra  t.  X,  p. 
iSg,  riporta  la  serie  de' seguen- 
ti suoi  vescovi  sullraganei  della  me- 
tropoli di  Capua.  Cecilio  Ilustico 
assistette  nel  499  "'  concilio  roma- 
no adunato  da  Papa  s.  Simmaco. 
S' ignorano  i  nomi  de'  successori  ; 
certo  è  che  s.  Gregorio  I,  per  ve- 


MIN 
der    la  cillà    desolata  dai    barbari, 
unì  la  chiesa  a  Fonnia  [Fedi).  Di- 
siiulta   poi  questa  dai  saraceni  nel- 
r  84^9    J'  vescovo    Coslanliuo    riti- 
rossi    a  Gaeta,    quindi    la  sede    fu 
trasferita  a  Traetto,  laonde  i  prela- 
ti che  occuparono  in   seguilo   quel- 
la sede  presero  il   titolo  di   vescovi 
di   M inturno  o  di    Traetto.  Talaro 
vescovo  Mlnturnenseni   fu  al  concilio 
romano  dell'  853.    Giorgio    vescovo 
Trajeclanuni    intervenne    nelTSBi 
al    sinodo  romano,  contro    Giovan- 
ni arcivescovo  di  Ravenna.   Andrea 
s.    Trajeclanae  ecclesiae  episcopuni 
è  nominato  nel  954  in  un  documen- 
to   di   Ottone    I  imperatore;    dopo 
il  quale  non   trovansi  più  notizie  di 
vescovi,    venendo    riunita  la  diocesi 
a  quella  di  Gaeta.  Muilurno  si   re- 
se anco  celebre    pel  concilio  in  cui 
si  decise,  che  il    Papa  non   potreb- 
be essere  giudicato  da  chicchessia. 
MINUTO    Giovanni,    Cardinale. 
Giovanni  Minuto  prete  cardinale  di 
s.  Maria  in    Trastevere,  fiorì    sotto 
Alessandro  li  del    1061,    che  insie- 
me col  cardinal  Mainardo  lo  desti- 
nò in    legalo  alla    città   di  Milano, 
per  sterminare  da  essa  il   vizio  del- 
la simonia  e  dell'  incontinenza,  non 
che  l'eresia  de' nicolaiti,  che  vi  ca- 
gionava guasti    orribdi.    Ivi    giunto 
stabilì  alcune  leggi  adattate  a  con- 
tenere nel    proprio  dovere    i  mini- 
stri di  quella  chiesa.   Nel  1070  pas- 
sò col    cardinal    Pietro    romano,    e 
con   Heiinenfredo  vescovo  Sedunen- 
se  alla  legazione  d'Inghilterra,  ove 
nel  sinodo  di  Vincesler  depose  Stri- 
gando   arcivescovo    di    Cantorbery, 
Agelmaro  vescovo  di  Eistat,  ed  al- 
cuni abbati  dai  loro  monasteri,  nei 
quali  erano  stati  intrusi  con  aperta 
\iolenza,  e  come  convinti   rei  di  di- 
verse   colpe.    Alcuni    scrissero    che 
il  cuidiualc  si  ribellasse    a  s.    Gre- 


MIN  2o3 

gorio    VII,  per    seguire    l'antipapa 
Clemente  IH. 

MINUTOLO  Eneico,  Cardinale. 
Enrico  Minutolo    patrìzio  napoleta- 
no, uomo    dotto    del    pari  che  co- 
stumato, nel    i382    da   Urbano  VI 
fu  promosso  al  vescovato  di   Biton- 
to,  donde  nel    1389    lo  trasferì  al- 
l' arcivescovato    di  Trani,  ed  in  ap- 
presso   passò    a    quello    di    Napoli, 
chiese    alle  quali    impartì  immensi 
benefizi,  fabbricando  tra  le  altre  co- 
se in  Napoli    il   palazzo    per  1'  abi- 
tazione   degli     arcivescovi     contiguo 
alla    metropolitana,    in     cui     fondò 
cappelle,  altari  e  benefizi,  pe'  quali 
lasciò  rendite  considerabili,  e  vi  fe- 
ce   la    porla    maggiore    di   marmo, 
prodigiosa  per  grandezza,  per  le  co- 
lonne di   porfido,  per  le  scolture  e 
statue  con  cui  l' ornò,   tra   le  quali 
venne  egli   rappresentato  genuflesso 
avanti    la   Madonna,    con  iscrizione 
in   versi    barbari.     Bonifacio    IX  ai 
18   dicembre    1389    lo   creò  cardi- 
nale  prete  di   s.  Anastasia,  ed  arci- 
prete   della  basilica    Liberiana,    fa- 
cendolo   Gregorio    XII    cameilengo 
di  s.  Chiesa.   Illustrò    il    suo   nome 
per  mezzo  delle   legazioni    che  sos- 
tenne   con    prudenza    e    valore    in 
Bologna,  Ferrara,    Forlì    e  Raven- 
na,   dove  pubblicò    alcune    leggi  o 
costituzioni    molto    ulili    e    condu- 
centi   alla  quiete    ed    al    buon   go- 
verno di    quei  popoli.  In  compagnia 
di  Gregorio  XI l  si  condusse  in  Sie- 
na, dove  si  trattenne  per  lo  spazio 
di  cinque    mesi    col  Papa;  ma  nel 
gennaio  del    i4o9)  essendo  già    ve- 
scovo    di     Frascati,     lo  abbandonò 
per  passare  al  con'cilio  di  Pisa,  do- 
ve fu   uno  degli  elettori  di   Alessan- 
dro  V,  a  cui  sembrò    conveniente, 
che    rinunziato    il  titolo  di   vescovo 
di    Frascati    che    si    possedeva     da 
Gherardi  auti-cardiuale  di  Beuedel- 


2o4  MIR 

to  XIII  pseudo-pontefice,  passasse  a 
(juello  dì    Sabina  allora    vacante,  e 
così  togliere    ogni    fomento  di     sci- 
sma.  Era  pure  intervenuto    ai  con- 
clavi d*  Innocenzo  VII    e    Gregorio 
XII,  e  si   trovò  ancora  a  quello  di 
Giovanni    XXIII.    Pieno    di    gloria 
morì   nel     i4i2    in    Bologna.    Tra- 
sferito il   cadavere  in  Napoli,  fu  col- 
locato in  sontuoso  mausoleo,  eretto 
nella  metropolitana  dentro  la  cappel- 
la di  sua  famiglia,  ma  senza  iscrizione. 
MIRA,  I\]yra,  Myrrha.    Sede  ar- 
civescovile    metropoli     della     Licia, 
nell'esarcato   d'Asia,  già  città  con- 
siderabile, ora   villaggio    della   Tur- 
chia asiatica  dell'  Anatolia  nel  san- 
giacato    di     Meìs,  chiamato     anche 
Strumeta,    fabbricato     sulle    rovine 
dell'  antica  e  celebre  città,  la  quale 
conje   tante  altre   soggiacque  al  do- 
minio   de' saraceni     nel  secolo     XI, 
quindi  decadde  dalla  sua  importan- 
za.    £    situata     sopra     una     collina 
suir  Andraki,  con    buon   porto,  che 
si  getta   in  vicinanza  nel  Mediterra- 
neo, Di  tale  città   ne  fanno  menzio- 
ne   Straboqe ,    Plinio    e    Tolomeo. 
L'apostolo  s.    Paolo  essendosi  con- 
dotto a  Roma    per    mare,   approdò 
in  Mira,  secondo  la   versione  siriaca 
degli   Ani    apostolici,    ma  in  Listri 
secondo  la   volgala  latina.   Tuttavol- 
ta  si  ritiene  aver  s.   Paolo  fatto  co- 
noscere nella  Licia  Gesù  Cristo  col- 
le sue  predicazioni.    La  città  fu  da 
principio  la  sede  d'un  semplice  ve- 
scovato   sulIVagaiieo    d'Iconio,     in- 
di   nel  secolo    IV   venne    eretta   in 
metropoli   della  novella  Licia  sotto 
r  imperatore  Teodosio  li,  ed  esar- 
cato di  Licia   nel    secolo  Xlll.   F'u- 
rono    sue    sudiaganee     le    seguenti 
trentasette  sedi    vescovili.   Telmisso, 
Limira,   Araxa,  Podalea,  Tatta,  Ze- 
nouopoli,  Olimpo,  Otla  o  TIos,  Co- 
ridalo,    Canna    o  Cunnus,    Acraso, 


MIR 
Xanto,  Bobu  o  Sofìanopoli,  Marliana, 
Coma,    Fello    o     Phello,    Antifello, 
Phaselis,  Rodiopoli,    Acamiso  o    A- 
calisando,  Acanda,   Palara,  Comba, 
Carbura,  Nasa  o  Nisa  o  Nissa,  Ca- 
iinda,   Aprilla,   Oricanda    o  Aricna- 
da,  Arnia,   Sidima,  Onurda   o  Ono- 
mida,   Candano   o  Cardamo,  Pallio- 
ta    o    Giustinopoli,  Eudocia,  Mele- 
sa,  Lebisso  e  Pacando.    Ne  fu   pri- 
mo vescovo    s.    Nicandro    martire, 
ordinato  da  s.  Tito  discepolo  di  s. 
Paolo.    Nicola  L   Nicola   II,    cioè  s. 
Nicolò  celebre  vescovo  di  Mira,  na- 
tivo di    Patara^  abbate    d'  un  mo- 
nastero presso  Mira,    le  cui  ossa  si 
venerano  a   Bari,    al  quale  articolo 
dicemmo  come    vi   furono  traspor- 
tale   dalla    Licia.    Taziano    che  in- 
tervenne al   primo    concilio  di    Co- 
stantinopoli.   Sereniano    che    fu    al 
concilio  generale  d'  Efeso.  R.omano 
intervenne  al  secondo  Efesino.  Pie- 
tro fu  al  concilio    Calcedonese.  Fi- 
lippo sottoscrisse    il  V    sinodo.  Po- 
lidecto  fu  al  VI.  Teodoro  I.  Nicola 
111   si  recò  al  VII  sinodo.  Nicela  e- 
retico     dell'   825.     Teodosio    fu    al 
concilio  in    cui  si    ripristinò    Fozio, 
Leone    visse  sotto    Michele  Cerula- 
rio.   Teodoro    II  del     1 143.  N.    del 
li5i.  Cristoforo  del    1166.  Eusta- 
zio   traslato  a   Tessalonica  a   tempo 
di   Manuele  Gomneno.   Matteo  XIX 
vescovo  o  arcivescovo.  Oriens  christ. 
t.  I,  p.  965.  Mira    fu  ancora    sede 
d'  un   arcivescovo  greco  :  fu  1'  ulti- 
mo monsignor  Massimo  Mazium,  da 
Gregorio     XVI     il     primo     febbra- 
io del  i836   traslato    al  patriarcato 
d'Antiochia  de'  greci  MelcInLi  [Fedi). 
Mira,  Myren,  al  presente    è    un 
titolo   arcivescovile    in  parlibus,    il 
quale  ha  sotto  di  sé  i   titoli   vesco- 
vili   pure    in    parlibus    di    Limira^ 
PatBrea,  Sidima,  TIoa  o  TIos,  Tel- 
messo,  Antifello  e    Rodiopoli.    Gre* 


M  I  R 
goiio  XVI  nominò  gli  ultimi  due 
arcivescovi,  cioè  Nicola  Ferrarelli 
canonico  Liberiano  e  segretario  del- 
ia congregazione  della  visita,  nel 
detto  concistoro  del  primo  febbraio 
)836,  traslato  da  Marronea;  e  per 
sua  morte  monsignor  Pietro  Anto- 
rio  Garibaldi  genovese,  già  inter- 
nunzio  di  Parigi,  canonico  vaticano, 
cliierico  di  camera,  protonotario  a- 
poslolico,  fatto  nel  concistoro  dei 
22  gennaio  i844>  consecralo  in  s. 
Pietro  dal  cardinal  Lambruscliini, 
odierno  nunzio  apostolico  di  Napo- 
li per  nomina  del  lodato  Pontefice. 
Mira,  sebbene  titolo  in  partihiis,  a- 
\ea  la  dote  di  dieciotto  Luoghi  di 
Monte  (^P^edi)  e  99  centesimi  ,  i 
frutti  de' quali  ascendevano  a  scudi 
56  e  bai.  91,  in  favore  degli  ar- 
civescovi prò  tempore.  Ma  Benedetto 
XIV,  dopo  la  morte  dell'arcivesco- 
vo Nicolai,  nel  174^  trasferì  la  sud- 
detta dote  annua  alla  cbiesa  arci- 
■vescovile  di  Tarso,  indi  alla  palri.ir- 
cale  di  Costantinopoli.  Tale  istitu- 
zione della  dote  rimonta  al  1682, 
per  decreto  d'  Innocenzo  XI  fatto 
nel  concistoro  de'  2  maggio,  per 
cui  furono  depositati  scudi  duemi- 
la pei  suddetti  luoghi  di  monte.  E- 
siste  un  mss.  con  questo  titolo  : 
Elucuhratio  parva  super  qnosdam 
libros  Sinenses  ab  archiepiscopo  My- 
rensi  de  Nicolais. 

MIRACOLO,  Mìraculum,  por- 
tenlum,  oslentuni,  prodigium.  Cosa 
soprannaturale,  opera  eil  effetto  che 
non  si  può  fare  se  non  da  Dio,  e 
per  sua  virtù  ad  intercessione  della 
Beata  Vergine,  dei  santi,  e  di  quei 
servi  suoi  che  vuole  glorificare  con 
tratti  di  sua  onnipotenza  ;  può  ser- 
virsi di  altri  come  istromenli  per 
confermare  una  verità  speculativa 
o  pratica.  I  miracoli  sono  quegli 
avvenimenti    memorandi    superiori 


M  !  R  20') 

alle  leggi  della  natura,  co'  quali  la 
divina  onnipotenza  volle  e  vuole 
manifestare  e  autenticare  la  verità 
annunziata  ai  popoli  dai  profeti 
e  dai  santi  tra  lo  splendore  di  que- 
ste irrefragnbili  prove.  Il  nome  di 
miiacolo  significa,  i."  in  im  senso 
iiffatlo  generale  una  cosa  ammira- 
bile, singolare,  straordinaria,  che 
colpisce^  che  sorprende,  che  reca 
stupore,  sia  eh'  essa  sorpassi  le  for- 
ze delle  creatine  visil)ili,  sia  che 
non  le  sorpassi.  Siguilica  2.°  in 
un  senso  più  concreto  una  cosa 
straordinaria  che  sorpassa  le  for- 
ze delle  creature  visibili,  ma  non 
delle  invisibili  ,  come  gli  angeli 
buoni  o  cattivi  .  Significa  3.  in 
un  senso  proprio  e  rigoroso  una 
cosa  o  un  elìetfo  sensibile  che  sor- 
passa le  forze  di  tutte  le  creatu- 
re ,  tanto  visìbili  che  invisibili  , 
e  che  non  può  provenire  che  da 
Dio  operando  secondo  le  leggi  su- 
periori a  quelle  della  meccanica  del 
mondo,  giacché  Dio  ha  stabilito 
delle  leggi  ordinarie  e  generali  che 
regolano  tutti  i  movimenti,  i  quali 
formano  questo  bel  meccanismo  del 
mondo,  cui  fu  dato  il  nome  di  na- 
tura, e  delle  altre  straordinarie  e 
particolari  secondo  le  quali  produ- 
ce effe' ti  che  soipassano  1'  ordine  e 
le  forze  di  tutta  la  natura;  e  nul- 
r  altro  fuori  di  ciò  eh'  è  prodotto 
in  conseguenza  di  queste  ultime 
leggi,  è  un  vero  miracolo,  secondo 
la  dottrina  di  s.  Tommaso,  I  part. 
quest.  I  IO,  art.  4>  "^  corp.,  la  qua- 
le esige  per  un  vero  miracolo  che 
egli  sorpassi  l'ordine  e  le  forze  di 
tutta  la  natura  creata  si  visibile, 
che  invisibile.  Si  può  dire  nondi- 
meno, secondo  la  dottrina  dello 
stesso  santo  dottore,  che  le  meravi- 
glie operate  dagli  angeli  buoni  o 
cattivi    sono  miracoli    in    un    senso 


aoG 


MIR 


meno  stretto,  e  per  rapporto  a  noi, 
ihiperciocchè  esse  sorpassano  le  for- 
ze della  natura  a  noi  note.  Ma  por- 
che una  cosa  miracolosa  può  essere 
o  contro  la  natura,  o  disopra  ,  o 
oltre,  da  ciò  nasce  la  diversità  dei 
miracoli,  che  la  maggior  parte  dei 
teologi  seguendo  s.  Tommaso  li  am- 
mettono di  tre  sorta  ;  cioè  miraco- 
li  contro  la  natura  ,  al  disopra 
della  natura,  e  oltre  la  natura.  Un 
miracolo  è  contro  la  natura  quan- 
do questa  conserva  una  disposizione 
contraria  agli  efTetti  che  Dio  pro- 
duce, come  alloichè  il  mare  si  di- 
vise per  lasciar  passare  gì'  israeliti; 
quando  il  sole  fermossi  al  coman- 
do di  Giosuè,  e  retrocedette  alle 
preghiere  d'Isaia  per  provare  al  re 
Ezechiele  ch'egli  sarebbe  guarito. 
In  tutti  questi  casi  la  natura  con- 
servava una  disposizione  contraria 
agli  effetti  che  Dio  produceva  in 
essa.  Un  miracolo  è  al  disopra 
della  natura  quando  la  natura  non 
può  produrlo  in  alcim  modo;  tale 
è  per  esempio  la  risurrezione  d'un 
morto.  Un  miracolo  è  oltre  la  na- 
tura quando  la  natu''a  potrel)be 
assolutamente  produrlo,  ma  non 
nelle  circostanze  e  nel  modo  con 
cui  Dio  lo  produce.  Una  persona 
è  pericolosamente  malata.  Dio  la 
risana  all'istante,  e  senza  alcun  ri- 
medio, la  natura  avrebbe  potuto 
guarirla  col  tempo  e  coi  rimedi  : 
questo  miracolo  è  olire  la  na- 
tura. 

Dio  solo  è  la  causa  eflìciente  dei 
miracoli,  perchè  egli  solo  può  in- 
terrompere o  rovesciare  il  corso 
della  natura  da  lui  stabilito,  e  gli 
angeli  non  ne  possono  essere  che 
le  cause  morali,  ottenendoli  colle  lo- 
ro preghiere,  o  le  cause  istrumen- 
tali,  concorrendovi  come  istrumenti 
per  le  mani  di  Dio,  il  quale  vuole 


MIR 
talvolta  impiegarli  nelle  sue  opera- 
zioni. Lo  stesso  avviene  de'  santi, 
sia  prima  che  dopo  la  morte.  Quan- 
to ai  demonii  le  cose  straordinarie 
eh'  essi  operano  non  sono  che  illu- 
sioni ;  oppure  ciò  eh'  esse  conten- 
gono di  vero  non  oltrepassa  il  loro 
potere  naturale,  il  che  fa  s'i  ch'es- 
se non  sono,  per  conseguenza,  veri 
miracoli.  Come  il  demonio  fu  vin- 
to dalla  morte  del  Salvatore,  la  sua 
possanza  è  al  presente  legata,  e  lo 
sarà  sino  alla  venuta  dell'  Anticri- 
sto. Non  pertanto  Iddio  non  gli 
ha  tolto  al  tutto  il  natio  suo  po- 
tere, del  quale  lo  lascia  usare  per 
tentare  gli  uomini  e  indurli  al  ma- 
le. Alcuna  volta  eziandio  lo  spirito 
delle  tenebre,  colla  permissione  del 
cielo,  contraffa  le  meraviglie,  che  il 
braccio  solo  dell'  Altissimo  opera  ; 
e  procura  di  sedurre  i  mortali  con 
fantasime  ingannatrici.  Ma  in  que- 
ste occasioni  egli  si  smaschera  sem- 
pre da  qualche  canto,  per  cui  è 
agevole  travedere  l'  impostura,  e 
distinguerla  dall'  opera  di  Dio,  il 
quale  ispira  l'umiltà  a  chi  egli  si  co- 
munica in  modo  straordinario,  men- 
tre il  demonio  ai  suoi  slromenti 
insinua  la  superbia.  Il  fine  primo 
e  generale  de'  miracoli  è  la  gloria 
di  Dio.  I  fini  secondari  che  lutti 
si  riferiscono  a  quel  primo,  sono  o 
la  conferma  della  dottrina  che  ri- 
guarda sia  la  fede,  sia  i  costumi, 
o  r  attestnzione  della  santità  di 
qualcuno,  od  i  benefizi  accordati 
agli  uomini  tanto  spiriluali,  che 
temporali,  o  la   vendetta  divina. 

1  veri  ed  i  falsi  n)iracoli  dill'erisco- 
no  dal  lato  del  principio,  del  fine, 
dell'efllcacia,  della  durata,  delia  uti- 
lità, della  maniera  e  della  natura. 
Essi  dilferiscono  dal  lato  del  prin- 
cipio. I  veri  miracoli  hanno  Dio 
per  autore,  ed  i  falsi  non  lo  hanno; 


MIR 
dal  Iato  del  fine,  i  veri  miracoli  si 
fanno  per  rassodare    la  fede,   rifor- 
mare i  costumi,  attestare  la  santità 
di  qualcuno,  ed  i  falsi   per  corrom- 
pere la  fede  o  i   costumi  ;  dal  lato 
dell'efficacia  e    della    durata,  i   veri 
sono  reali  e  permanenti,  i   falsi  pas- 
seggieri  ed  illusorii;  dal  lato  dell'uti- 
lità ,    i    veri    recano    profitto     agli 
uomini,  mentre  i  filisi  sono  ad  essi 
nocivi  ;    dal    Iato  della    maniera,   i 
veri  si  operano  ordinariamente  per 
intercessione    de'  santi  ,    i  falsi   per 
gì  incantesimi,    le  profanazioni  e   le 
superstizioni  ;  dal  Iato  della  sostan- 
za  ,  i   veri  sono  o  contro,  o  al    di- 
sopra, o  almeno  oltre  la  natura  ;  i 
falsi   non  eccedono  le  forze  naturali 
dell'agente  che    li   produce.   Per  e- 
vitare    la    frode    e     1'  illusione    nei 
miracoli,  il  concilio  di   Trento  ses». 
0:5,  de  invoc.  vener.  et  reliq.  sa  ri  et. 
et  sacr.  imng.^  ha  saggiamente  stabi- 
lito, che  non  ne  sarebbero  ammessi 
de'nuovi,  a  meno  che  essi  non  fos- 
rero   riconosciuti    ed    approvati   dal 
vescovo  aiutato  dal   consiglio  di    al- 
cuni  pii    e  dotti   teologi.   Intorno  a 
che  è  d'uopo    osservare,  che  il   po- 
tere   di    approvare     nuovi   miracoli 
attribuito  agli  ordinari  dal  concilio, 
non   riguarda   che  i   santi   già  cano- 
nizzati o   beatificati,    e  non   le  per- 
sone   eminenti    in     virtù,    ma    non 
per  anco  canonizzate  o  beatificale  ; 
giacché  se    gli  ordinari   avessero  il 
diritto  di  pubblicare  e  di   proporre 
ai   popoli   i  miracoli    che    si    altri» 
buiscono  all'intercessione  di  questa 
sorta  di  persone,  essi  avrebbero  altre- 
sì il  diritto    d'indurre    il    popolo  fi 
render  loro  un  culto  religioso,  eh'  è 
ima    conseguenza    della    santità  at- 
testata dai  miracoli,  il  che  non  ap. 
partiene    che   alla    Sede  apostolica. 
Coi    miracoli    si    provò    dai    nostri 
maggiori    la    verità    della  religione 


MIR  "iof 

cristiana  ;  il  principale  mlrncolo  per 
ciò  provare  è  la  risurrezione  di 
Cristo.  I  prodigi  furono  quelli  che 
uniti  alla  dottrina  predicata  dal 
Salvatore  ne  provarono  la  verità 
e  ne  attestarono  la  sapienza  ;  laon- 
de i  piodigi  fiu'ono  e  sono  ancora 
una  delle  più  forti  prove  di  nostra 
religione.  Al  tempo  della  primitiva 
Chiesa  furono  più  necessaii  i  mira- 
coli, di  quello  che  sia  a'  tempi  no- 
stri, perchè  gli  apostoli  ed  i  suc- 
cessori loro  aveano  a  trattare  coi 
greci  e  romani,  gente  colta  e  dot- 
ta ,  i  quali  se  non  avessero  visti 
miracoli  fatti  in  conferma  del  van- 
gelo, non  si  sarebbei-o  mai  dispo- 
sti a  crederlo  ed  accettarlo  ;  ed  ai 
tempi  di  Giuliano  I'  apostata.  Dio 
illustrò  la  sua  Chiesa  con  molli  e 
strepitosi  miracoli.  Dei  miracoli  che 
si  facevano  ne'  sacri  templi,  si  so- 
levano formare  ne' primi  secoli  dei 
libretti,  i  quali  si  leggevano  in 
chiesa.  I  filosofi  platonici  al  nascere 
del  cristianesimo  ricorsero  al  potere 
della  magia,  ma  non  impresero  a 
far  miracoli  in  pubblico,  benché 
questo  fosse  l'unico  modo  per  far- 
li credere.  Gli  storici  che  riferi- 
rono tali  pretesi  prodigi,  loro  uni- 
co scopo  fu  di  screditare  maligna- 
mente i  miracoli  che  provavano  la 
divinità  della  religione  cristiana,  al 
quale  scopo  adoperarono  ìì  impo- 
stiu-a  e  le  illusioni  della  maqia. 
^fc/<  Benedetto  XIV,  De  serv.  Dei 
beat.  t.  Il  e  IV  ;  e  Spagni,  De. 
miraculix,  Fiomae    1777. 

Del  tanto  decantalo  magnetismo 
animale  si  giovano  in  ispecial  mo- 
do i  razionalisti,  ad  ispiegare  le  stu- 
pende miracolose  gesta  de'  profe- 
ti, degli  apostoli,  di  Cristo ,  e  di 
quanti  si  ebbero  fama  di  tauma- 
turghi cristiani  ,  per  togliere  cosi 
di  mezzo  quel   motivo  di  credibili- 


5o8  MIR 

tà  potentemenle  fondato  sui  mira- 
coli di  nostra  siinta  religione.  In 
oggi  i  proièti  sono  dai  sedicenti  fi- 
losofi riputati  come  i  primi  magne- 
tÌ7zalori  dell'antichità;  segreto  che 
essi  dicono  pur  conosciuto  da  Ge- 
sù Cristo  e  dagli  apostoli.  Il  famo- 
so Mesnier  riducendo  a  sistema  il 
magnetismo  animale,  sotto  altre  for- 
me rinnovò  le  imposture  e  i  va- 
neggiamenti degli  antichi  per  illu- 
dere la  mollitutline,  come  fecero  i 
maghi  dell'Egitto.  Se  il  magnetismo 
anin)ale  fosse  slata  la  vera  cagione 
di  tante  stupende  e  miracolose  ge- 
sta di  Gesù  Cristo  quante  ci  nar- 
rano i  libri  sacri,  converrebbe  neces- 
sariamente concludere  che  le  gua- 
rigioni da  lui  operate  attribuir  si 
dovessero  a  umana  potenza  e  non 
a  virtù  superiore  alle  forze  della 
natura.  Ma  ciò  non  potrà  gifimniai 
dimostrarsi  dai  seguaci  di  Mesmcr: 
anzi,  esaminati  i  principii  e  le  dot- 
trine più  solide  dell'  arte  salutare, 
si  vede  ad  evidenza,  che  le  opere 
di  Ciisto  eccedono  di  gran  lunga 
quelle  risorse  che  in  pari  circostan- 
ze potrebbe  dare  la  natura  abban- 
donata a  sé  stessa,  o  la  scienza  ippo- 
cratica. Il  nostro  divin  Maestro  non 
poteva  nella  sua  santità  operare 
le  istantanee  £;uari"ioni  con  mezzi 
contrari  alla  buona  morale,  siccome 
fa  il  preleso  magnetismo  animale, 
dal  cui  esercizio  derivano  infiniti 
danni  alla  società.  In  fatti  si  legga 
il  rapporto  compilato  dal  celebie 
Bailly,  in  nome  della  commissione 
dell'accademia  reale  delle  scienze  e 
della  facoltà  di  medicina  in  Parigi, 
e  si  vedrà  con  quanta  ragione  deb- 
bansi  attribuire  i  fenomeni  mesme- 
riani  a  lult'altro  che  al  magnetis- 
mo animale,  e  chiamar  V  uso  di 
questo  un  ritrovamento  nemico  al 
bea    essere  delia    società  e  al    can- 


MIR 

dor  de'costumi.  Se  dunque  i  feno- 
meni detti  l<fs-crìses  non  sono  ef- 
fetto del  magnetismo  animale,  se 
il  sonnambulismo  artificiale  è  una 
impostura,  se  le  guarigioni  opera- 
te da  Cristo  eccedevano  il  potere 
umano,  se  non  riuscì  a  Mesmer  di 
produrre  i  prodigi  di  Cristo,  do- 
vià  necessariamente  coiichiudersi 
col  dolio  monsignor  d.  Vincenzo 
Tizzani  odierno  vescovo  di  Terni, 
che  il  magnetismo  animale  è  una 
nuova  veste  data  ai  delirii  degli 
antichi,  e  che  i  miracoli  di  Cristo 
non  possono  in  alcun  modo  spie- 
garsi col  mesmerismo.  Veggasi  il 
Discorso  istorico-critico  sul  magne' 
tismo  animale,  pubblicato  dal  loda- 
to prelato  in  Roma  nel  1842  con 
molto   plauso. 

MIRAMIONE.  Congregazione  di 
donne,  le  quali  senza  far  voti  si 
dedicavano  ad  istruire  le  donzelle 
de!  loro  sesso,  ed  alla  cura  delie 
inferme.  Furono  fondate  a  Parigi 
nel  i665  sotto  il  nome  di  comuni- 
tà di  s.  Genoveffa,  da  Maria  Bon- 
neau  dama  di  Miramion,  acciò  le 
sue  religiose  istruissero  le  donzelle 
per  formarne  delle  maestre  per  la 
campagna,  e  per  assistere  le  donne 
povere  spiritualmente  e  corporal- 
mente, massime  le  inferme  e  ferite, 
niedicarle  e  salassarle.  La  fonda- 
trice piamente   morì   nel    1696. 

xMlRANDA  {Mirandcn).  Città  ve- 
scovile di  Portogallo  nella  provincia 
di  Trasos-Montes,  capoluogo  di 
Comarca  ,  12  leghe  da  Bragan- 
za,  e  92  da  Lisbona,  posta  su  di 
una  rupe  al  confluente  e  sulla  riva 
destra  del  Duero  o  Douro,  per  cui 
si  chiama  Miranda  de  Douro  per 
distinguerla  da  altre  dello  stesso 
nome.  Ha  vecchie  fortificazioni,  in 
parte  rovinose,  due  ospedali,  e 
qualche     stabilimento    scientifico 


MIR 

primeggiano  tra  gli  edlfizi  1*  antica 
cattedrale  ed  il  seminario.  Teneva 
il  quarto  posto  nelle  assemblee  del- 
la corte,  e  conta  circa  5ooo  abitan- 
ti. Questa  città  sembra  aver  porta- 
to un  tempo  il  nome  di  Contìum 
o  Contia.  Distrutta  dai  barbari,  fu 
di  nuovo  riedificata  nel  ii36  da 
Alfonso  I.  Gli  spagnuoli  l'assedia- 
rono nel  1762,  e  in  tale  incontro 
saltando  in  aria  un  magazzino  di 
polvere  furono  danneggiate  in  par- 
te le  mura.  In  un  paese  alpestre 
e  montuoso,  la  comarca,  situata 
nella  parte  orientale  delia  provincia, 
contiene  più  di  82,000  abitanti.  La 
sua  posizione  è  di  grande  impor- 
tanza, essendo  da  essa  agevole  l'en- 
trata nel  regno  di  Leone,  e  perchè 
posta  tra  due  fiumi  il  Douro  e  la 
Fresne. 

La  sede  vescovile  ad  istanza  di 
Giovanni  111  re  di  Portogallo  fu 
istituita  da  Paolo  HI  nel  i54^,  il 
quale  eresse  in  cattedrale  la  chiesa 
parrocchiale  dedicata  a  Maria  Ver- 
gine, fondando  il  vescovato  colle  co- 
piose rendile  del  monastero  de' be- 
nedettini di  Castro  d'Avelans,  colla 
rendita  di  diecimila  scudi,  e  3i4 
parrocchie  in  22  leghe  di  lunghez- 
za, dichiarando  la  sede  suITraganea 
della  metropoli  di  Braga,  da  cui 
aveva  dismembrato  i  luoghi  per 
formar  la  diocesi.  Ne  furono  vesco- 
vi Torribio  Lopez  elemosiniere  del- 
la regina  Caterina,  e  Giorgio  de 
Messiot  trasferito  a  Coirabra  ;  e  per 
gli  ultimi  nomineremo,  Diego  Mar- 
ques  de  Mouratto  di  Lisbona,  fatto 
vescovo  nel  1740  da  Benedetto  XIV, 
il  quale  gli  die  nel  1750  in  coa- 
diutore con  futura  successione  Gio, 
dalla  Croce  di  Lisbona,  già  vescovo 
di  s.  Sebastiano  del  Rio  Gennaro, 
e  di  fatto  successe  nel  1753  ;  fr. 
Alessio  de  Miranda  Uenriquez  do- 

VOI,.    XLV. 


MIR  209 

menicano  di  Lisbona,  preconizzato 
da  detto  Papa  nel  1758  ;  Emma- 
nuele  de  Vasconcellos  Pereyra  del- 
la diocesi  di  Lamego,  dichiarato  nel 
1770  da  Clemente  XIV;  Michele 
Antonio  Barreto  de  Menesez  della 
diocesi  di  Braga,  nel  1778  traslato 
da  Braganza  da  Clemente  XIV,  e 
fu  r  ultimo  vescovo  di  Miranda.  Ad 
istanza  della  regina  Maria  I,  il  Pa- 
pa Pio  VI  colla  bolla  Romanus 
Pontìfex,  de' 27  settembre  1770, 
Bull.  Roni.  Contìnuatio  y  t.  VI,  p. 
253,  soppresse  la  sede  vescovile  di 
Miranda  e  la  trasferì  in  Braganza 
[Fedi)y  pur  sulìragaoea  di  Braga, 
eretta  in  vescovato  da  Clemen- 
te XIV ,  una  delle  città  più  an- 
tiche del  regno ,  i  cui  duchi  di- 
vennero re  di  Portogallo,  casa  che 
tuttora  regna.  La  cattedrale  di  Mi- 
randa divenne  collegiata  insigne, 
con  undici  canonici,  ritenendo  il 
titolo  vescovile,  e  concedendo  Pio 
VI  ai  canonici  1'  uso  della  mozzet- 
ta.  Ecco  la  serie  de'  vescovi  di 
Braganza  e  Miranda.  De  Menesez 
mentovato,  fatto  primo  vescovo  di 
Biaganza  da  Clemente  XIV  a'  6 
agosto  1770.  Bernardmo  Pinto  Ri- 
beiro  Seixas  della  diocesi  di  Braga, 
preconizzato  vescovo  di  Braganza 
da  Clemente  XIV  a*  12  luglio  1778, 
indi  primo  vescovo  di  Braganza 
e  Miranda.  Antonio  Lodovico  de 
Veiga-Cabral  da  Camera,  della  dio- 
cesi di  Braga,  eletto  nel  1798  da 
Pio  VI.  Giuseppe  Maria  di  s.  Anna 
Noronha,  dell'  ordine  di  s.  Paolo 
primo  eremila,  di  Lisbona,  dichiara- 
to da  Leone  XII  nel  1824.  Per 
sua  morte  il  re  d.  Michele  I  nomi- 
nò r  odierno  monsignor  Giuseppe 
Antonio  da  Silva  Rebello,  della  con- 
gregazione della  missione,  nato  in 
s.  Caterina  nel  patriarcato  di  Li- 
sbona, da  Gregorio  XVI  preconizza- 

i4 


2IO  MIR 

lo  vescovo  di   Brajj;anza  e  Miranda 

nel    concistoro    de' 2    luglio     i832. 

La    rendila    episcopale    è  di    scudi 

25oo. 

MIRANDOLA,  Mìrandula.  Città 
cospicua  del  ducato  e  distretto  di 
Modena  ,  capoluogo  di  cantone. 
Assai  antica,  un  tempo  fu  ben  for- 
tificata e  difesa  da  un  castello^  ma 
le  sue  fortificazioni  sono  ora  pres- 
soché rovinate.  Vi  sono  diverse  bel- 
lissime chiese,  ed  è  rimarchevole  la 
principale;  ampie  e  regolari  so- 
no le  vie,  dovendosi  la  sua  ma- 
gnificenza ai  Pico  ;  conta  più  di 
3ooo  abitanti.  Era  anticamente  la 
capitale  d'  un  ducato  del  suo  no- 
me, dipendente  dall'impero,  e  tut- 
tora ne  porta  il  titolo  di  duca 
quello  di  Modena  suo  sovrano.  La 
signoreggiò  la  celebre  famiglia  Pi- 
co, dalla  quale  uscì  Giovanni  chia- 
malo la  ll'nice  degl'ingegni  del  suo 
secolo ,  siccome  famoso  pel  suo 
straordinario  sapere,  cognizione  del- 
le lingue,  e  amore  alle  scienze,  che 
celebrammo  nel  volume  XXXVIII, 
p.  i-zg  del  Dizionario  ed  altrove. 
Avendo  Innocenzo  Vili  condannato 
la  sua  opera.  De  omni  re  scibili, 
Giovanni  spiegò  qual  fosse  il  suo 
retto  sentimenlo,  per  cui  l'approvò 
Alessandro  VI  con  bolla  de'i3  giu- 
gno 1493.  D'allora  in  poi  Giovanni 
avendo  corrello  lo  spirito  ardente 
che  trasportava  il  suo  prodigio- 
so talento  alle  novità,  si  applicò 
allo  studio  de'  libri  santi,  e  tre  an- 
ni prima  di  sua  morte  rinunziando 
al  principato,  si  lilirò  in  una  casa 
di  campagna,  ove  datosi  agli  eser- 
cizi di  pietà  e  penitenza  ,  in  essi 
morì  d'  anni  33  in  Firenze  nel 
i494»  terminando  i  suoi  giorni 
coir  abito  de'  domenicani  da  lui 
sempre  amali.  Le  sue  opere  furo- 
no   pubblicale    più    compiutamente 


MIR 
in  Basilea  nel  1573  e  1607,  insieme 
colla  sua   vita  scritta  da   Gianfraa- 
cesco  Pico  suo  nipote,  e  coll'apolo- 
gia  di  sua  condaima.  Francesco  Pi- 
co della  Mirandola  feudatario  dello 
stato    di  Modena,    si  rese    indipen- 
dente nella    Mirandola,    di  cui    gli 
antenati  suoi  possedevano  il  castel- 
lo da  parecchie  generazioni   in  poi  : 
divenuto  nel    i3i2   podestà  di  Mo- 
dena, come  lo  era  stato  nel    11  18, 
Manfredi   Pico,  si   fece  capo  de'ghi- 
bellini,  e  vendè  Modena  a   Passeri- 
no   Bonacossi  signore    di   Mantova. 
Le  fortificazioni   di  Mirandola  es- 
sendo stale  assai  ragguardevoli,  atti- 
rarono sovente  le  armi  straniere.  Pas- 
serino Bonacossi  signore  di  Manto- 
va, per  riprendersi  il  denaro  paga- 
to per  Modena,    dopo    aver  morto 
Francesco    Pico    onorato    del   titolo 
di    vicario    imperiale,    e    due    suoi 
figli,  le    distrusse  nel  i33o.  Nicolò, 
altro  figlio  di  Francesco,  scampato 
alla  strage,  potè  vendicarsi  quando 
i    Gonzaga    cacciarono    i   Bonacossi. 
Francesco    HI    della    Mirandola   fu 
creato  nel    i4'4    conte  di  Concor- 
dia    dall'   imperatore     Sigismondo  . 
Quindi  la  Mirandola    nelle  rivolu- 
zioni e  vicende  guerresche  di  Lom- 
bardia   soggiacque  ad  assedi    e   vi- 
cende. Ma  il  più  famoso  assedio  fu 
quello    con  che    la  strinse    il  Papa 
Giulio  II  in  difesa  di  Giovanni  Fran- 
cesco III  Pico,  per  espellerne  i  fran- 
cesi, e  Galeotto  II  ch'erasene    im- 
padronito.   Agli  articoli    Giulio  II, 
e  Milizia    pontificia,  dicemmo  co- 
me quel  gran    Pontefice   alla    testa 
dell*  esercito,   tra    le  fulminanti  ar- 
tiglierie, con   tre  cardinali,  trionfan- 
te   entrò    nel     i5ir    per    l'aperta 
breccia  nella  piazza.  Nel   i532  Ga- 
leotto II  tornò  ad    occupar  la  Mi- 
randola, uccidendo  lo  zio  Giovanni 
Francesco  III  col   cugino  Alberto: 


Min 

indi  si  sottomise  alla  protezione 
della  Francia,  e  poi  nel  i548  cede 
lii  Mirandola  ad  Enrico  li  median- 
te un  compenso,  laonde  divenne 
piazza  d'arme  de' francesi.  Tulta- 
\olta  nel  i55i  la  casa  d'Austria 
la  fece  restituire  a  Luigi  Pico  fi- 
glio di  Galeoflolf.  Morto  nel  i574> 
il  di  lui  figliuolo  Federico  assunse 
i  titoli  di  principe  della  IMirandola 
e  marchese  di  Concordia.  Dipoi  il 
suo  fratello  Alessandro  I  Pico  fu 
dall' imperatore  Mattia  nel  i6ig,  o 
meglio  dall'imperatore  Ferdinando 
II,  proclamalo  duca  di  Mirandola  e 
principe  di  Concordia,  borgo  del 
ducato  di  Modena  con  più  di  9.5oo 
abitanti,  che  assediandola  poi  i  fran- 
cesi nel  1704,  s'incendiò  il  palaz- 
zo di  delizie  de* duchi  della  Miran- 
dola; Suo  nipote  Alessandro  11  re- 
gnò dal  i63i  al  1691  ;  essendosi 
portalo  in  Roma  nell'anno  santo 
i65o,  alloggiò  nel  noviziato  de'ge- 
suiti.  Di  tre  anni  gli  successe  il  ni- 
pote Francesco  Maria,  che  nella 
guerra  della  successione  di  Spagna 
prese  le  parti  dei  Borboni.  Quindi 
nel  1701  Mirandola  fu  occupata  dai 
tedeschi,  ed  in  vicinanza  i  francesi 
e  gli  spagnuoli  uniti  furono  scon- 
fini dagl'imperiali  nel  1708.  I  pri- 
mi la  presero  nel  170^,  ma  l'eva- 
cuarono nel  1707.  Per  decreto  del 
consiglio  aulico  di  Vienna,  Fran- 
cesco Maria  perde  i  suoi  stati,  men- 
tre Clemente  XI  creò  cardinale 
Lodovico  Pico  de'  duchi  di  Miran- 
dola. Come  feudo  dell'  impero , 
Giuseppe  I  o  Carlo  VI  nel  171 1 
\enderono  gli  stali  per  200,000  do- 
bloni,  o  600,000  scudi  come  altri 
dicono,  al  duca  di  Modena  Rinaldo 
d'Este,  che  u'  ebbe  l'investitura 
a'  12  marzo,  riliiandosi  la  nobilis- 
sima famiglia  Pico  in  Francia,  aU 
tri  scrivono  in  Spagna  ove  il  duca 


MIR  III 

fu  fatto  cavallerizzo  maggiore  da 
Filippo  V.  Gli  spagnuoli  assediaro- 
ro  la  Mirandola  nel  1785  ,  ed  il 
re  di  Sardegna  la  prese  nel  1742, 
ma  fu  restituita  al  duca  di  Mode- 
na nel  i74'^>  i'i  conseguenza  del 
trattato  d' Aquisgrana. 

MIRANDOLA  Lodovico  Pico  , 
Cardinale.  Lodovico  Pico  de'  duchi 
della  Mirandola,  dopo  essersi  tro- 
valo, a  cagione  dell'assedio  posto 
dai  francesi  alla  sua  patria,  nelle 
più  critiche  e  dolorose  circostanze, 
se  ne  fuggii  prima  a  Bologna,  e  poi 
a  Roma,  donde  portatosi  a  Vienna 
ottenne  dalla  liberalità  dell'  impe- 
ratore un  sufficiente  mantenimen- 
to. Restituitosi  a  Roma  fu  tosto  da 
Clemente  XI  nel  1 70  t  annoverato 
nel  numero  de' prelati,  e  subito 
ammesso  tra  i  chierici  di  camera, 
e  dopo  due  anni  promosso  a  mae- 
stro di  camera,  indi  a  maggiordo- 
mo col  titolo  e  grado  di  patriarca 
di  Coslanlioopoli.  In  questi  impie- 
ghi avendo  ricevuto  la  sua  virtù 
maggior  risalto  dallo  splendore  dei 
suoi  natali,  Clemente  XI  a'  18  mag- 
gio 17 12  lo  creò  cardinale  prete 
di  s.  Silvestro  in  Capite.  Lo  ascris- 
se alle  principali  congregazioni  di 
Roma,  tra  le  quali  nomineremo 
quelle  del  s.  offizio,  del  concilio  e 
di  propaganda,  e  nel  17 17  lo  di- 
chiarò vescovo  di  Senigallia,  chiesa 
che  per  delicatezza  di  coscienza  ri- 
nunziò passati  sei  anni,  con  infini- 
to dolore  de'  buoni,  avendo  lasciati 
esempi  preclari  di  tutte  le  virtù, 
massime  di  specchiata  innocenza 
de'  costumi.  Essendo  vescovo  pro- 
mosse con  instancabile  zelo  la  gran- 
ri' opera  della  dottrina  cristiana,  ed 
eresse  due  conservatori!,  uno  per  le 
donzelle  o  orfane  pericolanti,  l'al- 
tro per  le  femmine  convertite,  che 
con    generosa    pietà   e    beneficenza 


ais  MIR 

manteneva  del  proprio^  studiando 
sempre  tutte  le  maniere  possibili 
onde  promovere  la  salute  delie  a- 
nime  e  la  gloria  di  Dio.  Tornato 
a  Roma  fu  fatto  arciprete  della  ba- 
silica Liberiana,  e  prefetto  della 
congregazione  delle  indulgenze,  e 
dimesso  il  primo  titolo  passò  suc- 
cessivamente nell'  agosto  174°  al 
vescovato  di  Porto.  Mori  in  Iloma 
nel  1 743  placidamente,  dopo  una 
lodevole  vita  d'  anni  64,  essendosi 
trovato  presente  ai  conclavi  d' In- 
nocenzo Xlir,  di  Benedetto  XII f, 
di  Clemente  XII  e  Benedetto  XIV, 
ed  ebbe  onorevole  sepoltura  nella 
nuova  chiesa  del  Nome  di  Maria 
a  Colonna  Traiana,  di  cui  era  sta- 
to insigne  benefattore,  dove  innan- 
zi all'altare  maggiore  fu  posta  una 
lapide  ben  ornala  collo  stemma 
gentilizio  ed  il  suo  nome.  Il  cuo- 
re poi,  giusta  la  sua  testamentaria 
disposizione,  venne  collocato  nella 
chiesa  di  s.  Prassede,  in  cui  dal 
cardinal  Quirini  gli  fu  eretta  una 
elegante  inscrizione. 

MIREPOIX,  Mirapicum.  Città 
vescovile  di  Francia  nella  contea 
di  Foix,  nell'alta  Linguadoca,  di- 
partimento dell' Arriege,  circonda- 
rio di  Pamiers,  capoluogo  di  can- 
tone, sulla  riva  sinistra  del  Lers, 
in  amena  situazione,  distante  i5o 
leghe  da  Parigi.  Ha  un  ospedale, 
la  cattedrale  dì  s.  Maurizio,  e  qual- 
che altro  rimarcabile  edifizio.  Gli 
abitanti  si  occupano  del  taglio  di 
una  pietra  nera  e  lucida  detta 
jayet,  di  ferro  scavato  ne'  dintorni, 
e  di  carbone  fossile.  Anticamente 
fu  la  capitale  del  picculo  paese  del 
suo  nome,  indi  eretta  in  marche- 
sato nel  XVI  secolo.  Fortificata  ed 
occupata  nel  XIII  dagli  albigesi,  i 
crociati  la  presero  sotto  il  coman- 
do del  conte   di    Foix,  e  la  diero- 


MIR 

no  Q  Guido  di  Levis  uno  de'  loro 
capi,  donazione  che  confermarono 
i  re  di  Fi'ancia,  ed  a  questa  fami- 
glia ne  rimase  il  possesso  sino  al 
tempo  della  rivoluzione.  Giovan- 
ni XXII  nel  i3i7  eresse  la  sua 
parrocchia  in  cattedrale ,  suffra- 
ganea  di  Tolosa,  dichiarando  primo 
vescovo  Raimondo  d'  Alhon  nel 
i3i8,  già  abbate  di  s.  Saturnino  di 
Tolosa,  che  mori  nel  iZiS.  11  Pa- 
pa gli  die  in  successore  il  proprio 
nipote  Jacopo  del  Forno,  traslatan- 
dolo  nel  i326  da  Pamiers,  ìndi 
nel  i32  7  lo  creò  cardinale,  e  nel 
1334  occupò  la  sua  sede  col  nome 
di  Benedello  XII  [P'edi),  veneran- 
dolo la  Chiesa  per  beato.  Quanto 
a'  suoi  successori  fino  u  Luigi  di 
JVogaret,  nominato  nel  1629,  veda- 
si la  Gallia  christ.  t.  II.  Gli  ulti- 
mi vescovi  poi  furono  Giambat- 
tista Campflour  di  Clairmont,  fatto 
vescovo  nel  1737  ;  e  Francesco  Tri- 
stano de  Cambon  di  Tolosa,  eletto 
nel  1768.  Dopo  lunga  sede  vacan- 
te. Pio  VII  soppresse  il  vescovato 
col  concordato  del  1801.  Il  suo  ca- 
pitolo consisteva  in  quattro  dignità, 
con  dodici  canonici;  eranvi  tre  mo- 
nasteri, e  la  diocesi  conteneva  60 
parrocchie. 

MIRICIA,  Myricium.  Sede  vesco- 
vile della  Galazia  seconda,  nell'  e- 
sarcato  di  Ponto,  sotto  la  metro- 
poli di  Pessinunte,  eretta  nel  IX 
secolo.  Si  vuole  chiamata  ancora 
Tliermas  s.  /égapii  %>el  Àgapeli.  Ne 
furono  vescovi  Elpidio  1  intervenu- 
to al  concilio  di  Calcedonia;  Elpi- 
dio II  che  sottoscrisse  ai  cationi  in 
Trullo  ;  e  Michele  che  trovossi  al 
concilio  pel  ristabilimento  di  Fozio. 
Oriens  christ.  t.    1,  p.  497- 

MIRINA  o  MIRINO,  flfyrina.  Se- 
de vescovile  della  prima  provìncia 
d'  Asia  nell'esarcato  del  suo  nome. 


MIR 

sotto  la  n)etropoli  d' Efeso,  eretta 
nel  secolo  V.  Situata  presso  il  ma- 
re nell'Eolia,  ebbe  un  porto,  secon- 
do Strabone  e  Pomponio  Mela  , 
indi  andò  in  rovina.  Ne  furono  ve- 
scovi Doroteo  che  sottoscrisse  al 
concilio  d'  Efeso  ;  Proterio  che  fu 
al  concilio  di  Calcedonia;  Giovan- 
ni che  sottoscrisse  ai  canoni  in 
Tiullo;  e  Cosimo  che  trovossi  al 
VII  concilio  generale.  Orieiis  cliiisl. 
t.  I,.  p.  7o5.  Al  presente  Mirina  o 
Mirino,  Myrinen,  è  un  titolo  ve- 
scovile ili  parlibua,  sotto  1'  arcive- 
scovato litolare  d'Efeso.  JNel  1825 
Leone  Xll  lo  conferì  a  monsignor 
Giovanni  Ryan,  divenuto  nel  i83i 
vescovo  di  Limerich;  e  Gregorio 
XVI  il  primo  febbraio  i836  a 
monsignor  Pietro  India  palermita- 
no, cantore  della  cappella  di  Pa- 
lermo con  cura  d' anime,  e  della 
medesinìa  vicario  generale. 

MIRIOFIDI  oMIR10FlTI,;j/y- 
riophilus.  Sqì\&  vescovile  di  Tracia 
della  provìncia  d'Europa,  sotto  la 
metropoli  d'Eraclea,  eretta  nel  se- 
colo XYI,  secondo  Commanville; 
ma  il  p.  Le  Quien,  Oriens  christ. 
t.  II,  p.  II 52,  dice  che  ne  fu  ve- 
scovo uno  di  cui  ignorasi  il  nome, 
che  trovossi  al  concilio  tenuto  sotto 
il  patriarca  Geremia.  Situala  la  cit- 
tà in  Romania  sul  mare  di  Mar- 
mora,  dice  Cedreno  che  fu  distrut- 
ta dal  terremoto  nei  5&S.  MiriofìdI, 
Myriophylan  ,  è  un  titolo  vescovile 
in  parlibus^  sotto  1' arcivescovato  ti- 
tolare d'Eraclea,  che  nel  secolo 
passalo  ebbe  da  Benedetto  XIV, 
Giovanni  Nicola  à'  Honlheini  [J^edi) 
ossia  il  famoso  Febronio.  Dopo  il 
quale  Gregorio  XVI  lo  conferì  ai 
24  aprile  i845  a  monsignor  Gian- 
francesco  Manfredo  di  Cariogena 
d'America,  canonico  penitenziere  di 
quella  cattedrale,  esaminatore  siao- 


MIS  ai3 

dale,  e  deputato  coadiutore  con 
successione  al  vescovo   di  Panama. 

MISANI  Ugo,  Cardinale.  Ugo 
Misani  bolognese  ,  nelle  tempora 
dell'avvento  1 144>  ^^^  ^^  Lucio  II 
creato  cardinale  prete  del  titolo 
di  s.  Lorenzo  in  Lucina,  Si  mo- 
strò padre  de'  poveri  e  avvocato 
de' pupilli  e  delle  vedove  ;  trovossi 
all'elezione  di  Eugenio  III,  e  nel 
ponlificato  di  Anastasio  IV  terminò 
i  suoi  giorni. 

MISENO,  Misenwn.  Città  vesco- 
vile distrutta,  antichissima  nella 
Campania,  nel  regno  delle  due  Si- 
cilie, provincia  di  Napoli  presso 
Pozzuoli,  situala  sopra  il  promon- 
torio Miseno.  Cuma,  Baia,  Miseno 
un  giorno  famosi,  ora  sono  una  de- 
serta penisola  frastagliala  da  laghi, 
onde  il  golfo  di  Napoli  vien  diviso 
da  quel  di  Gaeta.  Al  sud  di  Bauli 
o  Bacola  incomincia  colla  ridente 
pianura  de' campi  Elisi  il  territorio 
Misenate,  i  quali  si  estendono  sino 
al  piccolo  lago,  chiamato  Stigia  pa- 
lude, di  cui  Agrippa  rese  il  cana- 
le alto  a  ricevere  le  maggiori 
navi,  formando  col  lago  il  Mare- 
morlo,  il  famoso  porto  Misenate 
diviso  in  tre  bacini.  Qui  stanziarono 
le  flotte  romane  del  dipartimento 
dal  Mediterraneo  sotto  gì*  impera- 
tori, montate  per  lo  più  da  cento- 
mila armali;  mentre  il  porto  à'A- 
riminurn  serviva  a  quelle  dell'  A- 
driatico.  Si  riconosce  quindi  nella 
grotta  Traconaria  o  Draconara  una 
vastissima  sotterranea  conserva  di 
acqua  potabile  per  1'  uso  degli  eser- 
citi ;  come  pure  si  ha  ragione  del 
nome  di  Miliscola  dato  alla  spiag- 
gia occidentale,  che  unisce  il  Mon- 
te di  Precida  al  promontorio  Mi- 
seno,  cioè  Militwn  schola ,  perchè 
ivi  si  addestravano  le  numerose  mi- 
lizie.   Si    controverte    la    posiziona 


2i4  MIS 

dell'antica  città  di  Miseno  e  la  e- 
stensione  del  promontorio  del  suo 
nome,  e  presso  al  circo  Misenate 
credono  taluni  di  riconoscere  Mi- 
seno,  ove  sono  gli  avanzi  di  un 
teatro.  La  città  fu  in  gran  parie 
distrutta  nelT  836  quando  fu  presa 
e  saccheggiata  dai  longobardi,  ca- 
pitanati da  Sicardo  duca  di  Bene- 
vento; egual  disastro  avvenne  54 
anni  dopo,  finche  fu  interamente 
spianala  da' saraceni  di  Cuma.  L'o- 
dierno villaggio  vuoisi  che  fosse  un 
sobborgo  della  cillà  prossimo  al 
porto.  Qui  si  riunirono  sotto  gli 
Angioini  i  superstiti  delle  popola- 
zioni di  Cuma,  Baia  e  Miseno,  che 
durante  il  governo  vice-reale  si 
sbandarono,  restando  deserte  con- 
trade si  deliziose.  Resta  vicina  la 
villa  di  Lucullo,  ove  morì  Tibe- 
rio; altra  villa  di  Lucullo  era  ap- 
partenuta a  Mario.  L'estremo  Ca- 
po Miseno,  ove  fu  eretto  un  fa- 
ro, è  guardato  da  una  torre.  La 
sede  vescovile  fu  eretta  nel  V  se- 
colo in  onore  di  s.  Sosio  martire 
e  patrono.  L'  Ughelli,  Italia  sacra 
t,  I,  p.  i4f,  riporta  i  seguenti  ve- 
.scovi.  Concordie  che  assistette  ai 
concilii  di  Roma  del  5oi,5o2  e 
5o4  sotto  Papa  s.  Simmaco.  Pere- 
grino collega  di  s.  Ennodio  nel  5i8 
nella  legazione  apostolica  ai  greci. 
Costanzo  rammentato  in  un  docu- 
mento del  Pontefice  Pelagio  L  Be- 
nenato  del  Sga  che  s.  Gregorio  I 
deputò  a  visitar  la  chiesa  di  Cuma, 
morto  nel  599.  N. ...  gli  successe. 
Massimo  intervenne  nel  649  al  con- 
cilio di  Laterano.  Agnello  fu  al 
concilio  romano  di  s.  Agatone  nel 
680.  Verso  il  secolo  X  la  sede  di  JMi- 
seno  si  unì  a  quella  di  Napoli  di 
cui  era  sud'raganea.  Abbiamo  uiiu 
memoria  di  monsignor  Capecchi tro 
iulitulatu  :  //  porlo  di  Miseno.  Mi- 


MIS 

seno  fu  un  fondo  del  patrimonio 
napoletano,  appartenente  alla  chie- 
sa romana  :  tra  i  doni  olFerli  da 
Costantino  a  s.  Silvestro  1  per  la 
basilica  de' ss.  Marcellino  e  Pietro 
di  Roma,  si  noverano  i  promonto- 
ri o  isole  di  Miseno  e  Monte  Ar- 
gentario. 

MISERERE  MEI  DEUS.  Salmo 
5o,  misterioso  e  penitente  del  re 
Davidde,  con  cui  pianse  i  suoi  pec- 
cali, e  implorò  la  divina  misericor- 
dia ;  laonde  sì  celebre  e  comuio- 
venle  salmo,  pieno  d'  unzione  e  di 
fervore,  fu  chiamalo  pmhnus  inist- 
ricordiae.  Conliene  la  sostanza  di 
un  cuore  contrito  ed  umilialo,  che 
conosce,  che  confessa,  che  detesla 
il  suo  fallo,  e  ne  implora  il  per- 
dono. E  uno  de' più  belli  e  di  voli 
dell' uffizio  divino,  ed  uno  de' sette 
salmi  penitenziali  Daviddici.  I(  sa- 
crifizio di  lode  più  grato  al  Signo- 
re è  quello  di  un  cuore  umiliato 
e  contrito.  Davitlde  lo  compose  per 
piangere  amaramente  le  sue  colpe, 
chiedendo  pietà,  per  cui  dalle  co- 
piose lagrime  di  penitenza,  V  anima 
del  santo  re  rimase  lavata  in  modo, 
che  divenne  bianca  più  che  la  ne- 
ve; ed  in  virtù  de' meriti  del  pre- 
zioso sangue  di  Gesù  Cristo  ricu- 
pera sì  bel  candore,  e  per  mezzo 
di  dolore  e  sincere  lagrime  il  pe- 
nitente cristiano.  Del  famoso  Mise- 
rere  che  si  canta  inimilabiirnenle 
dai  cantori  pontificii  nella  cap|)eila 
papale,  che  rapisce  l'animo  di  chi 
l'ascolta,  musica  singolarissima  e 
sorprendente  che  ispira  contrizione 
e  divozione,  ne  parlauuno  nel  voi. 
Vili,  p.  28G,  287,  3o4  e  3i5 
del  Dizionario.  I  Miserere  in  musi- 
ca che  si  cantano  nella  cappella  pon- 
tificia di  Gregorio  Allegri  e  Tom- 
muso  Bai,  il  primo  fiorito  nel  se- 
colo XVII,  il   secondo  nel   XVlll, 


MIS 

nel  1 809  furono  stampati  in  Lipsia 
dal  Kunel,  cogl'  Improperi,  e  Sta- 
hai  Mater  del  Palesliina.  Nel  1821 
in  detta  cappella  per  la  prima  vol- 
ta si  cantò  altro  Miserere  del  ce- 
lebre d.  Giuseppe  Baiai,  sommo 
neir  arte  della  musica,  poi  fallo  da 
Gregorio  XVI  suo  cameriere  d'o- 
nore. Indefesso  ne' gravi  suoi  studi, 
egli  intraprese  con  industriosa  e 
lunga  fatica  a  comporlo  in  dieci 
sole  voci.  Arduo  era  il  cimento  a 
fionte  de'  sublimi  lavori  dei  lodali 
Allegri  e  Bai  su  questo  medesimo 
8ain:io.  Il  Baini  colla  sua  modestia 
cominciò  dal  mettere  a  prova  coi 
cantori  suoi  compagni  i  meditati 
concerti;  e  questi  rapili  dalla  pa- 
tetica melodia,  che  dipinge,  ragio- 
na e  commove,  si  riunirono  intor- 
no  il  benemerito  collega,  e  lo  sti- 
marono ben  degno  di  sostenere  il 
confronto  co'  parti  degli  antichi 
maestri.  Assistiti  i  cantori  da  quel- 
l'arte privilegiata,  che  si  conservò 
da  tanti  secoli,  come  per  tradizione, 
nella  scuola  palatina,  fecero  coH'au- 
tore  a  gara  dal  lato  dell'esecuzio- 
ne, ed  ecco  come  si  espresse  chi  lo 
gustò,  nel  num.  35  del  Diario  di 
Roma  dì  dello  anno.  «  Una  essen- 
ziale osservazione  non  dee  trascu- 
rarsi. I  Miserere  di  Allegri  e  Bai 
sono  limitali  all'  artifizio  di  tre  soli 
versetti,  che  replicalo,  si  adatta  poi 
ai  susseguenti;  ma  per  quanto  il 
salmo  tutto  s'aggiri  sullo  stesso  ge- 
nere di  sentimento,  pure  questi  so- 
no mirabilmente  tratteggiali  dal 
profeta  regale,  che  in  cento  gui- 
se  ricerca  e  penetra  il  cuore  de' fe- 
deli. 11  maestro  Baini  all'incontro 
ha  seguito  in  ciascun  versetto,  con 
particolare  fatica  e  fedeltà,  le  di- 
stinte e  variate  espressioni  del  vate 
ispirato,  e  così  l'insigne  lavoro  cor- 
lispoude  pienamente  allo  scopo  che 


MIS  ai5 

si  propone  Chiesa  santa.  Il  canto 
di  questo  salmo  desta  nell'  animo 
degli  ascoltanti  tenerezza  e  compun- 
zione, risveglia  ora  gli  alTetti  dei 
dolore  e  di  gemito  nella  morte 
del  Nazareno,  ora  i  moti  della  dol- 
ce speranza  e  del  gaudio  divoto , 
jjer  la  compiuta  redenzione.  E  ben 
si  è  ravvisato  r  effetto  mirabile  del- 
la commovente  armonia  nel  reli- 
gioso raccoglimento  e  contempla- 
tiva attitudine  di  tutti  i  ceti,  che 
assisterono  alla  celebrazione  di  sì 
venerandi  misteri .  Questo  è  il 
più  bello  e  non  dubbio  elogio  del 
compositore".  Celebre  è  altresì  il 
Miserere  posto  in  musica  dal  mar-" 
obese  Raffaele  Muti,  da  lui  vestito 
di  sublimi  melodie  e  di  nobilissimi 
svariati  sensi,  sul  volgarizzamento 
del  Giustiniani,  che  con  tanto  plau- 
so fece  eseguire  nel  1846  in  Koma 
sua  patria  nella  vasta  sala  dell'  o- 
spizio  apostolico,  a  beneficio  dei 
virtuosi  di  musica  bisognosi ,  da 
cento  e  trenta  voci  di  distinti  di- 
lettanti e  professori  d'ambo  i  sessi, 
affidandone  la  parte  istrumentale  a 
quaranta.  Su  quest'  eccellente  salmo 
molli  scrissero,  fra' quali,  Savona- 
rola, Esposizione  del  salmo  Mise- 
rere, Bologna  i499'  Cesare  Cal- 
derari.  Concetti  spirituali  sul  Mise- 
rere  con  varie  lezioni,  Napoli  i585. 
Sanie  Rivetelli,  Lezioni  sopra  il  Mi- 
serere, Roma  1607.  Versione  del 
Miserere  de'  piti  celebri  autori,  Bo- 
logna 1775.  P.  Bernardino,  Sposi' 
zione  del  salmo  Miserere,  Roma 
1758.  Mirabile  è  pure  il  canto  del- 
la sequenza  o  prosa  Dies  irae,  per 
le  messe  de'  defunti  :  al  suo  arti- 
colo dicemmo  chi  lo  attribuisce  al 
minorila  p.  Tommaso  da  Celano, 
ma  ciò  è  molto  incerto,  imperoc- 
ché questo  canto  non  si  è  veduto 
comparire  se    non  al    principio  del 


ai6  MIS 

i5oo,  come  dice  mons.  Alfieri,  fiw/. 
del  canto  della  musica  eccl. 

MISERICORDIA.  Religiose  della 
Madonna  delia  Misericordia,  fonda- 
te in  Aix  nel  iGSy  dal  p.  Ivano 
dell'  oratorio,  e  da  Maria  Maddale- 
na della  Trinità,  fu  un  istituto  mol- 
to dolce.  Recitavano  il  piccolo  uf- 
fìzio della  Beata  Vergine,  ed  oltre 
i  tre  voti  ordinari  ne  facevano  un 
quarto  per  ricevere  senza  dote  le 
donzelle  di  qualità.  Urbano  Vili 
le  approvò  nel  1642,  e  Innocenzo 
X  le  confermò  nel  1648  colla  regola 
di  s.  Agostino.  Ebbero  case  a  Pa- 
rigi,  Arles,    Avignone  ed  a  Salon. 

MISINO  o  MISINOPOLI.  Misi- 
no  chiamata  anco  Drusìpara,  se- 
de vescovile  di  Tracia  sotto  Era- 
clea, ebbe  i  seguenti  vescovi  latini. 
Francesco  morto  nel  iBgy.  Nicola 
Tzyraernan  domenicano  del  iSgy. 
Pietro  morto  verso  il  i477'  Gio- 
vanni Tidela  domenicano  gli  suc- 
cesse. Luigi  di  Sighen  francescano 
del  i5o2.  Oriens  chrìst.  t.  Ili,  p. 
971.  Commanville  dice  che  Misi- 
napoli  fu  sede  vescovile  di  Rodope 
nell'esarcato  di  Tracia,  eretta  nel 
IX  secolo  sotto  la  metropoli  di  Tra- 
janopoli. 

MISNIA.   Fedi   Meissen. 

MI  SO  Pietro,  Cardinale.  Pietro 
di  Miso  da  Adriano  IV  nel  marzo 
Il 58  (il  creato  cardinale  diacono 
di  s.  Eustachio,  indi  da  Alessan- 
dro IH  venne  dichiarato  dell' ordi- 
ne de' preti,  col  tilolo  di  s.  Loren- 
zo in  Damaso,  per  la  cui  elezione 
molto  si  adoperò,  opponendosi  allo 
scisma  insorto  per  l'antipapa  Vit- 
tore V.  Insieme  al  cardinal  Giulio 
vescovo  di  Palestrina  si  condusse  in 
Ungheria  per  ridurre  quei  popoli 
alla  divozione  e  obbedienza  del  le- 
gittimo Pontefice.  Questo  cardinale 
ebbe    alcune    diiTerenze    con   Ugo 


MIS 

cardinale  di  s.  Eustachio,  per  la  giu- 
risdizione di  certe  cappelle,  e  morì 
in  pace  sotto  Alessandro  III  nel 
mese  di  settembre. 

MISSIONARI  .  Ecclesiastici  se- 
colari o  regolari  che  si  dedicano 
alle  Missioni  pontificie,  od  alle  Mis- 
sioni straniere  [Fedi),  e  che  sono 
mandati  dal  Ptìpa  o  dalla  Congre- 
gazione di  propaganda  fiele  [Fedi) 
o  dai  diversi  istituti  delle  Missioni 
straniere,  ed  anche  dai  vescovi  nei 
regni  e  paesi  stranieri  ,  sia  pel 
mantenimento  della  fede,  sia  per  i- 
struire  e  coltivare  i  cattolici,  sia  per 
condurre  sulla  retta  via  gli  eretici 
e  gli  scismatici,  con  riunirli  alla 
Chiesa,  sia  per  convertire  gì'  infe- 
deli ed  i  pagani,  derivando  la  loro 
denominazione  dalla  ricevuta  mis- 
sione. La  commissione  data  da  Ge- 
sù Cristo  ai  suoi  Apostoli  [Fedi) 
d' istruire  e  battezzare  tutte  le  na- 
zioni, si  estende  a  tutti  i  secoli, 
perciò  lo  zelo  apostolico  non  cessò 
mai  nella  Chiesa  cattolica,  e  vi  du- 
rerà finché  vi  saranno  sulla  terra 
infedeli  e  miscredenti  da  converti- 
re, poiché  Gesù  Cristo  promise  di 
essere  co' suoi  inviati  sino  alla  con- 
sumazione de'  secoli.  Nei  tempi  an- 
co meno  illuminati,  lo  zelo  per  la 
conversione  degl'  infedeli  produsse 
fortunali  elfetti,  e  si  suscitò  di  nuo- 
vo al  risorgimento  delle  lettere,  di 
cui  sono  pur  benemeriti  i  missio- 
nari. Lo  furono  e  lo  sono,  delle 
arti  più  necessarie,  dell'agricoltura, 
e  di  altro  clie  lungo  sarebbe  ri- 
cordare. Quanto  non  deve  ad  es- 
si la  geografia  e  le  scienze  natu- 
rali, e  lo  studio  de'  costumi  delle 
più  rimote  nazioni  I  Renelle  in  certo 
modo  i  missionari  hanno  avuto  prin- 
cipio colla  Chiesa  pel  comando  memo- 
ralo del  suodivin  fondatore, propria- 
mente parlando  fu  s.  Gregorio  I,  che 


MIS 
sul  finire  del  VI  secolo  mandò  mis- 
sionari nell'Inghilterra  per  conver- 
tire i  sassoni  e  gli  altri  barba- 
ri che  si  erano  impadroniti  di  quel 
paese,  ove  la  luce  del  vangelo  già 
vi  era  stata  portata.  Benché  in  I- 
lalia  come  in  altre  regioni  sia  do- 
minante la  religione  cattolica,  pure 
a  cagione  di  alcuni  luoghi  di  culto 
misto,  o  de'  porti  di  mare,  la  con- 
gregazione di  Propaganda  [l^edi) 
si  rivolge  a'  vescovi  di  detti  luoghi 
o  porti  ove  hanno  dotnicilio  eretici 
e  scismatici,  per  mandarvi  missio- 
nari per  illuminarli,  o  pel  mante- 
nimento della  fede  in  quelli  che  la 
professano,  e  dagli  slessi  prelati  si 
informa  delle  qualità  dei  soggetti 
che  fanno  istanza  per  divenir  mis- 
sionari apostolici,  e  partire  per  le 
missioni,  commettendo  a' medesimi 
\escovi  talvolta  l'esame  de' misMo- 
nari.  La  sacra  congregazione  inol- 
tre mantiene  agenti  nelle  principa- 
li città  e  porti  di  mare  d' ogni 
parte,  col  ministero  de'  quali  invia 
e  riceve  i  dispacci  ;  è  avvisata  de- 
gli arrivi  e  partenze  de'  missiona- 
ri e  degli  alunni  del  Collegio  Ur- 
bano [f^edi),  seminario  apostolico 
di  tutte  le  nazioni,  i  cui  individui 
esercitano  il  sLiblime  ministero  del- 
l' apostolato  cioè  di  missionario; 
fa  la  spedizione  degli  arredi  sacri 
e  de'sussidii  pel  viaggio  o  mante- 
nimento, e  si  tiene  in  comunica- 
zione con  tutto  il  mondo.  Cliia- 
mansi  eziandio  missionari  quegli 
ecclesiastici,  i  quali  secolari  o  re- 
golari fanno  la  Missione  [Fedi),  od 
appartengono  alle  congiegazioni  e 
pii  istituti  che  hanno  per  line  prin- 
cipale le  missioni  urbane  ,  subur- 
bane e   di  altrove. 

Il  vescovo  ha  diritto  di  ordi- 
nare delle  missioni  nelle  pairoc- 
chie  o  nelle  altre    chiese  della  sua 


MIS  217 

diocesi,  e  di  mandarvi  de'  missio- 
nari. Abbiamo  dal  padre  Giaco- 
mo Tiran  gesuita  :  Missionarius^ 
sive  vir  aposlolicus  in  suis  excur- 
sionibus  spirituali  bus  in  iirbihus  et 
oppidis,  ad  Dei  gloriani  et  salutem 
aniniaruni  susceptis,  Lione  e  Pa- 
rigi 1692.  Sono  innumerabili  i 
missionari  che  veneriamo  sugli  al- 
tari per  la  loro  santità  e  immense 
fatiche  e  benemerenze,  così  il  glo- 
rioso stuolo  di  martiri  che  sparse- 
ro il  sangue  e  soifrirono  atroci 
tormenti,  quali  missionari  bandito- 
ri dell'  evangelo  e  delle  verità  cat- 
toliche. Egualmente  non  si  possono 
numerare  gì'  illustri  'missionari,  che 
coi  loro  sudori,  pietà  e  scienza  si 
procacciarono  le  benedizioni  e  1*  e- 
terna  riconoscenza  di  popoli  e  na- 
zioni ,  molti  de'  quali  meritamente 
furono  esaltati  alle  principali  digni- 
tà ecclesiastiche.  Uno  de'  caratteri 
di  cui  lino  da  principio  fu  dal  suo 
divino  fondatore  adornata  la  Chiesa, 
si  è  quello  di  mandare  i  suoi  se- 
guaci a  predicare  nel  mondo  la  fe- 
de, e  Dio  comprovò  con  splendidi 
e  replicati  prodigi  la  verità  di  que- 
sta divina  missione.  Vi  sono  anco- 
ra missionari  eterodossi,  ma  grande 
è  la  dilfcrenza  che  passa  con  quelli 
cattolici,  sia  dai  principii  da  cui 
partono,  dai  mezzi  di  cui  si  servono 
e  dagli  edetti  che  ambetlue  ne  rac- 
colgono, siccome  in  tanti  luoghi 
notammo,  ed  eziandio  provò  nell'ac- 
cailemia  di  religione  cattolica  in 
Roma  il  p.  Luigi  de  Sanctis  de' mi- 
nistri degl'  infermi,  nella  dotta  dis- 
sertazione :  //  miss'o/iario  cattolico 
f  l  eterodosso,  di  cui  riporteremo 
un  sunto  prendendolo  dagli  Annali 
delle  scienze  religiose,  voi.  V,  p.  278. 
Moltissime  sono  le  testimonianze 
di  protestanti,  i  quali  viaggiando 
in  qualità    di    missionari  attendono 


2 1 8  M I S 

a  rnccoj^lieie  piante  e  alla  negozia- 
zione o  a  tuU' altro,  cosicché  in 
essi  la  qualità  della  loro  missione 
diviene  accessoria  e  non  principale. 
Essi  ricevono  la  missione  dalle  pa- 
tenti della  civile  autorità,  mentre 
il  missionario  cattolico  la  riceve 
dalla  legittima  autorità  ecclesiastica, 
la  quale  l'ebbe  da  Gesù  Cristo, 
che  disse  per  tutto  il  mondo  si  an- 
nunzi il  suo  evarigelo  ;  né  osano  i 
protestanti  opporre  contrasto  alla  pa- 
rola di  Cristo,  e  concedendo  essi 
(juesta  divina  missione  essere  nella 
Chiesa,  è  forza  eh'  eziandio  conce- 
dano, che  con  non  interrotta  suc- 
cessione di  pastori  si  conserva.  Quan- 
to ai  principii  domniatici  che  i  mis- 
sionari si  propongono  nelle  predi- 
che e  confiM'eiize,  essi  sono  diversi: 
il  protestante  omette  (in  d' insegna- 
re punti  principalissimi  di  credibi- 
lità, còme  fra  gli  altri  avvenne  al 
re  Rikoviko,  che  convertito  alla  fe- 
de nell'isole  Sandwichiane  nell'O- 
ceania, mori  da  non  uìolti  anni  a 
Londra,  dopo  cinque  che  vi  dimora- 
va, e  non  gli  era  sialo  insegnato  essere 
l'incesto  proibito  dal  vangelo:  all'in- 
cunlro  il  cattolico  nulla  tralascia  di 
quanto  alla  fede  appartiene.  Per 
mezzo  di  missionari  protestanti  tante 
volle  sonosi  eccitate  guerre  civili 
con  molto  spargimento  di  sangue; 
per  mezzo  del  missionario  cattolico 
sonosi  sedate  intestine  guerre  e  di- 
scordie le  più  accanite:  quello  nei 
pericoli  si  ritira,  questo  tutto  si 
occupa  nel  bene  de'  suoi  fratelli. 
Cos\  in  Dublino,  quando  ivi  il  mor- 
bo asiatico  del  cholera  infuriava, 
r  arcivescovo  protestante  Watly 
proibì  ai  suoi  sacerdoti  di  reoaie 
aiuto  agi'  inlcrmi,  e  l' arcivescovo 
cattolico  monsignor  Murray,  con  u- 
iiu  analoga  pastorale,  sotto  pena  di 
«uspeosioue    ordinò   a'  buoi  ministri 


MIS 

l'assistenza  degli  ammorbati.  Gli 
stessi  selvaggi,  nell'  udire  il  missio- 
nario cattolico,  ed  il  missionaria 
protestante  ammogliato,  sono  pie- 
ni di  venerazione  pel  primo,  e  dis- 
prezzano il  secondo.  Circa  i  mezzi 
de'  missionari  e  loro  diversità,  il 
missionario  protestante  ha  protezio- 
ne illimitata  dell' autorità  civile  (e- 
slesa  anco  alle  loro  mogli!)  asse- 
gnamenti annuali  vistosissimi  (su 
di  che  tra  gli  altri  si  potrebbe  con- 
sultare quanto  dissi  a  Inghilterra, 
ed  Irlanda),  collette  spésse  volte 
forzate;  il  cattolico  invece,  fidato 
in  Colui  che  spedi  in  lutto  il  mon- 
do dodici  poveri  e  nudi  pescatori, 
va  sprovvisto  affatto  di  denaro  e 
di  protezione  nelle  parli  le  più  re- 
condite della  terra.  L'  eterodosso 
non  vi  penetra  se  non  è  benigna- 
mente accolto,  o  per  lo  meno  as- 
sicurato dalia  civile  podestà  che 
sarà  per  garantirlo  :  il  cattolico 
tenta  ogni  mezzo  per  introdur- 
visi  ,  ed  è  lieto  se  ricever  vi  pos- 
sa fiu  anco  la  stessa  morte.  A 
ciò  si  deve  aggiungere  gli  altri 
mezzi  d' industria  che  non  sono 
scarsi  (  mentre  ai  missionari  catto- 
lici è  proibita  la  mercatura  ,  al 
modo  detto  a  Mercante  ),  ed  il 
numero  esorbitante  di  1 5,333,3 33 
Bibbie  [P^edi)  dispensate  in  pochi 
anni  dalla  società  biblica,  della  qua- 
le parlammo  in  altri  luoghi  rela- 
tivi, e  le  scuole  gratuite  aperte  in 
gian  numero  nell'  America,  e  il 
denaro  che  spendesi  per  comprare 
uditori  alle  prediche,  mezzi  per  al- 
tro non  benedetti  dal  padrone  del- 
la messe,  e  che  però  poco  o  niuu 
frutto  producono.  Intorno  alla  dif- 
ferenza poi  degli  effelli  che  le  mis- 
sioni de'  cattolici  ed  eterodossi  pro- 
ducono, quelle  de'  protestanti,  co» 
uu  Si  graude  appaiato    di    mezzi, 


MIS 
ridiiconsi  per  lo  più  a  fallaci  o  lu- 
singhiere speiaiize.  Numerano  le 
conversioni  dal  numero  de' piote- 
slanti  che  sono  presenti  alle  loro 
prediche,  dall'incredibile  numero 
delle  bibbie  che  donano,  mezzo  da 
essi  creduto  infallibile,  ma  che  pur 
troppo  non  produce  l' effetto,  pe- 
rocché ordinariamente  si  fa  altro 
uso  delle  bibbie  diffuse  con  tanta 
premura.  Il  missionario  cattolico 
novera  le  conversioni  dai  battesimi, 
ne  rende  in  ogni  anno  conto  au- 
tentico ai  superiori,  dimostra  un 
notabile  aumento  di  fedeli,  rende 
testimonianza  dell'eroica  condotta 
de' convertiti  ;  quindi  i  soli  catto- 
lici rinnovano  gli  esempi  de'  primi 
cristiani.  Un  principe  tartaro  della 
famiglia  imperiale  della  Cina,  ca- 
duto in  disgrazia  dell'  imperatore 
per  essere  cattolico,  sostenne  nel 
1834  con  eroica  fermezza  l'esilio 
e  la  miseria,  e  domandò  in  grazia 
al  vescovo  di  poter  servire  il  mis- 
sionario, per  avere  il  bene  di  assi- 
stere ogni  giorno  alla  messa.  I  pro- 
testanti finalmente,  mentre  lodano 
tanto  la  libertà,  non  la  vogliono 
ad  altri  concedere.  Si  può  consul- 
tare il  libro  del  dotto  monsignor 
Wiseman  :  La  slerililà  dtUt  missio- 
ni intraprese  dai  protestanti  per 
convertire  i  popoli  infedeli,  provata 
coi  rapporti  dei  medesimi  prote- 
stanti, Uoma  i83i.  Questa  impor- 
tante operetta  meritò  d' essere  tra- 
dotta in  tedesco,  e  nel  i835  pub- 
blicata in  Augusta,  poiché  contiene 
documenti,  i  quali  mostrano  che 
tutte  le  fatiche  e  tutti  i  non  pic- 
coli sagrifizi  di  denaro  impiegato 
dai  protestanti  nell'  acquistar  pro- 
seliti alla  loro  setta  tra  gl'infedeli, 
non  partoriscono  i  corrispondenti 
fruiti.  In  quale  compassionevole 
condizione    si    trovano   le    missioni 


MIS  a  1 9 

protestanti  nella  Cina ,  lo  dichiara 
un  articolo  inserito  ne' succitati  An- 
nali   voi.    VI,    p.     12  3. 

Il  eh.  d.  Domenico  Zanelli,  nel 
nutneio  83  del  Diario  di  Roma 
1841,  in  lode  de' missionari  catto- 
lici pubblicò  un  bellissimo  articolo 
in  cui  dice.  «  Non  è  mai  venuto 
meno  lo  spirilo  de'  banditori  del 
vangelo:  anche  l'età  nostia  vede 
ministri  del'  santuario,  che  senz'  ar- 
uii,  senz'oro  e  protezione,  con  un 
biislonoello  in  mano,  un  Crocefisso 
in  pedo  e  la  speranza  in  Dio_,  la- 
sciano la  patria  terra;  e  non  ispa- 
ventati  dal  caldo,  dal  freddo,  dalla 
fame  e  dalla  sete,  solcano  mari,  at- 
traversano deserli  e  pianure,  var- 
cano monti,  e  ciò  per  portar  la 
luce  della  fede  nelle  regioni  che 
dormono  nell'idolatria, 'o  nella  se- 
parazione giacciono  dalla  vera  Chie- 
sa di  Cristo.  È  per  amore  della 
lede  che  montano  sul  cammello  e 
sul  droajedario  coli' arabo,  che  nel 
deserto  errano  coi  cafri,  che  si  fàu- 
no selvaggi  nella  Gujana,  che  si 
cibano  di  olio  di  balena  coi  groen- 
landesi, che  di  lutti  ne  assumono  il 
costume;  é  per  amore  della  fede 
e  della  umanità,  che  in  quelle  con- 
trade i  missionari  della  religione 
cristiana  diventano  il  n^edico  per 
l'infermo,  il  conforto  del  misero, 
il  sollievo  del  tapino,  il  maestro 
della  nazione,  il  patrocinatore  del- 
lo schiavo,  il  benefattore  di  tutti. 
E  nessuno  si  lascia  imporre  dalle 
difficoltà;  si  vince  la  superstizione, 
l'ostinatezza,  la  barbarie,  l'amor 
fervido  alla  falsa  loro  religione  :  la 
croce  trionfa  di  tutto,  e  il  bandi- 
tore della  croce  sofhe  col  sorriso 
sulle  labbra  le  minacce,  le  per- 
cosse, i  tormenti,  la  morte  :  si  ri- 
corda allora  più  che  mai  delle  pa- 
role di  Cristo,  che  ai  banditori  del 


220  MIS 

vangelo  predisse  i  mali  che  avreb- 
bero sofferto.  Persecuzioni  furono 
mosse  in  ogni  tempo  e  tremende  : 
per  resistere  ad  esse  non  vi  vole- 
vano che  i  fìgliuori  d'  una  religio- 
ne santa  e  divina.  A  fronte  di  tan- 
te persecuzioni  mosse  contro  la 
Chiesa  e  i  sostenitori  di  essa,  il 
cristianesimo  sempre  trionfò  ;  all'e- 
tà nostra  vediamo  che  va  allargan- 
do di  assai  i  suoi  confini  la  Chiesa 
cattolica,  non  ostante  le  persecu- 
zioni che  sono  mosse  ad  essa  da 
chi  si  trova  dalla  Chiesa  separato. 
Per  cui  dovunque  si  volge  lo  sguar- 
do si  hanno  esempi  consolantissimi 
e  di  eretici  e  d' idolatri,  che  vinti 
dalla  grandezza  del  '*vero,  corrono 
a  ricovrarsi  all'  ombra  del  caltoli- 
cismo,  in  clie  trovano  quella  pace 
che  invano  sperato  hanno  altrove. 
E  nei  paesi  lontani  e  barbari  che 
ai  missionari  si  veggono  associate 
pie  e  sante  donne,  che  dominate 
dallo  spirito  di  Dio,  elleno  pure  si 
sono  interamente  sacrificate  al  bene 
della  religione.  E  queste  misericor- 
diose, quantunque  per  natura  de- 
licate, veggonsi  affidare  la  loro  vi- 
ta air  Oceano,  cimentarsi  a  lunghi 
e  disastrosi  viaggi,  dormire  su  nu- 
do terreno,  tutto  solfrire  per  coo- 
perare coli'  opera  loro  al  trionfo 
della  Chiesa.  Rese  forti  dalla  mano 
invisibile  di  Dio  che  le  dirige,  nei 
paesi  dai  missionari  frequentati,  es- 
se aprono  scuola  pel  credente  e  il 
non  credente,  e  così  gettano  le  fon- 
damenta di  un  edificio,  che  non  si 
facilmente  crollerà.  Donne  s\  pie, 
sì  timorate  noi  vediamo,  o  dirò  me- 
glio sappiamo  che  si  trovano  e  là 
dove  regna  il  mussulmano  e  il  be- 
duino, e  là  ancora  dove  abita  il 
moro  e  l' indiano  ". 

I  prodigiosi  immensi  vantaggi  re- 
cati dui  missionari  si  possono  leggere 


MIS 

ai  relativi  articoli,  parlando  delle 
missioni  di  Europa,  Africa,  Asia, 
America  e  Oceania;  cosi  quelli  degli 
alunni  de' diversi  collegi  istituti  per 
le  missioni  di  Roma,  e  in  diverse 
parti  del  mondo,  e  dei  religiosi  di 
tanti  benemeriti  ordini.  Al  presente 
sono  principalmente  missionari  apo- 
stolici gli  alunni  del  collegio  Urbano, 
gesuiti,  i  filippini  massime  inCeylan, 
i  lazzaristi  o  signori  della  missione; 
i  sacerdoti  delle  missioni  straniere 
sì  di  Parigi  che  d'  Irlanda  ;  i  sul- 
piziani,  i  redentorisli,  i  passionisti  , 
gli  oblati  di  Maria  in  Torino,  gli 
eudisti,  la  società  de' ss.  Cuori  pie- 
pus,  i  maristi,  quella  della  Carità 
o  rosminiani  ;  i  niechitaristi,  dome- 
nicani,  agostiniani  e  carmelitani 
scalzi  ;  i  francescani  minori  osser- 
vanti, riformati,  conventuali  e  cap- 
puccini ;  oltre  gli  ordini  che  hanno 
per  iscopo  la  redenzione  degli  schiavi, 
i  chierici  regolari  ed  i  monaci  di  va- 
rie congregazioni,  come  benedettini, 
silvestrini,  ec.  ec.  Tutto  si  può  vedere 
agli  analoghi  luoghi.  Dei  missiona- 
ri che  riportarono  la  palma  del 
martirio,  se  ne  parla  agli  articoli 
che  li  riguardano,  ed  anche  a  Mar- 
tiri (ss.).  11  gran  vantaggio  che  pos- 
sono ritrarre  gli  uomini  apostulici 
destinati  nelle  missioni  alla  conver- 
sione delle  barbare  nazioni,  da  una 
cognizione  anche  limitata  della  me- 
dicina, mosse  lodevolmente  il  fra- 
tei  Pietro  Antonacci  della  compa- 
gnia di  Gesù,  infermiere  e  farnia- 
cista  nel  collegio  Urbano  di  pro- 
paganda fide^  a  pubblicare  in  Ro- 
ma nel  I S45  un  prezioso  libro  da 
lui  compilato,  e  riveduto  da  otto 
professori  di  medicina  e  chirurgia  , 
anzi  approvato  ed  encomiato,  por- 
tante per  titolo:  Manuale  pratico 
di  medicina,  chirurgia  e  farmacia 
per  comodo  delle  missioni  straniere. 


i 


MIS 

Dipoi  il  zelante  e  intelligente  reli- 
gioso pubblicò  una  Norma  di  ri- 
piegOy  in  cui  s' insegna  il  modo  di 
curare  senza  l'aiuto  delle  medicine 
propriamente  delle,  con  materie 
domesticbe  reperibili  da  per  lutto, 
e  perciò  utile  in  tutti  qua'  luoghi 
ove  non  vi  sieno  spezierie.  E  final- 
mente cogli  stessi  tipi  del  collegio 
Urbano  nel  1847  ha  dato  alla  lu- 
ce :  Raccolta  delle  più  ovvie,  ed  u- 
tili  operazioni  fisico- chimiche  ed 
industriali  per  comodo  delle  mis- 
sioni straniere.  E  comprovato  dal- 
l'esperienza nulla  esservi  di  piìi 
allo  a  maggiormente  alienare  i  po- 
poli rozzi  e  selvaggi  che  voglionsi 
convertire  alla  fede,  quanto  il  mo- 
strarsi premurosi  del  loro  bene  si 
fisico  come  morale.  SuU'  esercizio 
della  medicina  e  chirurgia  ne' mis- 
sionari, si  possono  vedere  Medici- 
na e  JMedico.  Clemente  XII  col 
breve  Ciini  siciiiy  de'  5  gennaio 
1735,  Bull,  de  prop.  fide  y  t.  II, 
p.  io4,  facoltizzò  i  missionari  cap- 
puccini all'esercizio  della  medicina 
e  chirurgia .  Vedi  11  missionario 
apostolico  o  sermoni  utili  per  le 
missioni,  Parigi  1682.  P.  Brullan- 
gham  Domenicano,  Opusculum  de 
missionibus  et  missionariis  tractaius, 
Metz  1747-  Bellarmino  cardinale, 
Dichiarazione  della  dottrina  cri- 
stiana, per  uso  degli  alunni  e  mis- 
sionari della  s.  congregazione  di 
propaganda  fide,  Roma    1842, 

MISSIONE.  Il  mandare  che  si 
fa  de'saceidoti  del  clero  regolare  e 
secolare  a  predicare  la  fede  di  Cri- 
sto, o  ad  istruire  i  cristiani,  laon- 
de da  missione  essi  fuiono  chiamati 
Missionari  (J^edi),  esercitanti  il  su- 
blime ministero  dell'apostolato.  Mis- 
sione significa  ancora  il  potere  che 
si  dà  dal  sommo  Pontefice  e  dal  ve- 
scovo a'miuistri  della  Chiesa  di  pie- 


MIS  22r 

dicare  l'evangelo  ed  amministrare  i 
sacramenti,  non  che  per  adempie- 
re tutte  le  altre  funzioni  ecclesiasti- 
che. Gesù  Cristo  diede  la  missione 
ai  suoi  apostoli,  dicendogli:  Andate 
e  predicate  l'evangelo  a  tutto  l'uni- 
verso :  come  mandò  me  il  Padre , 
anche  io  mando  voi.  La  missione 
data  da  Gesù  Cristo  ai  suoi  apo- 
stoli passò  al  Papa  ed  a'  vescovi, 
che  sono  i  loro  successori,  ed  il  di- 
ritto di  conferirla  risiede  unicamen- 
te nelle  loro  persone.  Essi  la  con- 
feriscono come  l'hanno  ricevuta  essi 
medesimi,  per  un'ordinazione  suc- 
cessiva, imponendo  le  mani,  ordi- 
nando i  pastori,  e  mandandoli  a 
predicare,  ad  amministrare  i  sacra- 
menti, e  ad  adempiere  a  tutti  i 
doveri  attaccati  al  loro  ministero. 
Gli  eretici  non  hanno  questa  mis- 
sione divina,  perchè  non  hanno  es- 
si alcuna  commissione  dai  pastori 
legittimi,  e  perchè  non  avendo  essi 
il  dono  de'  veri  miracoli,  prove  ne- 
cessarie della  vocazione  straordina- 
ria, non  sono  mandati  da  Dio  im- 
mediatamente né  dalla  sua  Chiesa. 
Sono  lupi  coperti  di  pelli  di  agnelli. 
Fedi  Missioni  ,  e  Missioni  stra- 
niere. Missione  è  pure  una  serie 
di  prediche,  di  catechismi,  di  con- 
ferenze ,  di  preghiere  e  di  altri 
esercizi  spirituali,  che  fanno  molti 
sacerdoti  o  religiosi  nelle  città  e 
nei  villaggi  per  1'  istruzione  de'po- 
poli,  per  ordine  de' vescovi  e  col 
consentimento  de'  parrochi  locali  . 
p^edi  Catechismo,  Prediche.  Mis- 
sioni dicesi  pure  degli  stabilimenti  o 
degli  esercizi  di  sacerdoti  zelanti, 
i  quali  vanno  a  predicare  1'  evan- 
gelo  agi'  infedeli,  ai  pagani,  o  le 
verità  cattoliche  agli  eretici  ed  agli 
scismatici  per  riunirli  alla  Chiesa, 
l'arlando  il  Sarnelli,  Lttt.  eccl.  t. 
VI,  lett.  XLII  :   de  notabili    effetti 


5.1CS  MIS 

delle  sante  missioni,  le  chinma  lu- 
strazioni, e  ne  consiglia  l'uso  almeno 
ogni  cinque  anni;  essendo  il  principal 
fruito  delle  missioni  le  buone  con- 
fessioni ;  due  essendo  i  motivi  del- 
le missioni,  la  santificazione  del  cle- 
ro, e  quella  del  popolo.  Dice  inol- 
tre, che  la  missione  porta  più  uti- 
le ad  una  città,  clie  dieci  corsi 
quaresimali  ;  e  che  sebbene  il  frut- 
to delle  missioni  non  duri  lunga- 
mente, luttavolla  sempre  ne  resta- 
no non  pochi  vantaggi,  essendo  cer- 
to che  chi  ha  cura  d'anime  non 
può  dargli  aiuto  spirituale  miglio- 
re. Quanto  poi  la  missione  giovi 
alla  santificazione  del  popolo,  1'  in- 
segnò Clemente  XI  a'  i6  marzo 
1702  con  circolare  a*  vescovi,  cui 
insinuò  valersi  dell'  aiuto  delle  mis- 
sioni per  le  seguenti  ragioni.  i.° 
Per  potere  con  questo  mezzo  pia 
liheraniente  e  più  utilmente  ripren- 
dere gli  abusi  j  imperocché  i  mis- 
sionari comprovano  colle  loro  pre- 
diche al  popolo  le  buone  verità 
dagli  altri  insegnate,  le  accreditano, 
avvalorano,  e  danno  maggior  peso. 
•2°  Per  supplire  in  ciò  alla  penuria 
che  si  trova  bene  spesso  nelle  città 
medesime  della  parola  di  Dio,  che 
da  molti  non  viene  predicata  colla 
dovuta  semplicità  e  chiarezza.  3." 
yi vendo  mostrato  l' esperienza,  an- 
che ultimamente  in  Roma, che  quan- 
do si  spiegano  familiarmente  e  in 
forma  adattata  al  frutto  per  le  a- 
nime  le  cose  di  Dio,  il  popolo  le 
sente  con  gusto,  concorre  colla  fre- 
qnenza,  e  ne  riporta  grande  utile, 
con  emendazione  dei  costumi  ed  e- 
dijlcazione  universale.  ^.^  Perche  sic- 
no  specialmente  bene  istruiti  e  pazien- 
temente aiutati  ad  uiui  buona  con- 
fesslone  generale,  ad  effetto  di  ap- 
plicare in  tal  guisa  l'  ojiportuiu)  e 
necessario    rimedio   al   pur  troppo 


MIS 

grave  e  frequente  male  di  quelle 
confessioni  che  potessero  per  l'ad- 
dietro  aver  fatte  invalidamente  . 
Dice  s.  Teresa,  che  la  maggior  par- 
te de' cristiani  si  danna  per  con- 
fessioni  mal  fatte. 

Molte  congregazioni  s'istituirono 
per  le  missioni,  di  cui  si  tratta  ai 
loro  articoli,  come  tra  le  altre  qui 
noteremo  quelle  della  Missione,  dei 
Pii  operai,  del  ss.  Sagramento,  e 
degli  Odonisti ,  quella  della  Carità 
fondata  dal  sacerdote  conte  Rosmi- 
ni, ed  altre.  In  Roma  furono  isti- 
tuite, come  altrove,  molte  pie  ope- 
re per  le  missioni,  sì  urbane,  che 
suburbicarie,  e  per  altrove,  diverse 
delle  quali  tuttora  sussistono,  laon- 
de ne  daremo  qui  appresso  un  bre- 
vissimo cenno.  Prima  però  notere- 
mo, che  i  Papi  per  gli  /4nni  san- 
ti. Giubilei  straordinari  [Vedi),  e 
per  altre  circostanze  e  calamità,  or- 
dinarono missioni  straordinarie  per 
Roma,  e  v'intervennero  essi  slessi 
a  udirle,  come  tra  gli  altri  fecero 
Benedetto  XIV  e  Leone  XII  :  esse 
ebbero  luogo  nelle  principali  piaz- 
ze e  chiese  della  città.  La  più  an- 
tica istituzione  delle  missioni,  che 
regolarmente  poi  si  fece  per  le 
chiese  di  Roma,  e  che  con  singoiar 
vantaggio  si  continua  per  turno  in 
tutti  i  giorni  festivi  ne'  vari  rioni, 
è  la  Missione  Urbana  dai  gesuiti 
istituita  nel  1610,  al  modo  detto 
nel  voi.  XIV,  p.  192  del  Diziona- 
rio, meglio  stabilita  dal  p.  Caravi- 
ta,  con  predicare  nelle  feste  per 
le  piazze  :  di  questa  tratta  ancora 
il  p.  Menimi  gesuita,  Notizie  isto- 
riche  dell'oratorio  della  ss.  Comu- 
nione generale.  Dei  ristretti  che  so- 
no in  detto  oratorio,  quello  degli 
Apostoli  è  composto  di  artisti,  i 
quali  si  prestano  in  suo  servizio  e 
della    missione.    La  Missìotie   dì  s. 


MIS 
Maria  del  Soccorso,  pei  poveri  del- 
la Campagna  di  Roma,  fu  istituita 
dal  sacerdote  Ottavio  Sacco  (depu- 
tato poi  da  Innocenzo  X  giudice  dei 
poveri  senza  appello,  da  cui  derivò 
il  giudice  delle  mercedi  di  cui  parle- 
remo a  Senato,  dicendo  de!  tribunale 
del  senatore),  nobile  di  Reggio  di 
Calabi  ia  nel  i638,  nella  chiesa  par- 
rocchiale di  s.  Tommaso  in  Parione, 
ebbe  per  oggetto  sino  dalla  origine 
di  propagare  l'onore  di  Dio,  la  sa- 
lute e  il  soccorso  de'bisognosi,  s'im- 
piegò sempre  all'  istruzione  de'  po- 
veri contadini,  sowenimenlo  e  as- 
sistenza dcgl'  infermi,  ed  alle  sante 
missioni  sì  in  città  che  in  campagna. 
Questa  pia  unione  per  opera  del 
cardinal  Antonio  Barberini,  fu  dal 
suo  fratello  Urbano  Vili  ap[)rovata 
il  primo  luglio  di  detto  anno,  col 
titolo  di  arciconfraternita_,  per  pro- 
tettole il  nipote  del  Papa,  e  per 
presidente  il  governatore  di  Roma 
prò  tempore  :  ne  discorre  il  Piazza, 
Opere  pie,  Irati.  Y,  cap.33.  Si  unì 
poi  nel  1789  il  sodalizio  a  quello 
tli  s.  Giuliano  (di  cui  feci  parola 
ai  voi.  II,  p.  3o2,  e  XIX,  p.  5g 
del  Dizionario)  eretto  e  conferma- 
to da  Clemente  VII  nel  i524>  nel- 
la chiesa  del  suo  nome  a  Monte 
Giordano.  Mantenendo  sempre  an- 
co dopo  l'unione  questa  arciconfra- 
ternita  lo  spirito  del  suo  istituto, 
sotto  il  titolo  di  s.  Maria  del  Soc- 
corso e  s.  Giuliano,  eseguisce  oltre 
1'  opere  di  pietà  comuni  a  tutti  i 
sodalizi,  ancora  le  seguenti.  Nel 
giorno  della  fest^  della  ss.  Conce- 
zione invita  alla  sua  chiesa  dodici 
poveri,  ed  un  sacerdote  egualmente 
povero,  e  questi  veste  interamente 
di  panno  bianco  con  mostre  turchine; 
indi  vengono  loro  dal  prelato  primi- 
cerio e  dai  guardiani  lavati  i  piedi. 
Ascoltano  poi  un   fervoroso  discor- 


MIS  7i3 

so  da  un  sacerdote  fratello  per  pre- 
pararli alla  comunione,  e  quindi 
confessati,  il  sacerdote  scelto  fra  i 
poveri  celebra  la  messa  e  comuni- 
ca i  poveri  medesimi.  Terminata 
questa  sacra  azione  vengono  tratta- 
ti a  lauta  mensa,  serviti  dai  fra- 
telli ragguardevoli,  e  dopo  la  reci- 
ta di  varie  preci  sono  congedati,  ri- 
manendo ad  essi  l'abito  indossato 
nella  funzione.  Dovendo  l'arcicon- 
fraternità  soccorrere  i  poveri  anche 
infermi  nelle  campagne,  con  farli 
trasportare  ai  pubblici  ospedali, 
tiene  sempre  apparecchiate  delle  ba- 
relle e  uomini  per  trasportarle  coi 
conladini  malati,  assistendoli  poi 
negli  ospedali  i  confrali  a  ciò  de- 
stinati. Ma  essendo  l'oggetto  pri- 
mario del  sodalìzio  la  salute  spiri- 
tuale di  quelli  che  ne  hanno  più 
bisogno,  la  procura  per  mezzo  delle 
missioni  a  sue  spese  in  Roma  e  suo 
distretto,  con  V  opera  di  zelanti  e 
dotti  confrati  scelli  fra  il  clero  seco- 
lare. Perciò  nelle  festività  di  Pasqua, 
di  Pentecoste,  di  Natale,  il  sodali- 
zio spedisce  sacerdoti  per  le  missioni, 
coir  approvazione  del  cardinal  vi- 
cario, nei  luoghi  suburbani  per  lo 
spazio  di  olio  o  dieci  giorni,  non 
lasciando  di  dar  altre  mi.ssioni  fra 
r  anno  ai  conladini  ed  altre  per- 
sone idiote,  che  oziose  si  trovano 
per  le  piazze  di  Roma. 

Dal  citato  p.  Memmi  abbiamo, 
che  nel  171  i  ebbe  origine  dal  p. 
Giacomo  Filippo  Merlini  di  Visso 
gesuita  le  missioni  pei  rnietilori,  fal- 
ciatori e  altri  contadini,  con  usci- 
re alcuni  gesuiti  verso  le  ore  19 
dal  collegio  romano  a  predicare 
nelle  piazze  più  frequentate  di  Ro- 
ma, sotto  la  scorta  del  Crocefisso, 
Dal  medesimo  ebbero  pure  inco- 
minciamenlo  le  missioni  ai  velturi' 
ni    suir  imbrunir    della    sera    nella 


224  wis 

contrada  dell'Orso  ed  altrove,  da 
dove  li  trasportavano  in  chiesa  alla 
missione  notturna.  Il  p.  Merlini  in- 
trodusse quelle  sacre  canzoni  che 
si  cantano  dai  dodici  fratelli  nu- 
merari del  ristretto  degli  Angeli  e 
degli  Apostoli,  congregazioni  delTo- 
rutorio  del  p.  Caravita,  che  porta- 
no e  accompagnano  la  Croce  della 
missione.  11  eh.  e  religioso  letterato 
cav.  Francesco  Fabi  Montani  nelle  in- 
teressanti Brevi  notizie  di  Leopoldo 
Boiirlit',  fratello  esemplare  dell'ora- 
torio della  ss,  Comuniotie  generale, 
parla  della  società  fondata  in  Ro- 
ma dal  gesuita  Gio.  Maria  Ratti,  e 
intitolata  :  La  sacra  alleanza  degli 
amanti  di  Gesù.  Crocefìsso,  cui  Gre- 
gorio XVI  concesse  indulgenze  ple- 
narie. Essa  è  divisa  in  tre  ordini, 
il  primo  de'  quali  dicesi  de'  militi^ 
che  per  cosi  dire  ne  costituiscono 
il  nerbo,  e  con  missioni,  con  pre- 
diche ed  altro  adoperansi  alla  pro- 
pagazione della  fede.  La  Missione 
di  Nostra  Signora  delle  Grazie  det- 
ta Imperiali,  conta  per  fondatore  il 
marchese  d.  Francesco  Imperiali- 
Lercari  genovese,  che  preso  il  sa- 
cerdozio nel  1731,  si  consacrò  al 
bene  delle  anime  specialmente  col- 
r  esercizio  delle  missioni,  unendosi 
dopo  il  1760  a  diversi  sacerdoti 
massime  genovesi,  che  manteneva 
a  sue  spese.  In  morte  costituì  l'o- 
pera pia  da  lui  fondata  sua  erede 
universale,  colla  clausola  che  se  la 
congregazione  venisse  a  mancare, 
fossero  sostituiti  nell'eredità  il  con- 
■vitto  de'  signori  della  missione  di 
iiarzana  pur  da  lui  fondato,  i  si- 
gnori missionari  di  Fassuolo  in  Ge- 
nova, e  le  madri  pie  di  s.  Pier  di 
Arena,  come  riferisce  il  Semeria 
p.  3i6  della  Sior.  cccl.  di  Genova. 
La  congregazione  Imperiali  esiste 
nel  palazzo  di  sua  proprietà,  pres- 


MIS 

so  la  basìlica  Liberiana,  ove  i  soli 
sacerdoti  secolari  possono  esservi 
annoverali.  Ivi  sono  mantenuti  di 
vitto  e  vestito.  Quando  fanno  le 
missioni  nelle  diocesi  dello  stato 
pontificio,  non  solo  non  sogliono  ri- 
cevere emolumenti,  ma  anzi  distri- 
buiscono limosine  ed  altri  soccorsi, 
come  vesti  e  letti.  In  diversi  tem- 
pi dell  anno  questi  missionari  dan- 
no esercizi  spirituali,  frequentano 
gli  ospedali  ed  i  confessionali,  e  si 
esercitano  in  altre  opere  spirituali. 
Con  breve  di  Leone  XII  in  detta 
casa  furono  trasferite  due  opere  pie, 
cioè  quella  degli  oratorii  notturni 
istituiti  dal  cardinal  Antonelli  ,  e 
quella  per  gli  esercizi  spirituali  dei 
giovanetti  per  la  prima  comunione, 
già  fondala  nel  Collegio  Romano 
\Fedi)  dal  cardinal  Vitaliano  Borro- 
meo. 

Finalmente  faremo  menzione  del- 
la congregazione  de'  missionari  del 
preziosissimo  Sangue,  La  compa- 
gnia o  confraternita  istituita  sotto 
tale  titolo,  eretta  nel  pontificato  di 
Gregorio  XIII  e  confermata  da 
Sisto  V,  si  uni  poi  a  quella  del 
Gonfalone,  ed  i  sacerdoti  fratelli 
avevano  per  istituto  l' esercizio  del- 
le missioni,  il  quale  in  seguito  ter- 
minò per  mancanza  di  soggetti. 
Sotto  Pio  VII,  al  modo  detto  a 
CuiESA.  DI  s.  NicotA  IN  CARCERE,  Ven- 
ne istituita  l'arciconfralernita  del 
preziosissimo  Sangue,  di  cui  furono 
primari  fondatori  Albertini  poi  ve- 
scovo di  Terracina,  Bonanni  poi 
vescovo  di  Norcia,  e  Gaspare  del 
Bufalo  romano,  canonico  di  s.  Mar- 
co ed  eccellente  predicatore.  Que- 
sti veramente  è  venerato  per  l'i- 
stitutore o  propagatore  più  bene- 
merito della  congregazione,  e  ne 
vide  sorgere  tredici  case,  compresa 
quella  di  Giano  fondata  nel   i8i5, 


MIS 

e  la  principale  di    s.  l'aolo  in   Al- 
bano.  I  sacerdoti  asciitli  alia  con- 
gregazione   possono    vivere    libera- 
luente  in  seno   delie  loro  famiglie, 
presentandosi  a  fare  le  missioni   nei 
luoghi  stabiliti    quando  sono  chia- 
mati; possono  anclie  unirsi  nelle  case 
erette  a  questo  fine,  senza  legarsi  con 
voti,  e    restando    liberi    di  ritirarsi. 
INel  tempo  però  che  un  sacerdote  en- 
tra nella  casa  di  missione,  quando  vi 
sia  ammesso  dal  direttore  generale, 
previo    il  congresso    della  casa  pri- 
maria, deve  vestire  in  abito  talare 
con  (ascia    dì  fianchi,    e  Crocefisso 
ai  petto,  non  prendere  emolumenti, 
osservare    i   regolamenti    della  con- 
gregazione   e  le  opere  di  pietà  pre- 
scritte   dall'istituto,    facendo    wen- 
zione    delle    principali    il    Coslanzi, 
V  Osservatore    di    Roma  t.  I,    ove 
pure    si   parla    delle  altre    missioni 
romane  summentovate.    Il  can.  del 
Culaio  santamente    morì  a'  28    di- 
cembre   iSSy  in  Roma,  e  ne'fune- 
lali  fatti  in  s.   Galla  il  can.  d.  A- 
drìano  Giampedi,  ora  degno  vesco- 
\'0  d'Alatri,  ne  pronunziò  l'orazione 
funebre.    Altra    ne    fu    recitata   da 
uno  de' suoi   missionari   nell'esequie 
in  s.   Paolo    d'  Albano,  ove  fu  tra- 
sferito   il  cadavere.    Nel  numero  5 
del  Diario  di    Roma    1 838  si    leg- 
ge la  biografia  di  sì  benemerito  e 
piissimo  ecclesiastico,  ove  si   lodano 
le  molte  sue   virtù,    e  si  celebra  i- 
stitulore     de'  ristretti    delle    sorelle 
della    carità,  delle  figlie  di  Maria  , 
degli   esercizi   spirituali    pegli  eccle- 
siastici   e  secolari    nelle  case    della 
missione,  convitti  pei  chierici,  istru- 
zioni pei   fanciulli  per  la  prima  co- 
munione, di  confraternite  e  oratorii 
notturni,    propagatore     della    divo- 
zione di  s.  Francesco  Saverio,  che 
si  era  scelto  in    piotettore    e    mo- 
dello. 1   vescovi    dello  stalo    ponti- 
VOL.    xtv. 


MIS 


12S 


ficio  sogliono  sovente  chiamare  i 
gesuiti  a  dare  le  missioni,  per  le 
quali  si  prestano  ancora  i  passioni- 
si! ed  altri  religiosi,  p^edi  Eserci- 
zi   SPIRITUALI. 

MISSIONE.    Congregazione    dei 
sacerdoti  missionari  di  s.    Vincenzo 
de  Paoli,  delti    lazzaristi    o  signo- 
ri della  missione.  Ne  Cu  il  fondatore 
s.    Vincenzo  de    Paoli  {^Vedi),  nato 
a'24  aprile  iSyS  nella  terra  di  Pony 
presso  Acqs,  città  vescovile  in  Fran- 
cia,   nelle  pianure    di    Bordeaux.   I 
suoi    genitori    furono    Giovanni     di 
Paolo    e    Bcrtranda    de    Moras ,    i 
quali    avendo    una   casa    ed    alcuni 
piccoli    poderi,    li    coltivavano  colle 
pioprie  mani,    in  che    impiegarono 
i  figli   in    un  a    Vincenzo,  il   quale 
però  dal    padre  fu    destinato  prin- 
cipalmente a  custodire  gli  armenti; 
ma  per  la  vivacità    del  suo  spirilo 
venne  applicato  agli  studi  qual  peti- 
siopario  nel  convento  de'  francesca- 
ni d'  Acqs.   Fece  egli   tali   progressi 
nella   lingua  latina,  che  dopo  quat- 
tro anni  Commel  avvocalo  d' Acqs 
e  giudice  di    Pouy    lo    condusse  in 
sua  casa,  acciò  facesse  scuola  ai  fi- 
gli, e  nel  tempo  slesso  proseguisse  il 
corso  degli  studi  senza  aggravio  del 
genitore.  Mentre  egli   viveva  in  que- 
sta casa,  sentendosi  da  Dio  chiama- 
to alla   carriera  ecclesiastica,  vi  die- 
de i   primi  passi   col  ricevere  la  ton- 
sura   ed    i    quatlro    ordini     mitior't 
a' 19  settembre  1596,  avendo  il  san- 
to   venti    anni.    Quindi    lasciala  la 
famiglia  dell'avvocato,  se  ne  ))assò 
a  Tolosa  per  istudiarvi   la   teologia, 
poscia  a  Saragozza   per  proseguirne 
il  corso.  Tornalo  in  Francia  vi  pre- 
se   il   suddiaconato    e    il  diaconato 
nel    1598,  e    nel    1600   il  sacerdo- 
zio.  Poco  dopo    gli   fu  conferita   la 
cura  di  Tilh    nella  diocesi  d'  Acqs, 
da  lui  indi  ceduta  a  un  corapelilo- 
i5 


126  MIS 

re  che  gliene  contrastava  il  posses- 
so, onde  proseguì  per  sette  anni  lo 
studio    della    teologia,    ed    essendo 
stato  fatto  baccelliere  neir  universi- 
tà di  Tolosa,  gli  fu  permesso  d'in- 
segnarvi   pubblicamente.  JNel    i6o5 
passò    a   Marsiglia    per   esigere  un 
credilo    appartenente  a    patrimonio 
che  aveagli  lasciato  persona    pia,  e 
nel  ritorno  che  fece  per  mare  cad- 
de prigioniere  di  corsari  turchi,  che 
lo    condussero    in    Barberia    ed    in 
Algeri ,  e  lo  venderono  schiavo  ad 
un    pescatore,    il    quale    lo    vendè 
poi  ad  un  medico,  quindi  da  que- 
sto passò  a    un    rinnegato.    Di  tal 
occasione    Dio  si    servi   per  dare  a 
questo  infelice  la  salute  delKanima, 
per  mezzo  delle  esortazioni  di  Vin- 
cenzo, ed  al  santo  la  libertà.  Pen- 
tito il  rinnegato  di  sua  apostasia,  se 
ne    fuggì   con  Vincenzo   su  piccolo 
schifo,    e  varcato    il    Mediterraneo, 
non    senza    prodigio    giunsero  salvi 
a' 2S  giugno    1607   ad   Aiguesmor- 
tes.  Da  qui  andarono  ad  Avignone, 
dominio    della    santa    Sede,  ove  il 
rinnegato  fece  la  sua  abiura,  e  do- 
vendo quel  prelato  vice-legato  pon- 
tificio   passare  a  Roma,    seco    con- 
dusse   ambedue.     Vincenzo    visitali 
con   molta  divozione  i   luoghi   santi 
dell'alma    città^    dovette    ritornare 
in  Francia  per  una  gravissima  com- 
missione alUdatagli  per  quella  cor- 
te.    Quivi    avendo     stretto    amici- 
zia   con    il  celebre  p.  Berulle,   poi 
cardinale    e     fondatore    della    con- 
gregazione   dell'oratorio    di    Gesù, 
u  di  lui  insinuazione  dovette  assu- 
mere la  cura  di  Clichi,  che  il  santo 
antepose  all'abbazia  di  s.  Leonardo 
di  Chame,  ed  alla  carica  di  limosi- 
Tiiere  della  regina  Margherita;  indi 
a  non  molto  per  nuova  insinuazione 
dello  stesso  p,  IJerulle  suo  direttore 
spirituale,  passò  in  qualità  di  aio  nel- 


MIS 

la    casa    dei     figli  del    conte     Em- 
manuele  Gondy  generale    delle  ga- 
lere di  Francia,  e  prese  la  direzio- 
ne   della    coscienza    di  sua    moglie 
Margherita  contessa  di  Joigny.  Ver- 
so il    1616  essendo  andato  con  tal 
signora    in    Folleville  o   Gannes    in 
Picardia    diocesi    d' Amiens,    predi- 
cò a' 2  5  gennaio    del  seguente  an- 
no nella  chiesa,  con  tanto  profitto 
degli  uditori,  che  per  udire  le  con- 
fessioni de' molti  convertiti,  chiamò 
in  aiuto  i  gesuiti    d'  Amiens.  Que- 
sta prima    missione    fu  sempre    ri- 
guardata  dal    santo   come     origine 
del    suo    istituto,    ed  essendo  stnto 
poi  solito    egli   ringraziarne    in  tal 
giorno  ogni  anno  il  Signore,  venne 
l' uso    nella    sua    congregazione    di 
celebrare  con   particolare  divozione 
la  festa  della  conversione  di  s.  Pao- 
lo, che    appunto  cadde   a'  7.5  gen- 
naio. Avendo  la  contessa  di   Joigiiy 
conosciuto  da    questo  primo  saggio 
la  necessità  delle  missioni,  massime 
pel    popolo    di    campagna,   concepì 
sin    d'allora  il  disegno  di  assegna- 
re un  fondo  per  qualche  comunità, 
la    quale    avesse    voluto  incaricarsi 
di  farle  ogni  cinque    anni   in   tutte 
le  sue  terre.  Non  trovando  chi  pren- 
der volesse  tale  assunto,  dispose  nel 
testamento    16,000    lire  per  fondar 
questa    missione  nel    luogo  e    nella 
maniera  che    Vincenzo  avesse    giu- 
dicato a  proposito. 

Per  la  brama  di  darsi  tutto  al 
diviu  servizio  ed  all'istruzione  dei 
prossimi,  e  sottrarsi  dall'auge  d'una 
casa  principesca  ove  vivea  tanto 
stimato,  il  santo  nel  luglio  1617 
partì  da  Parigi,  e  col  consiglio  del 
p.  Berulle  passò  curato  nella  par- 
rocchia di  Chatillonles-Dombes  , 
nella  contea  di  Biesse.  Quivi  egli 
indusse  cin<jue  u  sei  ecclesiastici 
ad    unirsi    insieme,    ed    a    formare 


M  I S 
una  specie  di  comunità  per  meglio 
impiegarsi    in    procurare    la    gloria 
«.li    Dio    e    la   salule    dei  prossimi  ; 
colle    sue  stupende    istruzioni  e  ri- 
forme al   popolo  convcrt"i   molti   e- 
relici,  ed    a  sollievo    de'  poveri  in- 
formi  v'  istituì    la   compagnia  delle 
sorelle  della  carità,    clic  fu  la  pri- 
ma   delle    sue    istituzioni    sotto    di 
questo    nome.  Ma    anche    qui   potè 
poco  fermarsi,  perchè  il  p.  Berulle 
che   tutto    poteva  sul   suo  cuore  lo 
richiamò  a   Parigi  a  seguitar  la  di- 
rezione spirituale  della  conlessa,  che 
dopo    averlo  accolto    come  un  an- 
gelo, si   fece  promettere  di  assister- 
la   sino  alla  morte,  come    adempì. 
In    questo  modo    dispose  Dio    che 
avesse  principio  la  benemerita  con- 
gregazione   della    missione,     poiché 
né    per    parte    sua,    né    per    parte 
della    contessa    poteva   ne' suoi    im- 
pegni   dimenticare     V  opera    delle 
missioni    della    campagna.    Premu- 
rosi  di   riuscirvi    e  cercando  operai 
perchè    vi   si    consacrassero,    e    non 
trovando  comunità  alcuna  che  aves- 
se  voluto    addossarsi   tale  impegno, 
non  senza  divina  ispirazione  la  piis- 
sima   dama,  ferma  in  tal  proposito 
che  una  compagnia  di   persone  pie 
andassero  di   tanto  in  tanto  a  far  le 
missioni  nelle  sue  terre,  si  determinò 
cooperare   allo  stabiliniento  di   una 
congregazione     particolare  ,     i     cui 
membri   uniti    insieme    in    comuni- 
tà, si  impiegassero    in  un  ministero 
sì  santo.   Sapeva  ella   che  molti  vir- 
tuosi ecclesiastici  si   univano  sovente 
a    Vincenzo  nel  fare  le    missioni,  e 
perciò  coir  intelligenza    del   marito, 
che    ne    approvò  il  disegno,  e  del 
cardinal  di  Gondy   primo  arcivesco- 
vo di    Parigi,  fratello  del   conte  di 
Joigny,  quivi  stabilì   (ondar   la  casa 
pei    detti     ecclesiastici.     Intanto    il 
conte  di  Joigny  destinò  per  loro  al- 


M I S  277 

bcrgo  il  collegio  de' buoni  figliuoli 
a  sé  soggetto,  e  fatta  la  proposta 
a  Vincenzo,  1'  accettò  con  alcune 
condizioni  il  primo  marzo  i6?.4- 
Fu  risoluto  di  dar  principio  alla 
fondazione  della  casa  colla  nuova 
fàbbrica^  per  cui  i  due  pii  coniugi 
diedero  al  santo  4<5)^oo  '''"^  ^ 
l'autorità  di  eleggere  quel  numero 
di  ecclesiastici  per  abitarvi,  che  po- 
tevano essere  mantenuti  colle  ren- 
dite della  fondazione.  Vollero  altre- 
sì che  Vincenzo  fosse  il  direttore  di 
questa  nuova  casa,  finché  viveva,  con 
patto  però  di  non  abbandonare  la 
cura  e  assistenza  spirituale  di  loro 
famiglia.  Fatta  questa  divota  fon- 
dazione la  contessa  morì,  e  s.  Vin- 
cenzo essendo  andato  a  recare  la 
trista  nuova  al  marito  in  Proven- 
ra,  ebbe  da  questi  il  permesso  di 
ritirarsi  nel  collegio  de'buoni  figliuo- 
li, dove  diede  1*  ultima  mano  allo 
stabilimento  della  sua  congregazio- 
ne, di  cui  fu  eletto  superiore  gene- 
rale, che  fu  appi-ovata  dall'arcive- 
scovo di  Parigi  a'24  aprile  1626, 
e  nel  i632  da  Urbano  Vili  a'  12 
gennaio,  che  gli  diede  il  titolo  del- 
la  missione,  e  permise  al  fondato- 
re di  stenderne  la  regola  pel  buon 
ordine  ed  esatta  disciplina.  Mentre 
si  attendeva  la  bolla  di  tal  Papa, 
i  preti  missionari  in  Parigi  entra- 
roiìo  nella  prioria  di  s.  Lazzaro  nel 
sobborgo  di  s.  Dionigi,  che  appar- 
teneva alia  congregazione  de'  Cano- 
nici di  s.  Vittore  [Vedi),  i  quali 
la  cederono  colle  condizioni  espresse 
nel  concordato  fatto  tra  loro  a'  7 
gennaio  i632.  In  vigore  di  questo 
l'arcivescovo  di  Parigi  unì  la  prio- 
ria di  s.  Lazzaro  alla  congregazio- 
ne della  missione,  come  fosse  un 
l)enefizio  di  sua  collazione.  Ciò  con- 
sta dalle  sue  lettere  de' 3 1  dicem- 
bre  i633,  ed  Urbano  Vili  confer- 


228  MIS 

mò  questa  unione  con  bolla  del 
marzo  i635.  Fu  principalmente  a 
cagione  della  denominazione  di  tal 
casa,  che  i  sacerdoti  della  missione 
Tennero  chiamali  padri  di  s.  Laz- 
zaro o  Lazzarisli.  Veramente  il  ti- 
tolo di  padri  essi  non  l'usano,  on- 
de sono  generalmente  chiamati  si- 
gnori delia  missione  e  col  titolo  di 
don.  Questa  casa  per  la  sua  am- 
piezza, pel  numero  de' suoi  missio- 
nari e  per  la  residenza  che  vi  sta- 
bili il  generale,  divenne  capo  della 
congregazione,  che  vivente  ancora 
il  fondatore  si  stabili  in  molli  luo- 
ghi della  Francia ,  nell'  Italia  e 
nella  Polonia,  per  opera  principal- 
mente del  santo,  allorché  n'  era  ge- 
nerale. In  Ptoma  fondossi  la  prima 
casa  della  missione  nel  i64o  dal 
sacerdote  Luigi  Bretone,  il  quale 
essendo  stato  quivi  mandato  dal 
$anto  per  alcuni  negozi,  questi  gli 
avea  pure  ingiunto  che  quando  ne 
avesse  tempo  1'  impiegasse  in  i- 
struìre  e  catechizzare  i  poveri  agri- 
coltori e  pastori  della  campagna 
romana,  come  pratico  nella  lingua 
italiana.  Esegui  Luigi  quanto  era- 
gli stato  imposto,  e  uell' avvento  di 
detto  anno  con  licenza  del  cardinal 
Laute  vescovo  di  Porto,  impiegò 
un  mese  in  disporre  con  prediche 
e  dottrina  cristiana,  i  popoli  della 
diocesi  a  santificar  le  feste  di  Na- 
tale. Piacque  a  Dio  benedire  tal- 
mente dette  missioni,  che  giuntane 
la  notizia  ad  Urbano  Vili,  permi- 
se che  in  Roma  si  erigesse  per  la 
congregazione  una  casa  j  laonde  nel 
1642  presso  il  Monte  Ci  torio  (di 
cui  parlammo  nel  voi.  XIX,  p.  ^2  e 
43  del  Dizionario)  madama  Maria 
de  Vignard  duchessa  d'  Aiguillon 
e  nipote  del  cardinal  Richelicn,  piis- 
sima  0  'virtuosa,  edificò  la  casa  e 
la    chiesa    con  gran  piacere  de'  ro- 


MIS 
mani,  come  narra  il  Piazza,  Euitevo- 
logia  romano  tralt.  V,  cap.  XXI K, 
della  casa  pia  de'  sacerdoti  della 
missione  a  Monte  Citorio,  ove  il 
santo  subito  mandò  altri  sacerdoti, 
che  sparsero  per  tutto  il  buon  o- 
dore  delle  loro  virtù  e  si  resero 
benemeriti. 

Frattanto  s.  Vincenzo  per  rendere 
più  stabile  e  ferma  la  sua  congre- 
gazione, nel  i658  die  l'ultima  ma- 
no alle  sue  regole  e  costituzioni, 
ed  avendo  radunata  la  comunità  ili 
s.  Lazzaro,  in  libretto  stampato  le 
consegnò  a  tutti  i  congregati,  esor- 
tandoli ad  osservarle  esattamenle. 
Né  solamente  si  limitò  lo  zelo  in- 
stancabile di  questo  uomo  apostoli- 
co in  procurare  V  incremento  di 
sua  congregazione,  ma  per  quaran- 
ta anni  diresse  le  salesiane  religio- 
se della  Visitazione,  a  ciò  destinalo 
da  s.  Francesco  di  Sales  ;  si  alFati- 
co  per  r  erezione  di  varie  confra- 
ternite e  pie  congregazioni  perchè 
s'impiegassero  per  sovvenire  i  po- 
veri tanto  ne' bisogni  corporali  che 
spirituali ,  come  sono  le  figlie  o 
.sorelle  della  Carità  (^Fedi),  eret- 
te quasi  in  ciascuna  parrocchia  di 
moltissimi  luoghi  ,  ed  in  parec- 
chi ospedali  ;  le  compagnie  tlelle 
dame  della  carità  destinate  a  ser- 
vire gì'  inCermi  ne'  grandi  spedali 
di  Parigi  e  nelle  parrocchie  ;  gli 
esercizi  .spirituali  di  quelli  che  si 
debbono  ordinare;  i  riuri  spirituali; 
le  conferenze  ecclesiastiche  intro- 
dotte in  molti  seminari  ;  e  final- 
mente una  quantità  di  ospedali  ed 
istituti  benefici,  destinati  a  ricevere 
o  i  fanciulli  esposti,  o  i  vecchi  po- 
veri, o  i  pellegrini  infermi,  o  gt'ui- 
validi,  o  i  pazzi,  o  i  carcerali  e- 
ziandio  malati,  ed  altri  bisognosi. 
In  somma  non  vi  fu  genere  di  [)er- 
sone    poste  in    necessilù,   che    dulia 


MIS 
sua  carila  e  relo  non  ricevesse  niu- 
to  e  provvedimento.  Il  perchè  il 
generale  della  congregazione  del];i 
iitissione  diresse  in  Francia  un  gran 
numero  di  missionari,  servì  la  cap- 
pella reale  di  Versailles,  sommini- 
strò i  curali  alle  città  di  Versail- 
les e  Fontainebleau  ove  il  re  ave- 
va i  principali  palazzi,  e  governò 
nello  spirituale  la  casa  di  s.  Ciro 
e  l'ospedale  degli  invalidi.  Dopo  la 
morte  del  re  Luigi  XIII,  a  cui  s. 
\  incenzo  prestò  gli  estremi  ufilzi  di 
cristiana  carità,  a  tanti  gravissitni 
alhu'i  aggiunse  la  qualifica  di  reg- 
gente consigliere  reale  nelle  materie 
ecclesiastiche  e  beneficiarie ,  eh'  e- 
sercitò  solo  per  anni  dieci,  senza 
inai  perdere  di  vista  la  propria  san- 
tificazione, colla  pratica  di  tulle  le 
viriù.  Oppresso  alla  fine  dalle  fati- 
che e  dall'austerità  della  vita,  pie- 
no di  meriti  e  di  anni  morì  in 
Parigi  nella  casa  di  s.  Lazzaro  (che 
»!  tempo  della  rivoluzione  fu  tolta 
ili  lazzaristi  o  signori  della  missio- 
ne, e  convertita  in  luogo  di  de- 
tenzione), a'27  settembre  i66o,  di 
«^4  anni,  e  fu  sepolto  dopo  solen- 
uissime  esequie  nella  chiesa  della 
stessa  casa.  Grandissimo  fu  il  nu- 
niero  del  popolo  che  concorse  a 
venerarlo,  e  Dio  allora  e  poi  ne 
confermò  la  santità  con  molti  mi- 
racoli,, laonde  Clemente  XI  fece  in- 
trodurre la  causa  di  sua  canoniz- 
zazione nel  1709.  Benedetto  XI lì 
lo  beatificò  colla  bolla  Jiistus,  a'i3 
agosto  1729,  Bull.  Rom.  t.  XII,  p, 
397,  assegnando  il  2 1  agosto  per 
celebrarne  T  annua  festa  con  uflizio 
e  messa  di  rito  doppio  maggiore 
in  molti  luoghi  della  Francia,  e 
nelle  congregazioni  della  missione 
e  della  carità.  Quindi  Clemente 
Xll  a'  16  giugno  1737  solenue- 
(uente    lo    paQouizv:,ò  ■  mediante   I9 


MIS  229 

bolla  Superna,  presso  il  Bull.  Rom. 
t.  XIV,  p.  1 54  ;  indi  a' 7  dicem- 
bre ordinò  a  tutta  la  Chiesa  l'uf- 
fizio e  messa  con  rito  semidoppio, 
e  il  rg  luglio  per  celebrarne  la  fe- 
sta. Il  parlamento  di  Parigi  proibì 
la  ritenzione  della  bolla  Superna, 
col  pretesto  che  fosse  contraria  al- 
la libertà  della  chiesa  gallicana,  per- 
chè in  essa  si  loda  il  santo  di  aver 
indotto  85  vescovi  francesi  a  chie- 
dere al  Papa  la  condanna  delle 
cinque  proposizioni  di  Giansenio,  ri- 
tirandosi dall'amicizia  di  Verger 
abbate  di  s.  Cyran  quando  Io  co- 
nobbe eretico.  Ma  Clemente  XII 
a'  i5  febbraio  1738  condannò  il 
decreto  del  parlamento,  che  il  car- 
dinal Fleury  procurò  fosse  rivoca- 
lo.  Benedetto  XIV  con  decreto  dei 
28  marzo  1745  concesse  1'  uHIzio 
e  messa  del  santo  con  rito  doppio 
di  prima  classe  in  tutti  gli  slati  sor- 
di, e  con  altro  de' 12  maggio  1753 
l'elevò  dal  rito  semidoppio  al  dop- 
pio n)inore  nella  Chiesa  iiniversale. 
Il  Novaes,  Storia  de'  Pont.  t.  XIII, 
p.  220  ;  ed  il  Cancellieri,  3Ient.  dì 
s.  Medico  p,  62,  riportano  una 
biblioteca  di  autori  che  scrissero  la 
vita  di  s.  Vincenzo  ile  Paoli,  e  la 
difesa  in  diverse  lingue,  non  che 
del  suo  spirito  e  fondazioni  delle 
congregazioni  della  missione  e  figlie 
della  carità,  e  gli  atti  di  sua  bea- 
tificazione e  canonizzazione.  Nella 
basilica  vaticana,  la  statua  del  san- 
to scolpita  da  Pietro  Bracci,  fu  e- 
retta  tra  quelle  de'  fondatori  nella 
nave  maggiore. 

All'articolo  Esercìzi  spirituali  (  F'e- 
di),  non  solo  dicemmo  di  quelli 
che  si  danno  nelle  case  della  mis* 
sione  e  in  altre  di  diversi  religio- 
si ,  ma  parlammo  pure  dì  quelli 
prescritti  nel  1662  da  Alessandro 
VII  e  dai  suoi  successori,  agli  oi'> 


23o  MIS 

dinaudi  pel  sacerdozio,  sotlu  pena 
di  sospensione  ;  e  del  grande  utile 
di  questi  esercizi  ne  tratta  il  Piazza 
citato.  Alessandro  VII  confermò  la 
congregazione,  Clemente  IX  le  ac- 
cordò molte  grazie  e  privilegi,  ap- 
provate da  Clemente  X.  Propagan- 
dosi successivamente  la  congrega- 
zione, stabilì  una  casa  in  Africa  , 
per  assistere  i  poveri  schiavi  di 
Barberia  ;  e  nel  1697  Innocenzo 
XII  mandò  alcuni  sacerdoti  della 
missione  nella  Cina.  Questo  Papa 
benefico  colla  congregazione,  in  det- 
to anno  le  concesse  il  monastero, 
l'abbazia,  e  la  Chiesa  de  ss.  Gio- 
vanni e  Paolo  (P^edi),  già  de'  gè- 
suati  e  domenicani  irlandesi.  Inol- 
tre Innocenzo  XII  assegnò  a  questa 
congregazione  quanto  riporta  il  Ve- 
nuti, Roma  moderna,  p.  SSg.  Que- 
sti narra  che  la  duchessa  d'Aiguil- 
lon  o  Aquillon  aveva  assegnata  al- 
la cosa  la  rendita  di  scudi  duemi- 
la ;  che  il  cardinal  Nicolò  Guidi 
di  Bagno  comprò  nel  iGSg  il  pa- 
lazzo contiguo  alla  prima  casa  per 
quindicimila  scudi,  il  quale  fu  ad 
essa  incorporato,  quindi  considera- 
bilraeute  ampliata  da  altri  bene- 
fattori, come  dai  cardinali  Stefano 
Durazzo,  Ludovisi  e  Giovanni  Bo- 
na ;  dai  marchesi  Brignole  e  Du- 
razzo, Annibale  Saletti  e  Giuseppe 
Palamolla.  Desiderando  il  Papa 
Clemente  X!  che  l' istituto  bene  si 
introducesse  e  stabilisse  in  Porto- 
gallo, quando  vi  si  recò  Giuseppe 
Gomez  da  Costa  superiore  de'  ss. 
Gio.  e  Paolo,  con  intendimento  di 
fondarvi  una  casa,  Io  raccomandò 
all'arcivescovo  di  Braga,  e  nel  1  7  1 3 
al  re  Giovanni  V,  Io  che  produsse 
buon  elTelto.  Il  re  peruuse  la  fon- 
dazione di  una  casa  in  Lisbona  nel 
silo  detto  Relbafolles,  ove  si  reca- 
rono quattro  sacerdoti  }  ma  volendo 


MIS 

il  re  assoggettarli  al  patriarca,  la 
fondazione  restò  sospesa,  finché  vo- 
lendo celebrare  la  canonizzazione 
di  s.  Vincenzo,  accordò  che  avesse 
luogo  solo  soggetta  al  superiore 
generale  ;  laonde  accorsi  dalla  Ca- 
talogna, Francia  ed  Italia  diversi 
missionari,  si  aprì  la  casa  di  Lis- 
bona, che  il  re  dotò  di  abbondanti 
rendite.  Essendo  costume  da  gran 
tempo,  secondo  I'  istituzione  di  s. 
Vincenzo,  che  ogni  martedì  non 
festivo  nelle  ore  pomeridiane  si  te- 
nessero dai  missionari  nella  casa  di 
Monte  Citorio  spirituali  conferenze 
con  r  intervento  di  molti  ecclesia- 
stici ;  Clemente  XI,  per  vieppiù 
allettarli  a  così  utile  e  lodevole  e- 
sercizio,  concesse  loro  l'indulgenza 
di  cento  anni  per  ogni  martedì, 
colla  bolla  Cam  sicul,  de'27  otto- 
bre 171 3,  Bull.  Rom.  l.  X,  par. 
I,  p.  35o  ;  e  plenaria  a  quelli  che 
confessati  e  comunicati  visitassero 
r  interna  chiesa  della  ss.  Trinità  nel 
martedì  santo.  Il  Piazza  nel!'  Ea- 
sevologio  tratt.  X,  cap.  XVI H  : 
della  conferenza  spirituale  degli 
ecclesiastici  alla  Missione  a  Mon- 
te Citorio,  discorre  di  questa  isti- 
tuzione per  degnamente  esercitare 
il  ministero  sacerdotale,  che  defi- 
nisce per  divota  accademia  di  spi- 
rito per  la  riforma  interiore  del 
clero,  e  di  singoiar  giovamento  a 
chi  la  frequenta. 

Dicemmo  alla  biografìa  del  car- 
dinal Lanfredini  Amadori  come 
questi  contribuì  in  gran  parte  alla 
spesa  delia  riedificazione  di  detta 
chiesa,  e  come  in  morte  istituì  e- 
rede  la  congregazione,  volendo  esse- 
re tumulalo  nel  medesimo  tempio. 
Benedetto  XIV  colla  costituzione 
Quo  magis,  de' 18  dicembre  I74'2> 
Bull.  Bened.  XI F,  t.  I,  p.  228, 
dichiarò  che  i  voti  semplici    de'  si- 


MIS 
gnofi  della  Diissiuiie  non  potcsse- 
l'o  dispensarsi  che  dal  Papa  o  dal 
superiore  generale  della  congrega- 
zione, neir  alto  solamente  che  par- 
tono da  essa  i  soggetti  con  detti 
voti  obbligali.  Clemente  XIV  aven- 
do nei  1773  dato  ai  Passionisli 
{^Vcdi)  il  monastero  e  chiesa  de' ss. 
Gio.  e  Paolo  ;  in  vece  concesse  al- 
la congregazione  il  noviziato  ossia 
Ja  casa  e  chiesa  di  s.  Andrea  dei 
Gesuiti  {^r^edi),  che  desa'iveramo  a 
quell'articolo,  ai  quali  Pio  VII 
tutto  restituì.  La  rivoluzione  di 
Francia  del  17^9,  come  ogni  altro 
istituto,  cosi  disperse  questo  della 
missione,  onde  morto  in  Roma  il 
suo  superiore  generale  d.  Ceylà  nel 
i8oo,  non  le  fu  ritornato  un  suc- 
cessore che  sotto  Leone  XII  .  A 
quell'epoca  potè  risorgere  dalle  sue 
rovine,  e  facilmente  ripristinarsi, 
massime  in  Italia,  dove  a  Roma 
con  una  specie  di  prodigio  ed  uni- 
co esempio  rimasero  sempre  uniti 
i  missionari  nella  casa  di  Monte  Ci- 
lorio,  la  quale  era  divenuta  re- 
sidenza di  un  vicario  generale,  e 
come  centro  di  tutta  la  congre' 
gazione,  meno  la  Francia  che  a- 
vea  un  altro  vicario.  Che  nei  pri- 
mi del  coirente  secolo,  gli  alunni 
del  Collegio  Urbano  [Fedi)  di  pro- 
paganda Jìde^  dopo  essere  stati  in 
custodia  del  p.  Paccanari,  furono 
ammessi  nella  casa  della  missione 
a  Monte  Citorio,  lo  dissi  nel  voi. 
XIV,  p.  2  25  del  Dizionario.  La 
chiesa  e  la  casa  di  s.  Silvestro  al 
Quirinale,  già  de'  Teatini  {Fedi\ 
poi  de'  sacerdoti  della  fede  di  Ge- 
sù istituiti  dal  Paccanari  ,  Pio 
VII  la  diede  ai  missionari,  facen- 
done couìprare  la  casa  dalia  ca- 
mera apostolica  ,  col  pagamento  di 
<luattromila  scudi,  e  ciò  in  com- 
[)cuso  della  casa  e  chiesa  di  s.   Au- 


MIS  23 I 

drea  al  Quirinale,  che  per  quaran- 
t' anni  aveano  posseduto.  JNel  1837 
nella  chiesa  della  ss.  Trinità  solen- 
nemente si  celebrò  la  festa  cente- 
naria della  canonizzazione  di  s.  Vin- 
cenzo de  Paoli,  per  la  quale  cele» 
brò  messa  all'altare  maggiore  il 
Papa  Gregorio  XVI,  ricevuto  dal 
superiore  generale  d.  Giambattista 
Nozò,  il  quale  scelse  questa  occa- 
sione per  recarsi  da  Parigi  a  visi- 
tale le  case  d'Italia.  Il  Papa  accolse 
poscia  benignamente  al  bacio  del 
piede  tutta  la  religiosa  famiglia.  Le 
divote  e  magnifiche  pompe  ch'eb- 
bero luogo  per  tal  centenario,  si 
leggono  nel  numero  Go  del  Diario 
di  Roma.  Nel  pontificato  di  Gre- 
gorio XVI,  nella  casa  di  Monte  Ci- 
torio venne  ripristinata  1'  accade- 
mia liturgica  fondata  da  Benedetto 
XIV,  della  quale  è  direttore  im 
missionario,  pubblicando  colle  stam- 
pe le  sue  utili  e  dotte  dissertazio- 
ni :  ne  parlammo  al  voi.  XXXIX, 
p.  5'/  e  58  del  Dizionario. 

Il  fine  principale  di  quelli  che  si 
ascrivono  a  questa  congregazione,  è 
di  procurare  la  propria  santificazione, 
quella  de'poveri  contadini  e  popo- 
lazioni delle  campagne  e  castelli,  per 
mezzo  delle  missioni,  e  l' avanza- 
mento spirituale  delle  persone  ec- 
clesiastiche, nella  coltura  delle  scien- 
ze e  della  pietà;  ma  in  città  ove 
sono  sedi  vescovili  non  predicano 
né  amministrano  sagramenti,  meno 
i  casi  di  qualche  notabile  necessità. 
Fanno  essi  un'  ora  di  orazione 
mentale  la  mattina ,  tre  volte  il 
giorno  r  esame  della  coscienza,  al- 
cune conferenze  spirituali  ogni  set- 
timana, il  ritiro  di  otto  giofni 
ogni  anno,  ed  osservano  senqjre  il 
silenzio,  tranne  il  tempo  della  ri- 
creazione. Si  occupano  alcuni  di 
essi  per  selle    o  olio  mesi  dell'an 


a^?.  MIS 

no  nelle  coutìiiiie  missioni  delia 
cam]);igiia,  come  ci'  oidinaiio  suole 
avvenite  nella  casa  di  Monle  Cito- 
rio,  e  procurano  di  fondare  ove 
possano  confraternite  della  carila 
a' sollievo  de' poveri.  Attendono  in 
molli  luoghi  tinche  alla  direzione 
de*  seminari;  dovunque  sono  danno 
gli  esercizi  a  quelli  che  si  prepa- 
rano per  le  ordinazioni,  o  che  aven- 
do già  ricevuti  gli  ordini  si  ritira- 
no per  qualche  tempo  notabile  ; 
e  si  applicano  alla  pratica  delle 
virtù  e  delle  funzioni  proprie  del- 
la loro  vocazione,  essendo  i  missio- 
nari assai  diligenti  nell'esercizio  del- 
le sacre  cerimonie  e  riti,  che  per- 
ciò ne  istruiscono  le  persone  eccle- 
siastiche. Nel  tempo  in  cui  danno 
gli  esercizi  agli  ordinandi,  oltre  al- 
le molte  pratiche  di  pietà,  nel- 
le quali  i  missionari  procurano  di 
occuparli,  fanno  loro  ogni  giorno 
un  discorso  morale,  ed  un  altro  so- 
pra le  materie  più  importanti  del 
loro  stato.  Tengono  per  questo  fi- 
ne col  clero  adulto  anche  le  me- 
nìorate  conferenze  settimanali  colle 
persone  ecclesiastiche  in  varie  delle 
loro  case,  che  sono  sempre  aperte 
tanto  agli  ecclesiastici  che  ai  secola- 
ri, i  quali  vi  si  vogliano  ritirare  a 
farvi  per  alcuni  giorni  gli  esercizi 
spirituali  sotto  la  loro  direzione. 
Benché  quelli  eh'  entrano  in  que- 
sta congregazione,  dopo  due  anni 
di  noviziato  facciano  quattro  voti 
semplici,  di  povertà,  di  castità,  di 
obbedienza  e  di  perseveranza  o  per- 
petuità, da'quali,  come  si  è  detto, 
non  possono  essere  dispensali  che 
dal  Papa  o  dal  superiore  generale 
ntll'atlo  della  dimissione,  giusta  i 
decreti  di  Alessandro  VII  e  Bene- 
detto XIV,  appartengono  nondime- 
no al  corpo  del  clero  secolare,  e 
Iprp  ti    de^uno    perciò  il    nome    di 


M  1  S 
Signori  della  missione.  Esercitano 
tutti  i  ministeri  dell'  istituto,  che 
riguardano  i  prossimi,  coli' appro- 
vazione e  licenza  degli  ordinari  dei 
luoghi,  e  nelle  missioni  non  fanno  co- 
sa alcuna  senza  il  consenso  de'parro- 
chi.  Sono  governati  da  un  superiore 
generale  residente  nella  nuova  casa  di 
Parigi,  ch'è  perpetuo,  essendo  ora  il 
lev.nio  f\  (ìio.  Battista  Etienne,  e 
procuratore  generale  residente  in 
Roma  nella  casa  della  Missione  il 
rev.mo  d.  Simone  Ugo.  Vestono  qua- 
si come  i  preti  secolari,  laonde  po- 
co da  essi  si  distinguono,  forse  dal- 
la forma  del  collare,  e  prima  da 
un  ciuiretto  di  barba  che  portava- 
no sul  mento,  riportandone  la  figura 
il  p.  Bonanni  nel  Calai,  degli  ord. 
religiosi  p.  43. 

La  congregazione  della  missione 
si  è  largamente  diffusa.  JNegli  ulti- 
mi del  secolo  passato  i  missionari 
avevano  più  di  ottanta  case,  divise 
in  nove  provincie,  come  di  Sciam- 
pagna, di  Poitou,  d'  Aquitania,  di 
Lione.  d'Italia,  di  Polonia,  ec.  Al 
presente  la  congregazione,  oltre  la 
nuova  casa  di  Parigi  ed  altre  in 
Francia,  ben  venti  e  più  case  ha 
in  Italia,  molte  in  Polonia,  altre  in 
Ispagna  ed  in  Portogallo.  Anche 
fuori  d'  Europa  conta  stabilimen- 
ti,  cioè  diversi  nel  Levante,  a 
Smirne,  Santorino,  Naxia  ,  Saio- 
nicchi,  con  Costantinopoli.  In  A- 
sia  ha  le  missioni  di  Peckino  , 
Nanckino,  Tche-kiung-kiang-si,  e 
Mongolia,  tutte  nella  Cma.  Più  le 
missioni  di  Damasco,  d'  Aleppo,  di 
Antura,  di  Tripoli,  di  Siria  e .  di 
Persia.  In  Africa,  Abissinia,  Sen- 
nar,  Alessandria  ed  Algeri.  In  Ame- 
rica le  missioni  del  Texas,  case  nel 
Brasile,  un  noviziato  negli  Stati  Uni- 
ti, due  collegi,  sei  seminari  vescf)- 
\ili,  ed  Qltu  altre  case  e  t  csidenze. 


MIS 

Da  pochi  anni  l' istituto  si  è  inlm- 
dotto  anche  in  Irlanda,  e  vi  ope- 
ra un  gran  bene.  Qggi  ai  degni  snoi 
alunni  è  altresì  aflldata  la  difficile 
prefettura  ócW  Etiopia  (Fedi),  al 
(piale  articolo  parlammo  della  de- 
putazione di  etiopi  a  Gregorio 
XVI,  accompagnata  dal  prefello  d. 
(Giuseppe  de  Jacobis.  Di  questa 
congregazione  trattarono  gli  sto- 
rici degli  ordini  religiosi,  e  nell'an- 
no i8i5  fu  stampato  il  libro  : 
De  privdegiis  et  indulgentiis  con- 
gregationis  Missionis.  Questa  con- 
gregazione non  venera  sugli  altari 
che  il  solo  fondatore,  tuttavia  es- 
sendosi da  Gregorio  XVI  recente- 
Dienle  introdotta  presso  la  congre- 
gazione de'riti  la  causa  di  cinquan- 
ta martiri  delia  Cina  e  Tonkino, 
si  è  aperto  l'adito  alla  canonizza- 
zione di  due  di  questo  numero 
ciie  appartengono  al  medesimo  i- 
stituto  .  Il  primo  è  il  sacerdote 
Francesco  Clet,  martirizzato  nel 
1820,  e  l'altro  Gabriele  Perboy- 
re,  giovane  sacerdote  che  sosten- 
ne il  martirio  agli  i  i  settembre 
1840  (Gregorio  XVI  ne  appese  il 
ritratto  dipinto  a  olio,  che  ricevet- 
te da  Parigi,  nelle  pareti  della  ca- 
mera ove  esalò  lo  spirito  a  Dio), 
così  avrebbe  pure  potuto  promo- 
vtrsi  ne'  tempi  trascorsi  la  causa  di 
molti  altri,  che  per  la  santità  della 
loro  vita,  o  per  la  generosità  del- 
la loro  morte  sostenuta  fra  i  tor- 
menti per  la  fede  di  Gesù  Cristo, 
ne  furono  reputati  degni.  Essa  die- 
de anche  molti  uomini  illustri  per 
santità  di  vita,  dignità  ecclesiasti- 
che e  dottrina ,  non  che  scrittori 
(Ji  opere  teologiche  e  morali,  tra  i 
quali  si  distinse  tra  i  francesi  Pie- 
tro Collet  rinomato  continuatore 
della  teologia  di  Tornely,  e  tra  gli 
italiani  Francesco  Giortjanini  ^i^lo- 


MIS  a33 

re  di  varie  opere,  tra  le  quali  ri- 
scosse somma  approvazione  la  sua 
istruzione  ai  novelli  confessori,  ri- 
stampata più  volle,  ma  solo  nell'ul- 
tima fatta  in  Roma  col  suo  nome. 
Ebbe  la  congregazione  fino  dai 
primi  tempi  molli  arcivescovi  e  ve- 
scovi ;  tra  i  defunti  nomineremo 
alcuni  degli  ultimi.  Fenaia  patriar- 
ca di  Costantinopoli,  e  vicegerente 
di  Roma,  morto  a  Parigi  deporta- 
to nel  18 12  ;  Giuseppe  Scarabelli 
vescovo  di  Sarzana  ;  Giuseppe  de 
Fulgure  arcivescovo  di  Sorrento  ; 
Pietro  Balducci  vescovo  di  Fabria- 
no e  Matelica  ;  e  Giuseppe  Rosati 
di  Sora,  che  dopo  aver  sostenuta 
l'opera  della  religione  negli  Slati- 
Uniti  d' America,  governò  la  vasta 
diocesi  della  Nuova  Orleans,  fatto 
vescovo  in  partihus ,  e  poscia  dopo 
la  divisione  ,  quella  di  s.  Louis  ; 
fu  l'anima  de'  sinodi  diocesani  e 
provinciali  di  quelle  parti,  incari- 
cato d'  una  singoiar  missione  apo- 
stolica di  Gregorio  XVI  alla  re- 
pubblica di  Haiti,  laonde  come  ve- 
scovo di  s.  Louis  [Fedi),  a  quell'ar- 
ticolo parlammo  delle  sue  singo- 
lari qualità,  coll'autorità  de'  Diari 
del  1843,  e  non  del  i845,  come 
per  errore  di  stampa  ivi  si  leg- 
ge. Tra  i  viventi,  i  vescovi  di  Con- 
cordia e  Conversano,  fatti  da  Leo- 
ne XII  ;  quelli  di  Oria  ,  Ugen- 
to  ,  Tricarico  e  Nardo  ,  fatti  da 
Gregorio  XVI ,  fra*  quali  spicca 
quello  di  Ugento  monsignor  Bruni 
per  varie  sue  opere  date  alle  stam- 
pe. Oltre  questi  Ja  congregazione 
della  missione  ha  avuto  vari  ve- 
scovi nella  Cina,  e  di  presente  più 
vicariati  apostolici  istituiti  da  Gre- 
gorio XVI  sono  nelle  roani  de' ve- 
scovi di  questo  istituto.  Inoltre  essi 
hanno  due  vicari  apostolici  in  Mon- 
golia   ed  iu  Ilonan,    cioè  i  iiion&i> 


234  M  I  S 

gnori  Giuseppe  Marziale  Monly  ve- 
scovo di  Fessula,  e  Gio.  Enrico  Bal- 
tliis  vescovo  di  Zoara,  ambedue  no- 
minati da  Gregorio  XVF;  monsig. 
Gio.  Maria  Odin  da  Gregorio  XVI 
fàlto  nel  i84i  vescovo  di  Claudiopo- 
li  e  vicario  apostolico  del  Texas  in 
America  ;  e  monsignor  Pietro  Paolo 
Trucchi  già  superiore  delia  casa  di 
Roma,  fatto  vescovo  d'  Anagni  dal 
regnante  Pio  IX  a*  25  settembre 
1 846.  La  congregazione  di  s.  Vin- 
cenzo de  Paoli  ha  dato  alla  Chiesa 
innumerabiii  operai  apostolici,  che 
tra  gli  eretici  ed  infedeli  versarono 
sudori  e  sangue.  Ne  diede  l'esem- 
pio lo  stesso  fondatore,  di  cui  esi- 
stono le  lettere  scritte  dalle  coste 
dell'  Africa  settentrionale  e  dall'  i- 
sola  di  Madagascar.  La  congre- 
gazione della  missione,  in  Roma  ha 
le  line  seguenti  chiese,  con  case 
contigue. 

Ciiitsa  della  ss.  Trinità  della 
Mìssioìit:,  a  Monte  Citorio,  nel  rio- 
ne III  Colonna,  presso  la  curia  In- 
uocenziana.  Disopra  dicemmo  del- 
la sua  origine  nel  secolo  XVII,  e 
del  suo  ingrandimento  nel  XVIII, 
laonde  qui  aggiungeremo  che  la 
chiesa  fu  eretta  nel  recinto  della 
casa  di  Monte  Citorio  fino  dal 
primo  ingresso  de' missionari,  in 
conformità  delle  disposizioni  del- 
la fondatrice  duchessa  d'Aiguillon  ; 
ma  ({uesta  chiesa  nel  corso  degli 
anni  domandò  una  sostituzione,  sic- 
come piccola  e  disadorna;  fu  quin- 
di edificata  la  nuova  chiesa  per  le 
ragguardevoli  elargizioni  del  cardi- 
nal Lanliedini.  Il  disegno  della  rie- 
dificazione è  del  sacerdote  della 
Torre,  già  supcriore  della  casa  an- 
nessa, nel  cui  interno  trovasi,  ed  è 
la  chiesa  di  graziosa  forma.  JNella 
prima  cappella  a  mano  destra,  en- 
truudu  iu  chiesa,  si  osserva  il  qua- 


MIS 
dro  con  s.  Francesco  di  Sales  e  s. 
Giovanna  Fremiot  di  Chantal,  ope- 
ra di  Yien.  Quello  della  seconda 
cappella  rappresenta  la  sacra  Fami- 
glia dipinta  dal  Roltari.  L'altare 
della  terza  ha  un  dipinto  di  Sal- 
vatore Monosil  io,  esprimente  la  Con- 
versione di  s.  Paolo.  Il  quadro  del- 
l'altare maggiore  è  pittura  del  cav. 
Sebastiano  Conca,  il  quale  vi  figu- 
rò la  ss.  Trinità  ed  altre  imma- 
gini: i  due  quadri  laterali,  e  l'al- 
tro della  sacristia  furono  eseguili 
da  Aureliano  Milani.  Il  nominato 
Monosilio  colori  l'Assunta  nell'al- 
tare della  prima  cappella  a  sinistra, 
presso  il  memorato  principale;  co- 
me il  Milani  è  autore  del  s.  Vin- 
cenzo de  Paoli  nell'altare  della  se- 
guente cappella;  in  quello  poi  del- 
la tei'za  Pietro  Perotli  elligiò  s. 
Filippo  Neri.  Va  però  avvertito 
che  l'altare  di  s.  Vincenzo,  per  l'im- 
pegno del  lodato  prelato  Trucchi 
fino  da  quando  era  superiore,  e  di 
generosi  ragguardevoli  divoti,  in  pò- 
chi  mesi  fu  nobilmente  abbellito  e 
fatto  ricco  ed  adorno  di  marmi  , 
bronzi  ,  dorature  e  pitture  nella 
cappella,  giusta  il  disegno  dell'ar- 
chitetto lienedelti  ,  gli  ornati  ia 
gesso  e  metallo  del  Martinoli,  i 
lavori  in  iscagliola  dell'  Urtis,  e  gli 
affreschi  del  professore  Agneni.  Se 
ne  legge  l'interessante  descrizione 
nel  Diario  di  Roma  1847,  num. 
5S,  e  che  a' 18  luglio  fu  consagra- 
to dal  vescovo  promotore  di  sì 
magnifica  ed  elegante  opera,  poco 
dopo  recandosi  a  celebrarvi  la  mes- 
sa della  dedicazione  il  Pontefice 
Pio  IX,  come  sull'altare  maggiore 
avca  fatto  Benedetto  XI Vj  e  poi 
ascoltò  quella  di  un  suo  cappel- 
lano segreto.  Questo  silo  dovea 
essere  compreso  nel  foro  di  An- 
louiuo    Pio,    giacché    ucl  giurdiuj 


MIS 
di  quesla  casa  della  Missione,  nel 
1705  fu  trovata  sotto  terra  la  Co- 
lonna d'Antonino  stesso,  ed  il  suo 
magnifico  piedistallo  :  di  questo 
parleremo  a  Palazzo  Vaticano  , 
dicendo  del  giardino  ove  esiste^  re- 
staurato da  Gregorio  XVF,  e  della 
colonna  ne  se  fece  parola  nel  voi. 
XIV,  p.  3i3  del  Dizionario.  Nel- 
la prima  domenica  dopo  la  Pente- 
coste, nella  chiesa  vi  si  celebra  la 
festa  titolare  della  ss.  Trinità.  Quel- 
la di  s.  Vincenzo  de  Paoli  ai  ig 
luglio,  con  cappella  cardinalizia, che 
descrivemmo  nel  voi.  IX,  p.  143 
del  Dizionarioj  ed  in  ogni  qua- 
driennio il  senato  romano  vi  fa 
l'oblazione  del  calice  d' argento  e 
quattro  torcie  di  cera  :  talvolta  vi- 
sitarono in  tal  giorno  la  chiesa  i 
Pontefici,  come  fece  Gregorio  XVI, 
al  mododelto,  pel  centenario  del- 
la canonizzazione,  nella  quale  occa- 
sione pel  solenne  triduo  fu  permes- 
so l'accesso  in  chiesa  alle  donne, 
essendo  ad  esse  vietato  quale  inter- 
na nella  casa  religiosa.  Da  ultimo 
vi  fu  pure  il  regnante  Pio  IX  nel 
1846,  ascoltandovi  la  messa  cele- 
brata da  un  suo  cappellano  segre- 
to, indi  ammettendo  nell'oratorio 
interno  benignamente  al  bacio  del 
piede  tutti  gl'individui  della  reli- 
giosa comunità. 

In  questa  chiesa  da  alcuni  an- 
ni gli  aggregati  alla  pia  opera  di 
s.  Vincenzo  de  Paoli  sono  soliti 
nel  giorno  della  festa  ad  interve- 
,  nirvi  e  farvi  la  santa  comunione. 
La  società  di  s.  Vincenzo  de  Pao- 
li istituita  a'nustri  giorni,  e  nell'an- 
no i833  in  Parigi  per  soccorrere 
gì'  indigenti,  propagata  mirabilmen- 
te in  Francia,  si  stabilì  in  Roma 
nel  1842,  ove  il  cardinal  Patrizi 
vicario  con  editto  dell'aprile  1842 
rie  approvò    ed   encomiò    lo    scopo 


MIS  i2% 

e  le  regole  da  praticarsi.  Ecco  co- 
me il  sacerdote  eh.  don  Domenico 
Zanelli  (questi  nel  1842  pubblicò 
in  Roma,  Fila  del  missionario  Già. 
Gabriele  Perboyre  martirizzalo  nel- 
la Cina  )  la  descrive  nel  numei-o 
12  del  Diario  di  Roma  i843. 
"  Costituita  da  persone  quasi  tutte 
indipendenti  per  la  loro  fortuna, 
diretta  da  uomini  stimabili  e  per 
le  loro  virtù  e  per  la  loro  sociale 
posizione,  approvata  e  protetta  da 
Gregorio  XVI,  la  società  di  s.  Vin- 
cenzo volge  le  sue  cure  a  soccor- 
rere il  poverello,  a  visitare  l'in- 
fermo e  il  prigioniero,  ad  ammae- 
strare il  fanciullo,  a  consolare  il 
sofferente  negli  ospedali,  a  ricovera- 
re l'orfanello.  E  siccome  l' uomo 
non  vive  di  solo  pane,  così  la  ca- 
ritatevole società  a  lato  delle  sof- 
ferenze visibili  de'corpi,  contempla 
ancora  le  piaghe  invisibili  e  non 
meno  pericolose  dell'anima;  alla  li- 
mosina ha  congiunto  un  altro  bene, 
che  non  puossi  dire  abbastanza  am- 
mirabile, ed  ha  voluto  che  i  suoi 
membri  andassero  a  sedersi  sotto 
l'umile  tetto  delle  povere  famiglie, 
e  là  conversassero  con  esse,  rac- 
contassero i  benefizi  della  religio- 
ne, conservassero  la  fede  in  chi  la 
possiede,  la  rianimassero  ne'deboli, 
e  la  risuscitassero  dove  fos.se  estin- 
ta. Con  ciò  si  ottengono  ravvedi- 
menti, veggonsi  santificati  illeciti 
matrimoni,  richiamate  al  pudore 
traviate  giovani,  preparati  alla  fe- 
lice morte  ostinali  e  ciechi  colpe- 
voli. Ma  poiché  per  esercitare  sì 
belle  opere  di  carità  spirituale  e 
temporale  sono  nece.s.sari  mezzi  pe- 
cuniari, la  società  pertanto  stabili- 
va che  i  suoi  membri  avessero  a 
contribuire  con  elemosine  periodi- 
che e  proporzionate  alla  loro  for- 
tuna; quindi  a  misura   che    vanno 


736  MIS 

f»  moltiplicarsi  i  membri,  «ia  atti- 
vi, sia  conti  ibiienti,  la  società  rad- 
doppia i  suoi  mezzi  con  che  prov- 
vedere ai  bisogni  del  poverello.  E 
questa  operosa  unione  nelle  sue  set- 
luuanali  coufereir/.e  rende  conto  del 
suo  operalo,  e  al  cadere  dell'  anno 
dà  un  pubblico  rendiconto.  Il  clie 
111  cominciato  a  fare  anche  la  so- 
cietà romana;  e  ciò  fu,  sono  po- 
chi giorni,  nella  chiesa  di  s.  Clau- 
.iio  de' borgognoni  (ivi  fu  istituita 
nel  i83tJ,  e  ne  parlammo,  come  an- 
cora di  quella  di  Francia,  nel  volu- 
me XKVI,  p.  229  e  23o  del  Di- 
z'oiKtrio)  alla  presenza  del  cardinal 
vicario  e  di  altri  cospicui  perso- 
naggi, nella  qual  circostanza  fece 
li  suo  rendiconto  anche  la  società, 
o  dirò  meglio  la  conferenza  fran- 
cese, nata  a  benefizio  degli  stranieri 
Ira  noi  dimoranti,  qualche  mese 
prima  della   romana  ". 

Chiesa  di  s.  SiL'estro  al  Quiri- 
nale, nel  rione  li  Trevi,  presso 
i'antico  P^ico  de'  Co  rudi  y  ed  il  luo- 
go ove  il  famoso  letterato  greco 
Ciiovanni  Lascaris  apri  un  collegio 
di  gioventù  per  istruirla  nelle  scien- 
ze e  nelle  lettere  greche,  ciò  che 
ricordammo  ne' voi.  XIV,  p.  170, 
e  XXXVllI,  p.  45  del  Dizionario. 
\h\\  Martinelli,  Roma  ex  elhiiicu 
sacra  p.  3o4,  ii  iia  che  la  chiesa 
era  parrocchiale  in  cura  di  pochi 
veligiosi  domenicani,  e  noi  aggiun- 
geremo di  j'us  patronato  con  la 
ciis.i  annessa  della  famiglia  Sforza- 
Cesarini,  per  cui  il  cardinale  Gui- 
do Ascanio  Sforza  de'conti  di  s.  Fio- 
ra a'i3  novembre  i555  la  cede 
a  Paolo  IV  in  favore  de'  teatini, 
de'(|uali  il  Papa  era  confondato- 
re, ed  il  18  ne  presero  possesso 
i  religiosi ,  laonde  i  diritti  par- 
rocchiali furono  trasferiti  nella  vi» 
(:ÌMa   chitJiU    Uè'  i>s.  A^)usluli.    ^'«1^4 


MIS 

il  Venuti,  Roma  moderna  p.  149, 
che  J  teatini  coll'aiuto  di  persone 
pie  accrebbero  e  resero  comoda 
la  loro  abitazione  (ove  Paolo  IV 
tenne  più  concistori  ,  al  dire  di 
Boinbelli  t.  I,  p.  73  delle  Imma- 
gìni  coronale),  e  rinnovarono  ia 
chiesa  con  buone  cappelle,  marmi, 
pitture  e  soihtto  dorato  a'  tempi  di 
Gregorio  XIll.  1  teatini  vi  stabili- 
roi»o  il  noviziato,  con  buona  libre- 
ria ed  ameno  giardino,  da  dove  si 
gode  la  veduta  di  tutta  la  città. 
Allorché  sotto  Alessandro  VII  la 
peste  afflisse  Roma,  Adriano  Velli 
maestro  di  camera  dell'ambasciato- 
re di  Spagna  tramò  una  congiura, 
di  ilar  fuoco  a  tutti  i  fenili ,  sac- 
cheggiare la  città,  ed  imprigionare 
il  Papa  e  Cristina  regina  di  Svezia 
per  aver  essa  licenziato  le  guardie 
spagnuole.  Alessandro  VII  di  ciò 
spaventato,  voleva  rinchiudersi  con 
cancellij  e  niettere  tutti  i  cardina- 
li in  questa  casa  di  s.  Silvestro, 
ove  furono  scoperte  molte  armi  da 
fuoco.  Nel  1800  la  chiesa  e  la  ca- 
sa passò  in  dominio  de' sacerdoti 
dell'  istituto  tlella  fede  di  Gesù, 
fondati  da  d.  Nicolò  Paccanari 
[fedi),  i  quali  vi  fecero  molti  riat- 
tamenti, mercè  i  generosi  aiuti  del- 
la piissima  loro  benefattrice  l'arci- 
duchessa Marianna  d'Austria,  che  vi 
riunì  i  ragazzi  dell'ospizio  di  Ta- 
ta Giovanni  per  la  loro  educazione. 
Inseguito  Pio  VII  nel  luglio  i8i4 
diede  la  chiesa  e  la  casa  ai  signori 
della  missione,  che  ivi  tengono  il 
noviziato,  restituendo  ai  gesuiti  la 
chiesa  e  casa  di  s.  Andrea  fino  allora 
abitata  dai  medesimi  signori  della 
missione,  rientrandovi  i  gesuiti  iu 
possesso  ne'primi  di  agosto.  Essendosi 
celebrali  nel  vicino  palazzo  Quiri- 
nale i  conclavi  per  le  elezioni  di 
J^eoue    Xll,     i'iu     YIU,    GregovJQ 


MIS 
XVI  e  Pio  IX,  il  sacro  collegio  si 
è  adunato  nel  salone  presso  la  sa- 
crestia della  chiesa  (il  quuie  salone 
serve  alla  comunità  di  refettorio,  e 
vi  si  ammira  il  celebre  qiindro  del- 
la moltiplicazione  de' pani  dipinto 
sul  muro  dal  celebre  p.  Beiti  tea- 
tino), nella  quale  passando  ne  par- 
tono i  cardinali  processionalmente 
per  fare  il  solenne  ingresso  in  con- 
clave, al  modo  descritto  nel  voi, 
XV,  p.  299  del  Dizionario  ;  men- 
tre a  p.  266  si  dice,  che  il  clero 
romano,  cioè  il  secolare  rappresen- 
talo dai  parrochi,  e  gli  ordini  reli- 
giosi mendicanti  ,  recandosi  ogni 
giorno  processionalmente  dalla  ba- 
silica de' ss.  Apostoli  al  conclave, 
tera]ina  poi  la  processione  e  le  pre- 
ci nella  stessa  chiesa  di  s.  Silvestro. 
A  questa  si  monta  per  una  scala 
a  due  branchi,  e  si  passa  nell'inter- 
no, eh' è  di  una  sola  nave  a  cro- 
ce Ialina,  per  unica  porta.  Le  pit- 
ture della  prima  cap{>ella  a  mano 
destra,  dedicale  a  s.  Silvestro  I  Papa, 
Io  rappresentano  nel  quadro  in  allo 
di  battezzare  Costantino,  e  sono  di 
Avanzino JVucci;  la  cappella  contigua 
aveva  sull'altare  un  quadretto  di 
Giacomo  Palma  veneto,  ed  ora  ha 
un  quadro  di  autore  recente,  che 
rappresenta  i  ss.  Francesco  Saverio 
e  Francesco  Borgia,  con  due  laterali 
della  stessa  mano;  gli  aiTreschi  espri- 
menti parecchi  fatli  «Iella  vita  di  Ma- 
ria, come  anche  le  figure  grandi  per 
di  fuori,  sono  lavori  del  detto  Avan- 
rino.  Il  quadro  della  terza  cappella, 
il  quale  serve  d'ornamento  ad  una 
divota  immagine  di  Maria  Vergine 
della  Catena  col  Bambino,  è  di  Gia- 
cinto Gemignani  che  vi  espresse  s. 
Pio  V  eoi  suo  nipote  cardinal  Bo- 
nelli  dello  l'Alessandrino,  ed  alcuni 
angeli  :  il  rinmnente  della  cappella  , 
dipinto  a  fresco,  è  opera  del  Ktbbia. 


MIS  237 

L'immagine  si  chiama  della  Galena, 
peichè,  come  riferisce  il  citato  Bons- 
belli.  Ira  i  miracoli  da  essa  falli,  vi 
fu  quello  di  una  persona  uscita  di 
senno,  e  dai  suoi  domestici  messa 
in  catene,  la  quale  ricnper«>  pel  suo 
patrocinio  la  sanità,  e  consagrò  ad 
essa  la  catena  con  cui  era  stata  av- 
vinta. Essa  è  djpinta  con  stile  gre- 
co, e  forse  proveniente  dall'epo- 
ca in  cui  gì'  iconoclasti  perseguita- 
rono le  sacre  immagini.  I  teatini 
la  trovarono  in  sacrestia,  indi  la 
collocarono  in  aliare  separalo,  ove 
il  capitolo  valicano  la  coronò  ai 
3i  gennaio  i65o.  JNell'allare,  della 
crocerà  vedesi  il  quadro  coi  ss. 
Gaetano  e  Andrea  Avellino,  colorilo 
da  Antonio  Ricci  detto  Barbalunga, 
nia  gli  ornamenti  della  parete  con 
arme,  figiue  ed  nitri  capricci  a. 
chiaro-scuro  sono  del  p.  Zuccolino 
teatino.  Dai  lati  dellallare  maggio- 
re furono  già  i\\\t  quadri,  in  uno 
de' quali  era  eHìgiaio  s.  Pietro  e 
nell'altro  s.  Paolo,  coloriti  ambe- 
due da  frale  Bartolomeo  da  Savi- 
gnano  ossia  s.  Marco,  domenicano, 
dello  della  Porta,  al  quale  man- 
cato il  tempo-  di  perltzionarli,  la- 
sciò il  s.  Pietro  non  finito  nello 
studio  di  Baffaello,  acciò  lo  c<in)- 
pisse,  come  si  crede  Incesse.  Questi 
quadri  ora  sono  ncll'appartamenlo 
pontifìcio  del  Quirinale.  La  volta 
innanzi  l'altare  maggiore,  dove  nel 
mezzo  è  imo  sfondato  con  alcni;i 
putlini  sopra  certe  mensole,  fu  ese- 
guita da  Giovanni  Alberti  da  5oi- 
go  s.  Sepolcro.  Sono  anche  sue  al- 
cune figure,  e  fuori  dell'arco  due 
armi;  le  altre  però  che  stanno  nel- 
la volta  con  quegli  angeli  che  ten- 
gono le  armi  Inori  dell'arco,  furo- 
no eseguite  da  Cherubino  Alberti, 
La  volla  poi  dalla  parte  del  coro 
fu   condotta  con  ornamenli    e   pio- 


2  38  MIS 

spelli  ve  del   p.  Ziiccolino,    e    le    fi- 
gure vennero    dipinte    a  fresco   da 
Giovanni   Agellio  da   Sorrento.  Nel 
fondo  del  coro  era  vi   una    Madon- 
na col  Bambino  assai  bella,  che  di- 
cevasi     di   Andrea     del    Sarto  ;    di 
presente  vi     è    un    quadro    grande 
con  ligure    al   naturale,    rappresen- 
tante   s.    Vincenzo    de    Paoli,    colle 
opere    da  lui   istituite,    dipinto    nel 
i832     da    Giovanni     Baccarini     di 
Lentinara  :   la  disputa  di  Gesù    fra 
i  dottori   da  un  lato,  è  pittura  del 
p.  Biagio  Betti  pistoiese,  copiata  da 
Leonardo    da  Vinci;  dall'  altro     la 
Madonna  e  s.  Gaetano  sono  di  Laz- 
zaro Baldi.  La  cappella  di   crocerà 
da  man  sinistra,  dopo  l'altare  gran- 
de, fabbricata  dai  Bandini  con  archi- 
tettura  di   Onorio    Lunghi,    ha   un 
quadro    grande    condotto    sulle    la- 
vagne,    rappresentante     l'Assunzio- 
ne di  Maria  coi  dodici  apostoli   ed 
angeli,  il    lutto  colorito  di    azzurri 
oltremarini  da  Scipione  Pulzone  da 
Gaeta.  I  quattro  tondi    ne'  peducci 
della  cupola  di  questa  cappella,  rap- 
presentanti Davidde,  Giuditta,  Ester 
e  Salomone,  sono  del  Domenichino, 
intagliali   più  volle  in   rame.  Le  sta- 
tue in   basso,  due  sono  dell'Algardi, 
cioè  la  Maddalena    ed  il  s.  Giovan- 
ni   evangelista;    le  altre    di  diversi 
scuhori.  Il  busto  del  cardinal  Bandi- 
ni collocalo    sul  suo  deposito    è  di 
Giuliano    Finelli  .    La    Natività    di 
Cristo  dipinta  nella  seguente  cappel- 
la da  Marcello  Venusti,  e  le  pitture 
nella   volta,  e    (juelle    dai   lati  colla 
strage  degl'Innocenti,  e  coll'angelo 
che    apparisce   a    s.   Giuseppe,  e  di 
faccia   l'Annunziata    a    fresco,  sono 
opere  di  Rad'aellino  da  Reggio.  Ma- 
riottu  Albciiinelli   fiorenlino  lavorò 
la    cappella  che   viene  dopo:    nella 
aulica    tavpla  dell'  altare  dipinse  s. 
Domenico  con  s.  Caterina  da  Siena, 


MIS 
e  Cristo,  il  quale  stando  in  braccio 
a  Maria  sposa  la  santa,  ma  que- 
st'opera non  più  esiste.  Le  due  sto- 
rie della  Maddalena  ne'Iaterali  fu- 
rono colorite  da  Polidoro  e  Matu- 
rino da  Caravaggio  con  bellissimi 
paesi;  la  volta  con  tre  storie  della 
vita  di  s.  Stefano  fu  dipinta  dal 
cav.  d'Arpino  pel  cardinal  Jacopo 
Sannesio  ivi  sepolto,  con  più  il 
detto  santo  eseguilo  a  fresco  per 
di  fuori  nella  facciata.  L'ultima 
cappella  venne  dipinta  per  intero 
da  Gio.  Battista  da  Novara.  La 
pittura  grande  sopra  la  porla  col- 
la storia  de'serpenti,  è  opera  del 
p.  Caselli  teatino,  fuorché  gli  an- 
geli coloriti  dal  p.  Filippo  Maria 
Galletti  pur  teatino  :  le  altre  pit- 
ture tra  le  finestre  sono  di  Stefano 
Pozzi.  In  questa  chiesa  sono  prin- 
cipalmente degni  di  osservazione 
due  depositi.  In  uno  riposano  le 
ceneri  del  celebre  cardinal  Guido 
Benti voglio,  che  mentre  per  senti- 
mento comune  si  voleva  Papa,  u- 
scilo  dal  conclave  cessò  di  vivere, 
e  l'eslò  quivi  per  lungo  tempo  sen- 
za memoria.  L' altro  è  il  famoso 
giureconsulto  Prospero  Farinaccio 
romano,  autore  d'opere  criminali, 
che  difese  Beatrice  Cenci,  indi  fat- 
to da  Paolo  V  procuratore  fiscale, 
per  cui  dal  di  lui  stemma  è  so- 
vrastato il  monumento.  Nella  chie- 
sa è  pure  sepolto  il  medico  Giu- 
seppe Ghislieri,  fondatore  in  Roma 
di  quelle  opere  pie  di  cui  parlammo 
a  Collegio  Guislieri,  ove  dicem- 
mo delle  zitelle  dolale  che  dove- 
vano assistere  al  suo  anniversario 
in  numero  di  quaranta,  con  an- 
nui scudi  tre  durante  la  vita  di 
ciascuna.  Tralasciate  l'esequie  pei' 
4o  anni,  secondo  il  Diario  di  Ro- 
ma (queste  esequie  non  erano  sta- 
te omesse,  ma  facevansi  nella  chic- 


MIS 
sa  di  s.  Andrea  della  Valle  de'lca- 
tini,  donde  con  vicendevole  con- 
senso di  lali  religiosi  e  presidi  del 
collegio  furono  ristabilite  nella  cap- 
pella di  questa  chiesa  ov'è  sepol- 
to il  Ghislieri),  nel  1840  furono 
ripristinate  dal  duca  d.  Scipione 
Borghese  Salviali,  qual  prolettore 
del  collegio,  che  v'  intervenne  coi 
deputali,  alunni  e  conviltori  del 
medesimo,  in  un  alle  vedove  bene- 
ficate dal  defunto.  11  miracolo  del- 
la moltiplicazione  de'pani  e  de'pe- 
sci  del  p.  Belli,  da  lui  eseguito 
con  vasta  dipintura  nel  refettorio 
de'leatini  suoi  correligiosi,  nel  1847 
fu  egregiamenle  risarcito  dal  ro- 
mano pittore  Pio  Anesi. 

MISSIONI  PONTIFICIE.  I  som- 
mi Pontefici  rivestiti  dell'augusto 
carattere  di  vicari  di  Gesù  Cristo, 
incominciando  dal  principe  degli 
apostoli  e  primo  Papa  s.  Pietro, 
sempre  con  ardente  zelo  inviarono 
per  ogni  dove  uomini  apostolici  con 
Missione  [Fedi),  ordine  e  potere 
di  predicare  e  propagare  V Evangelo 
(  Fedi),  amministrare  i  Sacramenti 
[Vedi),  e  adempiere  il  ministero 
di  tulle  le  funzioni  ecclesiastiche, 
giusta  il  coniando  del  divino  fon- 
datore della  Chiesa;  laonde  dalla 
missione  data  a  sifTalli  banditori 
dell'eterne  verità,  ne  derivò  loro  il 
nome  di  Missionari  (  Fedi),  i  quali 
dilatarono  per  tutte  le  parti  della 
terra  il  Cristianesimo  (  Pedi),  e  il 
nome  adorabile  di  Gesù.  Quanto 
i  romani  Pontefici  con  l'opera  delle 
missioni  abbiano  contribuito  e  con- 
tribuiscano all'incivilimento  del  mon- 
do, fu  l'argomento  di  dotta  e  im- 
portante dissertazione,  che  nell'ac- 
«ademia  di  religione  cattolica  les- 
se in  Pioma  il  p.  m.  Giuseppe 
Palma  carmelitano  calzato,  poi  ve- 
scovo di   Avellino,  e    di    cui    parlò 


MIS  9  3<) 

il  numero  yS  del  Diario  di  [io- 
nia 1840.  Con  essa  dimostrò  che 
la  vera  civiltà  derivò  dalla  luce  del 
vangelo,  the  divulgato  specialmente 
dai  Papi  e  dai  missionari  e  uomi- 
ni apostolici  spediti  da  loio  in  tut- 
te le  direzioni,  portò  fra  le  genti 
insieme  con  la  vera  religione  il 
miglioramento  delle  leggi  e  de'co- 
stumi.  Colla  storia  e  colle  teslimo- 
nianze  de'novatori,  detrattori  delle 
glorie  pontificie,  additò  quanto  nel 
tempo  delle  incursioni  barbariche 
del  settentrione  ben  meritarono  del- 
l' ìncivilinienlo  i  successori  di  san 
Pietro,  col  giungere  per  via  delle 
missiuni  a  .spogliare  persino  i  bar- 
bari delle  loro  feroci  costumanze,  e 
ridurre  a  poco  a  poco  l'Europa  tut- 
ta alla  moderazione  e  al  vivere 
gentile.  Dipinse  veridicamente  le 
premurose  industrie  de' Papi  nel 
proclamare  e  promovere  le  Cro- 
ciate [Fedi)  per  arrestare  il  tor- 
rente delle  orde  saracene  che  mi- 
nacciavano di  estrema  rovina  la 
nascente  civiltà  europea,  enumeran- 
do i  vantaggi  che  ne  trasse  la  re- 
ligione, il  commercio  e  le  arti, 
llaccontò  lo  scuoprinienlo  dell'  A- 
merica,  e  provò  che  l'attuale  col- 
tura di  cui  godono  quegli  abitan- 
ti, è  tutta  opera  de'missionari  in- 
viativi dai  Pontefici:  parlò  ancora 
delia  cardinalizia  congregazione  di 
propaganda  Jide  fondata  dai  Papi, 
e  ne  mostrò  la  grandezza,  l'impor- 
tanza, l'utilità,  e  descrisse  la  bene- 
fica attività  degli  operai  evangelici, 
che  muniti  di  missione  apostolica, 
discorrono  l'Africa,  l'Asia,  le  indie 
e  l'Oceanica  con  mirabile  coraggio; 
e  mentre  infondono  nelle  menti  e 
ne' cuori  parole  di  eterna  vita,  in- 
segnano ai  selvaggi  le  arti  utili,  né 
credono  di  avvilirsi  col  distendere 
all'aratro,  alla  scure,    alla    squadra 


24o  MIS 

e  all'ago  quella  mano  istessa,  con 
cui  dispensano  le  celesti  benedizio- 
ni. Analogo  all'argoraento  ci  sem- 
bra eziandio  opportuno  quanto  di- 
ce del  santissimo  e  maraviglioso 
isliluto  pontificio  della  propagazio- 
re  della  fede  per  tutte  le  parti 
del  mondo,  il  eh.  Gioberti  nel  Pri- 
mato degV  italiani  t.  I,  pag.  43» 
edizione  di  Benevento  i844;  P''"" 
"vando  ancora  con  questo  il  prima- 
to italiano,  allorché  fece  il  con- 
fronto delle  glorie  di  s.  Francesco 
Saverio,  onore  della  compagnia  di 
Gesù,  colle  conquiste  di  Napoleo- 
ne, nel  seguente  modo. 

«   Volete,  italiani,  gustare  anche 
al  dì  d'oggi   una  di  quelle  glorie  pu- 
re ed  intemerate,  che  non  turbano 
i  sonni  del    possessore,  e  non  sono 
detestate,    ne  maledette  da  nessuno? 
Una  di  quelle    glorie  che    rinfran- 
cando gli  spiriti  degli  scorati,  e  ri- 
destando in  essi    la  ragionevole    fi- 
ducia delle   proprie    forze,  possono 
sollevarli  al  riacquisto  de'beni  smar- 
riti, e  insegnar  loro  il  modo  di  ri- 
cuperarli ?  Volgetevi  alla  religione, 
la    quale    ve    ne    porgerà  i    mezzi. 
Siede  presso  il  Campidoglio  un  uo- 
mo   canuto    e   venerando ,    che  ha 
sudditi    spontanei  ed    ossequenti   in 
tutte    le  parti    del   mondo    abitato. 
Questo  sublime  vecchio  regna  colla 
sola  autorità  della    parola  sugli  a- 
iiimi   liberi  de'  suoi  soggetti,  e  sen- 
za aver  cannoni    ed  eserciti,  impe- 
ra salvando   e  benedicendo.  La  leg- 
ge ch'egli  insegna  e  promulga,  legge 
di   pace    di  amore,    di  giustizia,  di 
fratellanza,    fu    per     confessione    di 
tulli    hi  prima  fonte    di  quella  ci- 
viltà eh' è  sparsa  in  Europa,  e  per 
cui   r  Europa  sovrasta    di  prosperi- 
tà   e  di    potenza    a  tutte    le    altre 
parti   del  globo,  benché  loro  sotto- 
btia  di  gran  lunga  per    ogni   altro 


MIS 

rispetto.  Ai  piedi  del  mirabile   tcc- 
chio  fiorisce    una  congregazione    di 
uomini  cosmopolitici,  che   chiamasi 
la  Propaganda    (a  questo    articolo 
parleremo    meglio     delle  pie    opere 
sulla  propagazione   della  fede),  di  cui 
non  v'  ha  alcun  esempio  antico,  né 
moderno,    e  che    destò  la    nieravi- 
glia     e    r  invidia    del    più    illustre 
conquistatore    che    sia     vissuto     da 
molti  secoli  ;   ma  Io   scopo  di  essa 
è  di  conquistar  gli    spiriti  al  vero, 
e    alla    virtù    i    cuori,    abilitandoli 
coir  innocenza    a    godere    in    terra 
una   felicità   virtuosa,  e  a  fruire  in 
cielo  i  gaudi  della  vera  patria.  Men- 
tre   i  superbi    potentati    d'Europa 
consumano  le  loro  cure,  e  spendo- 
no sovente  un    tesoro  di  sudori    e 
di  sangue    infinito  per    provvedere 
a   volgari   interessi  o  soddisfare  alla 
loro  gretta  ambizione    acquistando 
al  loio  dominio  una  nuova  striscia 
di  terra,  la    propaganda    abbraccia 
colle  vaste  e  animose  sue  speranze 
tutto    il  genere  umano,  e  stende  i 
suoi  benefici  influssi  sino   ai  termi- 
ni   più     lontani    del    mondo.    Ella 
spedisce    a    tal  effetto    i   suoi    miti 
conquistatori,  non  ad  uccidere,  ma 
a    convertire    ed    u    mansuefare,  e 
se  occorre,  a  morir  perdonando;  e 
questi     uomini    poveri     ed    umili, 
aventi  per  insegna  una  croce  e  per 
sole  armi  la  fede  e  la  persuasione 
congiunte  ad  un'eroica  carità  e  ad 
uno  spirito   illimitato    di  sagrillzio, 
operano    spesso    quei     prodigi    che 
sono  interdetti  al  valore  de'capita- 
iii    e    degli    eserciti.   Chi    potrebbe 
descrivere   le    meraviglie    dell'apo- 
stolato? Chi  potrebbe  dipingere  a- 
dequatamente  ciò  che  v'  ha  di  bel- 
lo   e  di    grande    in    una     missione 
cattolica,  che  fra  i   trovali  cristiani 
é  forse  il   più  stupendo,  poiché  con 
mezzi  debolissimi  iu  apparenza  prò- 


MIS 
duce  gli  effetti  più  grandiosi  e  du- 
revoli ?  Qual  è  l'istituto  che  sia 
più  degno  della  considerazione  del 
filosofo,  dell'amore  e  dell' ammi- 
ia/ione  di  chi  anela  a  dilFondere 
la  civiltà,  e  ha  un  animo  benevolo 
pei*  la  famiglia  universale  de'  suoi 
fratelli  V  La  storia  coetanea  e"  in- 
segna a  che  riescano  le  spedizioni 
conquistatrici  e  trafficanti,  per  dif- 
fondere l'incivilimento  e  felicitare 
le  nazioni  barbariche  ed  infedeli, 
quando  la  cupidigia  politica  e  mer- 
cantile non  è  raffrenata  dal  sacer- 
dozio. Le  missioni  cattoliche  conver- 
tirono e  addomesticarono  la  Spa- 
gna, la  Francia,  1'  Inghilterra,  la 
Scandinavia,  la  Germania,  l'Unghe- 
ria, la  Eoemia,  la  Polonia,  e  vi 
seminarono  quella  gentilezza,  che 
ora  fruttifica  e  si  spande  sul  resto 
del  globo  ;  il  che  basta  per  rispon- 
dere a  coloro  che  le  giudicano  inu- 
tili, o  mettono  i  conquistatori  e 
i  missionari  nella  medesima  schie- 
ra. Ma  a  che  giovano  le  imprese 
guerresche  e  mercantili,  non  aiu- 
tate e  temperate  dalla  religione  ? 
Dicnnlo  le  misere  schiatte  dell'Au- 
stralia ,  della  Polinesia  (  ne  par- 
liamo a  Oceania),  dell'Africa  me- 
ridionale e  delle  due  Americhe, 
che  miseramente  si  estinguono  sot- 
to il  giogo  dispettoso,  o  la  fllantio- 
pia  impotente  ed  improvvida  dei 
nuovi  occupalori.  Chi  può  dubita- 
re, che  i  miracoli  delle  antiche 
missioni  non  si  rinnoverebbero  , 
quando  si  rimettesse  in  piedi,  e 
largamente  e  sapientemente  si  or- 
dinasse questo  mezzo  potente  di 
civiltà,  e  il  concorso  dei  principi 
e  dei  popoli  non  mancasse  allo  ze- 
lo della  Chiesa?  " 

Della    propagazione  dell'evangelo 
ne  parliamo  agli  articoli  riguardan- 
ti    parti    del    globo,    stali,    regni, 
YOt.    XLv. 


MIS  9.4 1 

nazioni  ,  sedi  vescovili  si  esistenti 
che  non  più  esistenti,  con  che  ho 
la  religiosa  consolazione  di  avere 
riempito  vm  significante  vuoto,  con 
quella  faticosa  e  penosa  brevità 
che  esige  un  vasto  Dizionario,  non 
solo  all'episcopologio  cattolico,  an- 
co delle  regioni  degli  eterodossi  o 
d'infedeli,  ma  ad  una  quasi  geografia 
cattolica  romana  sino  ai  nostri  memo- 
rabili tempi  feracissimi  di  avveni- 
menti politico-religiosi;  ed  eziandio 
di  avere  supplito  a  quanto  in  gran- 
de nel  secolo  passato  erasi  proposto 
voler  compilare  il  celebre  cardinale 
Garampi,  come  dissi  altrove  ,  cioè 
dell' 0/'/>;y  chrislianus,  ossia  Episco- 
pologio  universale ,  i  cui  materiali 
radunati  da  quel  dottissimo  si  con- 
servano in  innumerevoli  schede  nel- 
l'archivio segreto  della  Sede  aposto-* 
lica;  sebbene  dal  1792,  in  cui  mo- 
ri l'illustre  porporato,  ad  oggidì^ 
lutti  sanno  come  le  nozioni  storico- 
geografiche  siensi  immensamente  au- 
mentate, e  la  diffusione  del  van- 
gelo meravigliosamente  per  tante 
successive  benemerite  missioni  sia 
penetrata  in  tante  e  nuove  regio- 
ni, onde  s'istituirono  un  grandissimo 
numero  di  sedi  vescovili,  di  vica- 
riati apostolici  ,  e  di  prefetture  di 
pontificie  missioni,  e  principalmen- 
te da  Gregorio  XVI.  Quanto  alle 
missioni  j  a  tale  articolo  dice  il 
Bergier,  che  da  un  secolo  si  fece 
in  Roma  lo  Slato  presente  della 
chiesa  romana  in  tulle  le  parli  del 
mondo,  cioè  una  relazione  partico- 
larizzata  delle  missioni  stabilite  nei 
diversi  paesi  dell'universo,  scritta 
per  comando  d'Innocenzo  XI  (deve 
dire  Clemente  XI,  la  posseggo ,  e 
ne  parlai  nel  volume  XV!,  pag. 
259  del  Dizionario  ed  altrove)  ;  ed 
aggiunge  essere  tale  libro  assai  ra- 
ro e    curioso.    Laonde  per    non  ri* 

16 


24«  MÌS 

pelere  quanto  vado  narrando  agli 
indicati  innumerevoli  luoghi,  qui  mi 
limiterò  riunire  alcune  generiche  e- 
rudizioni  sulle  missioni  ,  mentre 
delle  benemerite  istituzioni  dei  se- 
minari delle  Missioni  straniere  di 
Parigi  e  d'Irlanda,  ne  tratterò  a'due 
seguenti  articoli. 

L'apostolico  zelo  de'sommi  Ponte- 
fici che  con  amore  di  veri  padri  e 
pastori  hanno  avuto  sempre  a  cuore  di 
eseguire  il  divino  comando  nella  pre- 
dicazione del  vangelo,  come  di  ricon- 
durre all'ovile  di  Cristo  le  pecorelle 
smarrite,  non  lasciò  diligenza  alcuna 
per  riunirle  alla  Chiesa,  mercè  del 
divino  Spirito  che  loro  regge  e 
governa.  Appena  s.  Pietro  si  recò 
in  Roma  a  predicarvi,  la  fede  ed  a 
fondarvi  la  cattedra  apostolica,  inco- 
minciando r  opera  delle  missioni, 
che  i  suoi  successori  non  hanno 
giammai  intermessa,  inviò  i  suoi 
compagni  e  discepoli  per  tutta 
Pltalia  per  farvi  conoscere  Gesù 
Cristo;  quindi  colla  vera  religione 
si  riformarono  le  leggi  conformi  a 
quelle  del  vangelo ,  ed  all'ombra 
della  salutifera  croce  germogliò  la 
pianta  preziosa  della  vera  civiltà, 
formandosi  la  società  cristiana  nel 
centro  del  paganesimo,  e  sostenen- 
dosi poscia  in  mezzo  alle  barbarie. 
Tralasciando  dunque  di  dire  in  detta- 
glio, come  successivamente  i  Pontefi- 
ci spedirono  nei  primi  secoli  per  ogni 
parte  missioni  nella  Francia  o  Gal- 
lia,  nella  Germania,  Spagna,  Inghil- 
terra, Irlanda,  Scoziaj  in  Carinlia, 
ai  fiamminghi,  schiavoni,  sassoni, 
svedesi,  moravi,  boemi,  bulgari,  da- 
nesi, polacchi,  russi,  ungheri  ed  al- 
tri; non  che  in  Asia  e  Africd  e 
più  tardi  in  America,  e  negli  ulti- 
mi tempi  nell'Oceania,  poiché  se 
ne  tiatta  ai  loro  luoghi  ;  solo 
rimarcheremo    che    dovunque     gli 


MIS 

uomini  apostolici  stabilirono  la  fe- 
de cristiana  sulle  rovine  dell'  i- 
dolatria,  e  la  civiltà  nel  seno  del- 
la barbarie.  Quindi  goti,  unni,  bor- 
gognoni, franchi,  longobardi  ed  altre 
nazioni,  emendarono  le  loro  legqi 
sullo  spirito  del  vangelo,  Videsi  allo- 
ra accadere  quel  prodigioso  cambia- 
mento, ch'eccitò  l'ammirazione  e  lo 
stupore  degli  storici,  poiché  coll'effì- 
cacia  della  divina  parola  degl'  in- 
viati dai  Papi,  in  pochi  anni  riu- 
scirono a  persuadere  l'umilia  all'or- 
goglio, la  castità  alla  lascivia,  la 
misericordia  alla  ferocia,  la  libera- 
lità alla  rapina,  ia  pazienza  all'al- 
terigia, il  perdono  delle  offese  al 
risentimento,  il  rispetto  e  l'amore 
alle  inimicizie  ;  a  far  proscrivere 
la  poligamia,  l'adulterio,  il  suicidio, 
le  uccisioni,  gli  spettacoli  crudeli  e 
i  sacrifizi  umani.  Furono  così  feli- 
ci e  prodigiosi  i  successi  delle  mis- 
sioni, che  gli  stessi  nemici  di  esse  non 
han  potuto  non  riconoscere  e  con- 
fessare la  benefica  influenza  de*  mis- 
sionari sul  vero  inciviliinento.  Il  so- 
lo cristianesimo  contribuì  a  tanti 
sorprendenti  cauibiauienti,  ed  i  Pon- 
tefici colle  loro  missioni  seppero 
produrli  completamente  ,  venendo 
per  ciò  addolcili  e  migliorali  i  co- 
stumi degli  uomini,  dando  le  vere 
idee  del  diritto  pubblico  e  privalo 
d'Europa,  fondamento  di  una  so- 
cietà veramente  incivilita.  Immensi 
poi  furono  i  vantaggi  prodotti 
dalle  crociate,  con  che  si  arresta- 
rono i  formidabili  progressi  de'sa- 
raceni,  ed  un  chiaro  scrittore  le 
chiamò  missioni  corporali.  JNè  om- 
misero  i  Papi  ad  un  tempo  di 
risvegliar  il  cristianesimo  ne'popoli 
soggiogati  dai  seguaci  di  Maomet- 
to, anche  per  mezzo  del  clero  re- 
golare e  de 'monaci. 

JNci    primi  anni  del   secolo  XIII 


MIS 
fondandosi  nuovi  ordini  religiosi, 
questi  somminisliarono  innumerahili 
missionari  che  con  eroismo  e  petto 
sacerdotale  incontrarono  stenti  e 
tnnrtirio  per  divulgare  l'evangelo, 
massime  i  domenicani  ed  i  fiance- 
scani,  i  pritni  spediti  da  Gregorio 
IX  nell'Asia,  i  secondi  da  Onorio 
HI  già  mandali  nella  Grecia',  Siria 
ed  Egitto,  quindi  da  Innocenzo  IV 
in  Tartaria.  Sotto  questo  Papa  eb- 
be origine  quella  sacra  lega  de'do- 
menicani  e  francescani,  chiamata  la 
società  de'pellegrini  di  Cristo,  di 
cui  parlammo  nel  voi.  XXVI,  p. 
96  del  Dizionario,  la  quale  scorre- 
va per  l'oriente  e  pel  settentrione 
a  portar  la  luce  della  verità  ai 
gentili  e  idolatii,  agli  eretici  ed  agli 
scismatici,  rinnovata  poi  ne'ponti- 
cati  di  Giovanni  XXII,  Gregorio 
XI,  Urbano  VI,  e  Bonifacio  IX; 
ed  agli  articoli  degli  ordini  e  con- 
gregazioni religiose  si  dice  delle 
missioni  loro  affidale  tlai  Papi,  co- 
me di  quelle  che  hanno  per  subli- 
me fine  la  redenzione  degli  schiavi. 
Inoltre  Giovanni  XXIl  concesse  ai 
francescani  la  giurisdizione  episco- 
pale nei  luoghi  ove  non  si  trova- 
no vescovi  cattolici  ;  e  inviò  mis- 
sionari a  predicar  l'evangelo  tra 
gl'infedeli  che  gran  danno  aveano 
recato  nell'oriente  al  cristianesimo. 
Leone  X  e  Adriano  VI  inviarono 
missionari  in  America,  ed  instituen- 
dosi  indi  i  teatini  ed  altri  chierici 
regolari,  anche  ad  essi  furono  asse- 
gnate missioni.  Nel  nuovo  mondo 
Ira  i  primi  banditori  del  vangelo 
vediamo  i  mercedari,  i  francescani, 
anche  cappuccini,  i  carmelitani  ed 
altri  molti  religiosi,  come  i  dome- 
bìcbdì,  con  immenso  frutto  di  conr 
versioni  e  d'incivilimento,  derivato 
dallo  zelo  dei  Papi  che  mandarono 
missionari  anche  in  altre  regioni. 


MIS  243 

Per  non  dire  di  tutti.  Paolo  III 
spedì  i  gesuiti  nel  Giappone  e 
nelle  Indie  orientali,  i  quali  poi  pe- 
netrarono anche  nella  Cina,  ove 
dicesi  erano  stati  prevenuti  in  qual- 
che  parte  dai  domenicani.  Il  Papa 
s.  Pio  V  emanò  diversi  decreti  ri- 
guardanti la  facoltà  e  giurisdizione 
de'missionari,  e  la  cura  delle  ani- 
me. Gregorio  XIII,  assai  benemeri- 
to delle  missioni,  ebbe  la  gloria  di 
vedere  a'suoi  piedi  gli  ambasciatori 
di  tre  principi  giapponesi,  in  me- 
moria di  che  fu  coniata  una  me- 
daglia coir  epigrafe  :  Ab  regibus 
japonior.  prima  ad  Rom.  Pont, 
legnlio  et  obedienlia  .  Clemente 
Vili  prese  parti  colar  cura  del- 
la promulgazione  del  vangelo ,  ia 
che  si  dislinse  ancora  Paolo  V. 
Il  successore  Gregorio  XV  ebbe  il 
vanto  immortale  d'istituire  nel  iG-za 
la  Congregazione  di  propaganda 
fide  [Fedi),  assoggettando  ad  essa 
tulli  i  collegi  già  istituiti,  o  che 
si  fondassero  in  seguito  collo  sco- 
po delle  sante  missioni  per  tutto 
il  mondo.  Questo  grandioso  stabi- 
limento fu  continuato,  accresciuto 
ed  arricchito  di  privilegi  e  fondi 
cospicui  da  altri  Papi ,  cardinali, 
ed  altre  pie  persone  ;  essendo  la 
congregazione  incaricata  di  provve- 
dere ai  diversi  bisogni  delle  mis- 
sioni, ai  mezzi  di  farle  riuscire  be- 
ne e  dilatarle.  Quale  e  quanto 
sia  immensamente  vasta  la  giu- 
risdizione di  propaganda  in  tutto  il 
mondo,  cioè  ne'  paesi  degl'idolatri, 
degl'infedeli,  degli  eterodossi  o  di 
culto  misto,  si  può  vederlo  nel  voi. 
XVI,  p.  24B  e  seg.,  ove  produ- 
cemmo il  catalogo  òtvi<^ariaÌL  ape- 
stolici  e  prefetture  apostoliche  che 
ne  dipendono  in  Africa,  America, 
Asia,  Europa  ed  Oceania,  cui  suc- 
cede il  novero    de'  patriarcati,  arci- 


244  M I  s 

\escovali  e  vescovati  a  propaganda 
soggelli  e  successivamente  aiiaien- 
tali  .  11  novero  pure  aumentalo 
dei  FicariaU  e  Prefetture  [ledi), 
si  leggerà  meglio  a  tali  articoli,  nei 
quali  indiclieremo  ove  sono  riportale 
le  notizie  di  quelli  che  non  hanno 
speciali  articoli.  Urhano  Vili  fon- 
dò il  celebratissitno  Collegio  Urba- 
no [Fedi],  da  cui  uscirono  eccel- 
lenti missionari  di  tutte  le  nazioni, 
e  tuttora  fiorisce  grandeoiente:  que- 
sto collegio  apostolico  è  destinato 
a  mantenere  ed  istruire  un  rag- 
guardevole numero  di  giovani  di 
diverse  nazioni,  per  renderli  capaci 
di  alFaticarc  nelle  missioni  del  lo- 
ro paese  principalmente.  Quel  Pa- 
pa proibì  la  mercatura  a' missionari. 
Tanto  alla  veramente  apostolica  i- 
stituzione  di  propaganda,  quanto  a 
quella  del  grandioso  suo  collegio 
Urbano  con  alunni  d'ogni  lingua, 
i  Pa|)i  in  ogni  tempo  prodigaro- 
no benefizi  larghissimi,  per  cui  i 
due  stabilimenti  formeranno  sempre 
l'onore  e  la  gloria  del  loro  apo- 
stolato. 

Clemente  X  col  breve  Credi- 
tae  lìobis,  de  6  aprile  167 3,  Bidl. 
de  prop.  tom,  I,  pag.  178,  proibì 
ai  missionari  di  qualunque  ordine 
imprimere  libri  trattanti  materie 
riguardanti  le  missioni,  senza  l'ap- 
provazione , della  congregazione  di 
propaganda.  Innocenzo  XI  pre- 
scrisse il  modo  come  i  missionari 
debbano  fìire  la  lelazione  dello  sta- 
lo delle  missioni  e  de'  luoghi,  che 
riportasi  a  p.  233  loco  citato.  A 
suo  onore  fu  coniata  una  medaglia 
che  lo  rappresenta  in  trono  col 
motto  :  Fenile  et  videle  opera  Do- 
mini,  nell'atto  che  un  gesuita  gli 
presenta  tre  ambasciatori  del  Tou- 
chino.  Altra  medaglia  fu  battuta  per 
luuocenzo    XII,  colle    parole:    Àu- 


MIS 
militiate    in  ter    gentes.    Si    vede     il 
Pontefice  assiso  in   trono  che  dà   la 
croce  ai   missionari  di   propaganda; 
ed   indica    la    sua     munificenza  per 
la   vistosa    somma    da     lui    donata 
alla     congregazione  ,  onde    mandar 
missionari  ne'paesi   orientali.   Anche 
Clemente  XI    fu  zelante  delle   mis- 
sioni: abbiamo     due   medaglie    che 
ciò  celebrano.   La   prima  del    iyo2       J 
è  col   motto:   Fade  et  praedicaj  si       1 
vede  il    Pontefice  che    spedisce   al- 
la Cina  il  p.  Tournon  poi  cardinale. 
La  seconda  ha   la  leggenda:    Fenti 
et  mare  obedinnt    ei.   Vi  è  effigia to      J 
il   Salvatore  cogli   apostoli  nella  na-      ^ 
ve  :     il     Venuti     la     riferisce    alla 
spedizione  nella    Cina  di  Mezzabar- 
ba  patriarca  d'Alessandria,  il  quale 
fu  comunicalo     dal     Papa  coi   mis- 
sionari    suoi     compagni     prima     di 
partire     per     la     Cina.    Il     BcMgier, 
Diz.  encicL,  all'articolo   Missioni,   in 
cui    egregiamente    confuta   i  calun- 
niatori de'missionari,  citando  il   Fa- 
brizio e  la  sua  opera,  Salutnris  lux 
evangelii  loti    orbi     exoriens,  naira 
che  Clemente   XI   nel    1707   coman- 
dò ai  superiori   de'princijìali    ordini 
religiosi  di   destinare   un     certo  nu- 
mero   de' loro    alunni     per  rentlersi 
capaci   al   bisogno  di  affaticare    nel- 
le  missioni    nelle   diverse    parli  del 
mondo,   come  ancora  dicemmo  nel 
voi.  XXVI,  p.  127   del   Dizionario. 
Agli  articoli  di  tali   ordini   parliamo 
de'collegi  istituiti   nei   medesimi   per 
le  pontificie  missioni.   Nei  primi  an- 
ni del     pontificato    di   Clemente   XI 
ebbe  origine  il    collegio    delio  Spi- 
rito Santo,     O     Missioni    straniere, 
seminario  di   Parigi    delle    colonie 
{Fedi). 

Clemente  XII  fu  benefico  colle 
missioni,  col  breve  Nuper,  del  i  73.T, 
confermò  il  decreto  emanato  da 
propaganda  sulla    tumulazione    dei 


MIS 
cadaveri  de'missionari  morii  nelle 
parli  degriufedeli  ;  col  ijreve  Coele- 
sliiini,  del  1737,  concesse  indulgen- 
ze in  arliculo  mordi  ai  missionn- 
ri  cappuccini  francesi  ;  col  breve 
Cum  sicut,  del  1737,  ne  accordò 
altre  a  chi  ne  avesse  vigilati  gli  o- 
ratorii,  e  col  breve  Cani  siciil,  di 
detto  anno,  ne  accordò  allre  ai 
medesimi  religiosi  anco  irlandesi,  i 
(|uali  brevi  sono  riportali  nel  t. 
li  del  citalo  Bull.  Delle  missioni 
Jfu  zelantissimo  Benedetto  XI\  }  ed 
il  snccessoi'e  Clemente  XI 11  coi  bre- 
vi Incxliausluin  del  1762,  e  De- 
rei  Romanos  del  1763,  nel  t.  IV 
del  Bull,  de  prop.  p.  62  e  76, 
prescrisse  un  nuovo  regolamento  ai 
missionari  nel  compartire  al  popo- 
lo l'apostolica  benedizione  ;  mollo 
fece  per  le  missioni  e  propagazio- 
ne della  fede.  Altrettanto  si  dica  di 
Pio  VI,  il  quale  approvò  la  messa 
da  celebrarsi  da  tutti  i  missionari, 
al  modo  detto  nel  voi.  XVI,  p. 
247  del  Dizionario,  eslesa  poi  da 
Gregorio  XV I.  Grandi  progressi  fe- 
cero le  missioni  sotto  Pio  VII,  il 
quale  istitm  il  vicariato  apostolico 
dell'isola  dell'America  settentriona- 
le nel  i8rt),  e  le  sedi  vescovili  di 
Boston,  di  Filadellìa,  di  Nuova  York, 
di  Bardstown,  di  Cincinnati,  di 
CliarIstowD  e  dì  Piichmond ,  ele- 
vando ad  arcivescovile  quella  di 
Baltimore,  tulle  negli  Stali  Uniti  di 
America,  e  sotto  la  giurisdizione 
di  propaganda.  iXel  ponlilicato  di 
Pio  vii,  e  nel  1822,  in  Lione 
^P'ecli)  ebbe  origine  la  tanto  be- 
nemerita opera  pia  della  propaga- 
zione della  fede,  fondatrice  di  tante 
ubertose  missioni,  nata  per  suppli- 
re ai  molteplici  bisogni  del  semina- 
rio delle  missioni  straniere  di  Pa- 
rigi. Leone  XII  fece  prefetto  di 
propaganda    il  cardinal    d.  Mauro 


MIS  245 

Cappellari  con  indescrivibile  utilità 
delie  missioni,  che  fungendo  tale 
rilevantissima  carica  ,  meritò  poi  il 
triregno  col  nome  di  Gri-goiio  XVI. 
Nel  1826  Leone  XII  fondò  i  vesco- 
vati di  Kingston  nel  Canada  e  di 
s.   Louis    nel   Missouri  ;    quindi   nel 

1827  istituì  il  vicariato  apostolico 
del    terzo   distretto  della   Scozia.  Nel 

1828  fu  fondata  la  sociel;i  Leopoldina 
onde  procurare  colla  orazione  e  col- 
l'elemosine  un'  attività  più  efiìcace 
delle  missioni  cattoliche  in  America,  e 
Leone  XII  ne'primi  del  1829  l'ap- 
provò, concedendo  n^olte  indulgen- 
ze ai  membri  della  fondazione,  con 
breve  che  spedì  a  Vienna  alla  di- 
rezione centrale.  Nel  pontificato  di 
Pio  Vili  si  promulgò  nella  gran 
Bretagna  1'  emancipazione  de'catto- 
lici  ,  e  nell'impero  ottomano  quella 
degli  armeni,  istituendo  l'arcivesco- 
vato primaziale  di  Costanliiujpoli 
per  tal  nazione  nel  i83o;  avendp 
nel  precedente  anno  fondato  i  ve- 
scovati di  Mobile  e  Charlottelowu 
nella  giurisdizione  di  propaganda. 

Elevalo  alla  cattedra  di  s.  Pietro 
nel  i83i  Gregorio  XVI,  subito  col 
suo  ardente  zelo  e  profonda  pie- 
tà volle  dare  un  novello  impul- 
so alle  missioni  cattoliche,  ed  il 
frutto  amplissimo  che  ne  raccolse 
superò  quello  di  qualunque  altro 
suo  pili  illustre  predecessoie,  come 
in  parte  si  può  vedere  a  Gregorio 
XVI,  ove  notai  che  sino  al  mag- 
gio 184?,  epoca  in  cui  ne  rividi  lo 
stampone  (giacche  nell'altro  anno 
che  regnò  istituì  altre  sedi  vesco- 
vili ed  altri  vicariali  apostolici),  a- 
veva  fatti  centonovanlacinque  ve- 
scovi con  decreti  di  propaganda, 
istituiti  trentasei  vicariali  apostoli- 
ci, e  fondale  quindici  sedi  vesco- 
vili, compresa  una  arcivescovile, 
mediante  decreti  di  dettai    cougrt;« 


246  MIS 

gazione.  Ed  ivi    nominai     tanto  le 
sedi  che  i  vicariati,    mentre    de'vi- 
cariati  apostolici    istituiti  nel  mede- 
simo anno  e  non  compresi   nel  no- 
minato novero,    ne    parlai  a    Indie 
Orientali,  e  ad  Oceania  i  vicaria- 
ti   apostolici     aumentati    al   nume- 
ro di  sette.    Nel    primo    anno    del 
suo    pontificato     i     capi    convertiti 
delle  tribù  Algonchina,    Nipsilingia 
ed    Irochese    gli  mandarono    atl'et- 
tuosissime  lettere    e  doni  singolari, 
di  che  facemmo  parola  all'  articolo 
MiLWANCHiA,  altra  sede  vescovile  da 
Gregorio  XVI  fondata,  e  non  com- 
presa tra  le  memorate.  Il  suo  no- 
me suonò  benedetto   e  venerato  in 
tutte  le  parti    del    mondo  e  persi- 
no tra    i    selvaggi    dell'Oceania,    il 
capo    de'quali  nelle    isole  Gambier 
venuto    alla  fede,  assunse  il  di  lui 
nome  e  gl'invio  donativi.  I  missio- 
nari    di     quelle     selvagge     regioni, 
colla  morale  pura  e  colle    dottrine 
consolatrici  del    catlolicismo    fecero 
sparire    la     barbarie,   com'era    già 
sparila  dall'Europa     innanzi  ai  pri- 
mi banditori  del  vangelo.  Non   di- 
menticarono   i  ministri  apostolici  i 
bisogni     della     vita  presente,     inse- 
gnando    ai  popoli  selvaggi    le    arti 
utili,  ed  aprirono  essi   stessi  il  sol- 
co, vi  gittarono  il   frumento,    e  so- 
stituito il    pane   ad    alimenti    orri- 
bili, ne    fecero  dei    selvaggi    agri- 
coltori   e  buoni    cristiani  ;    tali  es- 
sendo i    vantaggi    delle    pontificie 
missioni.  Nel    i836  il  Pontefice  af- 
fidò la  direzione    del  collegio    Ur- 
bano ai    benemeriti    gesuiti,    sotto 
de'quali  egregiamente    procede  con 
aumento  di    alunni. 

La  pia  opera  della  propagazio- 
ne della  fede  di  Lione,  protetta  dai 
Papi  e  benedetta,  lo  fu  pure  da 
Gregorio  XVI,  il  quale  nel  i83G 
cou    lettera  di  propaganda  csleruò 


MIS 

al  consiglio  di  essa,  che  sarebbe  di 
suo  gradimento  che  un'  opera  de- 
stinata alla  propagazione  del  van- 
gelo fosse  generale  per  tutte  le  mis- 
sioni, promettendo  d'introdurla  a 
Roma  e  nello  stato  pontifìcio,  co- 
me con  particolare  premura  ese- 
guì. Quindi  ne  approvò  i  privile- 
gi e  le  indulgenze,  ed  in  onore 
le  fece  coniare  una  medaglia  mo- 
numentale. La  sede  vescovile  isti- 
tuita nel  i838  da  Gregorio  XVI 
in  Algeri,  sulle  spiaggie  dell'Africa  , 
ad  istanza  del  re  de'francesi,  fece 
concepire  le  pib  belle  speranze,  per 
rivedere  la  religione  trionfare  in 
quella  parte  del  globo,  già  nobi- 
litata da  tanti  martiri,  zelanti  cri- 
stiani, e  da  tante  cattedre  vesco- 
vili su  cui  sederono  santissimi  uo- 
mini. Vide  pure  Gregorio  XVI 
sempre  nuovi  e  gloriosi  trionfi  in 
Inghilterra,  e  rivolgersi  questa  a 
gran  passi  verso  l'unico  ovile  del- 
l'unico pastore;  vide  quivi  innu- 
merabili conversioni  eziandio  di 
ministri  e  di  uomini  dottissimi  tra 
gii  anglicani  ;  e  negli  Stati  Uniti  di 
America  cresceie  a  dismisura  i 
cattolici,  e  tenersi  nella  sede  di 
Baltimore  utilissimi  nazionali  con- 
cilii,  accresciuti  successivamente  dal- 
l'intervento di  nuovi  prelati.  Nulla 
pretermise  Gregorio  XVI  a  van- 
taggio delle  missioni  per  cattivar- 
si l'animo  de'dominatori,  non  solo 
di  Europa,  ma  anco  di  lontanis- 
simi luoghi  e  popoli,  e  tutto  im- 
maginar seppe  il  vasto  e  veramen- 
te apostolico  suo  animo,  perchè  o 
si  mantenesse  od  aumentasse  o  si 
portasse  ne'redenti  l'inelfabile  luce 
del  santo  evangelo.  Cosi  pel  suo 
Spirito  antiveggente  e  coliciliatore 
divenne  non  solo  il  padre  e  l'ami- 
co de'sovrani  europei  ,  ma  ispi- 
rò  rispcllo  uuchc  in    quelli  ucultu- 


MIS  MIS                   247 

liei  e  infedeli,  e  ne  trasse  profitto  ad  esternare  i  desideri!  che  nutri- 
per  l'incremento  della  religione  di  va  di  stringere  particolari  amiche- 
cui  era  capo,  ed  a  protezione  del-  voli  relazioni  tra  il  governo  Gito- 
le missioni  cattoliche.  Gregorio  XVI  mano  e  la  santa  Sede,  con  discor- 
allorchè  ricevè  gli  spontanei  omaggi  so  che  pubblicò  il  Diario  di  Ho- 
de'due  ambasciatori  ottomani,  viva-  fna  e  in  diverse  lingue  ripeterono 
mente  raccomandò  loro  i  cattolici  le  gazzette  estere.  Questo  stupendo 
dimoranti  nel  vasto  impero  della  e  meraviglioso  avvenimento,  degno 
sublime  Porta,  e  le  missioni  ed  i  de'fasli  del  memorabile  pontificalo 
missionari  in  esso  esistenti.  Vera-  di  Gregorio  XVI,  nel  i838  il  ci- 
inente  il  primo  inviato  turco  che  tato  Diario  accennò  coi  numeri 
si  presentò  ad  un  Papa,  fu  Camis-  4^,  4^,  79,  80,  oltre  il  numero 
bucreh,  da  altri  chiamalo  Cassa-  24  àeWe  Notizie  del  giorno^  ripor- 
liegh,  il  quale  come  dissi  nel  voi.  landò  altresì  il  discorso  pronunziato 
XXXV,  p.  176  del  Dizionario  ed  da  Reschid  pascià, 
altrove,  nel  1492  era  stato  spedito  Nel  i84i  Gregorio  XVI  accolse 
ad  Innocenzo  Vili  da  Bajazette  II  in  Roma  i  deputati  etiopi  di  tre 
a  donargli  la  sacra  Lancia  [Vedi)  regni  cristiani  dell'Abissinia,  venuti 
perchè  gelosamente  custodisse  il  anch'essi  a  rendergli  omaggio.  Quan- 
fratello  Zizimo  ^  che  aspirando  al  to  poi  in  tale  anno  caldamente 
trono  avea  potenti  fautori.  Ma  la  raccomandò  al  viceré  d'Egitto  Me- 
prima  volta  che  un  imperatore  ot-  hemet-Alì,  di  proleggere  le  nazioni 
tornano  ordinò  un'apposita  spedi-  cattoliche  che  vivono  sotto  i  suoi 
zione  solo  per  ossequiare  il  som-  dominii,  ampiamente  lo  riportammo 
nio  Pontefice,  è  certamente  quella  nel  voi.  XXI,  p.  108  fino  a  122  del 
in  cui  l'illuminato  sultano  Mah-  Z?/z?o«<3r/o,  in  un  ai  reciproci  magni- 
moud  II,  padre  del  regnante,  inviò  fìci  donativi,  e  circostanze  confor- 
a  Gregorio  XVI,  che  formando  tanti  alla  propagazione  della  fede.  Ai 
epoca  nella  storia  ecclesiastica,  noi  3i  agosto  1842  il  cardinal  Giacomo 
registrammo  nel  voi.  XVlll,  p.  87,  Filippo  Fransoni  prefetto  generale 
88  e  89  del  Dizionario,  in  uu  di  propaganda,  promulgò  il  decreto 
alle  dimostrazioni  praticate  dal  Pa-  della  sacra  congregazione,  Ad  foveii- 
pa  coi  due  ambasciatori  ottomani,  dani  anùnorum  concordiam,  quo 
Volendo  dunque  Mahmoud  II  da-  nonnulla  prohantur  prò  aliquibus 
re  a  Gregorio  XVI  una  solenne  missionibus  rcgularium  ordinuni  , 
e  luminosa  prova  dell'  universale  sii'e  societalutn  presbylerionmi  sae- 
■  ammirazione  eh'  erasi  procacciata  culariuni  curae  credilis.  Già  in  que- 
colle  sue  magnanime  azioni,  ordinò  sto  tempo  i  fratelli  della  carità  i- 
a  Reschid  pascià  suo  ambasciatore  stituili  nella  gran  Bretagna  ,  si 
alla  gran  Bretagna,  di  condursi  e-  spandevano  per  l'Inghilterra  e  Sco- 
spressamenle  in  Roma  per  esprime-  zia  come  missionari,  facendo  gran 
re  nel  sovrano  nome  la  sua  stima  frutto  per  i  tanti  che  abiuravano 
e  riconoscenza  anche  per  la  bene-  i  loro  errori,  rientrando  nel  grem- 
vola  accoglienza  usata  ad  Ahmed-  bo  della  Chiesa  cattolica;  essi  ave- 
Felhi  pascià  (che  poi  sposò  una  vano  pure  aperto  scuole  pei  gar- 
figlia  dello  slesso  sultano),  amba-  zoncelli  e  fanciulle,  e  pel  gran  con- 
sciatore  al  re  de'fiaucesi,  non    che  corso  vengono  dai   protestanti  prefe- 


248  MTS 

l'ite  alle  proprie.  In  dello  anno 
1842  gli  Oblali  di  Pinerolo  [Fe- 
di) ebbero  la  missione  e  il  vica- 
riato di  Ava  e  Pegù  nell'  Indie 
orientali.  Come  Gregorio  XVI  nel- 
l'anno 1844  condannò  le  socie- 
tà bibliche,  lo  dicemmo  al  suo 
brevissimo  articolo  biografico,  il  cui 
gravissimo  danno  può  argomentar- 
si, cioè  che  dalla  loro  istituzione 
in  Inghilterra  nel  i8o4fino  al  i83o, 
si  vantano  i  protestanti  averne  di- 
spensati dodici  milioni  di  esem- 
plari, e  questi  tradotti  in  ceB)to- 
quarantotto  idiomi  ,  La  costante 
cura  e  vigilanza  di  Gregorio  XVI 
per  l'aumento  della  religione  in  o- 
gni  parte  del  globo,  acciocché  rice- 
vesse ogni  giorno  maggiori  acqui- 
sti, lo  animò  ad  insinuare  e  per- 
suadere ai  banditori  evangelici  di 
formarsi  presso  di  tutti  i  popoli  un 
Indigeno  clero  (f^edi),  a  incoraggi- 
re  religiosi  istituti  di  sacerdoti  spe- 
cialmente indirizzati  a  quel  santo 
fine,  ed  eziandio  ad  approvarne  dei 
nuovi,  come  diciamo  a'  loro  artico- 
li; mentie  al  termine  di  quello  di 
RioviA,  facemmo  meuz'ione  di  quel 
grave  e  memorando  duplice  ab- 
boccamento, onde  si  comnmsse  Eu- 
ropa tutta,  che  il  gran  Pontefice  ebbe 
col  potentissimo  imperatore  delle 
Russie  in  vantaggio  della  religione. 
Nell'articolo  Indie  orientali,  par- 
lando dei  vicariati  apostolici  di  Ton- 
lino  e  Cochinchina  ,  si  fece  pa- 
rola di  quanto  Gregorio  XVI  de- 
plorò le  persecuzioni  che  in  essi  a- 
vevano  solFerto  i  cristiani  ed  i 
missionari,  alcuni  de'quali  non  per- 
donandosi all'età  quasi  decrepita,  né 
al  carattere  sacerdotale,  né  alla  di- 
gnità vescovile,  racchiusi  in  gabbie 
di  ferro  avevano  in  mezzo  agli  stra- 
pazzi, alla  farne,  alle  battiture,  ai 
tormenti  data  la  vita,  popolando  il 


MIS 

cielo  di  novelli  martiri,  molti  dei 
quali  appartenevano  all'inclito  or- 
dine de' predicatori.  Nella  speranza 
di  ricevere  i  processi  per  potere 
un  giorno  decretare  loro  giusta  il 
rito  r  onore  degli  altari  ,  il  Papa 
invitò  tutti  a  pregare  caldamente 
Dio,  acciocché  quel  nuovo  sangue 
dilFiiso  in  sì  popolose  regioni  va- 
lesse ad  inafljarle  di  novelli  cri- 
stiani. Dio  esaudì  i  voli  del  sua 
vicaiio,  poiché  riuscì  quindi  all'o- 
perosità dell'ambasciatore  La.grenée, 
nello  statuire  scambievoli  rapporti 
tra  il  regno  di  Francia  e  l'impe- 
ro della  Cina  ,  secondando  le  pre- 
mure de'missionari  cattolici  e  dei  mo- 
narchi d'Eiuopa,  di  ottenere  final- 
mente dall'imperatore  regnante  Tao- 
kuang,  pel  potente  mezzo  dell'in- 
viato imperiale  Rying,  quanto  nep- 
pure ne'  più  fiorenti  tempi  delle 
missioni  primitive  aveano  goduto 
i  missionari,  cioè  il  tanto  bramalo 
editto  imperiale  sull'immunità  di 
coloro  che  professano  la  religione 
cattolica  o  la  divulgano,  de'  20 
febbraio  1846,  e  pubblicato  il  18 
marzo,  riportandosi  nel  niunero 
78  del  Diario  di  Rojna  1846  , 
e  nel  voi.  Ili,  p.  207  degli  An- 
nali delle  scienze  religiose,  seconda 
serie;  in  forza  del  quale,  fuiono 
restituiti  ai  cristiani  cinesi  i  loro 
templi,  tranne  quelli  convertiti  in 
pagode  o  in  case  pei  cittadini.  L'e- 
ditto in  lingua  cinese  fu  consegnalo 
all'abbate  Callery  dragomanno  del- 
l'ambasciata, che  recatolo  in  Fran,- 
eia  lo  depose  nell'archivio  del  mi- 
nistero degli  affari  esteri.  Immen- 
sa ne  fu  la  gioia  di  Gregorio  XVI 
qiumdo  ne  apprese  la  notizia  dal 
cardinal  Fransoni,  e  se  ne  congratu- 
lò coire  de'francesi,  e  certamente  ne 
avrebbe  parlato  in  concistoro,  s? 
gli  Iòsse  bastatala  vitaj  egli  peròeb* 


MIS 

he  la  non  descrivibile  religiosa  con- 
solazione, con  eterna  gloria  del  suo 
nome,  che  nel  suo  pontilìcato  vide 
maravigliosamente  prosperare  le  mis- 
sioni pontificie  e  crescere  nc'Iuoghi 
ove  già  erano,  e  giunsero  eziandio 
a  penetiar  là  dove  la  fede  o  non 
erasi  giiuriMiai  predicata,  o  col  vol- 
ger de'secoli  se  n'  er9  smarrita  e 
cancellala  per  fino  la  memoria. 
Poco  tempo  prima  di  moiire  com- 
piise  al  zelante  p.  Massimiliano 
Ryilo  gesuita  e  rettore  del  colle- 
gio Urbano ,  la  nuova  ed  ardua 
missione  ne' paesi  centrali  dell'A- 
frica per  evangelizziue  popoli  sco- 
nosciuti, al  che  si  accinse  col  nolo 
apostolico  coraggio  ;  làcendo  ve- 
scovo di  Cassia  e  vicario  aposto- 
lico di  Qallas  in  Africa,  vicariato  al- 
lora da  lui  eretto,  "niousignor  Gu- 
glielmo Massaia  da  l'iovà  piemon 
tese.  E  nel  niaggio  i  i>4G  dopo  Bt 
■ver  istituito  il  vicariato  apostolico 
dell'Africa  centrale,  nominò  vicario 
apostolico  e  vescovo  di  Maurica- 
Stro  in  parlihns  monsignor  An- 
netto Casolani  di  Malia.  JN'el  suo 
testamento  olografo,  il  cui  mira- 
bile principio  non  potrebbe  es- 
sere uè  piU  commovente ,  nò  piii 
degno  di  un  Papa,  lasciò  alla  con- 
grega/ione di  propaganda  scudi  die- 
^iseltemila  da  impiegarsi  a  bene- 
fizio delle  missioni;  più  al  collegio 
prbano  la  sua  libreria  (tranne 
quei  libri  disposti  a  favore  di 
quella  di  s.  Gregorio,  dell'  univer- 
sità romana,  e  della  congregazione 
di  s.  Cecilia),  preziosa  siccoQie  com- 
posta nella  maggior  parte  di  ope- 
re moderne,  e  stampale  in  diversi 
idiomi  e  parli  del  niondo,  degna 
per  le  materie  che  trattano,  e  di 
§omma  importanza  pel  collegio  Ur- 
bano in  cui  fu  collocata,  ed  al  (juale 
"vivente  avea  fatto  analoghi  doni. 


MIS  249 

Dopo  avere  i  Papi  coli' opera 
delle  missioni  pontificie  tanto  l'Eu- 
ropa protetto  e  contribuito  all'  in- 
civilimento di  essa  e  di  tutto  il 
globo  conosciuto,  del  pari  colla 
stessa  opera  influirono  assai  alla 
civiltà  dei  due  nuovi  emisferi.  Dei 
privilegi,  grazie  e  giurisdizioni  con- 
cesse dai  Pontefici  alle  missioni  ed 
ai  missionari  con  bolle ,  brevi  e 
decreti,  si  possono  leggere  nelle 
collezioni  contenute  nel  Bidlarìiim 
Poni.  sac.  cong.  de  propag.  Jìde, 
che  coi  tipi  del  menzionato  colle- 
gio se  ne  incominciò  nel  1889  la 
pubblicazione,  e  dopo  il  quinto  to- 
mo stampato  nel  i84'>  l'anno  ve- 
duto la  luce  due  allri  tomi  di  Ap- 
pendice- In  <Ju'  opera  scritta  da  uà 
ecclesiastico  anglicano  e  citata  dal 
voi.  XVII,  j>.  4^*'  de' memorati 
Annali,  che  ne  riporta  un  brano, 
si  legge  una  ingenua  confessione  iiir 
torno  alla  sterilità  delle  missioni 
protestanti,  le  quali,  per  quantun- 
que grandi  sieno  le  fatiche,  le  in- 
dustrie e  le  ricchezze  che  vi  si  a- 
dopeiano,  pure  alcun  frutto  non 
pollano.  E  qual  altra  prova  più 
di  questa  evidente,  che  il  Signore 
non  è  co'  ministri  della  chiesa  an- 
glicana, e  che  il  celeste  Agricoltore 
non  benedice  le  fatiche  di  questi 
lavoratori  da  lui  non  chiamati  a 
coltivai*  la  sua  vigna?  In  confronto 
della  veneranda  istituzione  delle 
missioni  pontilicie  con  quella  delle 
missioni  acattoliche,  queste  svanisco- 
no qual  lieve  meteora  errante  sce- 
vra di  natio  vigore,  che  non  le  vie- 
ne né  può  venire  dal  cielo.  Dalla 
cattedra  apostolica  pertanto,  come 
centro  comune  delle  particolari  mis- 
sioni di  tutto  r  orbe,  si  debbe  l'u- 
bertosa e  oguor  viva  energia  subli- 
me di  queste.  Anche  a  Missionabi 
parlammo  della  sterilità  delle  mis- 


25o  MIS 

sioni  eterodosse,  della  gran  diversi- 
tà che  j)assa  tra  il  missionario  [)ro- 
tfstaiite  ed  il   missionario  cattolico, 
e  facemmo    il   novero  degli  attuali 
missionari  apostolici.  Agli  articoli  re- 
lativi a  questo  argomento,  a  quelli 
delle  differenti  missioni,  citiamo  le 
opere  parziali  e  generali  che  furo- 
no pubblicate  sulle    missioni  ponti- 
ficie, formando  le  missioni  una  par- 
te   integrante    ed     essenziale    delia 
storia    della    Chiesa    e    dell'  Orbis 
chrisdanus ,    laonde     qui    solo    ci 
limiteremo    a    citare  .     Gio,     Filip- 
po Marini,  Delle  missioni  de  padri 
della  compagnia  di  Gesìt  nel  Giap' 
pone,    Roma    i663.    Alessandro    de 
Bhodes,  Relazione  de' felici  successi 
della  s.  fede  predicala  dai  pp.  della 
compagnia    di  Gesù    nel    regno  del 
Tondino,  Roma  i65o.  Relalions  des 
ììiissions  des  évesques  francois  aux 
royaumes  de  Siam,  Paris  1674.  Rc' 
lation  desmissionset  des  voyages  des 
évesques    vicaires   aposloliques,  Pa- 
ris   i686,  Nel    novero  de'  segretari 
della  congregazione  di  propaganda, 
dicemmo    come   il  Fortiguerri    fece 
un'opera  intorno  alle  missioni,  man- 
cante però  di  quelle  d'  Europa,  che 
pur  voleva  scrivere.  Muratori,  Ilari- 
stianesimo  felice    nelle  missioni   del 
Paraguai,  Venezia  17.43,  e  Torino 
1824-  -D-  ^'  Rovenio  arcivescovo  di 
Filippi     e  vicario    apostolico,   Tra- 
ctalus  de  missionihits  ad  propagati' 
dani  /idem,  et  conversioneni  itifide' 
Unni     et     herefiroruni     inslituendis, 
Metz    1747-    Monila  ad  missiona- 
rios  s.  congregaiionis  de  propagan- 
da   fide,  Komae    1840.  Nel     1843 
un   rispettabile  vescovo  pubblicò   in 
Roma:  Notizia  statistica  delle  tnis' 
sioni    cattoliche   in  tutto    il  mondo, 
coir  intendimento     di     pubblicarla 
ogni  anno,  ma  il  libretto  è  rarissi- 
liiu  perchè  fu    ritirato.  Finaliueute 


MIS 

abbiamo  del  dottore  Patrizio  Wit- 
mann,  La  gloria  ddla  Chiesa  nel- 
le sue  missioni  dall'epoca  dello 
scisma  nella  fede,  ossia  una  storia 
wiii'crsale  delle  cattoliche  missioni 
negli  ultimi  tre  secoli,  traduzione 
dall'  originale  tedesco  del  sacerdote 
Giuseppe  Marzorati,  Milano  1842- 
1843.  Dopo  la  Ilaria  delle  missioni 
del  p.  Hazart  gesuita,  questa  è  la 
più  in)portante  e  completa  compi- 
lazione da  spaventare  l'intelletlo  piìi 
ardimentoso,  e  l'uomo  più  laborioso 
ed  instancabile.  Se  ne  fa  l'elogio  nel 
voi.  XX  degli  Annali  delle  scienze 
religiose,  ove  a  p.  36  e  201  si  ri- 
porta la  bellissima  analisi  che  di 
tale  opera  ne  ha  fatta  monsignor 
Michele  Loschiavo.  Abbiamo  inol- 
tre r  interessante  e  dotta  opera  del 
barone  Henrion:  Storia  universa- 
le delle  missioni  cattoliche  del  se- 
colo XTII  sino  ai  tempi  nostri^  To- 
rino   184X 

MISSIONI  STRANIERE,  semi- 
nario  o  congregazione  di  Parigi. 
Società  di  sacerdoti  stabilita  nella 
capilale  della  Francia,  di  sacerdoti 
e  vescovi  che  fanno  professione  di 
predicare  1'  evangelo  ne'  paesi  stra- 
nieri, tanto  in  oriente  che  in  occi- 
dente, dove  ha  molti  stabilimenti  e 
fiorisce.  11  p.  Bernardo  di  s.  Tere- 
sa carmelitano  scalzo  e  vescovo  di 
Babilonia,  avendo  predicato  la  fe- 
de con  grandissimo  successo  in 
molle  contrade  dell'Asia,  risolvette 
di  fondare  a  Parigi  una  casa  nella 
quale  si  dovessero  istruire  de'  mis- 
sionari per  lo  stesso  oggetto,  e  cod- 
sacrà  tuttociò  che  possedeva  allo 
stabilimento  che  poi  divenne  tanto 
benemerito  della  Chiesa.  Egli  nel 
i663  a'  16  marzo  donò  alcune  ca- 
se di  sua  ragione  in  Parigi  a  de 
Marangis  e  de  Garabal  consiglieri  di 
stalO;  per  stabilirvi  un  seminario  per 


MIS 

le  missioni  straniere,  affinchè  qne- 
iijli  ecclesiastici  che  ne  aveano  voca- 
zione potessero  esservi  istruiti  nelle 
materie  necessarie  alle  missioni  da 
farsi  ne' paesi  scisniatici  ed  infede- 
li, e  paiticolarmente  nella  Persia; 
laonde  gli  alunni  si  mandavano  poi 
ad  Ispahan,  dove  si  perfezionavano 
nello  studio  delle  lingue  e  nella 
conoscenza  de'  costumi  del  paese, 
poiché  il  fondatore  avea  in  quella 
capitale  della  Persia  una  casa  che 
diede  alla  nuova  società  per  stabi- 
lirvi un  seminario.  La  donazione 
in  discorso  non  eccedette  il  valore 
di  trentamila  lire  francesi,  e  ripor- 
tò Ja  patente  reale,  colla  quale 
Luigi  XIV  confermò  la  donazione. 
Questo  stabilimento  fu  confermato 
dal  cardinal  Flavio  Chigi  nipote  e 
legalo  a  Intere  di  Alessandro  VII, 
a'  i3  agosto  1664.  La  loro  chiesa 
di  Parigi  fu  cominciata  nel  i683, 
ed  i  fondamenti  ne  furono  gettati 
in  nome  di  Luigi  XIV.  La  duches- 
sa d'  Aiguillon  e  molte  altre  dame 
illustri  per  nascila  e  pietà,  contri- 
buirono molto  ai  progressi  degli 
alunni  delie  missioni  straniere  e 
suo  stabilimento.  Il  cuore  del  fon- 
datore vescovo  di  Babilonia,  quello 
dell'abbate  d'  Argenson,  e  quello  di 
madama  di  Bouillon  si  depositaro- 
no in  detta  chiesa.  Questo  semina- 
rio nelle  epoche  francesi  di  repub' 
blica  e  d' impero  subì  la  disgrazia 
di  soppressione  coinune  ai  luoghi 
pii,  ma  le  missioni  tuttavia  e  gli 
operai  apostolici  non  cessarono  per- 
ciò di  esercitarsi,  non  però  senza 
dillicoltà.  Alle  reiterate  istanze  di 
Pio  VII  fu  riaperto  lo  stabilimento 
circa  il  1820,  ed  ha  continuato  a 
rendere  importantissimi  servigi  alla 
Chiesa.  I  direttori  d'allora  del  se- 
minario ebbero  la  principal  parte 
alla  fondazione  della  pia  ed  utilis- 


MIS  25 1 

sima  associazione  della  propagazione 
della  fede  di  Lione,  la  quale  deve 
nel  principio  la  sua  origine  allo 
stabilimento  delle  missioni  del  cle- 
ro secolare.  Altro  potentissimo  au- 
siliare dalla  divina  provvidenza  ac- 
cordato alle  missioni  straniere,  è  la 
istituzione  Leopoldina  di  Vienna, 
della  quale  come  di  quella  di  Lio- 
ne se  ne  parla  anche  a  Propagali' 
da  [Fedi).  Il  superiore  del  semina- 
rio delle  missioni  straniere  si  eleg- 
ge tra  i  suoi  alunni,  quindi  ne  dà 
parte  alla  Congregazione  di  propa- 
ganda fide  [Vedi).  In  quanto  agli 
alunni  che  partono  da  questo  se- 
minario, riportano  essi  le  patenti 
del  nunzio  pontificio  residente  in 
Parigi,  al  quale  suole  spedirle  la 
detta  sacra  congregazione.  Nell'alto 
che  sono  consegnate  al  superiore 
del  seminario,  questi  dà  il  nome  del 
candidato,  e  il  luogo  dove  viene 
spedito.  Questo  istituto  forn"i  uomi- 
ni apostulici  alle  missioni  della  Ci- 
na, Tonkino,  ec.  Da  esso  uscirono 
mai  sempre  un  numero  valoroso  di 
missionari,  tV'^tHtts444  prelati,  prefet- 
ti, vicari  apostolici  e  vescovi,  ed  al- 
la Chiesa  de' martiri  gloriosi.  Meri- 
tano distinta  inenzione  monsignor 
de  Lavai  Muntniorency  primo  vi- 
cario apostolico  del  Canada,  non 
che  i  primi  vicari  apostolici  vesco- 
vi di  Eliopoli,  Berito  e  Metellopo- 
li,  che  si  portarono  nella  Cina  a 
tempo  di  Alessandro  VII.  Oggi  al 
seminario  delle  missioni  straniere 
sono  affidati  parecchi  vicariati  apo- 
slolici,  di  cui  faremo  qui  appresso 
il  novero.  Tutti  i  vescovi  missiona- 
ri di  questo  istituto  sono  alunni  del 
seminario,  e  (ormano  una  vera  socie- 
tà, ma  senza  voti. 

In  una  istruzione  mandala  ulti- 
mamenle  dalla  congregazione  di  pro- 
paganda a  tutti  gli  arcivescovi,  ve- 


25?.  MIS 

scovi,  vicari  apostolici,  ed  altri  supe- 
riori di  missioni,  leggiamo  quanto 
segue.  »  1  più  gravi  documenti,  e 
specialmente  l'esempio  degli  apo« 
stoli,  ed  il  testimonio  della  Chiesa 
primitiva  manileslamente  provaijo 
che  i  due  principali  e  quasi  neces- 
sari mez7.i  per  procacciare  e  man- 
tenere la  religione  cattolica,  sono  la 
missione  de'  vescovi  a'  quali  è  stalo 
detto  :  Spiriius  Sanctus  posuit  vos 
regere  ecclesiatn  Dei,  e  1'  accurata 
formazione  del  clero  indigeno  ". 
Questa  istruzione  fatta  in  seguito 
di  una  decisione  espressa  della  con- 
gregazione di  propaganda  ,  sulla 
massima  trattata  nel  sinodo  di  Pon- 
dichery  (del  quale  si  disse  a  Indie 
orientali),  fu  approvata  da  Grego- 
rio XVI  li  23  novembre  i845. 
Queste  appunto  furono  le  massima 
sulle  quali  si  fondarono  i  sommi 
Pontefici  nello  stabilimento  dellq 
missioni  straniere.  Nei  tre  secoli 
passati  diverse  cause,  specialmente 
la  rivalità  della  Spagna  e  del  Por- 
togallo per  il  comn)ercio  e  la  so- 
vraniUi  dell'Indie  orientali,  aveva- 
no opposti  grandissimi  ostacoli  nel- 
le missioni,  allo  stabilimento  de've- 
scovi,  e  come  conseguenza  inevita- 
bile, alla  formazione  ùeW  Indigeno 
clero  [I  edi).  Colpito  dai  pericoli 
di  una  tal  situazione,  e  per  le  mis- 
sioni del  Giappone,  Urbano  Vili 
procurò  di  tutto  per  tiovarvi  un 
rimedio,  e  per  segno  delle  sue  sol- 
lecituilini  a'28  novembre  i63o  e- 
manò  il  decreto  sulla  formazione 
del  clero  indigeno  e  la  nomina  di 
alcuni  vescovi  vicari  apostolici  indi- 
pendenti dal  patronato  s'i  della 
3pngna  che  del  Portogallo.  Dopo 
di  lui  ne  prese  impegno  Imiocen- 
zo  X,  e  voleva  mandar  nella  Cina 
e  regni  adiacenti  di  nuovo  alcuni 
vescovi,  quando  sorpreso  dalla  mov- 


MIS 

te  non  potè  effettuare  il  divisamen-i 
to,  ciò  che  però  riuscì  al  successo» 
re  Alessandro  VIJ.  11  suo  primo 
progetto  era  di  mandar  nelle  mis- 
sioni cinesi  un  patriarca,  due  o  tre 
arcivescovi  e  dodici  vescovi,  ma 
potè  mandarvi  soli  tre  vicari  apo- 
stolici Cui  carattere  vescovile,  e  fu- 
rono, il  primo  Francesco  Pallìi  ca- 
nonico di  s.  Martino  di  Tours,  e- 
lello  vicario  apostolico  del  Tonkitjo, 
col  titolo  di  vescovo  d' Eliopoli  in 
partihus ;  il  secondo  Pietro  de  la 
IMothe  Lambert,  già  consigliere  al 
parlamento  di  Ilouen,  eletto  vica- 
rio apostolico  della  Cocincina,  ver 
scovo  di  Derito  in  partihus j  il  ter- 
zo Ignazio  Cololendi  francese,  come 
i  due  altri,  parroco  d'Aix  in  Pro» 
venza,  eletto  vicario  apostolico  del- 
la Cina  e  Tarlarla,  vescovo  di  Me- 
tellopoli  in  partibus.  1  brevi  analo- 
ghi furono  spediti  nel  i658  e  i  GSg, 
11  primo  tle'  tre  vescovi  partì  nel 
i66q,  quindi  dopo  tre  anni  fu  fon- 
dato il  seminario  delle  missioni 
straniere.  Tali  furono  l'origine  e  i 
principii  della  congregazione  delle 
missioni  straniere,  la  quale  ha  sem- 
pre avuto  la  gloria  di  propagare 
e  mantenere  la  fede  fra  popoli  sen- 
za numero,  ad  onta  delle  pili  fiere 
persecuzioni,  come  pure  il  vanto 
ed  il  merito  di  aver  formato  il  cle-i 
ro  indigeno  nell'islesse  contrade,  e 
finalmente  di  aver  sostenuto  eoa 
fermezza  e  costanza  l' online  ge- 
rarchico, e  l'obbedienza  dovuta  al- 
la santa  Sede.  11  seminario  stabili- 
to in  Parigi,  ebbe  egualmente  una 
grandissima  importanza  nella  Chie-f 
sa,  poiché  fu  la  prima  e  sinora 
quasi  la  sola  scuola  stabilita  pel 
clero  secolare  dt^stinato  alle  missio- 
ni tra  gl'infedeli.  Quindi  sembra 
che  il  Signore  voglia  farne  aumen- 
tare   r  importanza  ,  per    le    buuQ» 


MIS 

flizioni    che    gli    concede    a'  noslii 
tempi. 

Come  abbiamo  già  accennato,  Io 
stato  florido  in  cui  si   trova  più  che 
mai    la  società  delle    missioni  stra- 
niere, acciesce  sempre  il   vivo  desi- 
derio già  concepito  di   veder  simili 
senìinari  stabilirsi  nelle  diverse  par- 
ti  del   mondo  cattolico,  ma   special- 
niente  in  Italia,    e  particolarmente 
in    Roma,  dove    se  ne  prova  biso- 
gno •     Alla    società     delle     missioni 
straniere    sono     aflìdati    quattordici 
vicariati   apostolici,  fra' quali  quello 
di    Pondichery,    dato    alla    cura   di 
tre  vescovi  di  giurisdizione  indipen- 
dente una  didl'  altra,    e  sono  i  .se- 
guenti.   I.  Pondichery  colle  divisio- 
ni   di   Mysore    e    del  Coimbattour. 
2.  La  Malasia.   3.  Siam.  4-  La  Co- 
cincina   inferiore.   5.   La    Cocincina 
superiore.    6.   li    Tonkino  occiden- 
tale superiore.    7.  II  Tonkino  occi- 
dentale inferiore.    8.  11  Thibet  in- 
feriore.   9,    Il    Su-Tchuen.     io.    11 
Kouei-Tcheou.    11.   11  Yun-nan,  12. 
Il     Leao-Tong  .     i3.    Il    Giiippone 
con    le  isole    Lieou-Kieou.     ì/\.  La 
Corea.     P".    Ciwa,    Indie    orientali, 
Giappone.  Tutti  i    vicariati  aposto- 
lici   sono    governali    da  vescovi    in 
partibus,  fra' quali   diversi    hanno   il 
loro    coadiutore    pure    insignito   del 
carattere  vescovile.    Per  compire   il 
bene    dell'organizzazione  di    questa 
missione,  non  manca   più  altro  che 
lo  stabilimento    di   provincie    eccle- 
siastiche con  sedi    episcopali    di   re- 
sidenza.   Le   tante    savie    e   gloriose 
determinazioni    prese    da     Gregorio 
XVI  in  altre  parti,  danno  speran- 
za di   veder  realizzare  lo  stesso  be- 
ne al   tempo  o[)portuno,  anche  per 
le  missioni   indiane  e   cinesi,  di   cui 
fu  tanto  eminentemente  benemeri- 
to, anco  pel  gran  numero  di   vica- 
riali apostolici  istituiti  in  quelle  va- 


MIS  2  53 

slissime  regioni.  Seminari  d'indige- 
no clero  si  trovano  in  tutte  le 
missioni  già  stabilite  da  qualche 
tempo.  II  Tonkino  essendo  slato 
amministrato  sul  metodo  de' primi 
vicari  apostolici,  si  distingue  per- 
ciò da  tutte  le  altre  missioni  per 
il  numero  e  la  regolarità  del  cle- 
ro indigeno.  Nelle  due  parti  del 
regno, cioè  nel  Tonkino  occidentale 
e  nell'orientale  afljdato  alle  cure  dei 
domenicani  spagnuoli,  più  di  venti 
preti  nazionali  hanno  solferto  il 
martirio  con  grandissimo  coraggio 
nell'ultima  persecuzione.  Come  si 
può  verificare  al  citalo  articolo  In- 
die ORIENTALI,  il  vicariato  apostoli- 
co di  Pondichery  si  è  distinto  in 
questi  ultimi  tempi  per  le  premu- 
re prese  dai  vescovi  e  missionari 
in  favore  del  clero  indiijeno.  Non 
sono  due  anni  che  fu  filta  la  divi- 
sione del  vicariato  in  tre  giuri.sdi- 
zioni,  e  già  da  un  anno  a  questa 
parte  sì  sono  stabiliti  due  missio- 
nari nel  JVIysore  e  nel  Coimballour, 
mentre  quello  di  Pondichery  fiice- 
va  nuovi  progressi.  Questo  fallo 
prova  i  vantaggi  che  ricevono  le 
piissioni  dalla  molliplicazione  dei 
vescovi.  Il  fallo  veramente  prodi- 
gioso dell'  ingresso  recente  del  ve- 
scovo e  de'  missionari  nella  Corea, 
mediante  il  coraggio  e  l'inteiligen- 
te  sagacità  di  un  giovane  sacerdote 
coreano,  aumenta  egualmente  il  nu- 
mero delle  prove  che  dimostrano 
più  che  ad  evidenza  la  necessità 
del  clero  indigeno  in  tutte  le  mis- 
sioni del  mondo.  Per  rimediare  al- 
le difficoltà  sulla  formazione  di  co* 
sì  iniportante  clero  nelle  missioni 
perseguitale,  il  seminario  delle  mis- 
sioni straniere  ha  sempre  fatto  gran 
sacrifizi  per  mantenere  un  collegio 
generale  in  qualche  regione  libera 
delle    missioni.     Stabilito    lino     dai 


254  1^1  1  ''i 

primo  tempo  questo  collegio  in  Siam, 
dopo  varie  vicende  si  trova  oggi 
situato  nell'isola  di  Pulo-Pinang', 
all'iraboccatura  dello  sfretto  di  Ma- 
lacca, e  vi  si  trovano  in  questo 
momento  circa  duecento  alunni 
per  lo  più  cocincinesi  o  cinesi.  Al- 
tia  gloria  appartiene  egualmente 
alle  missioni  straniere  di  Parigi, 
cioè  che  la  maggior  parte  de'  mis- 
sionari martiri,  de'  quali  la  causa 
di  beatificazione  è  stata  introdotta 
da  Gregorio  XVF ,  sono  alunni 
delle  medesime,  come  alunni  di  es- 
se sono  i  vescovi  o  coadiutori  vica- 
ri apostolici.  Da  ultimo  il  redatto- 
re degli  Annali  della  propagazione 
della  fede,  nel  compie  renda,  dice- 
va che  le  missioni  straniere  da  di- 
versi anni  si  trovano  ai  posti  i  piti 
micidiali  della  grande  armata  cri- 
stiana. F.  Missionari  e  Missione. 
Lettre  des  messieiirs  des  misaions 
élrangères  au  Pape  sur  les  idola- 
tries  et  sur  Ics  snperstitlons  chinoi- 
ses.  Scelta  di  lettere  edificanti  scrit- 
te dalle  missioni  straniere,  con  ra- 
mi coloriti,  Milano  iBoiS.  J.  F.  O. 
Luquet,  Lettres  à  monseigneur  Vévè- 
qne  de  Langres  sur  la  congregntion 
des  missions  c.lrangcres,  Paris  1842. 
Questo  alunno  delle  medesime  Gre- 
gorio XVI  lo  fece  vescovo  di  Ese- 
bon  in  pnrlihus,e  coadiutore  al  vica- 
riato apostolico  di  Pondichery,  indi 
nel  1845,  nel  giorno  di  s.  Tom- 
maso apostolo  delle  Indie,  pubblicò 
in  Roma  colle  stampe  :  Synode  de 
Pondichery  et  instruction  de  la  s. 
C.  de  la  Propagande  sur  la  for- 
mation  du  clergé.  indigene. 

MISSIONI  STRANIERE,  semi- 
nario  di  Parigi  delle  colonie.  Questo 
collegio  è  sotto  l'invocazione  dello 
Spinto  Santo,  e  fu  fondato  nel 
1703  con  fine  di  formarvi  degli 
ecclesiastici    capaci    di    servire    agli 


MIS 
ospedali  ed  alle  missioni ,  e  non 
andarono  deluse  le  speranze  di  sua 
fondazione.  Tutti  gli  stabilimenti 
che  la  Francia  [Fedi)  ha  in  Asia, 
jéfrica  ed  America  (Fedi),  videro 
gli  alunni  di  questo  collegio  porta- 
re o  mantenere  fra  loro  la  reli- 
gione cattolica.  Soppresso  all'epoca 
repubblicana,  fu  ripristinato  nel 
1 8 1 9,  eie  sue  regole  ebbero  la 
pontificia  approvazione  nel  1824 
da  Leone  XII.  Caduto  nel  iBSo 
nelle  mani  del  demanio,  fu  ricupe- 
rato mediante  una  somma  data 
dal  regnante  Luigi  Filippo  asceso 
allora  sul  trono  de'francesi.  Le  sue 
rendite  provengono  da  un  sussidio 
del  governo  di  diecimila  franchi, 
dalle  oblazioni  del  clero  e  dalla 
pietà  de' fedeli.  Avanti  l'ultima  ri- 
voluzione godeva  anche  la  pensio- 
ne di  cinquemila  franchi,  che  co- 
minciò a  somministrargli  Luigi 
XVIII.  Si  sogliono  mandare  dalla 
Congregazione  di  propaganda  fide 
(Fedì),  per  mezzo  del  nunzio  apo- 
stolico di  Parigi,  le  patenti  in  bian- 
co per  gli  alunni,  che  il  superiore 
del  collegio  destina  alle  missioni 
delle  colonie,  i  cui  prefetti  tra  le 
facoltà  che  hanno  possono  erigere 
la  Fia  Crucis.  S'\  trovano  oggi  af- 
fidate ai  medesimi  alunni,  non  pe- 
rò insigniti  del  carattere  vescovile, 
le  prefetture  apostoliche  dell'  isola 
di  Borbone,  di  Madagascar,  del  Se- 
negal, della  Cajenna,  della  Guada- 
lupa,  della  Marlinicca,  di  s.  Pietro 
e  Miquelon,  delle  quali  passeremo 
a  darne  un  brevissimo'  cenno.  Del 
prefetto  apostolico  delle  colonie 
francesi  neir/«<^//e  orientali  ne  par- 
lammo nel  voi.  XXXIV,  p.  ciSG 
del  Dizionario.  Noteremo  che  del- 
le missioni  straniere  è  pure  bene- 
merita la  congregazione  di  s.  Sul- 
pizio  {Fedi),  fondata  in  Parigi,  che 


M  I S 
in   America   e  a   Montreal   si    rese 
somniamenle  utile.  Inoltre  nel  i8i5 
l'abbate  Legris-Duval  fondò  \e  Mis- 
siona  de  Frauce. 

Isola  di  Borbone^    prefettura  a- 
postolica.   Isola  dell'Oceano  indiano 
equinoziale  in    Africa.   La   missione 
di  qnest'  isola  fu    aperta  nel    i  7  i  2, 
ed  aflìdata  ai    lazzaristi  coli'  assen- 
so del  re  di  Francia  a  cui  appar- 
tiene.   Il    superiore    del    seminario 
dello  Spirito  Santo  di  Parigi,  a  cui 
la    congregazione      di      propaganda 
manda  le  patenti  di  prefiello    e  vi- 
ce-prefetto, provvede  di    missionari 
quest'  isola.  Dipende  dalla  prefettu- 
ra di    Borbone  la   piccola    isola  di 
s.    Maria    vicina  a    Madagascar,  di 
cui   i   pochi  abitanti  di  essa  conser- 
vano l'indole    ed  i  costumi.  I  po- 
poli di  questi    luoghi  sono    d' inge- 
gno   perspicace  ,    e  gustano    quelle 
dolcezze    di    religione,    di    cui    non 
sentono  ordinariamente  né  traspor- 
to   uè  piacere  le    genti   dell'Africa 
continentale,  ma  il   libertinaggio  fa- 
talmente li  distrae.  S.  Dionigio,  ca- 
pitale dell'isola,  è  residenza   de!  pre- 
fetto apostolico,  il  quale  a^  presen- 
te è  l'abbate  Poncelet,  e  l'abbate 
Dalmond  vice-prefèllo    fu   trasferito 
a  Madagascar.  In  s.  Dionigi   fu  sta- 
bilita  nel    1832   una  società   di  da- 
me della  carila  in  sollievo  de'pove- 
ri.  Loro  ufficio  è  di   visitare  i   ina- 
lali,   assistere    gì'  indigenti,    vestire 
ed  educare    le  giovinette.    In  tutta 
l'isola    si    trovano    tre  stabilimenti 
delle  soi'elle  di  s.   GiuseppCj  ed  uno 
de' fratelli   delle  scuole  cristiane.  La 
popolazione  dell'  isola,  tra  liberi    e 
schiavi,  negri    e  di    colore,  ascende 
a    100,000;  quella   cattolica,   senza 
contarvi  gli  schiavi  che  ascendono  a 
60,000,  èdi  27,000.   Vi  sono  dodici 
chiese  parrocchiali,  oltre    le  piccole 
cappelle,  e  si  parla  la  lingua  francese. 


MIS  255 

Madagascar,  prefettura  apostoli- 
ca.  Isola  dell'Oceano  indiano  equi- 
noziale   in    Africa,    una    delle    più 
grandi  del  globo,  divisa  dall'Africa 
dal  canale  di    Mozambico,  e  vasta 
quasi  quanto  tutta  la  Francia.  Nel 
tempo  che  i  portoghesi  possedevano 
alcuni  punti  dell'isola,  vi  furono  spe- 
diti de'gesuiti.  Dopo  che  Richelieu 
nel  1610  vi  fondò  una  colonia  fran- 
cese, vi   s'  introdussero  i  domenica- 
ni, e  più  tardi  s.  Vincenzo  de  Pao- 
li    s'impegnò    sommamente    della 
conversione  di  quest'isolani,  e  di  con- 
certo colla  congregazione  di   propa- 
ganda vi  spedì    molti    soggetti    e   vi 
istituì  una    prefettura.  La    missione 
ebbe  breve  vita  dopo    la   morte  del 
santo,  e  più  volte  restaurata  si  eslin- 
se.  L'isola  fu   talvolta   sotto  la  giu- 
risdizione   del   vicario    apostolico  di 
s.  Maurizio  e  del  Capo    di   Buona 
Speranza,  talvolta    al   prefetto  del- 
l' isola  di   Borbone.  Nel  collegio  Ur- 
bano  vi    fu    un  ahmno    dell'  isola. 
I   pioteslanti»  inglesi   vi   si  introdus- 
sero e  fanno  ostacolo  ai   missionari 
cattolici.   Gregorio  XVI  v'  istituì  la 
prefiiltura  che  si   funge  dall'abbate 
Dalmond.    I    madascaresi   o    mada- 
gassi  sentono  con  vivo  interesse  par- 
lare di   religione,  e  corrono  in   fol- 
la ad   ascoltarne  la  disciplina    ed   i 
misteri  :  quei   dell'  interno  sono  più 
docili  ed    ospitali.   Il  figlio  del   ca- 
po delle  tribù  degli  ovahs,  chiama- 
to Kadama,    per  le    sue    belle    do- 
ti  prese  superiorità    quasi   su   tutta 
r  isola,  e  fondò  un  impero  possen- 
te,   ma   fatalmente    fu  obbligato  al 
libertinaggio    dal    genitore,    che  lo 
credeva   incapace    di   legnare    senza 
passioni     tra     un  popolo  dissoluto. 
Questo  re  fu  influenzalo  dagl'ingle- 
si, procurò  di   civilizzare    il  suo  po- 
polo, e  lece  fondare  in  Tananariva 
una  scuola  da  un  protestante  :  da 


256  MIS 

questo  slahilimenlo  derivarono  cir- 
ca cento  scuole  sparse  pel  regno  ; 
egli  non  si  opponeva  alla  difl'usìone 
del  cristianesimo  ,  e  mostrò  dis- 
prezzo per  la  idolatria.  Nel  i835 
si  volea  erigervi  un  vicariato  apo- 
stolico; ma  essendo  morto  fino  dal 
1828  il  principe  Radama,  la  regi- 
na Ranavalona  sua  vedova,  che  ne 
occupò  il  trono,  suscitò  fiera  per- 
secuzione ai  cristiani,  la  quale  ces- 
sata vi  furono  spediti  tre  gesuiti 
e  tre  alunni  del  collegio  delle  co- 
lonie. I  francesi  hanno  in  questa 
isola  un  piccolo  stabilimento  sot- 
to il  nome  di  Forte  Delfino,  e  vi 
mantengono  una  piccola  guarnigione, 
ma  pare  che  aspirino  alla  conqui- 
sta dell'  isola.  La  sua  popolazione, 
in  gian  parte  selvaggia,  secondo  il 
rapporto  de'francesi  del  luogo,  è  di 
4,000,000:  Facourt  però  la  ristiin- 
gè  a  1,600,000.  Gli  abitanti  ama- 
no con  passione  il  loro  paese,  e  se 
debbono  assenta isene  recano  seco 
loro  un  poco  della  teifa  dove  nac- 
quero, e  sovente  riguardandola  con 
affettuosa  melanconia,  soggiacciono 
alla  nostalgia,  cui  pure  sono  sogget- 
ti gli  svizzeri. 

Senegal,  piefettura  apostolica  del- 
l'Africa che  comprende  Corea.  Se* 
negai  è  un  fiume  dell'Africa  occi- 
dentale, che  si  scarica  nell'  Oceano 
Atlantico.  Vicino  alle  sue  foci  for- 
ma l'isola  di  s.  Luigi,  eh'  è  pure  la 
capitale  :  Corea  è  un'  altra  isola 
presso  i  lidi  della  Senegambia.  Que- 
ste ed  altre  isoielle,  e  qualche  par- 
te del  continente  spettano  alla  Fran- 
cia, e  costituiscono  la  prefelUu'a 
apostolica,  ch'esercita  l'ab.  May- 
nard. Questa  missione  a  richiesta 
del  re  di  Francia  fu  fondata  nel 
1765  dai  recolletti,  da'cjuali  passò 
a'preli  secolari,  ed  ora  dipende  dal 
superiore  del  seminario  dello  Spiri - 


MIS 

lo  Santo,  al  quale  la  congregazione 
di  propaganda  ha  mandata  tal  voi- 
ta  la  patente  in  bianco  pel  prefetto 
apostolico,  raccomandando  che  la 
scelta  cadesse  in  ecclesiastico  de- 
gno. Nella  rivoluzione  francese  la 
religione  soffri  assai.  In  s.  Luigi  vi  è 
una  chiesa,  altraiu  Corea.  Avvi  una 
scuola  pei  figli  delle  primarie  fa- 
miglie. 

Cajenna,  prefettura  apostolica  , 
isola  nella  Cujana  francese  nell'  A- 
merica.  La  sola  religione  cattolica 
vi  si  professa  ;  gli  adulti  parlano 
il  francese,  e  il  linguaggio  naturale 
la  gioventù,  perchè  l'educazione  è 
aflìdata  alle  donne  negre.  N'  è  pre- 
fello l'abbate  Cuillier.  Vi  è  una 
scuola  pei  fanciulli,  diretta  dai  fra- 
telli della  dottrina  cristiana  ;  altra 
per  le  fanciulle,  sotto  la  direzione 
delle  sorelle  di  s.  Giuseppe.  Nell'o- 
spedale gli  infermi  sono  assistiti  dal- 
le sorelle  di  s.  Paolo  Chatres:  vi 
erano  le  sorelle  della  carità.  La  po- 
polazione, compresi  i  negri,  è  di 
1 6,000,  con  tre  chiese  parrocchiali. 
Guadalnpn,  prefettura  apostolica, 
isola  delle  Antille  in  America,  e 
comprende  le  isole  di  s.  Bartolomeo, 
di  Maria  Galante,  della  Desiderata, 
di  s.  Martino  e  dei  Santi.  Il  pre- 
fetto apostolico  ch'è  l'ab.  F.  Lacoin- 
be  riceve  12,000  fianchi  dal  tesoro 
reale,  e  2000  ne  ^riceve  ciascun 
missionario.  Essendo  nato  il  dubbio 
se  l'isola  di  s.  Bartolomeo,  donata  aU 
la  Svezia  nel  1  788,  appartenesse  piìi 
alla  giurisdizione  di  questo  prefetto, 
Leone  XI 1  gliene  conferì  nel  1824 
facoltà  speciale,  e  ad  esso  .si  accor- 
dò pure  l'uso  degli  abiti  prelatizi. 
Questa  isola  era  affidata  ai  padri 
domenicani  e  cap[)uccini,  ed  ora  vi 
sono  più  di  trenta  preti.  Vi  sono 
(lue  ospedali  sotto  la  direzione  del- 
le sorelle   ospitaliere     di    s.  Mauril- 


MIS 
«io  Chatres,  ed  una  casa  di  odii- 
cazione  per  la  gioventù  di  Bassa 
Terra,  la  quale  è  capitale  di  Gua- 
daliipa.  La  popolazione  dell'isola  è 
di  120,000  forse  tutti  cattolici; 
quella  di  s.  Bartolomeo  di  8000. 
Ivi  parlasi  lingua  francese,  coni* 
prendendo  la  prefettura  ventisei  par- 
rocchie con  chiese. 

Mnrtinicca,  prefettura  apostolica 
delle  isole  Anlille  in  America.  For- 
tereale  capitale  dell'  isola  è  resi- 
denza del  prefetto  apostolico,  che 
da  ultimo  era  l'ab.  Pietro  Paolo 
Castelli  ,  ed  ora  è  vice-prefetto 
l'ab.  Jacquier,  con  più  di  trentun 
preti  provenienti  dal  seminario  del- 
le colonie,  che  ha  la  cura  di  provve- 
dere i  missionari  di  questa  prefet- 
tura. Un  giorno  eranvi  i  domeni- 
cani, carmelitani  e  gesuiti,  a'  quali 
successero  i  cappuccini.  Vi  erano 
tre  comunità  religiose  per  le  don- 
ne, ma  il  furore  delle  rivoluzioni 
tutto  distrusse,  tranne  le  orsoline  : 
i  beni  ecclesiastici  esistono  in  po- 
tere del  governo  francese.  Al  pre- 
fetto sono  accordali  gli  abiti  pre- 
latizi, e  si  tollera  l'uso  del  baldac- 
chino. La  fede  ivi  si  conserva  nella 
sua  purità,  ecclissata  però  dal  mal 
costume.  Avvi  un  convitto  di  don- 
zelle sotto  la  protezione  del  gover- 
no, diretto  dalle  sorelle  di  s.  Giu- 
seppe di  Clency;  un  ospizio  per  gli 
orfani  a  carico  del  governo;  due 
ospizi  di  carila,  ma  senza  fondi; 
quattro  ospedali  pei  militari  e  per 
la  marina.  In  più  chiese  sono  e- 
rette  confraternite  del  ss.  Rosario, 
dello  scapulare,  e  de' ss.  Cuori.  Vi 
sono  le  monache  adoratrici  perpe- 
tue e  le  orsoline.  Vi  fu  da  ultimo 
istallata  l'opera  pia  della  propa- 
gazione di  Lione.  La  popolazione 
tutta  cattolica  ascende  a  140,000, 
comprese   Je  truppe   francesi,    ed  i 

VOL      XLV 


MIS  13  7 

foresi  ieri  attirativi  dal  commercio: 
in  Forlereale  si  contano  i3,ooo 
abitanti,  ed  in  s.  Pietro  3o,oóo.  In 
tutta  l'isola  sonovi  circa  trentadne 
chiese;  in  Fortereale  una  chiesa 
parrocchiale  e  due  cappelle;  in  s. 
Pietro  chiese  delle  orsoline,  e  di 
s,  Giuseppe  di  Clency:  parlasi  lin- 
gua  francese. 

«5".  Pietro  e  Miquelon,  prefettu- 
ra apostolica,  isole  del  golfo  di  s. 
Lorenzo  nell'Atlantico  settentrionale, 
presso  la  costa  meridionale  di  Ter- 
rannova  in  America,  di  cui  è  prefet- 
to r  ab.  Ollivier,  e  vice-prefetlo 
l'ab.  Lainet,  con  pochi  missionari, 
ed  una  popolazione  originaria  del- 
le coste  di  Francia  di  più  di  1200, 
i  quali  occupansi  quasi  unicamente 
alla  pesca,  laonde  stabilimenti  di  pe- 
sca sono  le  isole  di  s.  Pietro  e  Mique- 
lon, massime  del  merluzzo.  Lo  sta- 
bilimento di  s.  Pietro  e  Miquelon 
è  il  solo  punto  .  sedentario  che  in 
oggi  abbia  la  Francia  in  quelle  ac- 
que; il  solo  rifugio  che  offrir  si 
possa  in  caso  di  bisogno  alla  pesca 
errante.  Acquistò  la  Francia  il  pos- 
sesso di  tali  isole  nel  1763,  che 
perduto  riacquistarono  i  francesi  nel 
l8i5.  Gli  abitanti  di  Miquelon  vi- 
vono dispersi  lungo  le  coste  ed 
hanno  buoni  pascoli.  Avvi  pure 
Miquelon  piccola  o  Langladè,  con 
belle  praterie  e  qualche  terra  alta 
alla  coltivazione.  Le  due  Miquelon 
formano  con  s.  Pietro  una  colonia 
francese,  sotto  un  comandante  am- 
ministratore. 

MISSIONI  STRANIERE, ^f //ai- 
zzano d' Irlanda.  JN'e' tempi  antichi 
è  certo  che  lo  studio  e  le  scienze 
sacre  fiorivano  nella  rimota  Irlan- 
da {Vedi).  Nel  V!,  VII  e  Vili  se- 
colo vi  furono  stabilite  molle  scuo- 
le e  monasteri  che  acquistarono  gran 
celebrità  per  tutta  l'  Europa.  Non 
J7 


258  MIS 

pochi  scolari  dalla  Francia   e  dalla 
Germania  "vi  si  portavano,  e  il  veti. 
Beda  ci  racconta  che  gli  anglosas- 
soni vi    concorrevano   in  gran  nu- 
mero, e  vi  erano    ricevuti  con    o- 
spitalilà  e  maolenuti  gratuitamente. 
Le  scuole  più  celebri  erano  quelle 
di  s,  Lismore,  Bangor  e  Mayo.   Da 
queste  scuole  uscirono  innumerabili 
missionai'i    eh'  ebbero  la    gloria    di 
convertire  gran  parte  de'  paesi  set- 
tentrionali dell'Europa.  S.  Willibro- 
do  uscito   dall'Irlanda   converti    la 
Frisia,  8.  Riliano  la  Baviera,  s.  Vir- 
gilio  la  Carintia,  s.  Colombo  le  parti 
settentrionali  della  Scozia,  s.  Edano 
la  Norlumbria;  mentre  s.  Caidoco, 
s.  Furseo,  Fiacrio  Gallo,  Colomba- 
no ed  altri  illustrarono  il  Belgio,  la 
Francia,  la    Svizzera,   e  persino    le 
belle  contrade  d'Italia.  Queste  fati- 
che missionarie  degli  irlandesi  con- 
tinuarono a  produrre   ottimi   frutti 
in  diversi  paesi  per  più  secoli;   ma 
venuta  l'infelice  riforma,  furono  di- 
strutte tutte    le    cure    religiose    in 
Irlanda,  disperso  il  clero,   banditi   i 
monaci,    saccheggiate   le    chiese,   e 
cos^i  distrutta  ogni  speranza  di  con- 
tribuire alla  propagazione  della  re- 
ligione di  Gesù  Cristo.  Nel  presen- 
te   secolo    essendosi    rallentate    al- 
quanto le  leggi  penali,    subito    co- 
minciarono a    fiorire    di     nuovo  le 
lettere  in  Irlanda,  e  vi  furono  sta- 
biliti collegi,  che    hanno   dato    ec- 
cellenti operai  che  coltivano  la   vi- 
gna del  Signore  in  ogni  parte    del 
mondo.  Ne  siano  testimonio  i  mol- 
ti  vescovi  e  sacerdoti  che  l'Irlanda 
ha  somministrato  dentro  gli  ultimi 
\enl'anni    all'   America    settentrio- 
nale, all'Australia  nell'  Oceania,  al- 
le    Indie    orientali    ed     occidenta- 
li, e  all'Africa   medesima.    Le    cir- 
costanze  de'tempi  e  la  difllcollà  di 
trovare    i    mezzi    di    sosteutaiueu- 


MIS 
to  fecero  sì  che  non  si  stabilisse  al- 
cun  collegio    in    Irlanda    destinalo 
esclusivamente    alle    missioni    este- 
re  sino  agli    ultimi    anni.     Il  pri- 
mo che  formò    l'idea    di    un    tale 
stabilimento    fu  il   pio  sacerdote  d. 
Giovanni   Foley,  il  quale  circa  die- 
ci anni  sono  aprì  un  seminario  per 
le  missioni  nella    città  o    borgo  di 
Youghall  nella  diocesi  di   Cloyne  e 
Ross.    Questo    seminario    fu    ben- 
tosto   pieno    di    giovani    studiosi,  e 
il    sacerdote    Faley,     fu     incoraggi- 
lo dal   cardinal  prefetto    di   propa- 
ganda   e   da    Gregorio    XVI  ,     di 
proseguire     con     zelo     1'  intrapresa 
carriera;  ma  essendo  egli   collo  da 
immatura   morte  nel    i844.    piima 
di    aver     potuto    maturare     i    suoi 
piani  ed  una  stabilità  alla  sua  ope- 
ra,   si    chiuse    il  seminario,   e    gli 
studenti  si    ritirarono    in    altri  col- 
legi.  Nel    1843   morì    nella    diocesi 
di     Kildare     il   parroco     di     Ciane 
Kearney,  il  quale  lasciò  una    som- 
ma vistosa  di  diecimila   lire   sterli- 
ne al  vescovo  di  quella  diocesi,  da 
erogarsi  nell'educazione  degli  studen- 
ti per  le  missioni  estere.  Quel  pio  e 
zelante     vescovo     monsignor     Haly 
colle    rendite     derivate    da    quella 
somma  mantiene  molti  giovani  ec- 
clesiastici  nel  suo  seminario  di  Car- 
lovia,   i  quali   vi  si   mandano  da  di- 
versi vescovi  o  vicari  apostolici  nei 
paesi  esteri.  Nel    1840  un    pio  sa- 
cerdote della  diocesi  di  Meatli,  don 
Giovanni    Hand,   avendo    ottenuta 
l'approvazione   dalla   congregazione 
di  propaganda  e  da  Gregorio  XVI, 
fondò  un  collegio  missionario    det- 
to di  Allhallovv^s  o  di  tutti  i  santi, 
nella  vicinanza  di  Dublino.  Il  Iland 
cadde  ben  tosto  vittima  del  suo  ze- 
lo nel  promovere  questa  opera,  es- 
.sendo  morto  nel    i84>    di    febbre. 
Il  seminario  però  continua  a  fiori- 


MIS  MTS  55:9 

re  ecl  è  protetto  ed  incoraggUo  dai     la  conoscenzH  ,   e   che  ha    qualche 
Tescovi  e  dal  popolo  d'Irlanda.  Vi     volta   comunicato  a'suoi   profeti  ed 


si  mantengono  circa  settanta  alun- 
ni, con  mezzi  ottenuti  principal- 
mente dalie  limosine  de'fedeli.  Vi 
sono  in  detto  collegio  eccellenti 
professori  di  tutte  le  scienze,  e  vi 
regna  un  oltimo  spirito ,  cosicché 
sì  può  sperare  che  gli  alunni  che 
vi  si  allevano  rinnoveranno  gli 
esempi  dell'antica  Irlanda,  e  cal- 
cheranno le  vestigia  di  quei  santi 
uomini,  che  si  fecero  gli  apostoli 
e  benefattori  di  tante  parti  del- 
l'Europa. 

M I ST A  GOG I A  ,  Mystagogia . 
Spiegazione  de'  misteri  agli  iniziati. 
Con  questo  vocabolo  distinguono 
altres'i  i  greci  il  santo  sagrifizio  del- 
la messa,  perchè  come  scrive  il  Goar, 
sublima  la  mente  a  comprendere  i 
reconditi  secreti  di  Dio,  cuopre  le 
azioni  e  le  passioni  di  Cristo  sotto 
i  simulacri  e  le  cerimonie,  e  Cri- 
sto stesso  sotto  le  specie  del  pane 
e  del  vino,  ed  in  pari  tempo  gui- 
da a  conoscerlo  in  modo  arcano, 
ed  insieme,  col  ricevere  ora  mani- 
festamente il  cibo  celeste  ne  dà  un 
pegno  nascosto  di  ottenere  la  vita 
eterna. 

MISTERO,  Mysterhim.  Segreto 
sacro,  arcaniim,  cerimonia  religiosa. 
Il  termine   di     mistero  deriva  dal- 
l'ebraico salar,  nascondere,  quindi 
rnystar,  una  cosa  nascosta,  secieta; 
oppure  dal  greco  rnyo,  io    chiudo, 
sloma,  la  bocca j  come    chi  dicesse 
cosa  sulla    quale   deve  chiudersi  la 
bocca.  Quindi  il  nome  di  mistero  si 
prende:    i."  Per   tutte    le    cose  na- 
scoste, scerete,  difficili    od  impossi- 
bili a  con^prendersi,  sieno  naturali 
o  soprannaturali.  a.°  Si  pi'ende  più. 
particolarmente  pei  secreti  di  un  or- 
dine superiore  e  soprannaturale,  co- 
me quelli  di  cui  Dio  si  è  riservato 


ai  suoi    devoti.    3."  Si  prende   più 
particolarmente    per  le     verità  che 
la  religione  cristiana  propone  di  cre- 
dere, come  la    Tiinità,    l' Incarna- 
zione,   i  sacramenti     e    soprattutto 
quello    dell'Eucaristia,   eh' è  il.  più 
sacro  ed  il  piìi  grande    di    tutti    i 
nostri  sacramenti.  La  Chiesa  ha  sta- 
bilito delle  feste   particolari  per  o- 
norare  i  misteri  della  religione,  che 
avea  gran  cura  di  nascondere  agli 
infedeli,  a  cagione    della   loro  pro- 
fondità che  li     rendono  impenetra- 
bili  allo  spirito    umano  che  non  è 
rischiarato  dai    lumi     della  fede,  e 
per  quelle  altre  ragioni  che  notam- 
mo ad    AECATfo,  a  Liturgia  ed  al- 
trove. E  un  diritto  esclusivo  della 
potestà  ecclesiastica  il  dirigere  l'e- 
sercizio del  culto  esterno  :  s.  Paolo 
scrivendo  ai    corinti  sulla    celebra- 
zione de'sanli  misteri,  dopo  aver  fat- 
te diverse    prescrizioni ,  disse:    ^lle 
altra  cose  poi,  venuto  eh' io  sìa  fra 
voi,  darò  ordine.  I  pagani  avevano 
altresì   i    loro    misteri,    intorno    ai 
quali     conservavano    un  inviolabile 
secreto;  ma  erano  misteri  d'iniqui- 
tà, eh'  essi  nascondevano  perchè  pa- 
lesandoli avrebbero  resa  la  loro  re- 
ligione spregevole,  ridicola  e  odio- 
sa. Di  essi  gli  scrii  tori  antichi  eb- 
bero scrupolo  di  parlare,  non   cos\ 
i  più     moderni  :  i  primi   tralascia- 
vano a    bello    studio  di    palesarli , 
ed  il   propalare  i  misteri   ai  profani 
e    non  iniziati    era  dai     gentili  più 
superstiziosi     riputato    grandissimo 
sacrilegio. 

MISTI  A,  Mistltia.  Sede  vesco-^ 
vile  della  provincia  di  Licaonia, 
neir  esarcalo  d' Asia  eretta  nel  V 
secolo  sotto  la  metropoli  d' Iconio, 
e  nel  IX  divenne  arcivescovato  o- 
norario.  Ne   furono    vescovi  Dario 


26o  MIT 

che  intervenne  al  primo  concilio 
di  Costantinopoli  ;  Ermazio  pel  qua- 
le Onesiforo  d' Iconio  sottoscrisse 
il  concilio  di  Calcedonia  ;  Longino 
appose  la  sua  firma  ai  canoni  in 
Trullo  j  Basilio  che  fu  all' Vili  con- 
cilio generale,  ed  a  quello  di  Fo- 
zio,  dopo  la  molte  di  s.  Ignazio  , 
e  si  sottoscrisse  arcivescovo. 'O/'te/w 
christ.   t.  I,   p,  1088. 

MISTIA,  Mystia,  Città  vescovile 
d'Italia  ne'Bruzi  o  Magna  Grecia, 
antica  ma  rovinata,    sulla  costei  o- 
rientale  fra  il     promontorio  Cocin- 
tum,  e  la   città    di     Coecìnum,  un 
poco  al  mezzodì  del  golfo  di  Squil- 
lace.    L' Ughelli  nell'  Italia     sacra 
t.  X,  p.    143,  la  registra  tra  le  se- 
di  vescovili,  e  dice     ch'ebbe  Seve- 
rino per   suo     vescovo,    fatto  da  s. 
Gregorio  I  Papa  del  590. 
MI  XILENE.    Vedi  Metelino. 
MITRA,   Milhra,  Infida.  Orna- 
mento ed   insegna    ecclesiastica  del 
capo,  che     portano  il  Papa,  i  car- 
dinali, i  vescovi,  gli  abbati  regolari 
o  mitrati,     ed  altri     prelati  :  segno 
di  onore,  di  maestà  e  di  giurisdizio- 
ne.    È  un  berretto   rotondo,  pun- 
tato e  spaccato  nella   sua  sommità, 
con  due  bendoni  od  infole  che  cado- 
no sulle  spalle;  e  fu  chiamata  anche 
pileo  cornuto,  perchè  finisce  in  due 
punte.   Il  Thiers,  nell'  Istoria  delle 
parrucche,   dice  che    le  mitre  sono 
quasi   di  tutti  i  tempi,  nazioni,  re- 
ligioni, e  le  portarono  s"i  gli  uomi- 
ni come  le  donne,  benché  non  fos- 
sero tutte  della  stessa  figura.   Il  p. 
Bonanni,  Cerare,  eccl.  cap.  Sg,  del- 
la mitra,  la  descrive:  divisa  in  due 
parti    piane,  le    quali    allargandosi 
cingono  il  capo,  e  nella   parte  emi- 
nente   terminano  in    punta    acuta, 
corrispondendo  a  quella  mitra  de- 
gli   antichi    sacerdoti    idolatri,    che 
però    r  usavano  più    bassa;  quindi 


MIT 
riporta  testimonianze,     che  i  brac- 
mani  sacerdoti  indiani  usarono  mi- 
tra ornata  di  gioie,     cosi  il  primo 
sacerdote  della  dea  Siria,  ed  il  som- 
mo  pontefice    de' gentili  adoperava 
mitra  d' oro.    E  siccome     tal  sorta 
di  ornamento  fu  espresso  coi  nomi 
mitra,  cidaris ,    tiara,  infula    phri- 
gitint,  corona    sacerdotalis,  cùpida, 
e  in  altri   modi,    quindi  nasce  non 
piccola  difficoltà    in    riconoscere  la 
forma  usata     dagli  antichi    e  dalle 
diverse  persone    che    la  portavano. 
'Aveva   pure  la   mitra   il  sommo  sa- 
cerdote degli  ebrei,  che  portava  in 
capo  quando  celebrava  le  sacre  fun- 
zioni nel   tabernacolo,  dilferente  di 
molto  da  quella   usata  dai  sacerdo- 
ti  inferiori,  come  coperta   di  colore 
giacinto,  e  circondata  di  una  coro- 
na d'oro  distinta    in   tre    ordini,   i 
quali  lasciavano    spazio  per  la   La- 
mina d' oro  [Vedi)  che  legnvasi  .sul- 
la fronte  con  nastro   di  colore  gia- 
cinto, conforme  al  comando  di  Dio; 
mentre  si  controverte    la  forma  di 
tale  lamina  o  lastra   d'  oro,  che  di- 
cesi aver  avuto    quella    di    Corona 
[Vedi)  di  un  mezzo  circolo  che  da  un 
orecchio  all'altro  occupava  la  fron- 
te del  saceidote,  e  larga  circa  due  di- 
ta, venendo  chiamata  corona,  e  coro- 
na   dimidiata,  e  creduta    da  alcuni 
divisa  quasi  in  tre  ordini.  Il  Sarnelli, 
Leti.   eccl.   t.    I,    lett.    Ili,   pattando 
della   mitra,  dice  che  quella  de'sa- 
cerdoti  era    un    berrettino     aguzzo, 
che  non   copriva   tutta   la  testa,  ma 
poco  più  della   metà,  a  giiisa  d'u- 
na bènda  di   lino  avvoltolata  in  gi- 
ro   e  cucita,    nascondendo  le  cuci- 
ture ultra  tela   che  calava  sulla  fron- 
te. Della  mitra    del    sommo  sacer- 
dote il  Bonanni  ne  tratta  al  cap.  9; 
ed  al  cap.    16    riporta    due  figure 
di    esso    con   due    diverse    mitre,  e 
cerca  la  cngiouc    perchè  Dio  volle 


MIT 

che  i  sacerdoti  dell'  antica  legge  te- 
nessero il  capo  coperto  ne'  sagrifi- 
zi  per  segno  di  riverenza,  e  per 
accrescere  decoro  e  maestà  al  sa- 
cerdozio. Essendo  la  legge  mosaica 
costituita  come  legge  di  timore  e 
soggezione,  era  conveniente  che  i 
sacerdoti  la  professassero  con  por- 
tare in  capo  il  peso  delia  mitra 
prescritta  da' Dio;  al  contrario  nel- 
la legge  nuova  o  cristiana  usano  i 
sacerdoti  il  capo  scoperto,  perchè 
questa  è  legge  di  perfetta  libertà, 
come  governata  non  da  legge  di 
servitù,  ma  da  legge  di  amore.  Nel 
rito  siriaco  però  nelle  sacre  funzio- 
ni tengono  i  ministri  il  capo  coper- 
to; altrettanto  fanno  diversi  orien- 
tali anche  scismatici.  Su  questo  pun-' 
to  si  può  vedere  Berrettino,  Mes- 
sa e  gli  articoli  relativi,  ed  il  ci- 
tato Thìers.  Questi  asserisce  che  i 
vescovi  orientali  celebrano  col  capo 
coperto,  tranne  l'alessandrino,  o 
per  le  ragioni  che  diremo,  o  per 
seguire  la  tradizione  o  la  regola 
di  s.  Paolo  che  insegna  di  orare 
colla   testa   scoperta. 

Il  nome  di  mitra  è  comunissimo 
presso  gli  scrittori  antichi,  tanto  sa- 
cri, che  profani.  Per  mitra  intendesi 
una  specie  di  acconciatura,  la  quale 
cangiò  di  iìgura  secondo  i  tempi,  che 
fu  talvolta  comune  ad  ambo  i  sessi, 
e  talora  particolare  alle  sole  donne, 
parlando  Isia  delie  loro  mitre;  gli 
jouli,  gli  egizi  ed  i  siri  usarono  un 
ornamento  pel  capo  equivalente  al- 
la mitra,  e  nell'Africa  nei  IV  se- 
colo era  contrassegno  di  vergine 
dedicata  a  Dio,  come  oggi  il  veloj 
secondo  il  Macri,  Not.  de  vocab., 
che  dice  essere  stata  di  lana  tinta 
ili  porpora  detta  Milrella  e  Mitcl- 
la  :  nella  Spagna  si  narra  che  l'u- 
sassero le  monache  nel  secolo  Vili. 
11    Buonarroti,    De  medaglioni  p. 


MIT  261 

412,  riferisce  che  le  donne  usa- 
rono per  ornamento  del  capo  una 
specie  di  mitra  detta  anche  tiara, 
come  il  pileo  gli  uomini,  formata 
d'  una  fascia  larga  che  si  girava 
più  volte  intorno  alla  testa,  e  quan- 
do era  più  corta  chiamavasi  forse 
semimitra,  dicendosi  le  strette  Mi- 
trelle  o  Mitelle,  e  1'  usarono  le  bac-> 
canti.  Anch' egli  afferma  che  lesa- 
ere  vergini  africane  l' usavano,  a 
tempo  almeno  di  s.  Ottato,  poiché 
avanti  Tertulliano  si  fa  menzione 
di  mitre,  come  abito  delle  matro- 
ne e  donne  attempate,  descriven- 
dole in  modo  che  lasciavano  sco- 
perta la  cima  della  testa.  E  per- 
chè ordinariamente  erano  fatte  di 
ricamo,  e  ancora  adornale  di  gioie, 
le  portavano  per  lo  più  piccole  e 
corte  come  un  Diadema  (  Vedi)  le- 
gate con  alcune  vitle  dette  perciò 
anademaia  e  redimicula,  onde  molti 
autori  non  più  distinsero  la  mitra 
dal  diadema.  Si  vuole  che  le  donne 
siriache  ed  arabe  portino  ancora 
in  oggi  una  mitra  d' argento  chia- 
mata arkiè,  fatta  a  foggia  di  pane 
di  zucchero,  cui  vedesi  attaccato 
un  velo  nero  ricco  di  perle  e  pie- 
tre preziose. 

Per  tradizione  apostolica  i  vé- 
scovi portano  la  mitra  nelle  sacre 
funzioni,  poiché  gli  apostoli  s.  Gia- 
como primo  vescovo  di  Gerusalem- 
me, e  s.  Giovanni  vescovo  d'  Efeso 
portavano  la  lamina  d'  oro  in  testa, 
ornamento  misterioso  equivalente 
alla  mitra,  cosi  i  primi  vescovi  co- 
me dicemmo  a  Lamina:  che  se  tale 
lamina  non  si  p.uò  dire  rigorosa- 
mente mitra,  non  avendone  la  for- 
ma eh'  ora  si  vede,  era  bensì  segno 
della  dignità  che  gli  apostoli  ave- 
vano nelle  chiese  da  essi  governate, 
ornamento  della  dignità  episcopale, 
e    simbolo    del    sacerdozio    regale. 


a6-i  M  l  T 

Vogliono  alcuni  che  s.  Clemente 
1  Papa  del  gS,  tra  le  insegne  che 
attribuì  a'  vescovi,  abbia  compresa  la 
mitra;  opina  però  il  Thiers  che  ii 
primo  vescovo  latino  a  usare  la 
mitra  fu  il  Pontefice  s.  Silvestro  I, 
sebbene  poi  dica  che  le  mitre  non 
si  conobbero  avanti  il  looo.  11  Ma- 
cri  e  il  Bonanni  affermano  vene- 
rarsi in  Roma  nella  chiesa  di  s. 
Martino  a'  Monti  la  mitra  di  s. 
Silvestro  I  eletto  nel3i4>'a  quale 
è  tonda,  acuta  in  cima,  alta  circa 
im  palmo,  di  drappo  tessuto  di 
seta  e  oro  colore  azzurro  o  verde  ; 
in  essa  vedesi  effigiata  la  Beata  Ver- 
gine tenente  nella  destra  un  ramo 
d'  ulivo,  e  sedente  col  Bambino,  in 
mezzo  a  due  angeli  in  dalmatiche, 
oltre  altri  quattro  simili  disposti 
lateralmente,  con  sette  stelle  e  fre- 
gio intorno,  leggendosi  sotto  i  pie- 
di della  Madonna  :  Ave  Regina 
Coeli.  Questa  mitra  fu  riprodotta 
anche  dal  Rocca  nel  fine  del  t.  I 
delle  opere  di  s.  Gregorio  I,  come 
prova  che  già  usavasi  in  Roma. 
Veggasi  lo  stesso  Rocca  ;  De  mitrae 
s.  Silvestri  I  Papae,  et  de  efus- 
dern  ac  s.  Martini  I,  et  Honorii  1 
sandalìs  sive  calceis,  nel  suo  The- 
saurus t.  II,  p,  378,  ove  ne  riporta 
il  rame.  I  medesimi  scrittori  asseri- 
scono conservarsi  in  Valenza  di  Spa- 
gna la  mitra  di  s.  Agostino  (in  vece 
il  Rinaldi  dice  che  il  suo  corpo  colla 
mitra  fu  trasportato  in  Sardegna 
in  un  al  bacolo  pastorale),  di  seta 
bianca  e  forma  acuta,  con  fascia 
di  seta  azzurra  e  d'oro,  che  la  cin- 
ge nel  mezzo  ;  ed  il  Bonanni  ag- 
giunge che  prima  di  tal  tempo, 
cioè  a  qtiello  di  Costantino,  la  mi- 
tra vescovile  fu  detta  Apex  da  s. 
Agostino;  Serlum  cum  genimis  da 
Ennodio  parlando  della  mitra  di 
s.  Ambrogio;  Corona  sacerdotali  da 


MIT 

Ammiano  Marcellino;  Corona  glo- 
riae  da  Eusebio  (anzi  anticamente 
si  dava  ai  vescovi  il  titolo  di  Co- 
ro/za, come  scrissero  s.  Girolamo  a 
s.  Agostino,  e  Sidonio  al  vesco- 
vo Eufronio);  Pyteum,  Galea  et 
Tyara  da  Isidoro;  Infula  da  ti- 
gone di  s.  Vittore;  Cidaris  da 
Alenino;  Phrygium  da  JN'iceforoj 
Lorum  da  Balsamone,  sebbene  il 
Barouio  dice  che  gli  ultimi  nomi 
significano  il  pallio  e  non  la  mitra: 
ma  la  donazione  falla  da  Costan- 
tino a  s.  Silvestro  I  parla  della  mi- 
tra, dicendo:  Phrygium  vero  candi- 
do nitore  splendiduni  resurrectio- 
neni  dominicarn  designans  ejns  san- 
ctissìnio  vertici  manibus  nostris  im- 
posuinius.  L' istesso  Balsamone,  ra- 
gionando della  preziosa  mitra  do- 
nata a  s.  Cirillo  patriarca  Alessan- 
drino dal  Pontefice  san  Celestino 
1  del  4^3,  dice:  Celestinus  phry- 
gium Cyrillo  episcopo  Alexandri- 
no  dedit ;  anche  Innocenzo  HI  chia- 
mò la  mitra  Auriphrygium.  Ap- 
presso il  Surio  si  riferisce  l' inven- 
zione del  corpo  di  Birino  vescovo 
di  Dorchester,  il  quale  morì  nel 
65o,  e  si  narra  che  fu  trovato , 
cuni  infula  rubra,  et  panno  serico 
cuni  cruce  e  metallo  confecta  ;  ac- 
cennandosi la  mitra  nella  parola 
infula,  la  quale  come  asserisce  Ma- 
cri,  infula  mitravi  siguificat,  e  cita 
Tritemio,  dicendo:  Hoc  anno  neni- 
pe  1244  Papa  Innocentius  IV 
concessit  decano  majoris  ecclesiae 
usimi  mitracy  seu  injulae  in  prae- 
cipuis  festìvitatibus.  Più  chiaro  ar- 
gomento dell'  uso  antico  della  mi- 
tia  proceduto  dagli  apostoli  e  man- 
tenuto dai  vescovi  di  Gerusalemme, 
si  ha  dalla  lettera  di  Teodosio  pa- 
triarca, scritta  a  s.  Ignazio  patriar- 
ca di  Costantinopoli,  riferita  nel 
concilio  Vili    dell'  879  con  queste 


MIT 
parole.  Podereoi,  et  siiperhumera- 
le  cum  mitra  et  pontificalem  or- 
naiurii  s.  Jacobi  fratris  Domini,  et 
primi  archiepiscoporitm,  quo  ante- 
cessores  mei  patriarchae  circuma' 
mieti  seniptr  in  sancta  sanctorum 
ingrediehaiilur  sacerdolio  fungentes, 
et  sanctiim  calciare,  cjuo  et  ipse  in- 
dutus  sii/n,  eadem  gerens,  tuo  de- 
siderabili, et  honorandi  capiti,  ex 
amore  et  dileclionis  copia  transmi- 
si. Tullociò  può  servire  di  confu- 
tazione ad  alcuni  scriHori,  i  quali 
tacciarono  i  vescovi  cattolici  quali 
introduttori  della  mitra,  che  chia- 
mano ornamento  da  essi  inventato 
iu  tempi  nien  lontani.  Contro  di 
essi  egregiamente  scrisse  Andrea 
Saussay  nella  sua  Panoplia  episco- 
palis,  seu  de  sacro  episcoporum  or- 
nala, Lutetiae  1646:  lib.  I,  De 
mitrae  episcopalis  antiquitate. 

Alcuni  sostengono  1'  origine  del- 
la mitra  non  essere  più  antica  del 
secolo  X,  non  trovandosene  vesti- 
gio nei  sagra men lari  dei  Papi  s. 
Gelasio  I  e  s.  Gregorio  I,  e  nep- 
pure negli  antichi  ordini  romani , 
né  nelle  antiche  liturgie,  né  in 
quegli  autori  ecclesiastici  che  scris- 
sero iulorno  ai  riti  fino  a  tal  se- 
colo. Invece  il  p.  Marlene,  De  an- 
tiq.  eccl.  ritib.,  lib.  I,  cap.  IV, 
opina  che  la  mitra  come  ornamen- 
to episcopale  fu  sempre  usata  dal- 
la Chiesa,  ma  che  anticamente  i  ve- 
scovi non  potevano  portarla,  se  pri- 
ma non  avevano  ottenuto  un  pri- 
vilegio particolare  dai  sommi  Pon- 
tefici. Infatti  il  p.  Mabillon  nel  se- 
colo W ,praefal.  in  acla  ss.,  lo  pro- 
va dal  privilegio  di  s.  Leone  IV 
dell'  847  concesso  ad  Anscorio  ve- 
scovo d'Amburgo,  col  quale  accor- 
dò r  uso  della  mitra  a  lui  e  suc- 
cessori ;  e  colla  lettera  di  Alessan- 
dro 111  del   11 59,  a  Godwaldo  ve- 


MIT  263 

scovo  d'Utrecht,  riferita  nelle  Cro- 
nache di  Fiandra  lib.  X,  cap.  i  o, 
ove  si  legge:  Episcopaleni  mitrani 
libi  tuisque  successoribus  deferen- 
dani  concedimus.  Argomenti  evi- 
denti, che  non  tutti  i  vescovi  po- 
tevano usare  la  mitra,  altrimenti 
sarebbero  state  superflue  tali  con- 
cessioni. Ciò  si  conferma  col  rac- 
conto  di  s.  Bernardo  nella  vita  di 
s.  Malachia  arcivescovo  d'  Armagh, 
che  riferisce  con  quanta  dimostra- 
zione di  alletto  fu  accolto  dal  Pon- 
tefice Innocenzo  II,  il  quale  ado- 
perando la  mitra  come  parte  del- 
l' abito  ecclesiastico,  V  usava  nelle 
udienze,  onde  in  quella  che  diede 
al  santo  vescovo,  tollens  mitrani  de 
capite  suo  imposuil  capiti  e/us.  Da 
ciò  sembra  non  esserne  stato  prima 
ornato,  se  pure  non  volle  il  Papa 
dare  al  santo  vescovo  un  solenne 
segno  di  particolare  stima,  reputan- 
dolo forse  degno  della  dignità  pon- 
tificia, o  perchè  dovea  rappresen- 
tarla quale  legato  della  santa  Sede 
in  Irlanda  a  cui  l' avea  nominato. 
Conferma  il  p.  Marlene  la  sua  o- 
pinione,  che  i  vescovi  anticamente 
usarono  la  mitra  per  concessione 
pontificia,  con  dichiarare  aver  os- 
servato i  sigilli  de'  vescovi  fioriti 
nel  secolo  XII,  i  quali  non  tutti  si 
vedono  ornati  di  mitra,  benché  le 
loro  figure  fossero  in  abiti  pontifi- 
cali, ciò  che  servì  di  argomento 
negativo  di  quegli  scrittori  che  sos- 
tengono l'introduzione  della  mitra 
circa  il  secolo  X,  avendo  essi  os- 
servato nelle  pitture  antiche  i  Pa- 
pi ed  i  vescovi  vestiti  pontifical- 
mente col  capo  scoperto  e  senza 
mitra.  Diversi  esempi  di  siffatte  im- 
niagini  riferisce  il  p.  Bonanni  ;  ma 
il  citato  Saussay  rigetta  e  stima 
deboli  questi  argomenti  contrari 
all'uso  della  mitra,  dicendo  che  nei 


264  MIT 

rituali  antichi  molte  cose  si  tra- 
lasciaronOj  benché  si  sa  di  certo  che 
fiii'ono  in  uso  per  tradizioni  ordi- 
nale e  praticate  dagli  apostoli  ;  è 
poi  nolo  che  i  pittori  ed  allri  ar- 
tisti rappresentarono  i  Papi  e  i 
vescovi  a  capriccio,  ed  i  capricci 
degli  artisti  giammai  fecero  autori- 
tà nella  Chiesa  e  nella  critica.  Quin- 
di prudentemente  avverti  il  card. 
Bona,  Rer.  liturgie.  §  i^,  cap.  24  «  ''t>- 
1,  che  si  possono  conciliare  le  due 
diverse  opinioni  sulla  mitra  adope- 
rata oggi  nella  Chiesa,  se  usata  a- 
vanti  il  X  secolo,  con  dire  essersi 
usata,  se  non  da  tutti  i  vescovi,  al- 
meno da  molti,  cosa  equivalente 
lilla  mitra  in  segno  della  dignità 
episcopale,  e  di  esserne  stato  intro- 
dotto 1'  uso  dai  ss.  apostoli  Giaco- 
mo e  Giovanni.  Suli' antichità  del- 
l' uso  della  mitra,  essendo  varie  le 
sentenze  degli  eruditi,  si  possono 
inoltre  consultare:  Gori,  De  mitra- 
to capite  Jesu  Chris  ti,  cap.  X,  .vyw- 
bolarum  (  poiché  un  rozzo  artefice 
de'  bassi  tempi  rappresentò  Cristo 
crocefisso  colla  mitra),  voi.  Ili,  p. 
191;  Marangoni,  Chronologi a  pon- 
tifìcia p.  SyjBingham,  Origin.  eccl. 
Iib.  li,  cap.  IX;  Y^nWoXXe,  Ritiis  ec- 
cles.  Laudari,  p.  87;  Giovanni  Vis- 
»;onfi,  De  missa  apparata,  e.  3  r  ; 
e  Marlene ,  De  mitrn  pontificali 
a  pad  christianos,  t.  I,  p.  347j  De 
antiq. 

Diversi  sono  i  mistici  significati 
che  i  liturgici  danno  alla  mitra. 
Durando,  De  divin.off.  lib.  3,  cap. 
3,  osserva  che  gli  eretici  derisero 
la  mitra  con)e  cosa  indecente,  anco 
perchè  tern)ina  in  due  punte  che 
chiamano  corna,  cornila.  Che  l'i- 
dea del  corno  non  era  ignominiosa 
presso  gli  antichi,  lo  dicemmo  al- 
l'articolo  Corona.  Il  corno  di  cui 
si  parla  uella  sacra  Scrittura^  suole 


MIT 

significare  gloria,  potestà  e  segno 
di  principato.  La  mitra  si  usa  in 
segno  di  potestà,  ed  è  bicorne,  per- 
chè indica  onore  e  la  scienza  del- 
l' uno  e  r  altro  testamento  che  de- 
vono risplendere  nel  capo  de'  pa- 
stori ecclesiastici,  al  dire  del  Ma- 
cri  ;  ovvero  come  insegnò  s.  Tom- 
maso, le  due  parti  della  mitra  so- 
no insieme  unite  e  separate  per  fi- 
gurare i  due  testamenti,  come  spie- 
gò sopra  il  cap.  i3  dell'Apocalisse. 
Altre  spiegazioni  le  addusse  Inno- 
cenzo III,  cap.  60,  dichiarando  la 
mitra  significare  la  magnificenza 
di  Cristo.  Altre  ne  riportò  1'  Ales, 
De  off.  miss^  §  4>  secondo  il  Bo- 
nanni  ;  mentre  il  Pascalio,  De  co- 
ronis,  stima  che  una  parte  signifi- 
chi la  santità  del  vescovo,  1'  altra 
la  sua  dottrina;  Pietro  Gregorio 
\i  crede  espresso  l'amore  verso  Dio 
ed  il  prossimo;  ed  il  Piazza,  Iride 
sacra  p.  270,  dichiara,  che  l'al- 
tezza della  mitra  misticamente  e- 
sprime,  che  il  vescovo  deve  cosi 
sopravanzare  nella  scienza  i  sudditi; 
e  che  quanto  alla  mitra  di  lastra 
d'  oro  ,  simbolo  dell'  oro  è  la  no- 
biltà, di  dominio,  di  costanza,  <li 
fede,  di  sincerila,  di  sapienza  e  di 
conforto,  qualità  proprie  del  pasto- 
re delle  anime,  ed  esemplare  d' o- 
gni  virtù.  DiOicile  però  è  conosce- 
re i  molivi  per  cui  fu  introdotto 
questo  ornamento  del  capo,  certa- 
mente per  accrescimento  di  decoro 
e  maestà,  inerendo  a  quanto  Dio 
prescrisse  ai  sacerdoti  del  tempio 
con  insegne  ecpiivalenli  .  Quanto 
alla  materia  di  cui  formasi  la  mitra, 
non  fu  sempre  uniforme,  ed  il  si- 
gnificato non  è  presso  tulli  lo  stes- 
so, come  notò  Onpfrio  Panvinio, 
che  scrisse  essersi  usata  nei  secoli 
avanti  di  lino  o  di  seta  bianca,  e 
poscia  di    tela    d'oro  e    ornata  d 


MIT 

gioie,  come  dice  al  verbo  Mitra, 
nel  traltato  delle  voci  ecclesiastiche. 
L'  Oldoiiio  però  nelle  addizioni  al 
Ciacconio,  <;on  descrivere  la  mitra 
di  s.  Silvestro  1,  che  Eugenio  IV 
fece  portare  a  Roma  da  Avignone, 
la  dice  qual  fu  di  sopra  descritta  ; 
ma  dal  Gallico,  Ada  caerem.  p. 
io5,  si  apprende  che  tal  mitra 
fu  quella  chiamata  Corona  e  /fe- 
f^'io,  e  che  con  essa  vi  fu  coronato 
il  successore  di  Eugenio  IV  nel 
i447  Nicolò  V,  Avverte  il  Bonan- 
ni  che  il  Vittorelli  errò  nel  dire 
che  la  mitra  di  s.  Silvestro  I  fosse 
ornata  di  tre  corone.  Che  da  qual- 
che Papa  si  usasse  la  mitra  di  for- 
ma non  acuta,  apparisce  nell'im- 
magine di  Gelasio  II,  del  1 1  i8,  e- 
sposta  in  pittura  da  Costantino 
Caetani  nella  sua  vita,  riprodotta 
dal  Macri,  Hierolexicon,  verbo  Mi- 
tra, e  dal  p.  Bonanni  a  p.  25o. 
Pendono  dalla  mitra  due  fascie  o 
code  non  senza  mistero,  eh'  essen- 
do di  colore  rosso,  simboleggiano 
la  prontezza  che  devono  avere  i  ve- 
scovi nel  difendere  la  fede  col  san- 
gue;  e  siccome  cadono  sulle  spalle, 
significano  il  peso  che  devono  sos- 
tenere nella  predicazione  del  van- 
gelo, qual  simbolo  dello  spirito  dei 
prelati,  i  quali  devono  portar  sulle 
s[)alle  quanto  insegnano  colia  boc- 
ca, secondo  Innocenzo  111  :  queste 
fascie  anticamente  erano  nere,  e 
pendevano  avanti  il  petto.  I  latini 
chiamarono  ville,  lemuisci  o  fascie 
(  ne  parlammo  a  Diadema  ed  a 
Fascia),  dette  anche  infule,  le  due 
estremità  che  pendevano  da  quelle 
corone  o  da  quelle  fascie  che  ser- 
vivano a  cingere  i  capelli  e  le 
tempia,  di  cui  il  Pascalio  citalo 
trattò  nel  lib.  IV,  cap.  22.  Le  fa- 
scie,  bende,  liste  o  code  delle  o- 
dicrne    luilre    (altrove    delle    fluì- 


MIT  265 

brine,  lingnlae,  bendae,  e  pendali), 
sono  nell'estremità  decorate  del  se- 
gno della  croce,  e  talvolta  di  stem- 
mi gentilizi  o  altri  ornati.  Final- 
mente il  cardinal  Torrecremata,  in 
cap.  Discipl.  disi.  4^ ,  dice  che  le 
due  parti  della  mitra  benché  dis- 
giunte sono  unite,  figura  della  fede 
cattolica,  e  disgiunte  per  la  varie- 
tà de'  liti  e  cerimonie,  la  cogni- 
zione delle  quali  si  ricerca  diti  ve- 
scovo, e  per  ciò  gli  si  pone  in  ca- 
po sede  del  sapere.  Secondo  la  di- 
sciplina presente,  la  mitra  ha  tre  di- 
verse forme  di  ornamenti  e  di  stoife 
per  i  quali  distinguesi  in  preziosa 
detta  anche  gioiellata,  o  con  gemme; 
in  aurifrigiata,  delta  ancora  di  la- 
ma, lastra,  tela  o  tocca  d' oro;  ed 
in  semplice.  La  mitra  preziosa  è 
intessuta  di  lama  d'argento  e  di 
oro  a  ricamo  con  guarnizione  di 
gioie  e  di  pietre  preziose.  La  mitra 
aurifrigiata  può  essere  guarnita  o 
di  piccole  perle,  o  di  seta  bianca 
vergata  d'  oro,  ovvero  di  lama  d'o- 
ro semplice  senza  ricami  e  senza 
perle.  La  mitra  semplice  può  es- 
sere, o  di  damasco  bianco,  oppure 
di  tela  bianca  di  lino,  colle  frange 
di  seta  rossa  nell'  estremità  del- 
l'infule  o  ville.  Tutto  ciò  si  de- 
duce dal  Ceremoniale  de' vescovi. 
Ma  altre  notizie  sulle  mitre  an- 
tiche, su  quelle  moderne  e  loro 
uso,  sì  de'  Papi,  cardinali,  vescovi, 
abbati  ed  altri,  le  andiamo  qui  ap- 
presso a  riportare;  mentre  de' tem- 
pi e  funzioni  in  cui  da  tutti  si 
usano,  meglio  se  ne  discorre  ai 
tanti   relativi  articoli. 

3Jitre  del  Papa.  Mitra  turbina- 
ta, regno,  corona,  tiara,  fu  antica- 
mente chiamata  quella  mitra  pon- 
tificia di  forma  conica,  che  avente 
prima  una  corona  ,  poi  ve  ne  fu 
agj^iunla     una     seconda,    indi     una 


a66  MIT 

terza,  per  cui  prese  il  nome  di 
Triregno  [f^edi).  La  distinzione  di 
questa  dalle  altre  mitre,  e  la  spie- 
gazione perchè  il  Papa  ora  usi  il 
triregno  ed  ora  la  mitra,  la  fece 
Innocenzo  III  colle  parole:  Roma- 
nus  Ponlifex  in  sigiium  Ii/iperii 
iUitiir  Regno,  et  in  signiun  Ponti- 
fìcii utilur  Mitra;  sed  Mitra  seni- 
ptr  nlilur,  et  uhiqne  ;  Regno  vero 
nec  ubiquCy  nec  seniper.  E  parlan- 
do altrove  di  sé  medesimo,  come 
si  ha  dal  Burio,  Not.  Rom.  Font. 
p.  579:  Ecclesia  in  signuni  lem- 
poraUwn  dedit  mihi  Coronavi  ;  in 
signnni  spiritualiuni  contulit  niilii 
Muram  :  Milram  prò  sacerdolio, 
Coronani  prò  regno  :  illius  me 
constilnens  Ficariuni  ,  qui  hahet 
in  vestimento  et  femore  scriptnm 
»>  Pvex  Regnum,  et  Dominus  Domi- 
nantium  "  .  Tre  mitre  diverse  da 
antichissimo  tempo  usarono  i  Pa- 
pi nelle  sacre  funzioni  e  solennità, 
come  raccogliesi  dal  cerimoniale 
romano  pubblicato  per  ordine  di 
Gregorio  X  del  127 1,  presso  il 
Mabillon,  Mas.  Ital.  t.  II,  ordine 
rom.  XIII,  p.  232,  e  dall'ordine 
romano  XIV,  pag.  822,  compo- 
sto dal  cardinal  Giacomo  Gaelnni 
Stefaneschi  ne'  primi  del  secolo 
XIV.  Nel  primo  di  questi  si  legge: 
«  Primo  notandum  est,  quod  domi- 
nus Papa  Ires  mitras  diversas  ha- 
Jjet,  quibus  diversis  temporibus  u- 
titur,  scilicet  unam  albam  totam, 
imam  cum  aurifrisio  in  titulo  sine 
circulo,  et  mitram  aurifrisiatam  in 
circulo  et  in  titulo.  Mitra  auri- 
frisiata  in  circulo  et  in  titulo  u- 
titur  in  oITiciis  dìebus  festivis,  et 
idiis,  exceptis  a  septuagesima  uscjue 
ad  Pascha,  et  ab  adventu  usque  ad 
iS'alalem ,  et  quando  cantal  prò 
dcfunctis.  Et  est  illa  ratio,  quia 
curuuam  rc^^raeseutat,  et  aclivue,  et 


MIT 

contemplativae  vitae  discursum.  Mi- 
tra vero  cum  aurifrisio  in  titulo 
sine  circulo,  utitur  cum  sedet  in 
concistorio,  et  judicat,  unde  coronaoi 
regalem  repraesentat.  Alba  utitur 
dìebus  dominicis,  et  aliis  non  fe- 
stivis ab  adventu  Domini  usque 
ad  vigiliam  Nativitatis  Domini  in 
vesperis,  praelerquam  in  terlia  do- 
minica    de    adventu,    quae  dicitur 

dominica    de   Gaudete,  eie in 

festo  Innocentium,  mitra  simplici". 
Neir  ordine  XIV  poi:  de  uso  mi- 
trae,  ecco  quanto  si  dice  :  «  Mitra 
aurifrigiala  ndn  utitur  ecclesia  ro- 
mana ab  adventu  Domini  usque 
ad  festum  Nativitatis  Domini,  ex- 
cepto  quod  dominus  Papa  utilui* 
in  dominica  de  Gaudetej  nec  a  se- 
ptuagesinm  usque  ad  feriam  quin- 
tam  majoris  hebdomadae,  excepto 
quod  dominus  Papa  utitur  in  do- 
minica quarta  quadragesimae,  qua 
cantatur,  Laetare  Jerusalentj  nec 
in  omnibus  vigiliis  ,  de  quibus 
jejunium  celebratur  ,  nec  in  o- 
muibus  qualuor  temporibus,  nec 
in  rogationibus,  nec  in  letaoiis,  nec 
in  olliciis  defunctorum  "  .  Erano 
dunque  queste  tre  mitre,  una  bian- 
ca tutta  liscia,  detta  anche  mitra 
alba  et  plana  de  ganitllo  (panno 
fatto  d'accia  e  bambagia)  absqiie 
aurifrigiis,  et  perlis,  o  al  piti  un 
qualche  piccolo  fregio  d'oro,  e  ser- 
viva nella  quaresima  e  nell'avven- 
to; l'altra  ricamata  in  oro,  ma  sen- 
za cerchio  nella  parte  inferiore,  e 
la  terza  pure  ricamata  con  cer- 
chio d'oro ,  chiamata  perciò  eoa 
diversi  nomi,  indi  divenuta  trire- 
gno. Il  citato  Piazza  p.  272  ripor- 
ta i  tempi  in  cui  il  Papa  deve  as- 
sumere la  mitra  preziosa  di  tela  o 
lastra  d'oro  e  d'  argento  pro[)or- 
zionata  ai  tempi  di  lutto,  penitenza 
e  diiìiuno.  La  mitra  di  lama  d'uro 


MIT 
fu  detta  concistoriale,  usandosi  dal 
l'ontefìce  in  concistoro,  e  Io  atte- 
sta il  Patrizi  nel  suo  Cei emonia- 
le.  Se  ne  fa  pure  menzione  nell'or- 
dine romano  XIV,  ed  era  cum 
auiijiisio  in  titulo  sine  circulo.  II 
p.  JBonanni  cap.  64,  della  mitra 
pontifìcia,  dopo  aver  detto  delle  tre 
mitre  usale  dai  Tapi,  aggiunge  che 
altri  riferirono  essere  le  mitre  a- 
doperale  dal  Pontefice  di  più  sor- 
ta, e  furono  numerate  dal  vescovo 
Saussay,  ove  disse  essere  una  della 
titillai  is  f  ili  qua  est  lilulus  sic  di- 
ctus  quasi  index  quidam,  et  est 
lamina  aurea,  quae  in  giro  mitrae 
orifìcium  ambit.  In  secondo  luogo 
disse  esserne  una  priva  di  tal  giro, 
ornata  però  di  gemme  e  nella 
legatura  circondata  d'oro,  e  adope- 
rata nelle  funzioni  di  minore  so- 
lennità. Oltre  questa  si  adoprò  u- 
lìa  mitra  semplicissima  di  damasco 
Lianco ,  ornata  però  d'alcuni  fiori 
d'oro,  cioè  nella  quaresima  e  nel- 
l'offizio  de'defuiiti.  Questa  variazione 
però  si  restringe  a  tre  sole  mitre 
comunemente  usale  dal  Papa,  cioè 
la  semplice  di  lama  d'argento  con 
galloncino  simile  intorno,  e  frangia 
a  granoni  pur  d'argento  nell'estre- 
mità delle  due  fascie  o  code  ;  la 
aurijrigìala  o  di  lastra,  tela  o  toc- 
ca d'oro  con  galloncino  simile  in- 
torno ,  e  frangia  a  granoni  pur 
d'oro  nell'eslremilà  delle  dette  code; 
la  terza  si  dice  preziosa,  ed  è  or- 
iiula  di  perle  e  di  gioie  con  rica- 
mi d'oro,  i  quali  decorano  anche 
le  due  fascie,  che  terminano  con 
frangie  e  granoni  d'  oro.  Di  tutte 
queste  tre  mitre  ne  hanno  l'uso 
anche  i  vescovi,  con  quelle  avver- 
tenze che  faremo  parlando  di  loro. 
11  p.  Bonanni  a  p.  264  riporta 
la  forma  delle  tre  mitre  pontifìcie, 
che  tuttora  si  conserva,  solo  diver- 


MIT  267 

sificando  1'  aurif rifiata,  eh'  essendo 
quale  la  descrivemmo,  nel  Bonan- 
ni si  vede  con  cinque  gemme  01  iz- 
zonlali  nel  mezzo,  ed  una  gemma 
contornala  da  altre  piccole  in  mez- 
zo al  circolo  corrispondente  alla 
fronte.  Aggiunge  che  la  mitra  tro- 
vala sul  cadavere  di  Bonifacio  Vili 
era  admodum  parva  ,  ex  tela 
hombacina.  Riferisce  il  Macri  nel 
Hierolexico,  che  nella  pittura  antica 
del  portico  di  s.  Cecilia  in  Traste- 
vere si  vedeva  la  mitra  di  s.  Pa- 
squale I  Papa  dell' 8 17,  simile  a 
quella  suddescrilta  di  s.  Silvestro  1, 
la  quale  essendo  slata  ristorata,  il 
pittore  di  suo  arhitrio  la  fece  nella 
forma  simile  alle  moderne,  errore 
copialo  nel  disegno  di  Tempesta. 
11  Garampi  erudilamenle  parlò  del- 
le mille  pontifìcie,  e  del  loro  uso 
nelle  diverse  funzioni,  nel  Sigillo 
della  Garfagnana  p.  79  e  seg.;  co- 
si il  citato  Marangoni,  ed  il  Giorgi, 
Lifurgiae  Rom.  Pont.  t.  I,  p.  2  3o. 
Abbiamo  da  Cencio  Camerario  , 
nel  Rituale,  che  il  Papa  quando 
arrivava  alla  porla  delle  chiese, 
deponeva  il  regno  o  tiara,  e  piglia- 
va la  mitra  come  ornamento  sa- 
cro. Osserva  il  p.  Bonanni,  che  nei 
secoli  passali,  pei  Ponlefìci  l'uso 
della  mitra  fu  più  frequente  di 
quello  attuale,  perchè  si  legge  nel 
rituale  romano  pubblicalo  da  Gre- 
gorio X,  che  il  Papa  dopo  •  avere 
preso  il  possesso  della  basilica  la- 
terauense  soleva  pranzare  in  pub- 
blico coi  cardinali  in  mitra;  car- 
diiiales  vero  omnes  habebiint  siiper- 
pelliceuni  cuni  camisiis  et  niantel- 
lo,  et  mitra  alba  simplici  in  capite, 
et  coinedent  omnes  praelati  simililer 
cani  mitra.  Finito  il  pranzo,  car- 
dinales  et  alii  prelati  redeunt  ad 
hospitia  sua  cum  mitris  equilantesy 
et  parati  sicul  steierunt  in  comme- 


a68  MIT 

stione.     Si    usava    anche  la   mitra 
dai  Papa,  dai  cardinali,  dai   vescovi 
e  da     altri   nelle  solenni    cavalcate, 
e    ciò    si   praticò  sino    ed  inclusive 
al  possesso  di    Leone  X  nel   1 5 1 3. 
Si   usava    anticamente  dai  Pontefici 
la   mitra  anche    in    alcune  udienze 
private ,  come  si    legge  in  Baronio 
all'anno    i  i33,    n.   35.    Dei   tempi, 
.luoghi  e  cerimonie  in  cui  il   Papa 
e  gli  altri  usavano  la  mitra,  si  par- 
la ove  si  descrivono  le  funzioni  an- 
tiche.  Solo  qui    diremo  che   la  mi- 
tia  preziosa    il     Papa    attualmente 
nou     l'adopera  mai  ;   ma    tale    uso 
non    rimonta    a  grande    antichità  ; 
anzi  anche  di  presente  nelle  circo- 
stanze delia   canonizzazione  si  deve 
procurare  dai    postidatori   la   mitra 
preziosa,  che   serve  al  Pontefice  per 
la   funzione  stessa    della  canonizza- 
zione. Nelle    canonizzazioni  celebra- 
te da  Benedetto     XIV    usò    mitra 
preziosa,  la  quale  in  altre  funzioni 
1(1   piu'e  adoperata  da  Pio  VI.  Dice 
il   Garampi  che   l'antica  vita  d' A- 
driano  11  dell'  867     lo  rappresenta 
cuin  apostolicis  infidi s    niissas    ce- 
lebrantentj  e  sebbene    talvolta    nei 
tempi    posteriori    siasi   usata    infida 
per  pianeta,   non   è  però  che  secon- 
do  il   linguaggio    de' più    antichi    e 
accurati    scrittori,    come    dei  dotti 
continuatori     del  glossario    del    Du 
Cange,  che  non   vada  preso  per    il 
puiilificale  ornamento  del  capo,  non 
potendo   negarsi     che    lino    dal  se- 
colo   XI    non    si    facesse    frequente 
e  ordinario   uso  dèlia  mitra  da' Pa- 
pi ;  avendo  osservato  lo  stesso  Ga- 
rampi, De  nummo   Bened.   IH,  p. 
123,  che  la  figura  di  Giovanni  XV 
fu    rappresentata  cuin    mitra    coni 
instar  insurgente  j    e   nelle    monete 
di   Sergio  IV  del    1009  si   vede  la 
sua  figura,  o    quella    di    s.    Pietro 
cuu  uiilru  ucuiuiiiata   in  capo. 


MIS 
Pev  titolo  della  mitra,  eh' è  diver- 
so  dal  circolo,  secondo  l'ordine  ro- 
mano, il  Garampi  intende  quella  lista 
o  fregio  dritto,  che   taglia    la  faccia 
della  mitra  perpendicolarmente  dal- 
la   punta  all'  orificio,    come  vedesi 
in   varie    antiche  pitture,  dal    qual 
fregio  la   mitra   prese  la  denomina- 
zione ossia  il  titolo  di  aurifrisiaia, 
seppure  in  principio    non    si    disse 
titolo  per  corruzione    di   pronuncia 
il  tiitulo,    o    sia    punta  della  mitra 
onde    cominciava    il  fresio.    Il  cer- 
chio   poi   è    l' orlo     inferiore,  o  sia 
l'apertura  della  mitra,  che  solevasi 
ornare  con  oro  o  altri  lavori.  Me- 
glio si  cotnprende    la     forma    e  la 
preziosità  delle  mitre  pontificie  dal- 
le descrizioni    estratte    dagli   inven- 
tarli   pontificii    pubblicati  dal    Gal- 
letti,  Del    vestarario  p.   58  e  seg.; 
non  che  delle  suppellettili  di  Boni- 
facio Vili,     Clemente  V,   Innocen- 
zo VI  e    Gregorio    XI,   riprodotte 
dal   Garampi,  a    pag.   85  e  seg.  E 
da   notarsi    l' enorme    peso    di    tali 
mitre,  di  otto,  dieci    e  più  libbre, 
che  diflicilmente  si  comprende    co- 
me si   potessero  portare    anco  rare 
volte    sul  capo,  come  il   loro   valo- 
re computato    fino  a    9500   fiorini 
d'  oro,  corrispondenti  a  circa  20,000 
scudi.  Decoravano  tali  mitre  anche 
cammei   e   pietre    intagliate  con    fi- 
gure gentilesche;  campanelle,  cioè 
anelli   o  altri   ornamenti  di  gemute 
o  di   altro   lavoro  attaccati   alle  mi- 
tre e  pendenti   da  esse,   quasi  goc- 
ciole    o    perette    penzoloni;     orna- 
menti di  gioie    in  forma  di  croce; 
e  smalti  di  cui  sì  faceva  grande  uso. 
Furonvi  inoltre  mitre  di  tele  diaspro^ 
di  cui  ve  n'erano  di  ogni  colore,  lòrse 
drappo  di   seta    trasparente   o  luci- 
da, o  anche  ondata,  e  probabilmen- 
te così   delta  come  quasi  somiglian- 
te ullu    bellezza  e    lucidezza    delia 


I 


MIT 
pietra  diaspro;  e  mitre  ornate  di 
oro  filato  o  battuto  in  sottili  la- 
minette;  con  perle  vere  e  buone 
a  distinzione  delle  false  o  fìnte, 
fra  le  quali  ve  n'erano  d'occhi 
di  pesce,  ciim  lapidi  bus  vùrtis,  et 
grossis  perlis   ociiloruni  piscium. 

Eugenio  IV  nel  14^9  fece  fare 
in  Firenze  da  Lorenzo  Gliiberti  una 
mitra  preziosa,  la  quale  pesava  lil:f 
bre  quindici,  delle  quali  cinque  e  mez- 
za erano  perle,  che  unitamente  ad 
altre  gioie  in  essa  legate,  erano  sti- 
male 3o,ooo  ducati  d'oro,  come 
scrive  il  Vasari  nella  vita  di  tale 
artista.  Questa  od  altra  mitra  Eu- 
genio IV  impegnò  ai  fiorentini  per 
4o,ooo  scudi,  che  diede  a'  greci 
che  intervennero  al  concilio  di  Fi- 
renze, come  alFerma  il  Rinaldi  al- 
l' anno  i438,  n.  20,  e  i439>  "• 
IO.  Si  può  vedere  anche  il  Can- 
cellieri, Cappelle  p,  275.  Più  tardi 
altri  Pontefici  fecero  ricchissime  mi- 
tre, e  sino  al  declinare  del  passato 
secolo  esistevano  quattro  mitre  pre- 
ziose di  gran  valore,  che  andiamo 
a  descrivere,  cioè  due  fatte  da  s. 
Pio  V,  e  Paolo  V  il  quale  v'  im- 
piegò yo,ooo  scudi,  cóme  scrive  il 
Bzovio  presso,  il  Ciaccoiìio  t.  V,  p. 
344'  ®  tlue  da  Pio  VI.  Le  prime 
si  custodivano  in  Castel  s.  Angelo, 
e  si  estraevano  ne'giorni  preceden- 
ti ai  pontificali  e  del  Corpus  Do' 
mìni,  con  formalità  ed  assistenza  del 
gioielliere  pontificio,  e  con  rogito 
notarile,  indi  accompagnale  dallo 
stesso  gioielliere  nel  portarsi  nelle 
processioni  di  tali  funzioni,  e  quan- 
do posate  sulla  mensa  dell'altare 
papale,  da  lui  guardate  in  un  ai 
triregni;  le  altre  due  mitre  si  cu- 
stodivano nella  sagrestia  pontificia, 
ove  ora  si  conservano  le  presenti , 
ed  essendo  queste  ultime  di  poco 
valore  non  crediamo  opportuno  de- 


M  I T  2(Ì9 

scriverle.  Pio  VI  dunque  nel  1780 
fece  fare  una  mitra  col  fondo  <li 
tocca  d'oro,  con  ornati  filettali  di 
oro,  con  perle  orientali  e  scara- 
mazze,  tutte  infilate  con  filo  d'ar- 
gento, e  con  molte  pietre  orientali 
preziose,  cioè  zaflìri,  balasci,  sme- 
raldi, rubini,  giacinti,  granate,  to- 
pazi, grisolite  e  amalisle.  La  sna 
parte  anteriore  aveva  una  raggiera 
di  pietie  preziose,  con  una  perla 
grandissima  in  mezzo  foruìanle  lo 
Spirilo  Santo.  Nella  posteriore  si 
vedeva  il  vento  allusivo  allo  stem- 
ma pontificio,  inciso  in  grosso  to- 
pazio con  sbrudb  di  brillanlini,  e 
con  un  fiore  di  brasca  di  smeral- 
di. Le  code  erano  ornate  nella  sles- 
sa guisa,  e  colla  targa  da  piedi 
tutta  d'  oro,  guarnita  di  perlette  e 
di  brillanlini,  e  dello  stemma  smal- 
tato di  Pio  VI.  La  seconda  sua 
mitra  fu  formata  nel  1781,  ed  or- 
nata nella  medesima  maniera  , 
ma  con  diverso  disegno  di  pietre  e 
di  perle  della  stessa  qualità,  sopra 
fondo  di  tocca  d'  argento,  e  con  le 
code  d'altro  disegno,  ma  cogli  stes- 
si ornamenti.  Nel  davanti  di  tal 
mitra  risaltava  un  grossissimo  to- 
pazio triangolare  con  occhio  inciso 
che  formava  la  Triade  con  raggie- 
ra. Neil'  altra  parte  eravi  un  me- 
daglione con  cappio  di  perle  con 
rubino  in  mezzo,  formato  da  una 
ciambella  di  cristallo  di  monte,  che 
serviva  di  cornice  allo  stemma  pa- 
pale con  simbolo.  La  ciambella  era 
composta  di  ventisette  lettere,  e  di 
tre  stelle  di  brillanlini,  coll'epigra- 
fe':  Velut  phoenix  in  aclernum  vi- 
vet.  In  mezzo  al  medaglione  era  si- 
tuata sopra  rogo  smallato  la  feni- 
ce formata  da  perla  grossa  assai  ; 
il  sole  colla  raggiera  composta  di 
vari  sbruffi  di  brillanlini,  e  il  ven- 
to   soffiante     sopra    un     fiore     di 


270  MIT 

brasca  di  smeraldi,  con  fondo  di 
pietra  torcliina,  erano  incisi  sopra 
due  topazi.  Quindi  nel  1791  Pio 
VJ  fece  disfare  la  mitra  preziosa 
di  s.  Pio  V  e  rimodernare  con  va- 
go disegno  sul  gusto  di  Raffaello, 
con  sue  crociate,  ornalo  con  filet- 
tature d'oro  intagliate  di  lustro, 
guarnito  con  perle  orientali  e  sca- 
ramazze  infilate,  con  fondo  delle 
crociate  di  perle  minute,  e  intorno 
alla  mitra  e  crociate  delle  perle 
orientali  grosse  e  mezzane  in  for- 
ma di  gailoncino.  Erano  situali 
nell'ornato  e  crociate  d'ambo  le 
pai'ti  i4  zaffiri  orientali  grossi  e 
mezzani,  8  piccoli,  2  zaffiri  bian- 
chi orientali  mezzani  grandi,  e  8 
mezzanelli,  17  rubini  orientali  mez- 
zani grandi,  24  mezzani,  ig8  mez- 
zanelli, 58o  piccoli.  Tavola  di  zaf- 
firi orientali  grandi,  9  smeraldi,  6 
mezzani  grandi,  35  mezzani  e  34o 
mezzanelli  e  minuti,  2  plasme  di 
smeraldo,  6  diamanti  mezzani,  ac- 
quemarine  ed  una  grande,  3  baia- 
sci  del  Brasile,  4  ametiste  stra- 
grandi, 2  grandi  e  16  mezzane  gros- 
se, 2  giisolite  grandi  e  16  tuezza- 
nelle,  4  topazi  grandi  e  12  a  goc- 
cia, 60  granatine  e  212  rose  d'O- 
landa poste  nelle  lettere.  Le  infule 
erano  ornate  e  filettate  d'oro  e  guar- 
nite di  perle  e  pietre,  con  perle 
orientali  mezzane  in  forma  di  gai- 
loncino, con  fondo  di  perle  minute, 
e  nel  fine  1'  arma  tutta  d' oro  a 
bassorilievo  collo  stemma  di  Pio 
VI  smaltato  a  colori,  e  intorno  una 
fascia  sn)altata  bianca  con  lettere 
di  rose  d'  Olanda  che  dicevano  : 
Pius  V  ftcit,  Piiis  VI  auxit.  Nel 
1792  fu  per  ordine  di  Pio  VI  dis- 
fatta la  mitra  preziosissima  di  Pao- 
lo V  e  rimodernata  sullo  stile  di 
Raffaello  con  sue  crociate  e  ornato 
di  filettature  d'oro  intagliate  di  lu- 


MIT 

stro    e  guarnite  con  perle  orienta- 
li   di  diverse    grossezze,  con    fondo 
di  tocca  d'argento,  e  di  tocca  d'o- 
ro qtiello  delle  crociate;  intorno  al- 
la mitra  e    crociate,  delle  perle   o- 
rientali  grosse  e  mezzane  in  forma 
di  gailoncino.  Erano  situati  nell'or- 
nato   e  crociate  da  ambo  le  parti 
434    diamanti    mezzani    e    mezza- 
nelli,  fra'quali   uno  grosso;   2  3   zaf- 
firi   orientali    mezzani    grandi,    fra 
i  quali   uno  grosso,  2   bianchi   mez- 
zani,  e    moltissimi   zaflìretti    piccoli 
oiientali;  345  rubini    orientali  mez- 
zani grandi,  5i5  mezzani  e  mezza- 
nelli, e  moltissimi  piccoli  ;   3  sme- 
raldi grossi,  6  a  goccia  gogoli  mez- 
zani grandi  ,     1 58   mezzani    glossi, 
263  smeraldi    mezzani  e  mezzanel- 
li,   e    moltissimi    piccoli  ;     16    gia- 
cinti grisopazi  grandi,  2  topazi  gran- 
di  ed  uno  bianco,   8  a  goccia   mez- 
zani,  e  8  balasci  del  Brasile  a  goc- 
cia  mezzani  ;    un'  acqua   marina  o- 
rientale  di  smistirata  grandezza,  38 
perle  orientali    grosse    a  pendere  a 
garbo  di  peretta,  e    1281    perle  o- 
rientali  tonde  grosse  e  mezzane,    e 
moltissime  minute   e  mezzanelle ,  e 
225   rose  d'Olanda  poste  nelle  let- 
tere. Le  infule  erano  ornate    e  fi- 
lettate d' oro,  guarnite    di  perle    e 
di  pietre  con    perle  orientali    mez- 
zane, che  formavano  gailoncino   in- 
torno   alle     medesime,    con    fondo 
di   tocca  d'oro.  IVel  fine  dell' infu- 
le eravi  l'arma  tutta  d'oro  a  bas- 
sorilievo collo    stemma  di  Pio    VI 
smaltato  a  colori,  e  all'intorno  del- 
lo stemma  una  fascia  smaltata  bian- 
ca con  lettere  di   rose  d'Oland'a  che 
dicevano  :  Paulus  V  feck,  Pio   VI 
auxit.  Tutte  queste  quattro   mitre 
preziose,    coi   triregni,  furono    fatte 
sciogliere    da  Pio  VI   per  darne  il 
prezzo  a  conto  di  quanto  nel  i  797 
fu  da  lui  convenuto  co'francesi  nel- 


MIT  MIT  171 
la  pace  di  Tolentino.  Delle  mede-  sono  portatori  dello  mitre  al  modo 
sima  mitre  ne  fa  la  descrizione  il  detto  ai  loro  articoli,  e  del  diver- 
Cancellieri  ne' Pontificali  a  p.  191  so  loro  incedere  nelle  processioni 
e  seg.;  quella  delle  due  prinae  la  in  cui  ha  luogo  il  triregno  prezio- 
riprodussero  il  JVovaes,  Disseti,  t.  so,  in  cui  i  cappellani  comuni  Io 
II,  p.  78;  ed  il  Baldassarri,  Relaz.  portano  in  un  alle  mitre  preziose 
de  patimenti  di  Pio  VI,  t.  II,  p.  sopra  sostegni  di  legno  foderati  di 
346  e  seg.  damasco  o  velluto  rosso  (nel  pos- 
Le  mitre  papali  che  oggidì  usa  sesso  di  Leone  X,  che  come  si  dis- 
il  Pontefice,  come  abbiamo  detto  se  fu  l'ultimo  in  cui  ebbero  luogo 
sono  tre:  la  semplice  di  tela  o  gan-  le  mitre  di  damasco  bianco  ne'car- 
zo  d'argento,  quella  di  tela  o  gan-  dinali,  e  di  tela  bianca  ne' vescovi 
zo  d' oro,  e  la  preziosa  ornata  di  ed  abbati,  tutti  così  cavalcando  in 
gemme.  Il  cadavere  del  Papa  si  es-  paramenti  sacri,  ed  il  Papa  col  re- 
pone e  seppellisce  colla  mitra  di  gno  in  capo,  due  cubiculnri  porta- 
tela o  lama  d'argento  mentovata  vano  in  mano  ed  a  cavallo  due 
in  capo:  però  il  cadavere  di  Gio-  mitre  preziose  pontificie  e  due  tri- 
vanni  XXII  morto  nel  l334,  fu  'fg"');  mentre  la  mitra  e  il  trire- 
trovato  con  mitra  piccola  di  seta  gno  usuale  sono  portali  avanti  la 
bianca,  tessuta  con  fiorami  delle  croce  da  due  cappellani  segreti,  in- 
stoffe  di  damasco,  piena  di  disegni  di  posti  nelle  cappelle  ordinarie 
con  figurine  e  di  gigli  simili  a  quei  sulla  mensa  dell'altare  dalla  parte 
dell'antico  stemma  di  Francia;  i  dell' evangelo,  ed  anche  in  quella 
suoi  lemoisci  o  pendenti,  pure  di  dell'epistola  ne' pontificali:  va  pe- 
seta bianca,  avevano  1'  estremità  rò  avvertito,  che  quando  il  Papa 
di  seta  rossa.  Questa  mitra  fu  re-  usa  la  mitra  semplice  di  lama  di 
galata  a  Pio  VI,  il  quale  ne  fece  aigento,  non  si  pone  sull'altare  ve- 
dono al  museo  sacro  della  biblio-  run'altra  mitra.  Parlando  della  pro- 
teca vaticana.  Descrivendo  le  fun-  cessione  del  Corpus  Domini  rimar- 
zioni  pontificie  all'  articolo  Cappei,-  cai  quali  Papi  portarono  il  ss.  Sa- 
lE  PONTIFICIE,  ed  in  altri,  come  gramento  coperti  di  mitra.  Vegga- 
CoNcisTORo,  notai  quanto  riguarda  si  il  Mabillon,  Mus.  Ital.  t.  Il,  p. 
le  diverse  mitre  del  Papa,  i  di-  263,  de  mitra  imponenda  Papati 
■versi  usi,  quando  la  prende  e  de-  per  diaconum  cardinaleni  ;  p.  3  io 
pone;  chi  gliela  mette,  eh 'è  il  car-  de  officio  cappellani ,  qui  debet 
dinal  primo  diaconoj  chi  gliela  le-  servire  de  mitra  ;  dicesi  poi  a  p. 
va,  ch'è  il  secondo  cardinale  diaco-  197  che  qualunque  volta  il  Pa- 
no, o  chi  per  loro  ne  fa  le  veci,  pa  celebrava  le  stazioni  o  le  so- 
come  il  diacono  e  suddiaconi  pre-  lite  sue  coronazioni  fra  l'anno,  era 
lati  quando  questi  lo  assistono  nel-  officio  de  3fappulari  {^Vedi)  e  cu- 
le  particolari  benedizioni  del  ss.  biculari  il  custodire  la  mitra  pon- 
Sagramenlo  o  altre  ;  che  il  decano  tificia.  Il  Biu-cardo  nella  descrizione 
della  rota  n' è  nelle  funzioni  il  cu-  del  possesso  d'Innocenzo  Vili,  ri- 
slode  e  portatore  quando  il  Pon-  ferisce  che  il  decano  della  rota  in- 
tefice  la  depone,  o  in  sua  mancan-  cedeva  a  cavallo  in  superpeWcio 
za  il  più  antico  uditore  di  rota;  tohaleam  ad  colliim  habens  prò 
che  i  cappellani   segreti   e  comuni  mitra.  Nei  diari  di  Clemente  XI  si 


27  2  MIT 

legge  che  il  decano  della  rota  in 
rocchetto,  colta  e  fascia  lo  serviva 
alla  iTiitia  nella  benedizione  degli 
/4gnus  Dei.  Nota  il  Cancellieri  nel- 
la Lf Itera  al  d.  Korejf^  p,  189, 
che  quando  Clemente  Xlll  consa- 
crò due  cardinali  vescovi  a  Castel 
Gandolfo,  per  sostenere  la  mitra  lo 
assistè  monsignor  Paracciani  sotto- 
decano  della  rota,  vestito  di  cotta 
e  rocchetto,  e  colla  fascia  pendente 
dai  collo.  Questa  ultima  ora  non  si 
adopera,  soi-reggendo  gli  uditori  di 
rota  la  mitra  pontificia  colle  mani 
nude.  Alla  La\.'anda  delle  mani 
[f^edl)  del  Papa,  i  cardinali  i  ve. 
scovi  e  gli  abbati  si  levano  la  mi- 
tra. Presso  il  mentovato  Mabillon, 
nell'ordine  del  cardinal  Stefaneschi, 
si  legge  che  a  diUerenza  del  Papa, 
i  cardinali,  i  vescovi  ed  alili  pre- 
lati, stando  in  curia,  ovvero  innan- 
zi al  Papa,  non  portavano  che  mi- 
tre semplici,  che  doveano  essere 
State  bianche  come  la  pontilicia. 
Attualmente,  come  vedremo,  i  car- 
dinali e  vescovi  alla  presenza  del 
Papa,  come  gli  abbati  usano  mitre 
semplici  bianche,  e  se  funzionano 
e  celebrano,  le  preziose  soltanto  al- 
le lavande,  e  nell'  ingresso  e  re- 
gresso. Ora  riporteremo  alcime  e- 
rudizioni  sulle  mitre  de'  Papi. 

Prima  di  morire  s.  Gregorio  VII 
mandò  la  sua  mitra  pontificale  a 
s.  Anselmo  vescovo  di  Lucca,  per 
mezzo  della  cpiale  Dio  operò  molti 
miracoli  :  il  Baronio  dice  all'anno 
io85,  in  segno  di  potestà  di  legare 
e  sciogliere,  che  avendola  ricevuta 
da  Dio,  gliela  compartiva.  Urbano 
VI  partendo  da  tal  città  si  ruppe 
U  freno  del  suo  cavallo,  e  gli  cad- 
de la  mitra  dal  capo,  e  fu  preso 
per  infausto  presagio.  Eugenio  IV 
fatta  trasportare  da  Avignone  in 
Uoma    la    mitra    di  s.  Silvestro    I, 


MIT 

con  gran  divozione  e  concorso  di 
popolo,  la  portò  processionalmente 
dal  Valicano  alla  basilica  Latera- 
nense,  secondo  Platina.  Altri  dico- 
no che  in  vece  la  processione  la 
fecero  da  s.  Marco  al  Latera  no  i 
cardinali  per  la  di  lui  guarigione. 
Ad  Eugenio  IV  cadde  la  mitra  sul 
cardinal  Parentucelli,  che  gli  suc- 
cesse col  nome  di  Nicolò  V.  La 
madre  di  Pio  II,  la  notte  innanzi 
che  lo  partorì  si  sognò  di  dare  al- 
la luce  un  figlio  con  mitra  in  le- 
sta (ciò  che  prese  per  cattivo  au- 
gurio, solendosi  allora  porre  una 
mitra  di  carta  ai  chierici  degra- 
dati) ;  ed  avendo  seti'  anni ,  altri 
fanciulli  lo  crearono  Papa  con  mi- 
tra di  malva,  e  bacianilogli  il  pie- 
de. Gregorio  XIII  nel  ricevere 
all'  obbedienza  il  cardinal  Facchi- 
netti, gli  cadde  sul  di  lui  capo 
la  mitra  :  poi  divenne  Innocenzo 
XI.  Essendo  caduta  in  concistoro 
la  mitra  dalla  testa  di  Alessandro 
Vili  fu  preso  per  tristo  augurio, 
e  morì  dopo  quattro  mesi.  Inno- 
cenzo XII  per  la  canonizzazione  di 
s.  Pio  V,  nella  traslazione  del  di 
lui  cadavere  al  luogo  ove  si  vene- 
ra, fece  sostiture  alle  vecchie  nuo- 
ve vesti,  e  furono  date  al  Papa  la 
mitra  e  la  croce  dal  generale  dei 
domenicani.  Benedetto  XIII  consagrò 
un  gran  numero  di  vescovi,  e  soleva 
loro  regalare  una  mitra  di  lama  d'o- 
ro. Nelle  pitture,  sculture  e  medaglie 
si  sono  rappresentati  i  Papi  in  mi- 
tra. P^.  Gemma,  e  Colori  ecclesia- 
stici. 

Milre  de' cardinali.  Il  Garampi 
a  p.  73  stima  che  •  Cardinali  {^Ve- 
di) godino  r  uso  della  mitra  sino 
da  s.  Leone  IX,  Papa  del  1049, 
esprimendosi  così  nel  concederla 
per  privilegio  agli  arcivescovi  di 
Treveri:  Romana   mitra   caput  ve- 


MIT 

sìrum  insignimus,  qua  et  vos  et  sue- 
cessores  vestri  in  ecclesiasticis  qf- 
ficiis  more  romano  semper  utamini, 
sempergite  vos  esse  romanae  sedis 
discipulos  reniiniscatnini .  Più  es- 
pressamente poi  lo  dimostra  il  fat- 
to di  que'  quaranta  Mansionari 
[Vedi)  della  basilica  Vaticana,  i 
quali  al  tempo  di  s.  Gregorio  VII 
usurpavansi  le  oblazioni  di  delta 
basilica,  mentienles  oraloribits,  et 
praecipue  midliUuìini  rustìcanae 
lomhardorum,  asserenles  se  cardi- 
nales  presbyteros  esse,  i  quali  erant 
cives  romani  ,  uxorati  seii  con- 
cithinarii,  barba  rasa  et  mitrali. 
]Nè  fu  già  questo  un  distintivo  per 
i  soli  preti  cardinali,  ma  fu  anche 
comune  ai  diaconi.  Celestino  III 
circa  il  1192  creando  cardinale  s. 
Alberto  che  fu  vescovo  di  Liegi, 
constituìt  eiim  summus  Pontifex 
S.  R.  E.  cardinalent,  et  imposita 
mitra  capiti  ejus,  inler  cardinales 
siimmus  eitm  fecit  considere.  Et 
proximo  sabbaio  (juatuor  tempo- 
rum  Penlecostes,  ordinai  eum  dia- 
conum  j  et  eo  jubenle,  magno  o- 
vinium  favore^  in  solemniis  ejus  mis- 
sae  legit  evangelnim  Albertus,  dia- 
conus  cardinalis  creatus  ;  come  si 
esprime  Egidio  monaco  d' Orval 
nella  di  lui  vita  cap.  61,  presso 
Chapeaville,  Gesta  Pont.  Lcod.  t.  II, 
p.  145.  Più  sicuramente  poi  d'una 
tal  prerogativa  danno  testimonianza 
due  sigilli  di  cardinali  diaconi  del 
it2i4  e  1290  colla  mitra  in  capo, 
osservati  dal  p.  Mabillon,  Praef.  in 
satc.  IT' ,  n.  184.  Il  p.  Bonanni 
p.  24^  scrive  che  la  mitra  benché 
sia  propria  e  distintivo  della  di- 
gnità episcopale,  si  usa  però  anco 
dai  cardinali,  benché  non  sieno  ve- 
scovi, e  ciò  per  privilegio  loro  con- 
ceduto nel  primo  concilio  di  Lione 
da  Innocenzo  IV,  in  un  alla  porpo- 

VOL.    XLV. 


MIT  Ì75 

re,  facendo  mutare  in  colore  rosso 
il  paonazzo  da  loro  usato  sino  a 
quel  tempo.  Osserva  il  Garampi, 
che  nella  pittura  esistente  nella  ba- 
silica di  s,  Lorenzo  fuori  le  mura, 
sopra  il  sepolcro  di  Guglielmo  Fie- 
schi,  nipote  di  detto  Papa  e  diaco- 
no cardinale,  morto  nel  I256,  se 
ne  vede  l'immagine  con  mitra  a- 
perta  in  capo,  e  alquanto  bassa. 
Nel  codice  della  vita  di  s.  Giorgio 
martire,  donato  dal  cardinal  Stefa- 
neschi  diacono  di  s.  Giorgio  in  Ve- 
labro,  scritto  sul  principio  del  pon- 
tificato di  Giovanni  XXll  del  i3i6j 
vedesi  il  medesin)o  cardinale  ivi  di- 
pinto inginocchioni,  vestilo  di  dal- 
matica, con  mitra  bianca  a  due 
punte,  posata  in  terra,  tutta  bian- 
ca, ma  intorno  all'orlo  fregiata  di 
una  bordatura  d'oro,  e  dalla  cima 
della  mitra  scende  direttamente  nel- 
la fronte  un'altra  simile  lista,  che 
va  ad  unirsi  alla  bordatura  suddet- 
ta. Né  meraviglia  deve  recare  che 
ai  diaconi  cardinali  si  dasse  per  o- 
norifico  ornamenta  la  mitra,  quan- 
do la  chiesa  romana  nelle  sue  fun- 
zioni ne  permetteva  e  concedeva 
r  uso  anche  agli  abbati  privilegiali. 
Per  le  litanie  di  s.  Marco  universi 
mitrati  percepivano,  separatamente 
dal  rimanente  del  clero,  4^  soldi 
dalla  confessione  di  s.  Pietro,  fra  i 
quali  mitrati  erano  compresi  car- 
dinali, vescovi  ed  abbati  ;  anzi  agii 
abbati  mitrati  faoevansi  le  stesse  di- 
stinzioni che  ai  cardinali,  perchè  ap- 
punto a  somiglianza  di  questa  in- 
segna cardinalizia  venivano  essi  de- 
corati della  mitra,  come  nelle  di- 
stribuzioni de'  presbiteri  di  N'alale 
e  Pasqua.  Il  cerimoniale  di  Gre- 
gorio X,  e  l'ordine  romano  XIV 
summenlovati,  descrivono  il  modo 
con  cui  distribuivasi  dal  Papa  il 
presbiterio  nel  giorno  di  sua  coro- 
18 


274  MIT 

nazione,  nel  giovedì  santo  e  nel 
Natale  :  ipse  Papa  sedei  in  sede, 
et  quilihet  cardinalis  et  praelalus  va- 
dit  corani  eo,  ttjlexis  genibus  exiiet 
sibìniel  cardinalis  sive  praelatus  mi- 
tram,  et  tenet  aperlam  ante  Papam, 
et  ipse  projicit  Ulani  peciiniam, 
quani  dal  ei  in  uno  scypho  argen- 
teo  camerarius  ;  et  ille,  qui  veci- 
pit  pecnniam  in  mitra,  osculalur 
gemi  domini  Papae.  Dopo  la  di- 
stribuzione del  presbiterio  seguiva 
il  convito  solenne;  il  Papa  era  in 
mitra,  cosi  i  cardinali  mitra  alba 
sintplicis  in  capite,  e  con  essa  in 
cavalcala  si  restituivano  alle  loro 
case,  laonde  molto  più  essi  1'  avran- 
no usala  in  chiesa  e  nelle  sacre 
funzioni.  1  cardinali  diaconi  con  mi- 
tra in  testa  volgarizzavano  al  popo- 
lo i  monitorii  e  le  scomuniche  ;  e 
concliiude  il  Garampi  che  antica- 
mente ne'  cardinali  1'  uso  della  mi- 
tra era  più  comune  e  frequente  di 
quello  prescritto  dai  posteriori  ce- 
rimoniali. 

Quanto  all'uso  dì  porsi  dal  Pa- 
pa il  presbiterio  nell'apertura  del- 
la mitra  ai  cardinali,  dura  tuttora 
nella  distribuzione  delle  due  meda- 
glie d'argento  che  loro  fa  nella 
funzione  del  possesso.  Inoltre  nella 
distribuzione  degli  Agnus  Dei  be- 
nedetti, il  Papa  li  pone  dentro  la 
mitra  ai  cardinali^  ai  patriarchi, 
agli  arcivescovi,  ai  vescovi  ed  agli 
abbati  mitrati,  ed  ai  penitenzieri 
nella  berretta.  Quanto  alla  forma 
delle  mitre  de'  cardinali,  antica  e 
presente,  è  quale  di  sopra  la  de- 
scrivemmo, altiettanto  dicasi  delle 
mitre  vescovili  ed  abbaziali.  Circa 
la  materia,  nel  secolo  XV  Vespa- 
siano Fiorentino  .scrive  nella  Aita 
del  cardinal  Cesarini,  che  i  cardinali 
andavano  colla  mitra  di  band/mi- 
na bianca,  il  che  corrisponde  all'è 


MIT 
spressione  che  si  legge  in  un  codi- 
ce valicano  di  tal  secolo,  ril'erilo 
dal  p.  Gallico,  /Ida  caerem.  p. 
252,  cioè  che  i  cardinali  portant 
mitras  semptices  de  fustanio  albo. 
Paolo  11  fu  il  primo,  come  narra 
il  Rinaldi  all'anno  i464>  che  ai 
cardinali  per  distinzione  degli  altri 
prelati  concesse  invece  delle  berret- 
te, e  mentre  portano  i  paramenti 
sacri,  la  mitra  di  seta  a  lavoro  di 
damasco  bianco,  all'estremità  delle 
cui  code  pende  la  frangia  di  seta 
rossa.  Tanto  affern)a  il  Cannesio 
nella  vila  di  Paolo  li  ,  il  Ciacco- 
nio,  il  cardinal  Ammannali  dello 
Papiense  lib.  i,  n.  4o  de'  suoi 
Commentari j  ed  il  Pialo,  De  car- 
dinalis dignità  te  cap.  ìli,  §  11.  Con 
questa  n)ilra  in  capo  in  Roma  si 
espongono  e  seppelliscono  i  cada- 
veri di  cardinali  vescovi,  preti  e 
diaconi  ;  ignoro  se  allrellanlo  pra- 
ticasi fuori  di  Pioma  coi  cardinali 
vescovi  di  giurisdizione,  ma  rego- 
larmente dovranno  esporsi  e  tumu- 
larsi i  loro  cadaveri  con  milra  di 
damasco  bianco.  Tultavolla  pochi 
anni  dopo  la  concessione  di  Pao- 
lo II,  i  cadaveri  de'  cardinali  ^\ 
seppellivano  con  mitre  preziose, 
poiché  al  termine  dell'  articolo  Ca- 
davere dicen)nio  conje  furono  i li- 
bate quelle  di  Mezzarola  morto 
nel  i465  ,  e  di  Eslouteville  mor- 
to nel  i483,  ambedue  vescovi  su- 
burbicari.  1  cardinali  vescovi  di 
diocesi  con  giurisdizione  hanno  l'uso 
delle  mitre  di  damasco  bianco,  di 
lama  d'  oro,  e  preziose  con  gioie. 
I  cardinali  preti  hanno  l' uso  del- 
le mitre  di  damasco  bianco  e  pie- 
ziose  con  gemme.  1  cardinali  dia- 
coni hanno  Tu^o  delle  mitre  di  da- 
masco bianco.  Nelle  Cappt-lle pontifì- 
cie [Fedi),  ei\  aìlitt  funzioni  cui  inter- 
viene o    Celebra     il    Papa,     tulli  t 


MIT 
cardinali  adoperano  mili'e  di  dama» 
SCO    bianco ,     allorché    assumono    i 
paramenti  sacri    di  qualunque    co- 
lore.   I    cardinali     vescovi  suburbi- 
cari,  ed  i  cardinali    preti  che    can- 
tano    la    messa    nelle    cappelle    e 
funzioni  memorafe,   nell'  ingresso  e 
regresso,  recandosi    dopo   il    Gloria 
dall'altare  al    Faldistorio  ,     e  nella 
Lavanda  delle  mani,  e  Incensazio- 
ne [Tedi)  usano  la  mitra  preziosa; 
nel  resto  delle  azioni  adoperano  la 
mitra  damascena  bianca.  Nelle  mes- 
se   feriali  e    pei  defunti,    come  nel 
•venerdì  santo,  i  cardinali  celebran- 
ti adoperano  soltanto   mitra   di  da- 
masco   bianco  :    ma  suU'  uso    delle 
mitre    de' cardinali    nelle    Cappelle 
pontificie    o  altre    funzioni,   sono  a 
\edersi  tali  articoli    e  gli  altri  che 
le    descrivono.    Solo  qui  avvertire- 
mo, che  i  cardinali   pieli,  ancorché 
non   insigniti  di  carattere  vescovile, 
possono  usare  mitra  di  lama  d'oro 
quando  è  prescritto  dal  rito,  altret- 
tanto dicasi     de'  cardinali    suburbi- 
cari  e  vescovi    cardinali  con  giuris- 
dizione, anco  in  Pioma.    I  cardina- 
li diaconi    nelle  loro    diaconie  non 
\estendo    mai    i     paramenti    sacri, 
non  hanno  l'uso  della  mitra  d'oro 
o  preziosa,  solo  avendo  l'uso  della 
mitra  di  damasco  bianco,  in  luogo 
della  berretta,  quando  indossano  la 
dalmatica  de' colori  correnti,  o  pia- 
neta ripiegata    paonazza    nelle    fun- 
zioni papali.    Sostenitori    della    mi- 
tra   de' cardinali    sono    i   Caudata- 
ri   [Fedi),    e    la    sorreggono    con 
velo  bianco  in  forma  di    larga  sto- 
la,   che    sopra    la  cotta  gli     pende 
dal    collo,    detto  bimba  o    vippa, 
che  fermasi  sul  petto  con  nastro  di 
fettuccia  di  seta  bianca,  avente  l'e- 
stremità guarnita  di  frangia  d'oro. 
Quando  al  cardinale  si  leva   il  ber- 
leltiuo  rosso,  il  caudatario  lo  pone 


MIT  275 

sulle  punte  della  mitra;  altrettanto 
fanno  col  berrettino  nero  i  cap- 
pellani de' vescovi  e  degli  abbati  mi- 
trati che  fungono  l'uffizio  di  cau- 
datari. 

Mitre    de*  vescovi.  Dicemmo  su- 
periormente che  la  mitra  distintivo 
proprio  de'  vescovi   nelle  sacre  fun- 
zioni ,    sebbene    di    tradizione     a- 
postolica,  r  uso  non  fu  comune  nei 
primi    secoli  a    tutti  i  vescovi,  ma 
solo  di   quelli    cui   la     concessero  i 
Papi,  e  ne  producemmo  gli  esem- 
pi insieme  ai    mistici    significati  a- 
naioghi  alla    dignità  episcopale,  ri- 
marcando che    nel    secolo    XII   la 
mitra    non     l'adoperavano     tutti   i 
vescovi.   Adoperandosi   la   mitra  dal 
Papa    anticamente    anche  nelle    u- 
dienzCj  osserva   il  Thiers,  che  i  ve- 
scovi le  portavano  ancora  nelle  loro 
case,  ed  anche  quando  mangiavano, 
né   se  le  cavavano  in  porsi  a   letto, 
come  si   rileva     da    quanto    scrisse 
di  sé  nella  sua    vita   Guglielmo  di 
Maire   vescovo  d'Angers  del   1291, 
il  quale    usava    la     cuffia,    ciiciifa, 
sotto  la  mitra,  le    quali  poi  furono 
vietate,  e  mai   usate    all' altare  dai 
greci,  come    pretendeva     che  le  a- 
doperassero    l'autore  del  libro  dei 
divini   uffizi  attribuito   ad   Alenino. 
Tre  sono  le  mitre  che   usano  i  ve- 
scovij  cioè    patriarchi ,    arcivescovi 
e  vescovi,  ed  ecco    come  le  descri- 
ve il  Caerenioniale  episcoporicrn  lib. 
I,  cap.  XVII.  »  Mitrae    usus  anti- 
quissimus    est,  et     ejus    triples    est 
species  ;  una,  quae  pretiosa  dicitur, 
quia  gemmis,  et  lapidibus  pretiosis, 
veì     lauiinis     aureis,    vel    aigenteis 
contexta  esse    solet;    altera    aiiri- 
phrygiata  sine  gemmis,  et  sine  la- 
minis  aureis,  vel  argenteis  ;  scd  vel 
aliquibus  parvis   marguritis  compo- 
sita, vel  ex  serico  albo  auro  inter- 
raisto,  vel  ex    tela    aurea    simplici 


276  MIT 

sine  l«mini8,  et  margaritis;  terlia, 
quae  simplex  Tocatur,  sine  auro, 
ex  sìmplici  serico  damasceno,  vel 
alio,  aut  etiam  ex  lineo,  et  tela 
alba  confecta,  rubeis  laciniis,  seu 
frangiis,  et  vittis  pendentibiis  ". 
Quindi  si  dice  dei  tempi  in  cui  si 
usa  ognuna,  lo  che  corrisponde  a 
quanto  pratica  il  Papa  nelle  diverse 
funzioni,  tranne  poche  diversità,  fra 
le  quali,  che  il  Pontefice  invece 
della  damascena  usa  la  mitra  sem- 
plice di  lama  d'argento,  e  che  a- 
doperà  il  triregno  chiamalo  mitra 
papale,  siccome  unicamente  propria 
del  supremo  Gerarca  vescovo  dei 
vescovi.  11  perchè  Paolo  II  la  proi- 
bì agli  arcivescovi  di  Benevento, 
che  uè' giorni  solenni  usavano  mi- 
tra di  tal  forma ,  avendo  ricono- 
sciuto essere  ciò  un'  usurpazione; 
laonde  proibì  sotto  gravi  pene  a 
Nicolò  Piccolomini  arcivescovo  di 
Benevento  e  successori  di  portare 
triregnalein  mitram,  come  diflusa- 
mente  descrive  il  Borgia,  Mem.  isl. 
di  Benevento  t.  I,  p.  828  e  seg. 
E  perchè  il  cardinal  Giacomo  Sa- 
velli  arcivescovo  di  Benevento  sotto 
s.  Pio  V,  usò  più  volte  il  Camau- 
ro {P^edì)  o  sia  la  mitra  triregnale 
o  regnale,  non  ostante  che  igno- 
rasse il  divieto  di  Paolo  II,  ad  o- 
gni  modo  con  molo-proprio  del 
1569  fu  da  s.  Pio  V  a  buona 
cautela  assoluto  dalle  pene  incorse. 
Il  Borgia  dichiara  ignorare  a  p. 
3i5  chi  conferisse  agli  arcivescovi 
beneventani  il  privilegio  del  regno 
o  tiara,  detto  camauro  dagli  anti- 
chi scrittori,  usato  solo  dal  Papa, 
e  fu  distintivo  non  ad  altri  con- 
ceduto fuori  del  patriarca  di  Ge- 
rusalemme legalo  della  santa  Sede, 
a  cui  il  Pontefice  Alessandro  IV, 
propter  honorem  locoruni  domini- 
corum,  permise  di    fare   uso  delle 


MIT 
papali  insegne   in  Cypri  et  Anne- 
niae  regnis,  principatu  Àntiochiae , 
parli  bus  Syriae,  et  insulis  seu  pro- 
vinciis  adjacenlibuSy  el  in  omni  par' 
te  orientali,  dove   esercitava  l' uffi- 
zio di  legato  apostolico,  come  scri- 
ve il  Mabillon,  Praef.  in  IV  saec. 
n.    182.  Quando    Federico    II  fece 
conte    il     vescovo     di     Montefellro 
[Fedi)    eh'  era     signore    temporale 
di   varie  castella,  gli   pose  una    co- 
rona nella  sua   mitra  e  ne  ornò  lo 
stemma:  altrettanto  fecero  i  vesco- 
vi   eh'  ebbero    dominio    temporale, 
almeno  nell'arma,  e  tuttora  si  ve- 
dono gli  stemmi  di  quei  che  furono 
conti  o    signori    ornati   di  corone. 
Anche  il    Piscara    nella  sua    opera 
delle  Sacre  cerimonie  lib.  I,  cap.  4> 
sess.  V,  parla  delle  tre  mitre  usa- 
te dai   vescovi,  una  preziosa   tessor 
ta  di  seta  e  oro,    ornata    di  perle 
e  di  gemme j   altra  parimenti  tes- 
suta di  seta  e  oro  chiamata   auri- 
frigiata;  la   terza  di   damasco  bian- 
co detta  semplice.  Notò  il  Garam- 
pi,  che  i    vescovi    ed  altri  prelati, 
stando  in  curia  o  innanzi  al  Papa, 
nel  secolo  XIV   non  portavano  che 
mitre  semplici,  cioè  bianche,  come 
scrisse  nell'ordine  XIV  il  cardinal 
Stefaneschi.   Quelle    di  damasco   in 
Roma     adoperandosi  solo  dai  car- 
dinali, i   vescovi  quando  nelle  fun- 
zioni   dovrebbero    assumerla  pren- 
dono   quella    di    tela,    quantun(|ue 
la  mitra  di  damasco  non  si  oppor- 
rebbe,  nò  alla  giurisdizione,   né  al 
cerimoniale.    Nelle    Cappelle,  ponti- 
ficie i    vescovi    usano  mitre  di    tela 
bianca,  ed  alla  estremità  delle  co- 
de o  infule    evvi     frangia  di     seta 
rossa  ;  a   tale  articolo  si  dice  quuii' 
do  r  assntnono  col  piviale,  e  c;he  la 
debbono  lencie  da   loro  quando  se 
la  levano  ilal   capo,  come  pure  che 
si  porta  la  mitra  anco  dai  vescovi 


MIT 

non  consagrati,  che  ti  ammettono 
ne'  loro  luoghi  in  cappella^  ancor- 
ché cardinali  suburbicari  ;  se  cele- 
brano la  messa  la  sorregge  col  sud- 
descritto  velo  il  loro  caudatario. 
Però  nelle  Cappelle  cardinalizie, 
i  vescovi  usano  le  mitre  preziosa 
ed  aurifrigiata,  purché  non  sia 
messa  feriale  o  pei  defunti.  I  ca- 
daveri si  espongono  e  seppelliscono 
con  milra  bianca  semplice,  al  mo- 
do descritto  nel  citato  Caeremoniale 
lih.  II,  cap.  XXXVIII:  in  Roma 
i  cadaveri  de'  vescovi  si  espongono 
e  tumulano  con  mitra  di  tela  bian- 
ca ;  fuori  di  B.oraa  è  in  arbitrio 
dell'erede  fargliela  porre  di  dama- 
sco o  di  tela,  con  cui  dovrebbe 
seppellirsi.  La  milra,  oltre  il  cap- 
pello prelatizio,  serve  di  ornamen- 
to talvolta  agli  slemmi  e  sigilli 
de'  vescovi.  Dice  il  Macri  che  i  ve- 
scovi greci  non  usano  milra,  tran- 
ne il  patriarca  d'  Alessandria,  per 
quella  data  da  s.  Celestino  I  a  s. 
Cirillo,  di  sopra  rammentala,  qual 
suo  legato  al  concilio  d'Efeso,  don- 
de i  vescovi  greci  presero  l' uso 
della  tiara  che  descrivemmo  nel 
voi.  XXXII,  p.  i47  del  Diziona- 
rio, avendo  parlato  a'  loro  luoghi 
delle  mitre  usate  dai  vescovi  orien- 
liili  in  un  agli  abili  sacri  ;  degli  abi- 
li con  cui  intervengono  alle  cappelle 
pontificie,  oltre  il  luogo  citato,  lo 
si  disse  nel  voi.  Vili,  p.  232.  Ag- 
giunge il  Macii,  che  i  vescovi  ru- 
teni portano  milre  rotonde  con  va- 
ri lavori,  forse  come  quelle  de' gre- 
ci, ed  i  vescovi  moscoviti,  pur  di 
questo  rito,  l'usano  della  medesima 
forma,  ma  di  color  nero;  solamen- 
te il  vescovo  Novogradiense  la  por- 
la bianca,  della  t'orma  ordinaria 
de'  latini.  11  p.  Bonanni  osserva  che 
la  milra  sì  usa  dai  vescovi  maro- 
niti e  dai  vescovi  armeni  della  tbr- 


MIT  277 

ma  Ialina  :  quella  del  tescovo  si- 
ro  è  in  figura  di  berrettone  ton- 
do di  seta  con  croce  in  cima;  ma 
quando  fu  in  Roma  l'odierno  pa- 
triarca de'  siri  lo  vidi  con  mitra 
bianca  ricamata  d'oro  con  gemme, 
terminando  la  punta  anteriore  col- 
la croce,  la  quale  è  pure  nella  mi- 
tra del  vescovo  armeno.  Il  Thiers 
avveile  col  Goar  che  i  vescovi  gre- 
ci talvolta  od  alcuni  usano  la  mi- 
tra, e  che  anco  il  patriarca  scisma- 
tico di  Costantinopoli  1'  avea  adot- 
tata ;  che  il  patriarca  alessandrino 
celebra  colla  testa  coperta,  e  si  le- 
va la  mitra  in  tempo  del  sacrifi- 
zio, ponendo  in  dubbio  il  privile- 
gio d' usare  la  mitra  conferitogli 
da  s.  Celestino  I;  e  dicendo  cre- 
dere taluno,  celebrare  i  latini  col- 
la mitra  ad  esempio  del  sommo 
sacerdote  degli  ebrei,  e  nel  repu- 
tarla figura  della  corona  di  spine, 
o  del  sudario  posto  nel  capo  a  Cri- 
sto. Il  Borgia  a  p.  821  delle  Meni. 
riporta  le  ragioni  perchè  i  vescovi 
greci  non  usano  milra,  citando  il 
Bona,  Rer.  liturg.  lib.  J,  cap.  24, 
n.  i4-  Oltre  i  citati  autori  sulla 
mitra,  il  Dinovart  scrisse:  Remar- 
ques  sur  la  tiare  du  grand  prclre, 
sur  les  habits  à  la  jnda'ìque,  et 
sur  la  milre  des  éveques  :  erreurs 
des  peintres  à  ce  sujet,  t.  \lìì  du 
Joitr.  eccl.  mai  p.  217.  Fedì  Yz- 
scovo. 

3Iitre  degli  abbati.  Oltre  quanto 
dicemmo  aW  aviicolo  Abbate  (Fedi), 
sulle  loro  insegne  ponlifìcali,  con- 
cessione della  mitra,  lagnanze  che 
perciò  ne  fecero  i  vescovi,  e  distin- 
zione quindi  che  ordinò  Clemente 
IV,  che  gli  abbati  esenti  portasse- 
ro milre  ricamate  d'oro  senza  gem- 
me, e  bianche  senza  ornamenti  i  non 
esenti,  e  di  quelli  che  le  usarono 
gioiellale,    si     possono    vedere    gli 


278  MIT 

articoli  delle   altre    insegne    vesco- 
vili    loro     concesse  ,    come  Croce 

PETTORALE,  BaCOIO,  GuANTF,  SANDA- 
LI, Dalmatica,  Anello,  Mozzetta, 
Mantelletta,  ec,  non  che  Monaci 
e  Canonici  regolari,  Archimandri- 
ta DI  Messina  (che  ne'  pontificali 
come  altri  adopera  mitra  con  gem- 
me) e  Commendatore  di  s.  Spirito. 
Quali  abhati  intervenivano  e  in- 
tervengono con  diverse  insegne  pon- 
tificiili,  e  mitra  di  tela  bianca  con 
code  aventi  nell' estremità  frangie 
di  seta  rossa,  alla  Cappella  pon- 
tificia, a  queir  articolo  e  ai  rela- 
tivi si  dichiarò.  Oltre  il  cappello' 
prelatizio,  colle  mitre  abbaziali  si 
ornano  le  armi  e  i  sigilli  degli 
abbati  mitrati,  degli  ordini,  congre- 
gazioni ed  abbazie  s\  monastiche  che 
di  canonici  regolari,  ed  anco  quel- 
le di  abbati  mitrati  del  clero  seco- 
lare e  loro  abbazie,  essendo  la  mi- 
tra negli  abbati  non  prerogativa, 
ma  privilegio  pontificio,  come  de- 
terminò Clemente  IV  nel  1266,  c?e 
pii\'il.  61,  confermato  da  Bonifacio 
Vili  nel  sesto  delle  decretali  ;  pre- 
scrivendo lo  stesso  Clemente  IV 
che  ne'concìlii  e  sinodi  gli  abbati 
usassero  mitre  semplicemente  rica- 
mate, onde  distinguerli  dai  vescovi 
che  in  tali  occasioni  le  portavano 
preziose.  La  più  antica  concessione 
delta  mitra  agli  abbati  latini,  è 
quella  fatta  da  Alessandro  li  del 
1061  agli  abbati  di  s.  Agostino  di 
Cantorbery  in  Inghilterra  {f^edi),  e 
della  ss.  Trinità  della  Cava;  quin- 
di venne  accordata  da  Urbano  II 
del  1088  agli  abbati  di  Cluny  o  Clu- 
gny,  e  di  Monte  Cassino,  al  quale 
s.  Leone  IX  del  1049  ^^^^  t^on- 
cesso  o  confermato  le  altre  insegtie 
pontificali  de'  sandali,  guanti  e  dal- 
matica nelle  principali  feste  ;  già 
Oiovuuni  XIII  avea  accordato  dal- 


MIT 

matica  e  sandali  all'  abbate  di  s, 
Vincenzo  di  Metz.  Tuttavolla  il  Ma- 
cri,  Not.  de'  vocab. ,  verbo  Ahbasy 
dice  che  Silvestro  II  pel  primo 
concesse  la  mitra  all'abbate  di  s. 
Savino  di  Piacenza  nel  1000;  e 
che  gli  abbati  che  hanno  i'  uso 
del  bacolo  e  della  mitra  possono 
riconciliar  le  chiese  profanate,  con 
acqua  benedetta  dal  vescovo.  Al- 
l' abbate  di  s.  Pietro  di  Modena 
concesse  la  mitra  Urbano  III  nel 
1186.  All'abbate  di  Coibeia  che 
avea  ottenuto  l'  uso  di  portar  la 
mitra  e  1'  anello  temporaneamente, 
questo  concesse  in  perpetuo  Inno- 
cenzo III,  in  premio  della  sua  di- 
vozione all'  imperatore  Ottone  IV, 
oltre  la  conferma  de' privilegi  con- 
cessi all'  abbazia.  Tutti  gli  abbati 
che  solennemente  si  benedicono  e 
tutti  gli  altri  che  per  concessione 
della  Sede  apostolica  hanno  1'  uso 
de'  pontificali,  adoperano  la  mitra: 
oltre  le  bolle  citate  all' articolo  Ab- 
bate, si  vegga  il  decreto  di  Alessan- 
dro VII  del  1659,  riportato  in  fine 
del  Caereni.  episc.ycnha  usum  ponti- 
ficalium  praelatis  episcopo  inferio- 
ribus  concessorum.  Nel  medesimo 
libro  si  parla  ove  siedono  nello 
funzioni  vescovili,  nbhates  dioecesa- 
ni  benedicti  habentes  usum  niilrae 
et  bacali  ;  con  quale  ordine  incen- 
satij  e  come  intervengono  ai  sino- 
di diocesani,  cuiii  plu\>ìalibus  et 
niitris  siniplicibus.  All' articolo  Cap- 
pelle pontificie  parlammo  di  quan- 
to riguarda  gli  abbati  mitrati  :  es- 
si intervenivano  alle  cavalcate  dei 
possessi,  finché  ebbero  luogo,  in  a- 
biti  sacri,  vestiti  di  piviale  e  mitra 
di  tela  bianca;  anzi  nella  relazione 
del  possesso  di  Leone  X  si  leggo 
che  i  vescovi  eletti,  e  gli  abbati 
non  consacrati  o  benedetti,  con  di- 
spensa v'  ìutcrventiero  in  mitra  di 


MIT 

tela  e  piviale  bianco.  Giegoiio 
XVI  concesse  agli  abbati  generali 
de  monaci  antoniani  armeni  1'  uso 
della  mitra,  pastorale,  croce  e  a- 
nello.  Tutti  gli  abbati  ora  hanno 
l'uso  de' pontificali,  perciò  in  essi 
ed  altre  funzioni  usano  mitre  gioiel- 
late, di  tela  d'oro,  di  tela  d'ar- 
gento, e  secondo  le  funzioni  di  da- 
masco bianco,  e  di  tela  bianca  nel- 
le messe  da  morto.  I  cadaveri  de- 
gli abbati  regolari  si  espongono 
con  abiti  abbaziali,  e  si  seppelli- 
scono con  cocolla;  la  mitra  di  tela 
bianca    si    pone  sul   loro  catafalco. 

Milre  accordate  a  dignilà,  ca- 
nonici e  secolari.  Avverte  il  Macri 
che  tutti  ì  canonici  i  quali  hanno 
per  privilegio  l'uso  della  mitra,  nel 
distribuire  le  candele,  ceneri  e  pal- 
me, ancorché  portino  in  queste  fun- 
zioni la  mitra,  devono  stare  in  pie- 
di, a  differenza  del  vescovo,  come 
decretò  la  congregazione  de'vesco«'i 
a'  i8  febbraio  i65o.  Dei  canonici, 
dignilà,  ed  altri  che  godono  l*  uso 
della  mitra,  ne  parliamo  a'  luoghi 
loro  ;  qui  riporteremo  alcune  con- 
cessioni di  tal  privilegio,  e  di  que- 
ste ancora  nella  maggior  parte  se 
ne  tratta  ai  rispettivi  articoli.  Il 
Piipa  s.  Leone  IX  del  1049  die  il 
singoiar  privilegio  della  mitra  sem- 
plice ai  canonici  di  Bamberga  nel- 
le feste  di  iVatale,  Pascjua,  Pente- 
coste, giovedì  e  sabbaio  santo,  co- 
me si  legge  nel  Surio  a'i4  luglio, 
nella  vita  di  s.  Enrico  imperatole; 
come  pine  l'accordò  al  diacono  e 
suddiacono  del  capitolo  di  Besan- 
oon,  ministrando  al  vescovo.  jrVles- 
sandro  II  accordò  ai  canonici  della 
cattedrale  di  Lucca  l'uso  della  mi- 
tra di  tela  bianca,  che  l'usano  nel- 
le processioni  e  funzioni  solenni.  Lo 
stesso  Papa,  secondo  il  p.  Bonanni, 
la  concesse  pure  ai  canonici  regola- 


Ai  IT  279 

ri  di  Uratislavia,  cioè  al  dire  del 
Tbiers,  di  Praga,  accordata  ad  i- 
stanza  del  duca  Uratislao  al  prevo- 
sto, decano,  prete  che  celebra,  dia- 
cono e  suddiacono  ministranti,  con- 
fermando il  privilegio  s.  Gregorio 
VII:  il  medesimo  p.  Bonanni  ed  il 
Macri  affermano  che  Alessandro  III 
concedè  l'uso  della  mitra  al  primi- 
cerio della  basilica  di  s.  Marco  di 
Venezia.  Onorio  IH  nel  12 17  l'ac- 
cordò al  decano,  arcidiacono,  canto- 
re e  tesoriere  della  chiesa  di  Tole- 
do, quando  l'arcivescovo  celebrava 
solennemente  col  pallio.  Clemente 
IV  ordinò,  che  quegli  ecclesiastici 
secolari  che  godevano  l' uso  della 
mitra,  a  distinzione  de'  vescovi  e 
degli  abbati,  ne'concilii  e  sinodi  la 
pollassero  affatto  semplice  e  senza 
ornamenti.  Clemente  V  nel  i3i2 
accordò  la  mitra  al  cappellano  mag- 
giore del  re  di  Norvegia.  Riporta 
il  Bzovio  all'anno  1878,  che  fu  con- 
cessa la  mitra  al  prevosto  e  deca- 
no della  cattedrale  di  Praga;  ma 
deve  essere  1'  indulto  accordato  da 
Alessandro  lì.  Clemente  VII  ad  i- 
stanza  di  Francesco  I  re  di  Fran- 
cia concesse  la  mitra  al  tesoriere 
della  regia  cappella  di  Paiigi.  11 
Moulinet  narra  che  il  priore  dei 
canonici  regolari  di  Roncevaux  iu 
Navarra,  ebbe  l'  uso  della  nìitra  e 
degli  ornamenti  pontilìcali  in  chie- 
sa. Che  i  canonici  di  Messina  han- 
no r  uso  della  mitra  ab  immemo- 
rabile, r  attesta  Giulio  111  in  una 
bolla  del  primo  febbraio  i553,  ci- 
tata dal  Macri,  il  quale  aggiunge 
che  egual  privilegio  fu  accordato 
nel  ìS'ji  al  generale  de'girolamini 
d'Italia,  e  in  diversi  tempi  al  priore 
della  chiesa  conventuale  di  s.  Gio- 
vanni in  Malta,  in  un  al  bacolo  e 
altri  paramenti  pontificali;  alle  di- 
snilà  della  cattedrale  di  Manfredo- 


28o  MIT 

nia,  ed  a  quella  di  s.  Michele  di 
Monte  Gargano  ;  ai  canonici  di 
Lione  che  adoperano  mitre  secondo 
il  colore  de' para  menti;  al  p.  guar- 
diano del  s.  Sepolcro  in  Gerusa- 
lemme nelle  sacre  funzioni  che  ce- 
lebra in  tal  santuario;  ai  canonici 
della  cattedrale  di  Napoli  di  tela 
di  bisso,  per  indulto  di  Clemente 
XI.  Altre  concessioni  sono  mento- 
vate dal  p.  Bonanni,  come  del  dia- 
cono e  suddiacono  di  alcune  chie- 
se di  Lione,  di  canonici  di  s.  Ilario 
di  Poitiers,  di  Puy,  di  s.  Pietro  di 
Macon.  La  mitra  venne  accordata 
nel  160  r  al  preposto  della  colle- 
giata di  Prato  ;  nel  1618  a  quello 
'del  monastero  Choriesconuiense  ; 
nel  1621  al  visitatore  o  correttore 
del  magnifico  ospedale  di  Napoli, 
secondo  il  Macri,  Clemente  XI  ac- 
cordò la  mitra  ai  canonici  di  Be- 
nevento e  della  patriarcale  di  Lisbo- 
na, come  quella  che  godevano  i  car 
nonici  di  Milano  e  di  Pisa.  Bene- 
detto XIII  con  bolla  Ad  aposiolicae 
dign'Ualis  del  1724  concesse  1'  uso 
delle  mitre  ad  instar  abballini,  alle 
dignità  ed  ai  canonici  della  metro- 
politana di  Uibino,  cui  solennemen- 
te benedl  ed  impose  l'arcivescovo 
con  particolari  orazioni,  prescriven- 
do il  Papa  i  tempi  per  usarsi,  con 
facoltà  di  ornare  i  loro  stemmi  col- 
r  insegna  della  mitra  .  Il  tutto  di- 
stesamente si  legge  nell'opuscolo: 
Relazione  di  quanto  è  occorso  nel- 
la solenne  funzione  della  benedi- 
zione e  prima  imposizione  delle  mi- 
tre fotta  all'  illustrissimo  capitolo 
lìietropolitano  {l'Urbino,  lyaS.  Be- 
riedello  XIV  nel  concedere  ai  ca- 
nonici della  cattedrale  di  Bari  l'u- 
so de'  pontificali,  gli  accordò  pure 
quello  della  mitra  bianca,  e  poi 
Gregorio  XVI  gli  concesse  l'uso  di 
quella  di  lama  d'oro,  non  però  pre- 


MIT 

sente  il  TesooTo  alla  funzione.  Il  No- 
vaes  scrive  che  Pio  VII  accordò  le 
sacre  mitre  ai  canonici  delle  catte- 
drali di  Annecy,  di  Brioude  (ma  il 
Thiers  dice  che  godevano  già  il 
privilegio,  cioè  i  canonici  di  s.  Giu- 
liano), di  Viterbo  e  di  Siena.  Nel- 
la collezione  de'  decreti  de'  riti  si 
leggono  diverse  notizie  sull'  uso  del- 
le mitre  riguardanti  i  canonici,  i 
dignitari  ed  i  vescovi.  Secondo  le 
regole  generali,  cioè  i  decreti  di 
Alessandro  VII  e  Benedetto  XIV, 
e  la  costituzione  di  Pio  VII,  Dc' 
cet  Romanos  Pontifìces ,  de'  4  lu- 
glio 1823,  hanno  l'uso  della  sola 
mitra  semplice  di  tela  bianca  gli 
abbati  mitrati  secolari  :  se  si  rego- 
lano diversamente  dipenderà  dai 
vari  privilegi  particolarmente  con- 
cessi. 

Il  padre  Bonanni  a  pag.  178 
della  Gerarchia  eccl.  riferisce,  che 
hanno  stimato  alcuni,  che  ai  sacer- 
doti sia  stato  assegnato  ì' Amino 
[Fedi),  in  luogo  della  mitra  pro- 
pria de' vescovi,  com'  era  usata  dai 
sacerdoti  inferiori  della  legge  mo- 
saica,  la  quale  opinione  favorisce 
Y  uso  introdotto  da  molli  anni  in 
Francia,  ove  s'  incominciò  a  usare 
l'anjitto  con  ornamenti  di  seta  e 
oro,  formando  quasi  un  Cappuccio 
(F'edi)  ricamato  all'incirca  come  quel- 
lo de' sacerdoti  e  vescovi  armeni.  Il 
Garampi  opina  aver  goduto  in  ì\o- 
ma  r  uso  della  mitra  anticamente 
anche  il  primicero  de' cantori,  ed 
osserva  che  nel  secolo  XI  portava 
la  mitra  anche  il  prefetto  di  Ro- 
ma, mentre  la  Corona  imperiale 
i^Vedi)  prese  la  forma  di  mitra  cle- 
ricale con  sopra  il  diadema  dell'itn- 
pero;  e  che  Benzone  vescovo  d'Al- 
ba scrisse  che  Enrico  IV  recatosi 
in  Roma  per  la  sua  coronazione,  si 
presentò  cuni    nivea  mitra,    cui  su-> 


MIT 

perimponit     patrìcialem    circulum . 
Nel      1068    Cralislao    duca    e    poi 
primo    re    di  Boemia,  avendo  pro- 
messo ogni   favore  alla  santa   Sede, 
domandò  ed  ottenne  da  Alessandro 
Il  il  singolarissimo  privilegio  dell'uso 
della  mitra,    non  mai  dai   laici    si- 
no   allora    ottenuto,    e  ne  fa   testi- 
monianza s.  Gregorio  VII   che  glie- 
lo   confei'mò    coli'  ep.     38,    lib,    I. 
Questo    esempio  fu    seguito  da   In- 
nocenzo  II,    secondo    il   Thiers,     o 
meglio  da   Lucio  II    che  concesse  a 
Ruggiero  I  re  di  Sicilia  la  mitra,  l'a- 
nello,  il   bacolo  o  virgani,   i  sandali 
e  la  dalmatica,  affermandolo  lo  sto- 
rico Summonte  t.  II,  p.   20,  perchè 
usato  nella  coronazione  di  quei  re; 
ed  Innocenzo  III  a  Pietro  II  re  di 
Aragona  da  lui  coronato  in  s.  Pie- 
tro, come  si  ha  dai  Kinaldi  all'an- 
no   1204. 

Il  du  Gange  e  il  Carpenlier 
parlarono  ancora  della  Mitra  pa- 
pyracea.  Questa  mitra  cartacea  si 
poneva  per  ischerno  in  testa  ai 
chierici  degradati  ,  ed  ai  rei  di 
delitti,  come  ladri,  cornuti,  falsa- 
ri, ec.  che  con  essa  si  esponeva- 
no dalla  giustizia  ai  dileggiamenti 
del  popolo  e  alle  percosse,  e  ne 
parla  il  Mazzucchelli,  Scrilt.  d' Ita- 
lia t.  Ili,  p.  147.  Nella  pratica 
criminale  negli  ultimi  tempi  in  uso 
a  Roma,  ai  cornuti  volontari  e 
contenti  si  dà  la  pena,  ducatur  mi- 
tralus  per  Urbeni  ;  e  negli  antichi 
statuti  di  Roma,  ai  contravventori 
degli  ordini  de'  giudici,  eravi  pre- 
scritta la  pena  di  stare  a  cavallo 
del  leone  marmoreo,  posto  nelle 
scale  del  Campidoglio,  con  mitra 
di  carta  in  capo,  e  la  faccia  unta 
di  miele,  per  tutto  il  tempo  che 
durava  il  mercato,  che  allora  si  fa- 
ceva presso  il  Campidoglio.  Ribel- 
la lisi  i  romani  a  Lucio  111  del  1 18  i, 


MIT  281 

barbaramente  acciecarono  alcuni 
chierici,  li  posero  sopra  giumenti,  con 
mitra  di  carta  in  capo  e  faccia  indie- 
tro, e  fecero  loro  giurare  che  in  ta- 
le atteggiamento  si  sarebbero  pre- 
sentati al  Papa.  Per  le  gemme  ru- 
bate nel  1438  dal  canonico  Nico- 
la alle  teste  de'  ss.  Pietro  e  Pao- 
lo, egli  fu  messo  a  cavallo  di  un 
asino  con  mitra  di  carta  in  capo 
dipinta  con  diavoli,  indi  appeso  y|- 
r  olmo  della  piazza  Laleranense. 
Ai  tempi  di  Alessandro  VI  furono 
puniti  sei  impostori  con  frusta  e 
mitra  di  carta  in  capo,  per  aver 
fatto  fare  bagni  d'  olio  a  diversi 
infetti  di  mal  venereo,  allora  intro- 
dotto in   Italia. 

MITRIO  (s.),  martire.  Sembra 
che  soffrisse  il  martirio  sotto  Dio- 
cleziano ad  Aix  in  Provenza,  e  si 
aggiiuige  eh'  egli  passò  per  molte 
torture,  tutte  assai  crudeli,  ma  che 
non  furono  capaci  di  smuovere  la 
sua  costanza,  anzi  le  sopportò  con 
allegrezza.  Egli  è  patrono  principa- 
le di  Aix,  dove  è  onorato  ai  i3  di 
novembre.  Il  suo  nome  sta  nei 
martirologi  in  questo  giorno.  S. 
Gregorio  di  Tours  fa  onorevole 
menzione  di  s.  Mitrio,  e  dice  che 
Dio  glorificò  la  sua  tomba  con 
molti  miracoli.  Egli  ci  rimette  alla 
storia  della  di  lui  vita,  la  quale 
però  non  è  giunta  sino  a  noi,  e 
non  abbiamo  nessuna  notizia  vera- 
mente autentica  di   questo  santo. 

RllTTARELLI  Giovanni  Bene- 
detto. Nacque  nel  1708  in  Venezia, 
da  onesta  famiglia  originaria  di  Bellu- 
no. Dopo  aver  appresa  la  filosofia 
dai  gesuiti,  per  la  sua  naturale  incli- 
nazione alla  vita  ritirata  e  divota 
abbracciò  l'istituto  monastico  ca- 
maldolese, indi  compì  gli  studi  a 
Firenze  e  R.oma.  Ivi  contrasse  a- 
micizia     col   prelato   Rezzonico    poi 


282  MIT 

Clemente  XIII,  e  con  Alberico  Ar- 
t;l)into  indi  cardinale  e  segretario 
ili  slato.  Nel  lyS**  fu  destinato  a 
le""ere    filosofm   e   teolos'ia    nel   suo 

no  o 

monastero  di  s.  Michele  di  Murano 
tli  Venezia,  ove  introdusse  la  buona 
critica,  e  colla  domestica  conversa- 
zione del  celebre  p.  Calogerà  suo 
correligioso ,  cominciò  a  formarsi 
una  libreria  composta  di  ld)ii  di 
ogni  scienza  e  i  migliori.  Divenuto 
confessore  delle  monache  di  s.  Ca- 
risio di  Treviso,  scrisse  la  storia 
ili  (|iiel  monastero,  colla  vita  di  s. 
i*a risto  camaldolese,  che  pubblicò, 
Poiialosi  nel  174?  •»  Faenza  qual 
cancelliere  tli.  sua  congregazione,  in- 
cominciò coir  aiuto  del  dottissimo 
consocio  padre  Costadoni  la  gran- 
diosa compilazione  degli  annali  ca- 
maldolesi. Ritornati  ambedue  a  Mu- 
rano incominciarono  1'  opera  nel 
1754^  e  felicemente  fu  com[)ita  nel 
1773.  Il  p.  Millarelli  ne  fu  l'esten- 
sore, e  il  p.  Costadoni  lo  assistè 
col  trovargli  le  notizie,  con  por- 
le in  ordine,  con  formare  le  ap- 
pendici e  col  comporne  gl'indici, 
ti  furono  essi  anche  correttori  del- 
le stampe.  Inianto  il  p.  Mittarelli 
essendosi  acquistata  un'  alta  ripu- 
tazione, più  volle  fu  richiesto  di 
jjarere  nelle  didlcollà  storiche  dei 
bassi  tempi,  quali  sviluppava  pron- 
tamente. Eletto  nel  ij56  abbate 
nella  provincia  di  Venezia,  nel  1760 
lo  divenne  del  suo  monastero  di  s, 
JMichele,  e  molte  delle  allocuzioni 
da  lui  pronunziate  ne' pontificali  , 
meritarono  la  stampa  per  opera 
del  suo  ammii'aloie  Domenico  Gritti 
jiatrizio  veneto.  JNel  l'J^^  con 
plauso  d'Italia  fu  fatto  abbate  ge- 
nerale di  tutto  l'ordine,  il  quale 
grato  alla  pubblicazione  degli  an- 
nali a  pi'oprie  spese  impressi  con 
tanto  utile  e   decoro,    gli    fece  co- 


MIT 
niare  una  medaglia,  come  altra 
n'era  stata  fatta  al  celebre  abba- 
te genei-ale  Pietro  Delfino  e  al  p. 
Guido  Grandi  camaldolesi.  Reca- 
tosi in  Roma  col  p.  Costadoni,  fu 
onorato  dai  più  distinti  personaggi, 
massime  e  teneramente  da  Clemen- 
te XIII,  al  quale  avea  mostralo  de- 
siderio di  sua  esaltazione,  per  l'amo- 
re e  stima  che  nutriva  per  lui,  per 
cui  lo  distinse  con  molte  alfeltuo- 
se  dimostrazioni,  e  l'avrebbe  fallo 
cardinale  e  vescovo  di  Faenza.  A. 
questa  città  fece  ritorno  il  p.  Mit- 
tarelli, senza  coltivare  tale  propen- 
sione, e  si  pose  ad  illustrare  Faen- 
za con  opera  che  poi  pubblicò. 
Terminato  il  quinquennio  di  sua 
dignità,  si  restituì  a  Murano,  ove 
proseguì  i  suoi  studi,  e  ad  edifica- 
re colla  sua  soda  pietà,  morendo 
piamente  assistito  dal  p.  Costadoni 
nel  1777,  d'anni  quasi  70.  La  di  lui 
memoria  fu  onorata  eolle  comuni 
lagrime,  con  orazione  funebre  e 
con  decorosa  iscrizione,  celebran- 
dosi il  cumulo  delle  sue  splendide 
virtù  e  profondissima  vasta  erudi- 
zione, tra  cui  rifulsero  la  dolcezza, 
la  prudenza  e  l'umiltà.  Le  sue  o- 
pere  sono  preziose  per  la  storia  ec- 
clesiastica ,  per  l'antichità  e  per 
la  diplomazia,  tra  le  quali  nomine- 
remo, i."  Memorie  di  s.  Parisia 
e  del  monastero  de  ss.  Cristina  a 
Parisia  di  Treviso,  Venezia  1 74^. 
2."  Memorie  del  monastero  della, 
ss.  Trinità  in  Faenza,  ivi  17 49* 
3.°  Annales  camaldulenses  ordinis 
s.  Benedicti  ab,  anno  907  ad  an- 
nmn  ijG^,  {^nihus  plura  intersecati' 
tur,  tiini  caeleras  italico- monasticas 
res,  timi  historiani  ecclesiasticani , 
remqne  diplomnticani  illii.ttrantia  d. 
Jolutnne  Denedicto  Mittarelli,  et  d. 
./Anselmo  Costadoni  presbyteris  et 
ììionachis    congregalione    canialdu- 


MNI 

lensi  aucloribus ,  Veneliis  '773, 
voi.  9  in  loglio.  Tesoro  d'immen- 
sa eiudi/.ione  monastica,  ti  antichi 
inediti  monumenti,  e  d'innuniera- 
bili  importantissime  notizie,  appor- 
tatrici di  nuovi  lumi  alla  sacra  di- 
sciplina, alla  corografìa  d'Italia  ed 
alla  facoltà  diplomatica,  ed  apre  il 
corso  all'emeuda  e  supplemento  delle 
immortali  opere  di  Biironio,  Mabil- 
lon,  Uglielli,  Muratori,  de'Bollandi- 
sti  e  di  altri.  4-°  -^^^  scriptores  ve- 
runi ilalicaium  ci.  Muratori  oc- 
cessioìies  hisloricne favt-iiimae,  Ve- 
iietiis  1771.  5."  De.  litleralura  fa- 
vtutinoi uni,  sii'e  de  ifiiis  doclis  et 
scriploribus  urbis  Favcndae.  Ap- 
peiidix  ad  accessìones  hisloricas 
favenlinas,  V^enetiis  177^.  6.°  Ei- 
bliodu'ca  codìcuin  manuscHplorum 
s.  HJlcliaelis  f^enedarnm  prope  Mu- 
riaiium,  una  cuin  Appendice  libro- 
rum  impressoruin  saeculi  XF,  opus 
postumuin,  Venetiis  1779.  ''  P-  ^°' 
stadoni  ne  pubblicò  la  vita  nel  voi. 
33  della  Nuova  raccolta  d'opuscoli 
scientifici,  coi  l'elenco  di  tulle  le  sue 
opere^   Venezia    1779. 

MNIZO,  Mnesuin  seu  Miswn. 
Sede  vescovile  della  prima  Galazia, 
nell'esarcato  di  Ponto,  sotto  la  me- 
tropoli d'Ancira,  eretta  nel  IX  se- 
colo. Ne  furono  \escovi  Leucadio 
che  trovossi  al  concilio  di  Calcedo- 
nia;  Aruaazio  die  sottoscrisse  alla 
lettera  del  concilio  della  prima  Ga- 
lazia  dell'imperatore  Leone,  sull'as- 
sassinio di  s.  Protero;  Andrea  fu  al 
VI  concilio  generale,  e  sottosciisse 
i  decreti  in  Trullo  j  Leone  e  Giu- 
liano. Oriens  chrisl.  t.  I,  p.  /\.8i. 
MOBILE  [MobUieu).  Città  con 
residenza  vescovile  negli  Stali  Uniti 
d'America  seltcutrionale,  nello  stato 
d'Aliibuma,  capoluogo  della  contea 
del  suo  nome,  lungi  45  leghe  dalla 
^'uova    Orleans,    alia     foce    di    uu 


MOB  283 

maestoso  fiume  dello  sfesso  non)e, 
il  quale  si  perde  nella  baia  di  Mo- 
bile nel  golfo  messicano,  e  sidia  ri- 
va destra  di  tal  bfiia,  con  più  di 
10,000  abitanti.  È  difesa  dal  forte 
Carlotta,  le  strade  sono  larghe  e  drit- 
te, le  case  quasi  tutte  in  legno  ve- 
donsi  ben  fabbricale  :  ha  diversi 
edifìzi  e  sei  cantieri  di  costruzione. 
I  principali  articoli  di  esportazione 
sono,  arredi,  pelliccerie,  bestiami  e 
grani.  Due  battelli  a  vapore  vanno 
a  s.  Slephens  ed  alla  Nuova  Or- 
leans. L'  ingresso  del  porto  è  dillì- 
cile  pei  navigli  che  pescano  più  di 
otto  piedi  d'acqua.  Al  declinai* 
del  secolo  passato  l'Ahibama  era 
ancora  un  deserto;  la  grande  onda 
della  trasmigrazione  dogli  schiavi 
insorti  a  s.  Domingo,  si  spinse  agli 
stadi  medi  ed  ai  settentrionali,  per 
cui  la  faccia  del  mezzogiorno  re- 
stò quasi  in  variala  e  srpiallida  per 
qualche  anno  ancora,  Pensacola,  cit- 
tà della  Florida  orientale,  e  Mobi- 
le erano  egualmente  deserte  ;  la 
Florida  venne  dalla  Spagna  ceduta 
alla  lega,  e  le  famiglie  spagnuole 
abbandonarono  il  paese  con  quasi 
tutti  i  loro  sacerdoti.  Questa  città 
è  ora  uno  de' priuìi  slabilimenti 
sul  golfo  del  Messico.  Gli  Stati  U- 
nili  ne  presero  possesso  nel  18 13, 
epoca  in  che  non  cqnsisleva  appe- 
na che  in  un  centinaio  di  case,  ma 
ricevette  poi  un  rapido  accrescimen- 
to. Le  autorilà  spagnuole  al  dipar- 
tirsi dalle  Provincie  americane,  tras- 
sero seco  la  maggior  parte  de'  co- 
loni e  del  clero,  in  modo  che  al- 
l'istituzione del  vescovato  la  città 
si  trovò  spogliala  delle  cose  più  ne- 
cessarie, e  si  dovette  in  sulle  pii- 
nie  far  servire  di  chiesa  una  mise- 
ra capanna  di  legno.  Pensacola  sul 
golfo  del  Messico  era  egualmente 
abbandonata,  e  s.  Agosliuo  sull'Ai- 


7H.;  M  O  13 

lanlico,  città  della  Florida  occiden- 
tale che  possedeva  una  bella  chie- 
sa, si  vide  saccheggiata  da  qne'me- 
desimi  eh*  erauo  slati  eletti  a  cu- 
slodiila.  Nel  iSiS  fu  da  Leone 
XII  fatto  vescovo  in  pardbus  di 
Olena  monsignor  Michele  Poitier 
«li  Monlbrison  arcidiocesi  di  Lione, 
erigendo  in  diocesi  particolare  1'  e- 
slesissiine  regioni  d'  Alabama  e  di 
Florida,  in  cui  appena  trovavansi 
tre  preti,  e  noaiinando  per  vicario 
;>postolico  tal  prelato  con  lettere 
apostoliche  del    26  agosto    iSaS. 

Pio  Vili  col  breve  Inter  multi- 
plices,  de'  i5  maggio  1829,  Bull, 
(le  prop.  t.  V,  p.  46,  istituì  la  se- 
de vescovile  di  Mobile,  dichiaran- 
dola sulFiagaiiea  di  Baltimore.  La 
diocesi  venne  foruaata  dello  stato  di 
Alabama,  che  conta  809,206  abi- 
tanti, e  del  territorio  delle  Flori- 
de orientale  ed  occidentale  che  ne 
hinno  34,725,  e  contemporanea - 
tnente  il  Papa  traslatò  a  questa 
chiesa  il  lodato  prelato,  e  lo  fece 
primo  vescovo  di  Mobile,  clie  tut- 
tora eon  zelo  e  generosità  governa, 
inteso  al  ben  essere  di  sua  chiesa. 
Vedendosi  però  deserto  e  privo  di 
ogni  mezzo,  recossi  in  Europa,  im- 
plorò aiuto,  e  r  el>be  principalmen- 
te dalla  congregazione  di  propagan» 
(la  fide,  che  inciuque  rate  gli  sora- 
tninistrò  ventimila  scudi  ,  e  dalla 
pia  società  Leopoldina  di  Vienna; 
quindi  iuipiegiuidolo  santamente  e 
t'on  economico  accorgimento  potè 
«•rigere  chiese  ed  utili  stabilimenti. 
Nell'Alabama  vi  sono  sette  chiese. 
In  Mobile  la  chiesa  cattedrale  fu 
fdìbricata  e  dedicata  alla  ss.  Con- 
cezione dal  vescovo,  essendosi  bru- 
ciata l'anteviore  nel  1827.  In  Spring- 
Iiill  vi  è  la  chiesa  di  s.  Giuseppe; 
in  Sommerville  quella  della  Visita- 
'imiXQ  ;  in  Aloiint- Veruon  quella  di 


MOB 

s.  Paolo;  in  Montgommery,  piccola 
città  Sulla  riviera  dell'Alabama,  per 
la  cui  erezione  concorsero  anco  i 
protestanti,  quella  di  s.  Pietro;  in 
West  Florida,  cioè  in  Pensacela,  quel- 
la di  s.  Michele  ;  in  East  Florida, 
cioè  in  s.  Augustine,  quella  di]  s.  A- 
gostino  ;  più  vi  sono  altre  27  sta- 
zioni. I  pii  stabilimenti  sono  il  col- 
legio di  Spring-hill  presso  Mobile, 
al  quale  accorrono  ogni  anno  piìi 
di  cento  individui  studiosi,  e  nel 
cui  recinto  sussiste  eziandio  un  se- 
minario con  dodici  alunni.  Scuola 
pei  ragazzi  di  Mobile  aperta  nel 
i833.  Scuola  pei  giovani  in  s.  A- 
gostino  nella  Florida.  Monastero 
della  Visitazione  e  scuola  per  le 
donzelle  in  Sommerville.  Scuola  per 
le  donzelle  in  s.  Agostino.  Scuola 
per  le  ragazze  in  Mobile.  Orfano- 
trofio in  Mobile.  Il  vescovo  affidò 
la  direzione  del  collesrio    e  del  se- 

o 

njinario  diocesano  mentovati  ai  pp. 
della  Misericordia  che  chiamò  dal- 
la Francia  ;  ed  ac(juistato  un  pez- 
zo di  terra  in  Mobile,  vi  eresse  uu 
monastero  alle  suore  della  carità  o 
misericordia,  come  avea  fatto  a  s. 
Agostino  per  piantarvene  uno  del- 
la Visitazione.  La  religione  vi  fa 
sempre  progressi,  ed  il  clero  della 
diocesi  ascendeva  a  circa  i5  preti; 
concorrono  pel  mantenimento  de- 
gli ecclesiastici  le  pie  oblazioni  dei 
fedeli.  I  pochi  indiani  che  viveva- 
no in  questa  diocesi,  a  poco  a  po- 
co si  ritirarono  al  di  là  del  Missis- 
sipì. 

MOBILI  FESTE.  Chiamansi  fé- 
ste  mobili  quelle  che  non  si  cele- 
brano nello  stesso  giorno  tutti  gli 
anni,  cioè  le  domeniche  di  settua< 
gesima,  quinquagesima,  le  Ceneri, 
Pasqua,  l'Ascensione,  la  Paritecosle, 
la  Trinità  e  il  Corpu.f  Domini. 
Questo  dipende    dalla  festa    di  Pa- 


MOC 

sqiia  fissata  dalla  Chiesa  alla  dome- 
nica dopo  il  plenilunio  di  marzo, 
cioè  dopo  il  plenilunio  che  segue 
l'equinozio  della  primavera,  ossia 
il  2  1  marzo.  Pedi  Pasqua,  Calen- 
dario, Festa. 

MOCCA  (s),  alliimenti  detto 
Cronano.  Fioriva  ai  len)pi  di  s. 
Congallo,  e  fondò  il  monastero  di 
Balla  nella  Connacia,  divenuto  poi 
una  città.  Mori  in  età  di  cinquan- 
tasei anni  ;  e  Colgano  ne'suoi  atti 
de'sanli  d'Irlanda  mette  la  sua  morte 
ai  3o  di  marzo  del  GSy.  11  Butler 
lo  riporta  il    i.°  di  gennaio. 

MOCESA  ,  Mocyssus,  Jnslinia- 
nopolis.  Sede  vescovile  della  Cap- 
padocia,  nell'  esarcato  di  Ponto,  e- 
letta  in  metropoli  nel  VI  secolo, 
ed  in  esarcato  della  terza  Cappado- 
cia  nel  Xlll,  con  Nazianzo  arcive- 
scovato cui  erano  soggetti  quattro 
sudraganej.  Essendovi  in  una  rasa 
campagna  presso  Cesarea  il  forte 
Mooeso  in  islato  rovinoso,  Giusti- 
niano I  lo  fece  atterrare,  ed  innal- 
zato un  muro  sul  colle  assai  er- 
to, in  quel  recinto  fece  fabbricare 
chiese,  ospedali,  bagni  ed  altri  e- 
difizi.  Lo  stesso  imperatore  avendo 
formato  una  terza  provincia  di 
Cappadocia,  dividendo  la  seconda, 
destinò  Mocesa  per  metropoli  di 
questa  terza  Cappadocia  che  chia- 
mò dal  suo  nome  Giuslinianopoli. 
Tu  Ita  volta,  perchè  il  concilio  di 
Calcedonia  aveva  regolate  le  prò- 
vincie  ecclesiastiche  per  modo  che 
non  potessero  essere  cambiate  da 
"verun' altra  disposizione  del  prin- 
cipe, Mocesa  ancor  non  godeva  i 
diritti  metropolitani  all'  epoca  del 
VI  concilio  generale.  Ne  furono  ve- 
scovi, Pietro  che  nel  536  assistè  al 
concilio  di  Costantinopoli;  Teodosio 
che  fu  al  detto  c(jncilio  generale;  Teo- 
pi.iiijilo  ivi  al  \  Il  ;  N....  venne  rappre- 


MOD  2ti5 

sentalo  ad  altro  concilio  dal  prete 
Giorgio;  Teognosto  sedeva  nel  i02<S; 
Leone  assistè  al  concilio  del  patriar- 
ca Luca  Crisobergo,  ed  a  quello 
della  condanna  di  Soterich  Panleu- 
geno  eletto  patriarca  d'  Antiochia  ; 
Luca  fu  a  quello  del  i  167  sotli» 
lo  stesso  Crisobergo;  N....;  Pachyui; 
N ordinato  da  JMetroCane  pa- 
triarca di  Costantinopoli  dopo  il 
concilio  di  Firenze.  Oiicns  chrisl. 
t.  I,  p.  4o8. 

MODAJNO  (s.),  abbate.  Si  con- 
sacrò a  Dio  nel  monastero  di  Dry- 
burgh  presso  Maiiros,  uno  dei  piìi 
conosciuti  della  Scozia,  l'anno  52"?.. 
Mortificando  la  sua  carne  co'lu 
pratica  delle  più  grandi  austerità, 
intertenevasi  sei  o  sette  ore  del 
di  nell'eserci/io  della  preghiera  e 
della  contemplazione,  aHlne  di  giun- 
gere alla  perfezione  evangelica.  Ad 
onta  della  sua  profonda  umiltà,  i 
religiosi  del  monastero  lo  elessero 
a  loro  abbate.  Fu  zelante  pel  con- 
servamento  della  disciplina;  ma  il 
suo  zelo  fu  mai  sempre  moderato 
dalla  <lolcez7.a  e  dalla  carila.  Pre- 
dicò la  itati  a  Steiling,  nel  vicina- 
to di  Forili  ,  e  singolarmente  a 
Falkirk.  Di  quando  in  quando  e- 
gli  interrompeva  le  sue  tàtiche  a- 
postoliche  per  ritirarsi  sulle  monta- 
gne di  Dunbarton ,  ove  passava  da 
trenta  a  quaranta  giorni  nell'eser- 
cizio della  contemplazione.  Mori 
nel  luogo  del  suo  ritiro,  nel  setti- 
mo secolo,  sebbene  alquanti  autori 
portino  opinione  che  morisse  pi  fi 
tardi.  Le  sue  reliquie  ne'tempi  pas- 
sati erano  a  Rosneith,  in  una  chie- 
sa del  suo  nome.  E  anche  primo 
protettore  della  gran  chiesa  di  Ster- 
liiig,  ed  è  onorato  in  singoiar  mo- 
do a  Dunbarton  ed  a  Falkirk.  La 
sua  festa  si  celebra  il  giorno  4 
febbraio. 


a86  MOD 

MODENA  {Mutinen).  Città  con 
residenza  vescovile,  illustre  e  nobile 
d'itiiiifi,  capitale  e  sede  del  duca 
del  ducato  del  suo  nome,  come  di 
tulli  i  domitiìi  Estensi,  situata  nel- 
Ja  destra  riva  della  Secchia  e  sul- 
la sinistra  del  Panaro,  in  una  fer- 
tile ed  amena  pianura,  non  tanto 
umida  come  per  lo  passato.  È  di- 
stante i5  miglia  da  Reggio,  20  da 
Bologna,  35  da  Mantova,  e  60  da 
Firenze.  La  di  lei  posizione  geo- 
grafica è  longitudine  8'  36,  latitu- 
dine 44"  38'.  Il  ducato  di  Modena 
si  forma  da  quello  di  Modena  pro- 
priamente detto,  da  quelli  di  Reg- 
gio e  Mirandola  {^f^cdi),  dai  prin- 
cipati di  Correggio,  di  Carpi  {^Ve- 
di) e  di  Novellara,  da  patte  della 
signoria  di  Garjagiiana  ,  e  dalla 
f Alili  già  na  {^Vtdi)  Estense.  Confina 
col  distretto  di  Guastalla,  col  re- 
gno Lombardo-Veneto,  da  cui  è  in 
parte  diviso  dal  Po,  cogli  stati  del- 
la Chiesa  (cioè  colle  legazioni  di 
Bologna  e  Ferrara  )  che  tocca  so- 
pra due  parti  del  corso  del  Pana- 
ro, col  granducato  di  Toscana,  e  col 
ducato  di  Massa- Carrara  [Fedi), 
il  quale  appartiene  eziandio  al  du- 
ca di  Modena,  dopo  che  fu  aggie- 
gato  al  di  lui  ducato  a'  i4  "o- 
vetubre  1829  per  morte  della  du- 
chessa Maria  Beatrice  d'Este,  arci- 
duchessa di  gloriosa  rimembranza. 
Quanto  a  Correggio  e  Novellara,  non 
avendo  ailicoli,  ci  limiteremo  qui  a 
darne   una  semplice   indicazione. 

Correggio,  Corrcggium,  Corrigia, 
principale  avente  la  città  del  suo 
nome  per  capoluogo,  ov'è  il  palaz- 
zo degli  antichi  signori  della  celebre 
famiglia  de' Correg^eschi,  con  duo- 
mo decoro^io  nobilitalo  da  privilegi 
pontificii,  come  di  Gregorio  IV, 
Innocenzo  II,  e  s.  Pio  V,  patria 
d'uomini   illustri^    fra' quali     il  più 


MOD 

famigerato  è  Antonio  Allegri  pit- 
tore, più  conosciuto  sotto  il  nome 
di  Correggio.  I  suoi  signori,  bene- 
meriti per  aver  cooperato  in  cac- 
ciare d'Italia  i  saraceni  e  domina- 
tori in  Parma  (da  essi  uscì  l'An- 
tipapa Clemente  IH  [Fedi),  da 
conti  divennero  principi  e  feuda- 
tari dell'impero.  Derivando  la  ce- 
lebre famiglia  da  Gilberto  o  Gui- 
bei  lo,  figlio  di  un  antico  conte  di 
Aubsburg,  Federico  III  riconobbe 
essere  del  ceppo  medesimo,  e  nel 
i^^i  gli  die  il  cognome  d'Austria: 
del  suo  antico  facemmo  parola  a 
Fascia.  Decaduto  per  gravi  colpe 
dal  feudo  d.  Siro  ultimo  signore 
di  Correggio,  in  occasione  della 
guerra  di  Mantova ,  e  per  aver 
falsalo  moneta  ,  fu  dall'  imperato- 
re nel  i633  spogliato  di  tulli  i 
suoi  diritti,  a  condizione  di  poter- 
li ricuperare  coll'esborso  di  280,000 
fiorini  d'oro.  Vi  supplì  la  Spagna 
ed  ebbe  Correggio  nel  iG35  in 
deposito,  finché  indusse  l'imperato- 
re a  concederlo  al  duca  di  Mode- 
na Francesco  I,  coll'obbligo  di  rim- 
borsare di  quella  somma  il  regio 
erario,  e  di  dare  a  d.  Maurizio 
figlio  di  d.  Siro  la  facoltà  di  re- 
dimere il  feudo  con  l'esborso  della 
somma  medesima  ;  ma  non  aven- 
do questi  potuto  mai  farlo,  venne 
ad  un  accordo  col  detto  France- 
sco I  (che  secondo  alcuni  pagò 
20,000  scudi  alla  Spagna  )  ,  al 
quale  cedette  ogni  sua  ragione  sul 
principato  nel  1649,  estinguendosi 
la  linea  maschile  nei  171  i  in 
Mantova.  Novellara,  con  città  ca- 
pilale  del  principato  ,  ebbe  già  il 
titolo  di  contea,  e  fu  lungamente 
posseduto  qual  principato  d'un  ra- 
mo cadetto  della  famiglia  Gonzaga 
de'duchi  di  Mantoi'a  (Fedi),  indi 
uuilo  al  ducato  di  Modena  nel  1737. 


MOD 

Il  ducalo  di  Modena  ossia  il 
Modenese,  dopo  aver  appailenu- 
to  a^li  cliuschi,  ai  galli  boi,  alla 
repubblica  romana,  agi'  imperatori 
romani  e  greci  ,  ai  longobardi,  ai 
suoi  propri  conti;  dopo  esseisi  go- 
vernalo in  forma  di  repubblica  in 
conseguenza  della  pace  di  Costan- 
za, ed  essersi  eletto  a  signori  gli 
Estensi  marchesi  di  Ferrara  [Fe- 
di), fu  eretto  in  ducato  nel  14^2 
didl'iniperatore  Federico  111.  Occu- 
pato il  ducalo  di  Modena  nel  1  796 
dai  francesi,  foimò  successixaiuenle 
parte  delle  repubbliche  Cisalpina, 
Cisalpina-ltaliana,  e  finalmente  del 
regno  d'Italia.  Sotto  di  questo  le 
provinole  di  Modena  e  di  Reggio 
formarono  il  dij)artimento  del  l'a- 
iiaro  e  del  Croslolo,  e  la  Carla- 
gnana  fece  parte  del  principato  di 
Lucca.  Alla  cessazione  del  regno 
italico,  nel  181 4  il  ducato  di  Mo- 
dena venne  restituito  alla  casa  re- 
gnante. 

La  parte  meridionale  del  du- 
calo di  Modena  è  attraversata 
dall'  Apennino  s<'ttenlrionale  ,  o 
Alpe  Apuana,  eh  "estende  raniìfjca- 
zioni  su  quasi  tulio  il  ducato,  in- 
nalzandosi al  sud  il  monte  Cimo- 
ue .  Tranne  la  Lunigiana  e  la 
Garfagnana  situate  sul  versatolo 
meridionale  degli  Apennini,  ed  ir- 
rigate dal  Serchio  tributario  del 
MediUnaneo ,  il  ducalo  appailiene 
al  buc.iwj  del  Po,  e  gli  manda  le 
sue  accfue  mediante  la  Enza,  il 
Croslolo,  la  Secchia  o  Gabello,  ed 
il  Panaro  o  Scoltenna;  si  osserva- 
no nella  parte  settentrionale  i  ca- 
nali di  Carpi  e  di  Modena.  Que- 
llo ducalo  è  in  generale  fertile  e 
ben  coltivalo  ,  e  quantunque  la 
quarta  parie  del  territorio  sia 
bassa  e  piana ,  pure  il  clima  vi 
è     sano    e    temperato.   Sono     usale 


MOD  287 

e  note  le  acque  termali  della  Pie- 
ve Fosciana  in  Garfagnana,  e  quel- 
le minerali  di  arandola  e  di  Mo- 
reali  presso  Modena.  Le  salse  o 
vulcani  freddi  si  trovano  in  un.i 
zona  di  colline  parallelamente  alla 
linea  che  divide  il  colle  dal  piano, 
ed  in  vicinanza  ai  filoni  copiosi 
di  gesso  e  di  selenite.  Abbonda  di 
produzioni  e  di  manifatture,  con- 
tando piti  di  5i  1,000  abitanti 
compreso  il  ducato  di  Massa  Car- 
rara che  ha  il  suo  vescovo  com« 
r  hanno  Modena,  Reggio  di  Mode- 
na e  Carpi.  11  ducato  si  divide  nel- 
le quattro  provincie  di  Modena, 
Reggio,  Gaifagnana  e  Lunigiana 
Estense:  quella  di  Modena  è  sud- 
divisa in  venti  cornimi.  Il  ducalo 
è  ora  posseduto  da  una  linea  del- 
la casa  d'Ausilia,  cil  il  sovrano  è 
assoluto  e  prende  i  titoli  di  arci- 
duca di  Austria,  principe  reale  ih 
Ungheria  e  di  Roemia,  duca  di 
Modena,  di  Reggio,  ili  Mirandobi, 
di  Massa  e  Carrara.  Il  ducato  è  go- 
vernato da  quattro  ministeri ,  cioè 
degli  all'ari  esteri  ,  di  pubblica  e- 
conomia  ed  istruzione,  di  finanza  ,, 
e  del  buon  governo  incaricalo  ilei- 
l'alla  polizia,  olire  il  consiglio  di 
stato,  e  il  dipartimento  di  grazia 
e  giustizia  :  Modena,  Reggio,  Mas- 
sa-Carrara ,  e  Garlagnana  hanno 
governatori.  Evvi  un  tribunale  tli 
giustizia  in  Modena  e  in  Reggio, 
tribunali  che  fanno  reciprocamente 
le  veci  di  tribunale  d'  appello.  Ji> 
Modena  e  Reggio  vi  sono  pure 
uhici  di  conciliazione,  e  »iel  duca- 
to più  giurisdicenze,  lanlo  per  gli 
affari  civili  ,  che  pei  eliminili. 
L'amministrazione  de'coinuni  è  af- 
fidata ai  podestà  ed  ai  sindaci.  11 
ducato  di  Massa -Carrara  reggesi 
tuttavia  colla  slessa  forma  di  go- 
verno   con  cui     reg^c vaisi     sullo  la 


288  MOD 

defunta  lodata  duchessa.  Il  suo 
degno  figlio,  l'immortale  Francesco 
IV,  d'accordo  col  Papa  Gregorio 
XVI,  rettificò  le  leggi  in  opposi- 
KÌone  dell' immunità  della  Chiesa, 
foro  vescovile  massime  criminale, 
e  sopra  altri  punti  di  disciplina, 
al  modo  che  con  edificazione  in- 
dicammo nel  voi.  XXXIV,  p.  38 
del  Dizionario.  In  Roma  sua  al- 
tezza reale  il  duca  di  Modena  life- 
ne  un  itica ricalo  d'afTari  presso  la 
santa  Se(\e.  La  forza  armata  è 
composta  di  un  corpo  di  dragoni, 
del  corpo  del  genio  e  di  artiglie- 
ria, di  quello  dei  pionnieri,  del 
battaglione  di  linea  diviso  in  due 
compagnie  di  granatieri  e  sei  di  fu- 
cilieri ,  d'una  compagnia  di  vete- 
rani, del  corpo  de'caccialori  del  Fri- 
gnano diviso  in  quattro  compagnie, 
e  del  battaglione  urbano  diviso  in 
sei.  Si  aggiunga  una  compagnia 
di  deposito,  guardie  campestri  e 
urbane  volontarie. 

Modena,  Mulina ,  cos'i  chiamata 
dal  Muratori,  dal  Tassoni  Modana, 
e  dall'Amenta  Modona,  è  residen- 
za del  sovrano  e  dei  tribunali  su- 
premi. In  passato  prima  dell'addi- 
zione erculea  di  Ercole  II  o  accre- 
scimento della  vecchia  città,  e  del- 
la fondazione  della  cittadella,  aveva 
un'antica  cinta  con  torri,  e  la  roc- 
ca o  castello  era  nel  luogo  ove  ora 
esiste  il  ducale  palazzo.  Tali  forti- 
ficazioni furono  demolite,  non  le 
moderne,  esistendo  quasi  lutti  i  ba- 
stioni, e  della  cittadella  non  essen- 
done slato  demolilo  che  uno,  ra- 
sali i  parapetti ,  colmale  le  fosse, 
distrutte  le  opere  esterne  di  terra. 
Piccola  parte  delle  fabbriche  della 
cittadella  sono  ad  uso  di  ergastolo, 
le  altre  quartieri  .di  soldati,  padi- 
glioni d'  ulllziali  e  di  armeria.  La 
popolazione    di   Modena    è  di  circa 


MOD 

28,000  abitanti.  Le  sue  strade  so- 
no selciate  di  ciottoli,  ed  a  mag- 
gior comodità  della  gente  ha  mar- 
ciapiedi proporzionali  alla  larghez- 
za delle  vie,  non  che  portici,  alcuni 
de'quali  spaziosi  e  vaghi,  come 
sarel)bero  quello  del  collegio  prin- 
cipalmente, e  gli  altri  del  palazzo 
comunale  sulla  piazza,  e  dell'anti- 
co seminario  annesso  alla  catte- 
drale. Il  palazzo  ducale  con  mae- 
stoso frontespizio,  sul  disegno  del- 
l' architetto  Bartolomeo  Avanzini 
romano,  è  tra  i  più  belli  di  Eu- 
ropa^  e  mollo  vi  fece  lavorare  con 
splendidi  ornamenti  il  duca  Fran- 
cesco IV  ,  per  cui  è  sontuoso  e 
sorprendente,  con  deliziosi  giardini 
e  grandiose  scuderie.  Stanno  nel 
palazzo  medesimo  una  stupenda 
galleria  di  quadri  nel  grande  ap- 
partamento, eh'  è  una  meravigliosa 
scuola  per  gli  arlistì  che  vogliono 
profittarne  ;  la  ricchissima  e  pre- 
ziosa biblioteca  Estense,  fornita  do- 
viziosamente di  più  di  100,000 
volumi  stampati,  e  di  oltre  3, 000 
manoscritti  pregevolissimi  o  per 
l'antichità  ,  o  per  le  magnifiche 
miniature  di  cui  vanno  adorni,  o 
per  le  classiche  opere  che  conten- 
gono ;  biblioteca  la  quale  vanta 
fra  i  suoi  prefetti  uomini  celebra- 
tissimi,  cioè  il  famoso  geografo  Ja- 
copo Cantelli  ;  il  p.  ab.  Bacchini  ; 
il  sommo  Lodovico  Muratori  di 
Vignola  nel  Modenese,  che  vi  pre- 
siedette per  5o  anni  ;  il  celebre  p. 
Zaccaria  gesuita  ;  il  p.  Granelli  ge- 
suita, teologo  e  oratore  assai  di- 
stinto, ed  il  tanto  benemerito  del- 
le lettere  italiane  ab.  Girolamo  Ti- 
raboschi,  che  n'ebbe  per  24  anni 
la  direzione.  Il  museo  numismati- 
co aggiunto  alla  medesima  biblio- 
teca contiene  oltre  26,000  meda- 
glie antiche,  fra  cui  è  preziosissima 


MOD 

la  serie  delle  medaglie  greche.  Il 
rinomatissimo  archivio  segreto  du- 
cale è  uno  de'piìi  rispettabili  che 
si  conoscano  in  Italia,  e  che  som- 
ministrò al  gran  Muratori  molle 
peregrine  notizie  per  illustrare  i  co- 
stumi de' bassi  secoli,  non  che  la 
vetusta  potenza  e  grandezza  del- 
la prosapia  Estense.  L'osservatorio 
astronomico  è  fornito  de' più  op- 
portuni e  migliori  strumenti  di 
Amici,  Keinchebac,  Fraunhofer.  Il 
palazzo  della  comunità  decoralo  di 
magnifica  sala,  è  pure  rimarchevo- 
le anco  per  le  pitture  a  fresco,  e 
per  quanto  vi  operarono  Guido 
Mazzoni  e  Antonio  Begarelli  ce- 
lebri  plastici   modenesi. 

Modena  conta  più  di  25  chiese,  e 
fra  queste  otto  parrocchiali  più  degne 
di  menzione,  oltre  la  cattedrale,  cioè 
quella  di  s.  Doraenicoj  reale  parroc- 
chia della  corte ,  di  s.  Vincenzo,  di 
8.  FrancescOj  del  Carmine,  di  s.   A- 
gostino  o  s.  Maria  Pomposa,  della 
Beata  Vergine  del  Voto,  di  s.  Bar- 
tolomeo, di  s.    Carlo    e    s.  Pietro, 
in  alcuna   delie  quali,  e  particolar- 
mente in    questa   ultima,  si   vedono 
pitture  e    statue    assai    buone,  per 
non    dire  di     altri    pregi.  La  fab- 
brica del  duomo  o  cattedrale,  ove 
si   venera   il  corpo  di   s.  Geminiano 
vescovo  e  protettore  della  città,  e- 
sleriormente  incrostata  di  marmi,  è 
magnifica   massime    per  riferirsi  al 
finire  del    secolo  XI    ed  al  princi- 
pio del   XII,  in     cui     fu  innalzata, 
ed  è    a    considerarsi    l'architettura 
di  essa,  la  .quale  non  presenta  tut- 
te quelle    bizzarrie,  che  fecero  poi 
distinguere    il    gusto    detto  gotico  ; 
anzi  se  ne  Scosta  in  un  carattere  prin- 
cipale, quello  di  avere  tutti  gli  ar- 
chi di    forma  semicircolare,    e  non 
a  .sesto  acuto,    tranne    quelli  della 
tolta  delle  tre  navi.  L'archivio  ca- 
voi,  xit. 


MOD  189 

pitolare  è  ridondante  di  pergamene 
e  carte    antiche    della  più    grande 
importanza  ,    comprovanti    i    suoi 
molti   privilegi,   i    quali   rimontano 
all'epoca  di  Carlo  Magno.  Annessa 
alla    cattedrale   è  la    torre  maggio- 
ré,  una  delle    più  belle    dell'Italia, 
verisimilmente  eretta  all'epoca  suin- 
dicata,   almeno    la     parte    quadra- 
ta   fino  alla  quinta  iinpalcalura     o 
cornice ,    poiché    il    restante    fusto 
quadrato     ottagono     piramidale    e 
gli  ornamenti  che  l'abbelliscono  so- 
no   del    secolo    XIV ,  e  dei     tempi 
in  cui    Modena  soggiacque    a    Pas- 
serino   Bonacossi.     Il   Cancellieri    a 
p.    1 5o    delle  sue    Campane,  osser- 
va   che  non    si  sa    in    qual  tempo 
fu  innalzata  sì     vasta     e  magnifica 
torre,     giacché  non     può     prestarsi 
fede  al  Vedriani     che    fosse  eretta 
fin  dai     tempi  di   Desiderio    re  dei 
longobardi  :  essa  però  certamente  e- 
sisteva    nel     1224,    almeno    nella 
sua  parte  inferiore   e  quadrata,  nar- 
randosi dal    Muratori  negli   Annali 
di     Modena,  t.    XI     Rer.  Ital.     p. 
58,  e    nella     Cronaca  di  Gio.    da 
Bazzano,  ivi,  t.  XVj  p.  569,  che  la 
torre  di  s.  Geminiano  fu  occupata 
da  uno  de'partiti    in    cui    Modena 
era  divisa,  e  che  però  ne  nacquero 
gran    tumulti   fra'  cittadini.  E  alta 
braccia  i64e  oncie  8  modenesi;  vol- 
garmente viene  detta  la  Ghirlandinay 
ed  in  essa  conservasi  la   famosa  sec- 
chia di  legno  ,  trofeo  delle  guerre  fra 
i  Petroni  ed  i    Geminiani,  cioè   dei 
bolognesi  e    modenesi ,  della  quale 
con  tanta    amenità    cantò  festevol- 
mente il  rapimento  Alessandro  Tas- 
soni modenese,  celebre  poeta,    ma! 
piccante   e   satirico.    La    principale 
sua  fama    la  deve  al    poema  eroi- 
comico della  Secchia    rapita^  com- 
posto da    giovine    in    sei  mesi.  Ri- 
corda due  epoche    del  secolo  Xlli 

»9 


290  MOD 

e  XIV,  ed  una  di  quelle  ostilità 
tanto  frequenti  allora  fra  le  città 
italiane,  e  quando  i  modenesi  ar- 
rivati fino  a  Bologna  s'impadioni- 
rono  di  una  secchia  di  legno,  e 
delia  catena  di  cui  era  appesa  al 
pozzo,  e  qual  segno  di  trionfo  la 
sospesero    nella  Torre. 

Nel  cosi  detto  albergo  Arti,  ove 
risiede  l' intendenza  generale  delle 
opere  pie,  evvi  la  casa  di  ricovero 
con  magnifici  luoghi,  il  monte  dei 
pegni,  ec.  ;  e  nei  loggiati  del  suo 
primo  maestoso  corridore  fu  ulti- 
niamente  collocato  il  museo  lapi- 
dario delle  antiche  iscrizioni  roma- 
ne e  dei  grandi  sarcofagi  che  già 
erano  nel  clauslro  del  duomo,  non 
che  di  quelle  dei  bassi  e  più  infe- 
riori tempi.  Di  contro  all'albergo 
Arti  si  vede  1'  ospedale  degl'  infer- 
mi, civile  e  militare,  a  cui  sono 
annessi  il  teatro  anatomico  e  la  ca- 
sa degli  esposti.  Ha  Modena  una 
università  divisa  in  licei  convitti, 
legale ,  medico  e  matematico,  il 
qual  ultimo  è  annesso  al  real  cor- 
po de*  pionnieri  ;  una  florida  acca- 
demia di  belle  arti,  e  più  altri 
scientifici  stabilimenti.  Aggiungere- 
mo, che  tra  le  primarie  accademie 
d' Italia  merita  di  essere  per  ogni 
rispetto  celebrata  la  reale  accade- 
mia di  scienze,  lettere  ed  arti,  la 
quale  distinguesi  tra  le  altre  pegli 
utili  concorsi  che  apre  annualmen- 
te, e  pei  premi  che  conferisce  ad 
incoraggimento  de' talenti,  e  ad  in- 
cremento delle  buone  discipline:  con 
programma  del  i845  la  soviana 
munificenza  di  Francesco  IV  isti- 
tuì sei  premi  d'onore.  Il  conte 
Mastai  Ferretti,  Recaci,  d'  Europa^ 
p.  64,  rifijrisce  che  l'accademia  di 
Modena  fu  eretta  sul  gusto  di  quel- 
la di  Bologna,  e  fu  celebre  per  la 
dottrina    di    Azione    giureconsulto: 


MOD 
vogliono    alcuni     che     1'  accademia 
fosse  fondata  da  Giovanni  Grilicnzo- 
ni  dotto  modenese;  ma  si   legge  nel- 
la sua  biografìa,  che  l'accademia  è 
a     lui     anteriore,     ed     esisteva     già 
quando  Porto  insegnava  a  Modena, 
poiché  n'era   membro;  piuttosto  es- 
sere fondatore    di    altra    accademia 
ove    si     discutevano     classici    lavori 
con  calma     letteraria,    indi    turbata 
neir  epoca  della   riforma  da  contese 
di   religione  :    Grillenzoni    mori   nel 
i'ti5i,   lasciando    gli   Statuti  di  me- 
dicina   approvati   da    Ercole    II,  ed 
un    Trattato  delle  famiglie  di  JSlO' 
dena,  opera  che  andò  perduta.   Ag- 
giunge il    chiaro  storico,  che     l'ac- 
cademia ebbe  la  sua  crisi  nel  \5Zj 
a'tenipi  di  Lutero  e  di  Calvino,  i  cui 
errori  pareano  volessero  infestar  l'ac- 
cademia ;  e  che  nel    iSSg  fu  aper- 
ta   in   Modena    un'  altra    accademia 
dal  conte  Sartorio    Ser torio,    ed  il 
conte  Ferrante  Tassone,  che  pel  du- 
ca    Alfonso   II    reggeva    la   ciltà,   fu 
eletto    in    protettore  .     Alfonso    HI 
tenne  un' accadeuìia   scicnlilica,   che 
finì    con    lui.     Verso  il    1680    ebbe 
principio   l'accademia  de'  Dissonan- 
ti,  terminata   nel    l'^Qi.    JNel     ly^i 
venne    fondata    quella     medica    dei 
Congcttnranti;   indi  nel    tySS    vi  fu 
aperta  altra  accademia  di  belle  let- 
tere per  la  nascita    di   un   principe 
ereditario    della    casa  Estense,    e  si 
celebrò  nella  chiesa  de' gesuiti.   Nel 
1796  accolse  Modena    la   società   i- 
taliana   delle  scienze,  che   il  governo 
Estense  protesse    con   magni  licenza, 
ma   il   marchese    Rangone  avea   già 
nel    proprio   palazzo  stabilito   un'ac- 
cademia  di  scienze  con    annuo  pi-e- 
mio.   Maria   Teresa   fondò  l'accade- 
mia   di   pittura,    scultura    e    archi- 
lettura,    cioè    la  scuola    reale  delle 
belle  arti.   11  celebre  arciprete  della 
cattedrale    d.  Giuseppe    Baraldi    ai 


MOD 

tempi  nostri  volendo  rlifendere  la 
conciilcat«  religione  e  la  schernita 
Tirtù,  stabilì  nella  propria  casa  una 
adunanza  di  parecchi  a  lui  conformi 
d'indole  e  di  studi,  ed  incomincia- 
rono nel  1822  coi  tipi  reali  degli 
eredi  Soliani  a  pubblicare  le  Me- 
morie di  religioiir,  di  inorate  e  di 
leKeralura  in  Modena,  (;he  nel  i83i 
giunsero  a  tomi  XX.  Indi  dopo  la 
morte  del  benemerito  prelalo  Baral- 
di,  i  medesimi  dotti  collaboratori  nel 
i832  incominciarono  la  pubblica- 
zione della  Continuazione  delle  me- 
desime 3Iemorie,  che  felicemente  si 
prosegue  ;  colle/ione  infinilaraenle 
utile  e  preziosa  per  quanto  riguar- 
da la  religione  e  la  letteratura,  la 
<lifesa  dell'  altare  e  del  trono,  e 
mollo  interessante  la  storia  eccle- 
siastica, anco  per  le  notizie  biogra- 
fiche e  bibliografiche  che  contie- 
ne. Molte  sono  le  aiìtorevoli  te- 
stimonianze di  grandi  vantaggi  re- 
cati da  questa  società  rispettabile 
alla  religione,  alla  morale  e  alla 
letteratura,  per  lo  che  i  zelanti  au- 
tori furono  incoraggiti  ed  encomia- 
ti da  Pio  VII,  Leone  XII,  Pio 
Vili,  e  da  Gregorio  XVI  che  fece 
il  liaraldi  prelato  domestico  e  prò- 
tonotario  apostolico.  Abbiamo  dal 
eh.  Giuseppe  Riva,  Discorso  intorno 
la  l'ita  e  le  opere  di  nionsig.  Ba- 
raldi  ec.  Modena  1882  per  G. 
Vincenzi  e  compagno. 

In  Modena  vi  è  il  collegio  dei 
nobili,  sotto  la  direzione  de' preti 
secolari,  da  cui  uscirono  allievi  che 
onorarono  le  lettere,  le  scienze,  la 
politica  e  le  armi.  Ha  pure  vari 
altri  stabilimenti  di  beneficenza,  di 
istruzione,  di  cui  parleremo  poi,  e 
fra  gli  altri  l'educandato  di  s.  Pao- 
lo per  cento  donzelle  di  bassa  con- 
dizione, quello  de' bernardini  e  fi- 
lippini, delle    sordemute,  ec.    Solo 


MOD  291 

qui  noteremo  che  nel  collegio  di 
s.  Bartolomeo  de' gesuiti,  depose  le 
insegne  vescovili  e  cardinalizie  il 
venerando  cardinale  Carlo  Odescal- 
chi  {^Vedi),  per  vestir  l'abito  della 
compagnia  di  Gesù,  e  in  esso  poi 
santamente  mori,  tumulandosi  il 
cadavere  nella  chiesa  contigua.  Vi 
sono  due  accademie  filarmoniche,  e 
due  principali  teatri,  quello  della 
corte  ed  il  comunale.  Modena  è 
patria  di  moltissimi  uomini  illustri 
che  fiorirono  in  santità  di  vita,  in 
dignità  ecclesiastiche,  nelle  scienze, 
nelle  arti  e  nelle  armi,  essendo 
sempre  stati  munifici  e  benemeriti 
mecenate  dei  dotti  e  degli  artisti  i 
magnanimi  principi  Estensi,  come 
dichiarammo  all'  articolo  Ferrara. 
Oltre  quelli  che  nominiamo  in  que- 
sto articolo,  qui  solo  ricorderemo 
fra  i  tanti:  Nicolò  dell'abbate  pitto- 
re, Gio.  Maria  Barbieri,  Lodovico 
Castel  vetro,  Gabriele  Falloppio  a- 
«atomico,  Francesco  Maria  Molza 
poeta  ,  Tarquinia  Molza,  Geminia- 
no  JMonlanari  astronomo,  Raimon- 
do Principe  Montecuccoli,  Bartolo- 
meo Schedoni  pittore,  Carlo  Sigo- 
nio  storico,  Ugone  Rangoni,  Gio. 
Francesco  Forni;  Nicola,  Gherardo, 
Annibale  e  Guido  Rangoni  celebri 
militari;  il  giureconsulto  Nicola  Mat- 
tarelli,  il  famoso  poeta  Fulvio  Te- 
sti, il  prelato  Giuseppe  Baraldi,  ed 
altri  molti,  avendo  anche  in  que- 
sti ultimi  tempi  dato  dei  primi  ma- 
gistrati e  dei  militari  di  nome  al 
cessato  regno  d'  Italia.  Abbiamo  da 
Lodovico  Vedriani  :  Memorie  di 
molti  santi  martiri,  confessori  e  bea- 
ti modenesi,  Modena  i663  con 
molte  figure.  Vite  ed  elogi  de' car- 
dinali modenesi  cavati  da  molti  au- 
tori, Modena  1662  pel  Soliani.  Giro- 
lamo Tiraboschi,  Notizie  de'pittori, 
scultori,  incisori  ed  architetti  viodene- 


29^  MOD 

si,  con  un'appendice  de' professori  di 
musica,  Modena  1786.  Del  medesimo 
ivi  nel  1824  Ju  pubblicato:  Dizio- 
nario topografìco-storico  degli  sta- 
ti Estensi.  Ecco  i  nomi  de'  dieciot- 
to cardinali  modenesi,  le  cui  noti- 
zie si  possono  vedere  agli  articoli 
delle  rispettive  biografie,  qui  po- 
nendo ad  ognuno  la  data  in  cui 
furono  creati  cardinali.  1061  Paolo 
Boschetti.  1088  Pandolfo  Rangone. 
iSyS  Tommaso  Frignano.  i5oo 
Giambattista  Ferreri.  i5ìj  Ercole 
Rangoni.  i536  Jacopo  Sadoleto  . 
1542  Tommaso  Badia.  iS/^i  Gre- 
gorio Cortese.  i55i  Pietro  Berta - 
no.  i55i  Sebastiano  Pighini.  iSgS 
Alessandro  d' Este.  1641  Rinaldo 
d'Este.  1686  altro  Rinaldo  d'Este. 
1743  Fortunato  Tamburini.  1753 
Giuseppe  Livizzani.  1785  Carlo 
Livizzani.  1787  Filippo  Carandini. 
1823   Antonio  Frosini. 

Ogni  lunedì  si  tiene  in  Mo- 
dena un  fioritissimo  mercato  di 
bestiame  grosso  e  minuto,  ec,  ;  si 
fa  anche  particolare  commercio  di 
ottimi  vini ,  eccellenti  acquavite  , 
superbo  aceto  distillato ,  e  tra  i 
salati  di  maiali  sono  famosi  i  zani- 
poni  di  Modena  j  si  fanno  va- 
ri tessuti,  cappelli  di  paglia,  ed 
altro.  Dagli  statuti  modenesi  del- 
l'anno i3o6  si  rileva,  che  facevasi 
una  gran  fiera  con  copioso  concor- 
so de' paesani  confinanti,  tre  giorni 
prima  e  tre  dopo  la  festa  di  s. 
Geminiano.  Nel  declinar  del  1846, 
nella  città  si  attivò  l'illuminazione 
notturna  a  gas.  Ottime  sono  le  sue 
acque  bevibili ,  e  celebrate  e  da 
molti  scrittori  ricordate  le  fontane 
modenesi.  Il  naturalista  può  tro- 
vare buon  pascolo,  osservando  at- 
tentamente 1  agro,  i  monti  e  le 
acque  medicate  del  circonvicino 
paese  .    Modena    viene    intersecala 


MOD 

dalla  strada  Emilia,  e  da  quella  di 
comunicazione  colla  Toscana.  Que- 
sta ultima  eraulatrice  delle  opere 
romane,  e  dal  celebre  Alfieri  deno- 
minata veramente  poetica,  fu  aper- 
ta da  Francesco  III,  e  percorre  si- 
no al  confine  toscano  per  circa  60 
miglia,  passando  per  le  grosse  ter- 
re di  Formigine,  Pavullo,  Fiumal- 
bo,  Pievelago.  Nel  grazioso  villaggio 
di  Buonporto,  situato  nel  punto  o- 
ve  il  canale  naviglio  modenese,  che 
prendendo  corso  in  Modena  presso 
i  fondamenti  dell'  antico  castello, 
sbocca  nel  Panaro,  riuscendo  van- 
taggioso al  commercio  della  capita- 
le, per  la  comunicazione  che  pel 
Po  gli  deriva  dall'  Adriatico,  vi  si 
rimarca  l'artifizioso  sostegno  innal- 
zatovi a  tutela  della  navigazione. 

La  città  antichissima  di  Modena 
si  trova  primieramente  ricordata 
dagli  antichi  scrittori  nell'  anno  di 
Roma  536,  essendo  consoli  P.  Cor- 
nelio Scipione  e  T.  Sempronio  Lon- 
go,  ed  era  fin  d'allora  una  città 
forte  e  cinta  di  mura.  11  Modene- 
se viene  dai  geografi  chiamato, 
tratto  dell'  Etruria  transpennina, 
quindi  della  Gallia  Togata,  priuia 
che  soggiacesse  alla  romana  domina- 
zione. Modena  è  probabile  sia  stata 
fondata  dagli  etruschi  184  anni  a- 
vanli  la  nascita  di  Gesù  Cristo;  an- 
zi Tito  Livio  dice  espressamente 
che  i  campi  intorno  a  Modena,  pri- 
ma che  fosse  dedotta  colonia  roma- 
na (il  che  accadde  nel  5j  i  di  Ro- 
ma), erano  dei  galli  boi,  e  da  prin- 
cipio furono  degli  etruschi.  Nel 
567  di  detta  era  M.  Emilio  Lepi- 
dio  condusse  da  Piacenza  fino  ad 
Arimino  o  Rimino  la  via  che  da 
lui  venne  detta  Emilia.  Fu  dopo 
la  sconfitta  data  da  Manlio  ai  gal- 
li boi,  che  venuta  Modena  in  pote- 
te de'rooiani,  fu  dichiarata  colonia 


MOD 

illustre.    Cinque    anni  dopo  eli' era 
idiv(,iiula    colonia    romana,    la  città 
fu   occupata  dai  liguri,  ma  ben   to- 
sto loro  ritolta    dal  proconsole  Ti- 
Jiei'io  Claudio.    Indi  si  rese  famosa 
principalmente  per  l'assedio  che  vi 
sostenne  Bruto  dopo  1'  uccisione  di 
Giulio  Cesare,    contro  il  triumviro 
Marc'  Antonio.    A    questi    tempi   la 
colonia  modenese  fu  appellata    Urbs 
felicissima,    da    Cicerone    chiamata 
alla  presenza    del  senato    e    popolo 
romano  firmissima    et  spUndicìissi- 
ma    ....  Jìilissima    et  fortissima  ... 
et  florentissima,    e  per  la  sua    ric- 
chezza da    Pomponio  Mela  assomi- 
gliata a  Patavio  et  Bononiae.  Dopo 
la  liberazione  dell'assedio  di   Mode- 
na vollaronsi  le  cose,  e  Bruto  tra- 
dito dal  senato  e  dai  suoi,  fu  pre- 
so ed  ucciso,  e   Marc'Antonio,  con- 
giuntosi a  Lepido   e  pacificato  con 
Ottaviano  Augusto,  tornò  nelle  con- 
trade modenesi  quando  si  tenne  il 
celebre  congresso  del  triumvirato  in 
un'  isola  del  Beno,  presso  Bologna, 
ed    a  lui    toccò  tutta    la  Gallia  di 
qua  e  di    là  dalle    Alpi,  tranne   la 
IVarbonese,  e  perciò  Modena  istessa 
rimase  sotto  il  suo  impero.  Inimi- 
catisi   Marc'  Antonio    e  Ottavianp, 
questi  riportò    vittoria  sopra  di  lui 
a  Modena,  divenendo  poscia  assolu- 
to signore  dell'  impero  romano.  Co- 
sì colla  guerra   modenese  dell'anno 
di  Roma  711    ebbe  fine  la  repub- 
blica romana  e  principio  l'impero, 
che  presto  successe  al  triumvirato. 
Divenne  Modena  celebre  per   la 
fabbrica    di  vasi  di    terra    cotta,  e 
simili    manifatture,    per  cui    Plinio 
ne    vantò   la    vaghezza.    Neil'  anno 
3i2  di  nostra  era    fu  la  città  op- 
pugnata   da    Costantino    Magno;  il 
danno  però  recatole  non  fu  grande, 
e  per  fede  di  Nazario  si  narra,  che 
3  questo  ed    altri    luoghi,   per  ca- 


MOD  293 

gione  de'vantaggi  incredibili  che  ne 
seguirono,  piacque  altamente  1'  ol- 
traggio di  essere  assediati.  Dopo  la 
metà  del  IV  secolo  serbava  Mode- 
na poco  della  antica  sua  grandezza, 
e  nell'  invasione  del  tiranno  Mas- 
simo nell'anno  887  ne  seguì  l'e- 
strema rovina  ,  quale  la  descrive 
s.  Ambrogio  nell'  epist.  89  a  Fau- 
stino, che  la  chiamò  con  Reggio, 
Brescello,  Bologna  ed  altri  luoghi, 
seminitarum  urbium  cadavcra.  In- 
di peggiorò  la  condizione  di  Mode- 
na per  r  irruzione  de'  barbari  che 
successivamente  occuparono  l'Italia, 
e  parlando  di  s.  Geminiauo  diremo 
quanto  riguarda  gli  unni  di  Attila 
che  calò  in  Italia  nel  4^^.  I  goti 
di  Alarico  inferociti  per  la  rotta  di 
Pollenza,  nel  recarsi  a  Roma  de- 
vastarono il  Modenese,  specialmen- 
te Modena  e  Reggio.  Verso  il  Sgo 
r  imperatore  Maurizio  la  tolse  ai 
longobardi  collegato  coi  franchi  , 
entrandovi  i  greci  combattendo.  Tut- 
tavolta  Modena  non  potè  risorgere  a 
cagione  delle  lunghe  guerre  tra  i 
longobardi  ed  i  greci  padroni  del- 
l' Esarcato.  Era  questa  città  da 
quella  parte  il  confine  del  regno 
longobardico,  e  però  sottoposto  alle 
continue  incursioni  e  molestie  dei 
nemici.  Allora  i  fiumi  e  torrenti 
senia  freno  alcuno  scorrevano  per 
le  campagne,  con  giungere  ad  al- 
zare il  terreno  sopra  l'antico  suolo 
di  Modena  parecchie  braccia.  Nel- 
l'entrante del  secolo  VII  Agilulfo 
l'e  de'  longobardi  ricuperò  Modena, 
e  il  confine  de'  suoi  stati  tornò  ad 
essere  fra  Modena  e  Bologna,  nou 
comprendendosi  Modena  nell'Esar- 
cato   come    taluni    scrissero. 

Luitprando  re  de' longobardi  fon- 
dò all'occidente  e  quattro  miglia 
lunge  da  Modena,  sulla  via  Emilia, 
Città  Nuova,  appellata  uelle  vecchie 


294  MOD 

carte  Claudia,  per  cui,  o  per  la  de- 
solazione in  cui  trovavasi  Modena, 
la  maggior  parie  del  popolo  passò 
ad  abitare  in  essa  Città  Nuova  :  a 
tempo  del  Muratori  ne  durava  il 
nome  e  la  chiesa  parrocchiale,  il 
resto  essendo  sotterra.  Questa  ai 
tempi  di  Carlo  Magno,  benché  fos- 
se in  fiore,  non  era  esente  da  pa- 
ludi, come  si  ha  da  vari  monu- 
menti; ma  a  poco  a  poco  l'indu- 
stria degli  uomini  aumentò  gli  edi- 
fizi  della  città,  come  rendè  abita- 
bili e  coltivabili  quelle  campagne. 
In  Città  Nuova  vi  risiedeva  il  ga- 
staldo  regio,  uffizio  eguale  a  quello 
de' conti  o  governatori,  ed  era  mu- 
rata con  castello  o  fortezza  nelle 
sue  vicinanze,  venendo  anco  detto 
Città  Geminiana  e  Flexiana.  L'area 
attuale  dunque  di  Modena  non  è 
già  quella  dell'antica  città,  che  in 
più  alto  sorgeva  nella  via  Emilia, 
che  essendo  perita  in  tante  incur- 
sioni e  calamitose  vicende,  come 
narrano  altri,  sul  finir  del  seco- 
lo Vili  mossi  i  principali  possi- 
denti delle  terre  modenesi ,  adu- 
natisi nella  chiesa  di  s.  Gemi- 
niauo  sulla  via  Claudia,  per  le  in- 
sinuazioni di  A  niellano  de'  Magno- 
ni  divisarono  di  far  jisorgere  sul 
basso  piano  la  patria,  ne  disegna- 
rono il  recinto,  e  1'  impresa  si'  di- 
visero ;  onde  in  bieve  si  vide  cin- 
ta di  mura  e  di  convenienti  edili- 
zi, in  modo  che  i  popoli  circostan- 
ti concorsero  ad  acciescere  il  nu- 
mero degli  abitanti.  Questo  stalo 
di  Modena  deve  riferirsi  a  tempo 
posteriore,  poiché  dallo  scrittore  (Id- 
ia vita  di  s.  Geminiano  si  lia  che 
nel  secolo  X  il  suo  aspetto  era  tut- 
tavia lagrimevole  :  sembra  però  in- 
dubitalo, che  il  vescovo  Lcodoindo 
verso  V  Sj  i  intraprese  a  cinger 
Modena  di  nuove  mura.    TS'cU'  ^5j 


MOD 

mori  agli  8  luglio  nel  castello  di 
s.  Cesario  presso  Modena  il  l*iipa 
Adriano  111,  e  fu  sepolto  nel  mo- 
nastero di  Nonantola.  Modena  ebbe 
poscia  i  suoi  conti,  quali  nel  seco- 
lo IX  reggevano  le  città,  le  provin- 
cie  e  le  castella  con  autorità  non 
già  ereditaria  ma  personale,  per  de- 
cidere le  questioni  e  condurre  le 
milizie.  Essi  ebbero  molle  questio- 
ni coi  vescovi  ch'esercitavano  il  do- 
minio temporale,  e  su  .Modena,  co- 
me il  vescovo  Guido.  Nell'invasio- 
ne degli  ungari  nel  secolo  X,  sof- 
fri molto  la  città  per  le  loro  rapi- 
ne. Nel  io38  il  vescovo  Varino 
Ingonio  ne  divenne  conte  per  l'au- 
torità dell'  imperatore  Corrado  II. 
Il  vescovo  Eriberto  verso  il  io56 
con  permesso  di  Enrico  III  inco- 
minciò la  riedificazione  di  Modena. 
Nel  1078  la  gran  contessa  Matilde 
[Vedi)  donò  alla  santa  Sede  gran 
parte  del  suo  amplissimo  patrimo- 
nio di  cui  era  signora,  e  s.  Grego» 
rio  VII  lo  ricevè  qual  feudo  della 
Chiesa.  Molte  di  queste  terre  erano 
situate  nel  Modenese  e  nel  Reggia- 
no, olire  tutta  la  Gaifagnana  di  cui 
la  contessa  era  sovrana  come  dei 
mentovati  territorii,  quale  erede  dei 
conti  di  Canossa  signori  di  Reggio. 
Per  questo  patrimonio  nacquero  poi 
gravi  deferenze,  perchè  gl'impera- 
tori se  ne  vollero  inq):idronire,  e 
talvolta  l'ebbero  anco  in  investitu- 
ra dui  Pa[»i,  lo  che  si  racconta  a 
Germania  ed  altri  relativi  articoli. 
11  Modenese  soggiacque  alle  deva- 
stazioni di  Eiu'ico  IV,  perchè  Ma- 
tilde difendeva  s.  Gregorio  VII,  uui 
ne  assediò  in  vano  le  fortezze,  la 
Canossa  del  Reggiano  il  Papa  ri- 
cevette a'suoi  piedi  1'  inqieratore 
per  interposizione  di  Matilde,  a"! 
modo  detto  a  s.  Gregoiuo  VII  ; 
ed  ivi    pur  si  lece    meu/^iunc  de^li 


MOD 
altri  luoghi  del  Modenese  in  cui  si 
recò  spesso  s.  Gregorio  VII,  massi- 
me a  Carpineto  castello  del  Pieggia- 
no.  A  Sorbara  nel  Modenese  nel 
1084  le  truppe  della  confessa  ri- 
portarono una  significanle  vittoria 
sugl'imperiali.  Nel  1102  a  Pasqua- 
le II  la  contessa  rinnovò  la  dona- 
zione del  suo  pnlrimoiiio.  Quindi 
Pasquale  II  da  Benevento  nel  i  106 
passò  a  Modena,  dopo  cli'erasi  fatta  la 
traslazione  del  corpo  di  s.  Geminia- 
no  dall'antica  alia  nuova  basilica, 
ed  agli  8  ottobre  vi  consagrò  l'al- 
tare principale  dedicato  a  tal  santo 
vescovo,  concedendo  indulgenza,  pre- 
sente moltissimo  popolo,  e  princi- 
palmente la  contessa  Matilde  con 
tutta  la  sua  corte.  Dopo  il  iii5, 
in  cui  mori  la  gran  contessa  signo- 
ra di  Modena,  di  Reggio  e  della 
Gajfagnana,  non  trovasi  più  men- 
zione di  verun  conte  di  Modena,  e  fu 
questo  il  tempo  in  cui  le  città  italia- 
ne cominciarono  a  rendersi  indipen- 
denti dall'impero,  e  ad  emanciparsi 
dai  legati  imperiali  che  per  lungo 
tempo  vi  aveano  esercitato  autorità, 
come  nel  Modenese  che  adottò  li- 
bero reggimento.  Secondo  il  Cecco- 
ni,  Rito  di  consacrar  le  chiese,  Lu- 
cio III  a'22  luglio  1184  consagrò 
la  cattedrale  di  Modena,  essendo 
compilo  r  edilìzio  della  basilica  ;  in 
essa  si  adunarono  il  vescovo  Ardi- 
zone,  i  consoli,  i  rettori,  i  cittadini 
di  Modena,  confederati  per  la  co- 
mune libertà,  e  fatta  l' ostensione 
del  corpo  santo  del  pationo,  a  lui 
solennemente  dedicarono  il  tempio, 
concedendo  indulgenza  il  Papa,  che 
indi  passò  a  Verona.  Per  rivalità 
municipali,  fomentate  da  potenti  fa- 
miglie, scoppiarono  guerre  tra  i 
modenesi  e  bolognesi,  che  poi  a 
sicurezza  del  loro  commercio  si  pa- 
cillcarorio    nel    1166    e  nel    1177, 


MOD  395 

promettendosi  reciproci  aiuti.  Era 
preceduta  la  discordia  sino  dal  1 13[ 
per  occasione  de'  nonantolani  pro- 
tetti dai  bolognesi  .  Anticamente 
passò  quasi  sempre  una  strettissima 
alleanza  tra  i  modenesi  e  parme- 
giani,  e  questa  rinnovata  piìi  volte; 
imperocché  intervenendo  sovente  li- 
ti e  guerre  fra  Modena  e  Reggio  , 
i  modenesi  contenevano  i  reggiani 
in  dovere  col  braccio  de'parmegia- 
i)i.  All'incontro  fu  per  lo  più  lega 
e  società  fia  i  bolognesi  e  reggia- 
ni, per  tener  a  freno  gì'  interposti 
(uodenesi. 

Facendo  parte  Modena  della  lega 
lombarda,  dopo  un'  ostinata  guerra 
di  quìndici  anni  contro  l'impera- 
tore Federico  I,  le  città  italiane  si 
videro  stabilite  in  libertà  e  in  repub- 
bliche nella  famosa  pace  di  Costanza 
nel  I  I  83,  alla  quale  i  modenesi  man- 
darono ambasciatori  :  pure  nell'atto 
della  lega  rinnovalo  tra  i  parmegia- 
ni  e  modenesi  nel  i  188,  si  dice  sal- 
va la  fedeltà  all'imperatore  e  ad  En- 
rico VI  suo  figlio,  non  che  alla 
società  lombarda,  e  vi  concorsero 
anche  i  reggiani,  per  timore  de*  no- 
minati principi.  Nel  1201  il  popo- 
lo di  Modena  si  confederò  con  quel- 
lo di  Mantova,  poscia  assediò  il 
castello  di  Piubbiera  ;  ma  in  favore 
de'  reggiani  s' interposero  per  la  pa- 
ce gli  ambasciatori  de'  parmegiani 
e  cremonesi  nel  1202,  essendo  po- 
destà di  Modena  Manfredi  de  Pizo 
o  Pichi  o  l*ico.  I  bolognesi  arman- 
dosi sovente  per  accrescere  il  loro 
distretto  colle  spoglie  de'  vicini , 
mentre  nel  i2o3  le  milizie  mode- 
nesi aiutavano  i  cremonesi,  i  bo- 
lognesi ne  invasero  il  territorio  col 
carroccio,  infestarono  Bazzano,  e  in- 
cendiarono il  castello  di  s.  Cesario, 
spettanti  a  Modena.  Innocenzo  IH 
nel   1 2  1 3  fece    intimare  ai  padova- 


296  MOD  MOD 

ni  di  non  molestare  Aldobrandino  che  vi  spedi  il  suo  figlio  Enzo  re 
marchese  d' Esle,  da  lui  investito  di  Sardegna,  il  quale  rimase  pri- 
della  Marca  d' Ancona  ;  in  tal  con-  gioniero  de'  bolognesi  a  Fossalto 
giuntura  anche  la  città  di  Modena  nel  1247}  e  mor\  in  carcere, 
spedì  il  suo  podestà  con  forte  stuo-  Pare  che  non  prima  del  124'^  ^^ ''^' 
io  d'armati  in  aiuto  della  casa  di  pubblica  di  Modena  battesse  moneta, 
Este.  Avendo  Innocenzo  III  ricu-  leggendosi  negli  antichi  annali  di 
perato  molte  terre  della  contessa  essa  a  detto  anno,  primo  coeplurn 
Matilde,  ne  investì  Salinguerra  di  Jiiit  cadere  numnios  iti  civitate  Ma- 
Ferrara,  fra  le  quali  ve  n'  erano  linae.  Però  il  Muratori  pubblicò 
nelle  diocesi  di  Modena  e  Pieggio.  il  diploma  di  Federico  II,  spedito 
Il  successore  Onorio  III  nel  12 17  nel  1226  in  Borgo  s.  Donnino, 
volle  smembrare  i  castelli  di  Carpi  dove  alla  città  si  vedono  confer- 
e  Monte  Baranzone,  che  concesse  mali  tutti  i  privilegi ,  e  fra  le 
a'  modenesi,  lo  che  confermò  con  altre  grazie  si  dice:  Ex  abundati- 
annuo  censo  Gregorio  IX.  Nel  12  18  tiori  quoque  grada  celsitadinis  nO' 
erasi  rinnovata  tra  Modena  e  Man-  slrae  coiicedimus  praedictae  Civita- 
tova  la  lega,  e  nel  i225  altra  ne  tis  communi  ,  ut  licilum  sit  eis 
fecero  i  modenesi  con  Pistoia,  per  inonetam  sub  charactere  nominis 
la  sicurezza  delle  strade  e  de'  mer-  nostri  prò  voluntaLe  et  commodo 
canti  delle  due  città.  Bollivano  nel  suo  cudere  facere,  et  habtre^  ma' 
1219  delle  differenze  fra  i  comuni  gnam,  vel  parmm,  quae  ubique 
di.  Modena  e  Ferrara,  perchè  i  fer-  terraruni  imperii  nostri  expendatur 
raresi  tenevano  serrate  le  strade ,  et  currat,  et  ei  deheant  nomeii  pra 
né  permettevano  il  passo  agli  nomi-  sua  imponere  voluntate,  etc.  Di 
ni  e  merci  de'  modenesi  pel  loro  questo  Federico  II,  piuttosto  che 
distretto.  Fecero  ricorso  i  modene-  del  I,  si  trova  poscia  ripetuto  il 
si  a  Federico  II,  il  quale  ordinò  ai  nome  nelle  antiche  monete  di  Me- 
ferraresi  ed  a  Salinguerra  che  li  dena.  11  Mutina  ne  riporta  questi 
dominava,  di  non  impedire  i  passi  esempli  di  monete  da  lui  vedute: 
sotto  pena  di  duemila  marche  di  di  argento  nel  museo  Chiappin,! 
argento;  seguita  però  la  concordia,  che  ha  nel  contorno  Fe^/cr/cus  e  nel 
Federico  lì  la  confermò  nel  1226  rovescio  de  Mutina.  Altra  del  mu- 
con  diploma  in  Borgo  s.  Donnino,  seo  Bertacchini,  con  Fredericus  e 
Verso  questo  tempo  negli  Aigoni  nel  contorno  Imperator,  nel  rove- 
e  nei  Grasolfi  ebbe  pur  Modena  le  scio  moneta  de  Mutina.  La  terz^i 
funeste  fazioni  de'  Guelfi  e  Ghi-  ha  nel  diritto  /Izo  Marchio,  e  nel- 
bellini  {Fedi).  Al  Papa  Gregorio  IX  la  sommità  l'aquila,  arma  della  .se- 
nei 1236  si  presentarono  in  Vi-  renissima  casa  d'  Este:  il  rovescio 
terbo  i  modenesi  amba.sciatori,  fa-  è  simile  al  precedente.  Questo  è 
cendo  istanza  perchè  denunziasse  Azzo  Vili  o  X  marchese  d' Este, 
scomunicati  i  bolognesi  ipso  j.ure,  che  nel  1293  succedette  ad  Obiz- 
perchè  erano  venuti  all'armi  a  zo  li  suo  padre  nel  dominio  di 
danno  del  popolo  contro  la  tregua  Ferrara,  Modena,  Reggio,  Rovigo., 
fatta,  non  sapendo  trovar  miglior  Comacchio,  ec.  La  quarta  ha  l'ef- 
ripiego.  Nelle  guerre  con  Bologna  figie  di  s.  Geminiano,  colle  Ietterò 
fu  aitatala  Modena  da  Fcdevico  II,  s.  G^minia  Mutinae  Epis.  Nel  ro- 


MOD 

vescio  uno  scudo  colla  croce^  arme 
della  città,  e  nel  contorno  Respub- 
blica  Miitinae  .  La  quinta  d'ar- 
gento coir  effigie  e  nome  di  esso 
santo,  ha  nel  rovescio  la  croce  col- 
r  epigrafe  Comunilalis  Aiutine. 

Nel  1233  dal  domenicano  p. 
Bartolomeo  da  Vicenza  fu  fondato 
r  ordine  de'  frati  cavalieri  della 
Beata  Vergine  Maria  Gloriosa,  det- 
ti Gaudenti  [P^edi),  per  prendere  le 
armi  contro  i  perturbatori  della 
pubblica  quiete  guelfi  e  ghibellini, 
e  ne  furono  primi  cavalieri  e  con- 
fondatori bolognesi,  reggiani,  man- 
tovani e  modenesi:  l'ordine  ebbe 
commende  anche  in  Modena.  Frat- 
tanto nel  calore  de'  parliti  degli  Ai- 
goni  e  dei  Grasoin,  IModena  e  sua 
repubblica,  divisa  tra  i  nobili  e  la 
plebe,  fu  dominata  dai  propri  cit- 
tadini, fra'quali  meritarono  distin- 
ta fama  più  individui  delle  fami- 
glie Boschetti ,  Guidoni,  Rangoni  , 
Savignonij  Grassoni.  11  perchè  i 
modenesi  vedendosi  sacrificali  agli 
adii  civili,  alle  passioni  ed  ambi- 
zione de' prepotenti,  fecero  partito 
i  più  saggi  di  sottomettersi  all'  au- 
torità moderata  di  un  solo,  sce- 
gliendo un  principe  che  ricondu- 
cesse la  pace,  sedasse  le  intestine 
discordie,  e  comandasse  a  lutti.  O- 
bizzo  -Il  marchese  d' Este,  signore 
di  Ferrara  e  di  quegli  altri  luoghi 
nominati  a  quell'articolo,  fu  eletto 
dai  modenesi  per  loro  signore,  di 
cui  grande  suonava  la  fama  di  guer- 
riero e  potente,  ed  aveva  nel  1282 
colle  sue  armi  e  con  quelle  dei 
parmigiani  e  cremonesi  difeso  la 
città  quando  i  bolognesi  volevano 
occuparla  col  carroccio .  Pertanto 
a'i5  dicembre  1288  il  vescovo  di 
Modena  fr.  Filippo  Boschetti,  Lan- 
franco Rangone,  Guido  Guidoni  e 
tari  deputati  del    comune,  si  por- 


MOD  297 

tarono  a  Ferrara,  presentarono  le 
chiavi  a  Obizzo  II,  e  si  sottomise- 
ro alla  sua  perpetua  signoria.  Il 
marchese  spedi  a  Modena  il  conte 
Anello  o  Cicinello  suo  cognato  per 
vicario  a  prenderne  possesso,  e  poi 
vi  si  recò  con  copioso  corteggio  ai 
23  gennaio  1289,  venendo  procla- 
mato colla  maggior  solennità  in  un 
a' suoi  discendenti  perpetuo  signo- 
re; e  maritando  ad  Alda  Rangoni 
il  secondogenito  Aldobrandino,  da 
questo  matrimonio  fu  poi  propaga- 
ta la  discendenza  degli  Estensi.  O- 
bizzo  li  restituì  ai  modenesi  la  pa- 
ce, con  richiamar  anco  i  fuorusciti. 
Dell'eccelsa  famiglia  d'Esle,  sua  an- 
tica origine,  stemma,  nobiltà,  ma- 
gnanime gi'sta,  splendidezza,  cele- 
brità e  potenza ,  ne  parlammo  a 
diversi  articoli  massime  a  Ferrara, 
avendo  parziali  articoli  lutti  i  car- 
dinali di  questa  famiglia.  Ivi  pure 
finché  la  signoreggiò  ne  descrivem- 
mo in  compendio  la  successiva  stot 
ria  e  vicende,  non  che  le  paci,  le 
alleanze,  le  guerre,  gli  avvenimenti 
ordinariamente  comuni  al  Mode- 
nese, al  Reggiano  ed  altri  domi- 
nii  Estensi,  laonde  qui  appresso  ac- 
ceimeremo  le  cose  di  maggior  im- 
portanza, potendosi  il  resto  vedere 
a  tale  aiticelo,  siccome  collegalo 
colla  storia  di  Modena,  Reggio 
Carpi,  Garfagnana  e  Lunigiana. 

A'i5  gennaio  1290  anche  Reggio 
proclamò  suo  sovrano  perpetuo  O- 
bizzo  II,  che  colla  sua  ftimiglia  se- 
guiva il  partito  guelfo,  come  fe- 
cero i  discendenti,  sebbene  alcuni 
divennero  ghibellini  con  loro  danno. 
Mori  Obizzo  II  nel  1293,  e  gli 
successe  Azzo  Vili  o  X,  ricono- 
sciuto per  signore  da  Ferrara,  Mo- 
dena e  Reggio  ;  lultavolta  al  suo 
fratello  Aldobrandino  11  riuscì  di 
dominare  in  Modena    ed  altri  luo- 


, 


298  MOD 

ghi  sino  al  i3a6.  Nel  i3o6  perle 
mene  tie'bolognesi,  de'  Coneggcschi 
e  di  altri  potenti,  Modena  si  ribellò 
ad  Azzo  X,  ingelositi  per  aver  egli 
sposato  la  figlia  di  Carlo  II  re  di 
Napoli  ;  allrettanto  fece  Reggio. 
Nel  i3o8  divenne  erede  di  Azzo 
X  il  nipote  Folco,  sotto  la  tutela 
del  genitore  Fresco  naturale  del 
defunlo.  Con  l'aiuto  del  Papa  riu- 
scì a  Francesco,  altro  fratello  di 
Azzo  X,  di  far  espellere  Fresco  da 
Ferrara,  subentrando  egli  a  domi- 
narla sotto  i  ministri  di  Clemente 
Y,  il  quale  nel  i3i2  scomunicò  i 
modenesi  con  l' interdetto  alla  città 
per  aver  uccìso  il  nipote  e  ruba- 
to il  tesoro  della  cliiesa,  al  modo 
nariato  nel  voi,  XXIX,  p,  i3  del 
Dizionario.  Dice  1'  Uglielli,  che  nel 
i3i2  Enrico  VII  imperatore  occupò 
Modena,  e  ne  dicbiurò  vicaro  impe- 
riale Francesco  conte  della  Miran- 
dola, altri  dicono  che  fu  podestà 
di  Modena.  Nel  i3i3  a  Francesco 
d' Este  successero  i  figli  Azzo  XI 
e  Bertoldo  ;  ma  perderono  Mode- 
na, poiché  nell'anno  i3i9  l'occupò 
Manfredi  Pio  primo  signore  di  Car- 
pi, e  ne  fu  dichiarato  vicario  im- 
periale: per  un  tempo  la  dominò 
pure  Passerino  Bonacossi  signore 
di  Mantova.  Lodovico  il  Bavaro 
nel  i323  fece  lega  cogli  Estensi, 
e  nel  i324  concesse  ad  essi  l'investi- 
tura de'  loro  stati.  Nel  i325  i  mo- 
denesi assistili  dalle  soldatesche  di 
Passeiino,  di  Azzo  Visconti,  e  dei 
marchesi  d'Este,  diedero  una  gran 
rotta  al  numeroso  esercito  de' bo- 
lognesi a  Zappolino,  e  passarono 
culi'  armala  vittoriosa  sino  alle 
porle  di  Bologna:  nel  tSi'j  i  mo- 
denesi cacciarono  da  Modena  i  mi- 
nistri di  Passerino,  chiamando  a 
loro  difesa  il  legato  pontificio,  e 
l>05cia  le  arcui    di  Lodovico  il  Ba» 


MOD 

varo.  Avendo  questi  dichiarato  vi* 
cario  dell'  impero  in  Italia  Giovan- 
ni re  di  Boemia,  figlio  dell'  impe- 
ratore Enrico  VII,  questo  principe 
s'impadronì  di  Modena  nel  i33i. 
Nell'anno  precedente,  a  cagione  del- 
la vacanza  dell'  impero,  Giovanni 
XXI 1  concesse  agli  Estensi  il  vica- 
riato di  Fumale,  benché  dipendente 
da  Modena  feudo  imperiale,  aven- 
do assolto  gli  Estensi  dille  censure 
incorse  prima  di  ritirarsi  dal  segui- 
re il  Bavaro.  Sotto  Nicolò  I  e  O- 
bizzolll  nel  i336  gli  fu  restituita 
Modena  a'  1  7  aprile,  quando  cioè 
i  guelfi  e  ghibellitii  dimenticate  le 
antiche  inimicizie  si  opposero  al 
re  Giovanni  di  Boemia,  come  frut- 
to della  stretta  alleanza  degli  Esten- 
si coi  fiorentini  e  loinl)ardi  :  cedet- 
te loro  la  città  Manfredo  Pio  che 
n'  era  vicario  pel  re,  e  suo  fratel- 
lo Guido. 

Benedetto  XII  nella  vacanza  del- 
l'impero coslituì  vicario  di  Mo- 
dena e  Ferrara  Obizzo  111,  con  in- 
vestitura e  tributo  di  diecimila 
fiorini,  laonde  vuoisi  che  gli  Esten- 
si, come  i  più  antichi  vicari  della 
Chiesa,  posero  nel  loro  stemma  le 
chiavi  col  triregno  pontificio  ;  al- 
tri dicono  che  tali  insegne  furono 
inquartate  pel  gonfalonitrato  di  s. 
Chiesa  dato  al  duca  Borso  da  Pao- 
lo II,  il  cui  successore  Sisto  IV 
die  facoltà  d'  inserire  nell'  arme 
le  chiavi  apostoliche,  sopra  delle 
quali  fu  poi  aggiunto  il  triregno. 
Nell'investitura  che  di  Ferrara  die 
Clemente  VI  a  Nicolò  I  e  Obizzo 
111,  volle  la  mallevadoria  de' comu- 
ni di  Modena,  Comacchio  e  Adria. 
Morto  Nicolò  I  nel  i344  gli  suc- 
cesse il  fratello  Obizzo  IH,  il  qua- 
le comprò  Parma  dai  Correggi, 
dominando  ancora  Rinaldo  HI  al- 
Ifo  fialello.  Per  le  premure  di  O- 


MOD 

l)izzo  HI  il  cardinal  Guido  de 
Coulogne  legato  di  Clemente  VI,  nel 
nel  i35o  assolvette  Modena  dal- 
l' interdetto,  fulminato  da  Clemen- 
te V  per  r  uccisione  del  parente 
con  avergli  tolto  duecentomila  fio- 
rini d'oro;  delitto  di  pochi  e  non 
del  comune,  onde  furono  restituiti 
gli  ufiizi  divini  alla  città  con  in- 
credibile consolazione  del  popolo  e 
applauso  al  marcliese.  Nel  iS'Ta 
terminò  di  vivere  Obiz/.o  III,  il  cui 
primogenito  Aldobrandino  111  fu 
proclamato  signore  di  I^'errara,  e 
riconosciuto  per  tale  dai  modenesi, 
difendendo  energicamente  nel  s  354 
la  città  dagli  eserciti  dell'arcive- 
scovo Visconti  signore  di  Milano 
che  voleva  soggiogarla.  Poscia  il 
marchese  nel  i355  da  Carlo  IV 
re  de' romani  e  figlio  di  Giovarmi 
re  di  Boemia  ebbe  la  rinnovazione 
de'  privilegi  imperiali  e  delle  inve- 
stiture, compiesa  quella  di  Mode- 
na feudo  dell'  impero  con  titolo  di 
vicariato.  In  detto  anno  mori  Ri- 
naldo ili,  e  nel  i36i  Aldobrandi- 
no ili,  cui  successe  il  figlio  Ni- 
colò 11.  Prima  sua  cura  fu  d' im- 
petrare da  Carlo  IV  imperatore 
le  investiture  di  Rovigo  e  di  Mo- 
dena per  sé  e  pei  suoi  fratelli  Ugo 
ed  Alberto,  non  che  pel  nipote  O- 
bizzo.  Temendo  Nicolò  li  che  i  mi- 
lanesi invadessero  lo  stato  di  Mo- 
dena, si  collegò  col  Papa  Urbano 
V,  ed  altri  principi,  ospitando  nja- 
gnificamenle  in  Modena  i  cardinali 
che  accompagnarono  a  Roma  Ur- 
bano V  proveniente  da  Avignone. 
I  Visconti  daimeggiarono  il  Mode- 
nese, e  nella  battaglia  di  R^eggio, 
de' 2  giugno  iSya,  i  collegati  furo- 
no dispersi.  Nicolò  11  dopo  aver 
ampliato  i  dominii  Estensi  con  altri 
luoghi,  mori  nel  i3B8,  succedendogli 
il  iialello  Alberto,    il    quale  fu  ri- 


MOD  299 

colmalo  di  onori  dal  Pontefice  Bo- 
nifacio IX.  Alla  sua  morte  nel 
iSgS  nominò  erede  Nicolò  III  il- 
legittimo figlio,  ma  il  Papa  avea 
sanalo  tal  difetto.  Azzo,  altro  E- 
stense,  procurò  di  contrastargli  la 
signoria,  e  nel  i4o5  stette  per  ce- 
der Modena  al  cardinal  Cossa  le- 
gato. 

Nel  1409  Nicolò  III  conqui- 
stò Parma  e  Reggio  ;  questo  ri- 
tenne, e  cede  Parma  nel  1420  al 
duca  di  Milano,  perchè  avea  fatto 
assassinare  a'  27  maggio  in  Rul>- 
bicra  il  suo  generale  Ottobuono 
Terzi  che  vi  dominava.  Tolse  pu- 
re Borgo  s.  Donnino  a  Pallavicino, 
ma  nel  1 420  transigette  col  duca 
di  Milano  al  modo  detto.  L'impe- 
ratore Sigismondo  nel  i433  in  Fer- 
rara rinnovò  a  Nicolò  111  le  inve- 
stiture imperiali,  come  del  Mode- 
nese, Reggiano,  e  di  gran  parte  di 
terre  e  castelli  di  Garfagnana,  Eu- 
genio IV  nel  1439  trasportandola 
celebrazione  del  concilio  generale 
da  Ferrara  a  Firenze,  preceduto  dal- 
la ss.  Eucarista,  che  si  portava  in 
una  scatola,  nel  gennaio  vi  si  recò 
sotto  la  scorta  di  Nicolò  III:  a'  17 
pranzò  a  Modena,  e  per  P^inale,  va- 
ga città  munita  di  fortificazioni  sul 
Panaro,  e  per  le  montagne  del  Fri- 
gnano giunse  a  Firenze.  Il  Frigna- 
no regione  montuosa  e  fertilissima 
che  si  estende  nel  lato  sud-est  del 
ducato  con  capoluogo  omonimo , 
prese  il  nome  dai  liguri  frignati  cho 
lo  abitavano,  e  che  Caio  Flaminio 
discacciò  nel  VI  secolo  di  Roma 
dulie  opposte  meridionali  pianure, 
e  fra  questi  luoghi  raccolse.  Si  a- 
perse  attraverso  i  monti  la  strada 
di  comunicazione  fra  la  Lombardia 
e  la  Toscana,  avendo  il  Cimone 
che  sorpassa  tutte  le  altre  monta- 
gne, come    la    più     alla     degli     A- 


8oo  MOD 

pennini;  e  dicesi  che  di  qua  si  apris- 
se Annibale  il  passaggio  nell' Etru- 
ria,  dopo  la  battaglia  di  Trebbia, 
Ne  fu  capitale  Sestola  con  antichis- 
sima rocca,  essendo  le  terre  più 
considerabili,  Panano  bagnato  dal 
Leo  influente  dello  Scoltenna,  Fiu- 
inalbo,  Pieve,  Pelago  e  Pavullo. 
Ebbe  un  tempo  quasi  altrettanti  si- 
gnori quanti  erano  i  castelli,  e  ne 
furono  i  più  potenti  i  Montecucco- 
li,  i  MontegaruUi,  i  Gualandelli. 
Alla  fine  del  secolo  XII  ed  al  prin- 
cipio del  XIII  alcuni  di  loro  e  pa- 
recchie comunità  di  Frignano  si 
collegarono  con  Modena,  essendosi 
in  progresso  tale  alleanza  cangiata 
in  assoluto  dominio.  Allorché  la 
casa  d' Este  acquistò  la  signoria  di 
Modena,  si  estese  anche  sul  Frigna- 
,  no;  avendone  però  questa  provin- 
cia molte  volte  scosso  il  giogo,  fi- 
nalmente si  sottomise  per  sempre 
al  marchese  Nicolò  III. 

Mentre  Nicolò  III  esercitava  il 
vicariato  in  Milano,  pel  duca  Fi- 
lippo Maria  che  lo  amava,  e  l' a- 
vrebbe  (orse  ereditato,  peri  di  ve- 
leno nel  i44'>  e  gli  SMccesse  Leo- 
nello, cui  prestarono  giuramento 
quei  di  Modena  e  di  Reggio  a  mez- 
zo del  fratello  Boiso  ch'ebbe  in 
successore  nel  i45o:  il  loro  regno 
segnò  un'  epoca  avventurosa  pei 
modenesi,  che  parteciparono  alla 
prosperità  commerciale  ed  alla  let- 
teraria coltura  di  questi  ottimi  prin- 
cipi ne'  loro  stati  con  tanto  ardo- 
re diffusa.  Borso  profuse  le  sue  be- 
neficenze su  Modena  e  Reggio,  e 
ricevette  splendidamente  ne'  suoi 
stati  l'imperatore  Federico  III,  il 
quale  riconosciuti  Modena  e  Reg- 
gio per  ((ìudi  dell'impero,  nel  i4'>2 
eresse  Modena  in  ducato  e  ne  creò 
primo  duca  Rorso,  con  titolo  di 
prìncipe  del  sacro  romano  impero, 


MOD 

duca  di  Reggio  e  conte  di  Rovigo. 
Porso  con  amplissime  facoltà  fece 
governatori  di  Modena  Ercole,  e 
di  Reggio  Sigismondo  suoi  fratelli 
legittimi  ;  ed  Ercole  si  rese  immor- 
tale nel  1469  pei'  aver  scoperto  la 
congiura  de' signori  di  Carpi  con- 
tro Borso,  Questi  nel  i^'ji  recan- 
dosi in  Roma,  fu  da  Paolo  II  di- 
chiarato duca  di  Ferrara  da  vica- 
rio che  ne  era.  Poco  dopo  mori, 
ed  Ercole  I  gli  successe,  che  poi  si 
collegò  contro  Sisto  IV  per  la  mas- 
sima dell'equilibrio  di  dominazio- 
ne già  in  uso;  i  suoi  stati  però 
soffrirono  tutti  gli  orrori  della  guer- 
ra, principalmente  per  parte  dei 
veneti  collegati  del  Papa,  e  quelli 
che  meno  ne  soffrirono  furono  i 
dominii  modenesi,  salvandosi  i  figli 
del  duca  in  Modena.  Alla  discesa 
di  Carlo  Vili  re  di  Francia  in  Ita- 
lia, Ercole  I  seppe  mantenersi  neu- 
trale, e  continuò  la  sua  amicizia 
cqI  successore  Luigi  XII,  indi  dopo 
il  1499  divenne  signore  della  me- 
tà di  Carpi.  Mori  nel  i5o5  Er- 
cole I,  e  ne  ereditò  gli  stati  Alfon- 
so I  primogenito  e  marito  della 
celebre  Lucrezia  Borgia.  Si  unì  coi 
francesi  e  Giulio  II  alla  lega  di 
Cambrai  contro  la  repubblica  di 
Venezia  ;  pacificata  questa  col  Papa, 
Alfonso  1  restò  collegato  co'  france- 
si, molestando  i  veneti  a  fronte  del 
divieto  di  Giulio  II.  Quindi  colle 
censure  ecclesiastiche  e  colle  mili- 
zie pontificie  fu  punito  :  il  duca  di 
Urbino  nipote  del  Papa  col  suo 
legato  occuparono  Modena  nel  1 5 1  o, 
mentre  i  francesi  s' inoltrarono  nel 
Modenese,  e  l'imperator  Massimi- 
liano I  ricevette  in  deposito  Modena 
per  le  ragioni  dell'  impero.  Lo  sles- 
so Papa  alla  testa  delle  sue  mili- 
zie si  recò  negli  stati  di  Alfonso  I, 
prese  Rubbiera  borgo  del  Reggiano 


MOD 

Talidamente  fortificato,  ora  prigio- 
ne di  stato,  e  siccome  nel  secolo 
XIV  era  della  santa  Sede,  Giulio 
II  lo  ritolse  agli  Estensi,  i  quali 
poi  lo  ricuperarono  dopo  la  morte 
di  Adriano  VI.  Abbiamo  dall^  an- 
nalista Rinaldi  che  s.  Gerainiano 
liberò  Modena  dallo  sterminio  che 
volevano  farne  i  francesi.  AH'  odio 
che  Alberto  Pio  signore  di  Carpi 
nutriva  contro  gli  Estensi,  si  attri- 
buisce lo  sdegno  contro  di  essi  di 
Giulio  II;  però  in  seguito  Carpi 
fu  tolto  alla  famiglia  Pio.  Inoltre 
Giulio  II  con  formidabile  assedio 
espugnò  la  Mirandola  nel  i5)  r  , 
e  la  restituì  a  Gio.  Francesco  III 
Pico  signore  della  medesima,  cac- 
ciandone i  francesi,  che  non  tarda- 
rono a  ricuperarla  in  un  a  Carpi. 
Indi  Giulio  li  celebrò  il  concilio  ge- 
nerale Lateranense  V,  in  cui  furono 
lasciate  al  Papa  le  città  di  Mode- 
na e  Reggio,  senza  pregiudizio  dei 
diritti  dell'  impero.  Frattanto  i  fran- 
cesi colle  artiglierie  d'  Alfonso  I  as- 
sediarono Ravenna;  nella  battaglia 
il  duca  si  diportò  valorosamente^ 
ed  il  cardinal  legato  delle  milizie 
papali  de  Medici,  poi  Leone  X, 
prodigiosamente  scampò  la  vita  col- 
la fuga  in  Modena,  ospitato  ma- 
gnificamente in  casa  Rangone. 

Esaltato  nel  i5i3  al  pontifica- 
to Leone  X  con  giubilo  del  duca, 
a  questi  promise  restituire  Reg- 
gio ch'era  nelle  forze  della  Cbiesa, 
previa  la  di  lui  rinunzia  alle  sa- 
line di  Comacchio;  ma  Alfonso  I 
vide  con  dolore  venduta  Modena 
per  trenta  o  quarantamila  ducali 
d'oro,  da  Massimiliano  I  al  Papa, 
mentre  lo  stesso  imperatore  gliene 
avea  confermata  l'investitura.  Leone 
X  promise  anco  a  Francesco  I  re 
di  Francia  restituire  Modena  e 
Reggio,  ma  non  l'efieltuò,  anzi  no- 


MOD  3ot 

minò  vice-legato  contro  i  francesi 
che  volevano  occupare  lo  stato  di 
Modena     Antonio     Pucci.     Adriano 

VI  assolvette  gli  Estensi  dagl'in- 
terdetti ;  e  Alfonso  I  pei-meltendo 
a  Carlo  V  il  passaggio  delle  sue 
truppe  ne'  propri  dominii ,  ebbe  la 
assicurazione  di  riavere  Modena  e 
Reggio,  collo  sborso  di  centocin- 
quantamila scudi  d' oro.  Dopo  la 
morte  di  Adriano  VI  il  duca  nel 
i52  3  ricuperò  Reggio,  ma  gliene 
fu  domandata  la  restituzione  dal- 
l'eletto Clemente  VII.  Nella  lega 
del  Papa  contro  l' imperatore,  nel 
lOsS  ambedue  procurarono  gua- 
dagnare Alfonso  1,  e  Clemente  VII 
gli  offri  il  comando  di  sue  miiÌ7ie 
e  la  restituzione  di  Modena  ;  il  du- 
ca vi  aderì,  poi  passò  a  Carlo  V 
che  gli  rinnovò  le  investiture  in  un 
a  quella  di  Carpi,  altro  feudo  dell'im- 
pero, colla  fortezza  di  Novi,  borgo  del 
ducato  di  Modena  e  capoluogo  di 
cantone,  ricevendo  da  Alfonso  I 
sessanlamila  scudi.  D'allora  in  poi 
Carpi  restò  sempre  nella  casa  di 
Este,  che  già  ne  possedeva  la  me- 
tà :  in  questo  tempo  era  generale 
delle  milìzie  pontificie  il  conte  Gui- 
do Rangone  modenese,  e  tenne  die- 
tro all'esercito  di  Borbone  quando 
si  condusse  alla  capitale  del  cri- 
stianesimo. Pel  memorabile  saccheg- 
gio di  Roma,  operato  dagl'impe- 
riali di  detto  esercito  nel  iSay, 
il  duca  profittò  della  trista  condi- 
zione di  Clemente  VII  e  s'irapadio- 
nì  di  Modena  e  di  Finale  a'5  giu- 
gno. Per  guadagnare  il  duca  alla 
lega  contro  Carlo  V,  gli  si  promi- 
se la  rinunzia  del  Papa  ad  ogni 
pretesa  su  Modena,  Reggio,  e  sul 
Castello  di  Novi  o  Castel  Nuovo , 
oltre  altri   vantaggi  ;   ma   Clemente 

VII  fuggito  da  Roma  non  volle 
ciò  ratificare,    e  si   pacificò  in  vece 


3oi  MOD 

con  Carlo  V  :  nel  tratlalo  che  per- 
ciò ebbe  luogo  in  Barcellona,  l'im- 
peratore si  obbligò  eli  rimettere  il 
Papa  in  possesso  di  Modena,  Reg- 
gio e  Rnbbiera  ,  salve  le  ragio- 
ni dell'impero,  e  di  aiutarlo  per 
levar  Ferrara  all'Estense.  Portan- 
dosi nel  ìSiCf  Carlo  V  in  Bologna 
per  abboccaisi  con  Clemente  VII,  il 
duca  splendidamente  lo  fece  trattare 
in  Reggio  ed  in  Modena,  ed  ottenne 
la  sua  mediazione  col  Papa.  Si 
convenne  pertanto  in  un  compro- 
messo del  giudizio  di  Carlo  V  sul- 
le vicendevoli  pretese ,  e  Modena 
gli  fu  data  in  deposilo,  e  collo 
sborso  di  centomila  ducati  d'oro 
Alfonso  r  conseguì  l'investitura  di 
Carpi.  Fatto  in  Modena  il  pro- 
cesso delle  ragioni  d'ambo  le  paiti, 
Carlo  V  l'eljbe  in  Gand,  altri  di- 
cono in  Colonia,  e  si  mostrò  favo- 
revole nella  decisione  al  duca,  me- 
diante il  dover  invocar  perdoni;  e 
pagare  una  somma,  onde  il  Papa 
non  volle  accetinria.  Il  duca  munì 
delle  sue  terribili  artiglierie  Car- 
pi ,  Reggio  e  Modena,  la  quale 
dall'  imperatore  gli  fu  consegnata 
nel  i53i.  Sebbene  passassero  tra 
il  duca  e  il  Papa  dimostrazioni 
amichevoli  ,  il  secondo  comprese 
nella  bolla  in  Coena  Domini  Al- 
fonso I  quale  iisurpalore  di  Mo- 
dena e  Reggio  alla  santa  S&àe.  Nel 
dicembre  Carlo  V  fu  accolto  in 
Modena  dal  duca  con  ogni  distin- 
zione e  splendore,  nel  secondo  con- 
gresso clie  andava  a  tenere  in  Bolo- 
gna con  Clemente  VII,  che  con- 
cesse a  di  lui  istanza  il  salvacon- 
dotto per  recorsi  a  Bologna;  ivi 
gli  accordò  per  interposizione  del- 
l' in)peralore  una  tregua,  riceven- 
do egli  in  deposito  Modena  ,  e 
"*i  diede  per  governatore  d.  Pie- 
tro   Zappata    di  Cardenas,  lascian- 


MOD 
done  il  governo  che  ne  avea  Pio 
Enea  di  Carpi.  Carlo  V  ritornamlo 
a  Modena  ebbe  altro  sontuoso  e 
magnilico  ricevimento  da  Alfonso 
I.  Frattanto  prima  che  terminasse 
la  tregua  il  Pontefice  morì,  seguen- 
dolo poco  dopo  nel  sepolcro  anco 
il  duca,  cui  nel  trono  successe  il 
primogenito  Ercole  li,  il  primo 
novembre    i534- 

Portandosi  in  Roma  Carlo  V 
da  Paolo  IH,  trattò  ancora  degli 
affari  Estensi,  senza  alcuna  conclu- 
sione, solo  ciò  avendo  luogo  nel 
i53q,  previo  compensi;  laonde  quan- 
do nel  1543  il  l'apa  si  portò  a 
Busseto,  passò  per  Modena  e  per 
Reggio  trattato  a  spese  del  duca, 
dal  quale  si  recò  a  Ferrara  son- 
tuosamente ricevuto  e  festeggiato; 
e  nel  ritorno  da  Busseto,  Paolo 
III  fu  pure  servito  regiamente  iiegli 
stati  ducali.  Nel  i548  Ercole  II 
ampliò  il  circuito  di  Modena,  la 
quale  avendo  (jualtro  borghi  cor- 
rispondenti alle  sue  porte  principa- 
li, popolati  con  chiese,  monasteri  e 
palazzi  ,  muniti  di  mura  e  fosse, 
in  caso  d'assedio  potevano  grande- 
mente nuocere  alla  città.  Con  in- 
dulto pontifìcio  pei  luoghi  sacri, 
il  duca  demolì  i  boi^ghi,  onde  gli 
abitanti  passarono  a  Modena,  e  di- 
verse famiglie  a  Bologna.  In  com- 
penso ingrandì  la  città  con  nuovo 
circondario,  e  molti  edilìzi,  chiese 
e  monasteri.  Ercole  11  seguì  sem- 
pre le  parti  di  Carlo  V  sino  alla 
famosa  sua  abdicazione;  poi  si  die- 
de ai  francesi  contro  la  Spagna, 
ma  fu  presto  obbligato  ad  una 
pace  umiliante  il  22  aprile  i558, 
terminando  i  suoi  giorni  nel  iSSp. 
Alfonso  II  principe  ereditario  gli 
successe  .  Sotto  di  lui  insorsero 
guerre  coi  lucchesi  pei  confini  del- 
la Garfagnana,  che  nel   1579  ^^^^ 


Gregorio  XIII. 


MOD 

Vedendosi  Alfonso 
II  senza  prole,  cominciò  seiiamente 
a  pensare  sulla  scelta  dei  successo- 
re, essendo  ristrette  le  investiture 
ponliiflcie  pel  ducato  di  Ferrara 
ai  soli  suoi  discendenti  legiltinii  e 
naturali  .  Rimanevano  due  linee 
Estensi,  quella  cioè  di  Sigismondo 
di  Nicolò  III,  che  fu  della  dei 
inarcliesi  di  s.  Martino  in  Rio,  e 
quella  di  Alfonso  nato  da  Alfonso 
I,  ch'ebbe  pure  Alfonsino  altro  fi- 
glio, ambedue  naturali  di  quel  duca 
e  della  bellissima  Laura  Euslochia. 
Di  questa  seconda  linea  Alfonso 
ebbe  dal  padre  Montecchio  castel- 
lo del  Reggiano,  capoluogo  di  can- 
tone,  presso  la  riva  destra  della 
Lenza;  ed  Alfonsino  Castel  Nuovo 
fra  Reggio  e  Brescello,  detto  Ca- 
stel Novo  di  sotto,  cantone  di  Bre- 
scello sul  canale  del  suo  nome. 
Questi  due  figli  si  dicono  legitti- 
mati al  modo  espresso  a  Ferrara, 
e  dal  Muratori  nelle  jénticìutà 
Estensi,  lo  che  venendo  impugnato 
per  ia  successione  del  Ferrarese , 
ne  fu  conseguenza  lunga  e  stre- 
pitosa scritturazione  prò  e  cantra. 
Alfonso  marchese  di  Montecchio 
venne  in  fama  per  valore  militare, 
e  nel  1.587  lasi'iò  due  figli  d.  Ce- 
sare e  d.  Alessandro  ,  nati  dalla 
consorte  d.  Giulia  delia  Rovere, 
figlia  del  duca  d'  Urbino;  Alfonso 
]I  designò  per  erede  de'suoi  sta- 
ti il  cugino  d.  Cesare,  che  sposan- 
do Virginia  de  Medici  sorella  del 
granduca  di  Toscana,  n'  ebbe  sei 
figli,  e  fecepremuie  alla  santa  Sede 
perchè  l'altro  cugino  d.  Alessandro 
fosse  creato  cardinale.  Per  quanto  Al- 
fonso li  facesse  onde  i  Papi  ricono- 
scessero d.  Cesare  successore  suo  an- 
che nel  ducato  di  Ferrara,  non  potè 
conseguirlo,  contrariato  dai  potenti 
protettori  del  marchese  di  s.   Mar- 


MOD  3o3 

tino  d.  Filippo  di  Sigismondo  di 
Esie  aspirante  alla  successione.  In- 
tanto d.  Cesare  sposò  le  sorelle  al 
principe  di  Venosa  ed  a  Federico 
Pico  piincipe  di  Mirandola  ,  ed 
Alfonso  lì  lo  ammise  ai  segreti  di 
gabinetto  ;  indi  riportò  da  Ridol- 
fo 11  il  diploma  imperiale  degli 
8  agosto  159'f,  per  1'  investiture 
di  Modena,  Reggio,  Carpi,  Este 
e  Rovigo  per  persona  da  nomi- 
narsi ,  collo  sborso  di  trecentomi- 
la scudi  ;  quindi  nel  testamento 
che  il  duca  fece  a'  17  luglio  i^gS 
nominò  successore  ed  eiede  d.  Ce- 
sare d'  Este  suo  cugino  marchese 
di  Alonfecchio.  Nel  t^gj  Alfonso 
li  pubblicò  formalmente  l'erede,  e 
morì  a'27  ottobre.  Cesare  fu  ricono- 
sciuto duca  di  Ferrara  dal  popolo, 
ed  inviò  il  fratello  d.  Alessandro  a 
prendere  in  suo  nome  possesso 
di  Modena  e  Reggio,  Il  Papa 
Clemente  Vili,  veilendo  ricadu- 
to alla  santa  Sede  il  ducato  di 
Ferrara,  non  volle  riconoscere  Ce- 
sare per  duca,  e  gl'intimo  paitir- 
ne;  furono  inutili  le  negoziazioni, 
onde  d.  Cesare  al  modo  descritto 
a  Ferrara,  dopo  l'accordo  conchi li- 
so col  Papa  Q'28  gennaio  i5f)8, 
partì  co'  suoi  per  Modena  ,  ove 
mandò  l'archivio,  la  biblioteca, 
il  museo,  la  metà  delle  artiglierie, 
ed  i  mobili  di  sua  pertinenza.  Re- 
candosi Clemente  Vili  nell'istesso 
anno  a  prendere  possesso  del  duca- 
to di  Ferrara  ,  in  Rimini  furono 
ad  ossequiarlo  Cesare  duca  di  Mo- 
dena col  fratello  d.  Alessandro,  e 
li  tenne  alla  sua  tavola  ;  dipoi  a'3 
marzo  'Sgq  Clemente  Vili  creò 
cardinale  d.  Alessandro,  e  poscia 
governatoi-e  di  Tivoli,  al  quale  ar- 
ticolo parleremo  della  magnifica 
Filla  (VEste  tuttora  proprietà  dei 
duchi  di  Modena.    Il    cardinale  A- 


3o4  MOD  MOD 

lessandro    divenne   poi    vescovo  di  di  Savoia,  Tavea  perduta  nel    162G. 
Reggio,  e  per  Ini  furono  introdotti  Questo  principe,  di    temperamento 
i  teatini  in  Modena.  violento  e  collerico,  faceva    temere 
Marco  Pio    signore  di  Sassuolo,  ai  sudditi    un    governo  duro    e  ti- 
per  le    sue  fellonie    contro  la  casa  rannico  ;  ma  tal  indole  fu  cangiata 
d'Esle,  fu    ucciso    in  Modena;    in-  alla  morte    della    moglie  che  ama- 
sorla  lite  per  Sassuolo  l'ebbe  il  du-  va  con    passione,    e  dopo  sei  mesi 
ca  Cesare,    con    Formigine    e  So-  di  regno  cede  il  ducato  di    Mode- 
llerà, collo  sborso  di  duecento  quin-  na  e    Reggio    a'24  luglio     1629  a 
dicimila  scudi  ;    indi  applicò    l'ani-  Francesco  1  suo  primogenito,  prov- 
mo  alle  cose    di  Modena  ,    Reggio  vide    d' appannaggio  gli  altri  quat-» 
e  Carpi.  Indire  il  duca  Cesare  ri-  tro  figli,  e  si  ritirò  in  un  convento 
cevetle  da    Ridolfo  li  la    rinnova-  del  Tirolo,    col  nome   dì  fra    Gio. 
zione  delle    investiture  di  Modena,  Ballista    da    Modena.  Ivi    col  suo 
Reggio    ed  altri  luoghi  che  vicono-  amore  per  la  contemplazione   e  per 
sceva  dall'impero,  ma  i  lucchesi   gli  la  penitenza    fece  stupire  tultij  mo- 
dispntarono    la  Garfagnana,  laonde  rendo  santamente  nel  i644'  Quan- 
dovette    sostenere    due    guerre  nel  do  giunse  l'ultimo  istante,    si  mo- 
1602  e  nel    161 3,  che  furono  ter-  strò  tranquillo,    pieno   di  gioia,  u- 
minate  per  arbitrio    delia  corte  di  millà  e     rassegnazione,    ed  infiam- 
Spagna,  ristabilendo  gli  antichi  con-  mato  di   un   desiderio  sì  ardente  di 
fini.   Urbano  Vili    nel    1628  ad  i-  riunirsi  a     Dio,  e    di    avvampante 
stanza  del  duca  concesse     a   tutti   i  carità,  che     le  stesse  persone  mon- 
suoi  dominii  l'uffìzio  di  s.  Contar-  dane  lo    invidiarono,  e  riguardaro- 
do  Pellegrino  d'  Este,     morto     nel  no  per     un    nulla    il  sagrillzio     da 
1249  :   le  lezioni    proprie    di   que-  lui  fatto.  Il    duca  Francesco  I  ab- 
sto  uffizio  conjposte  dal  can.  Pietro  braccio  nel     principio    del  suo    re- 
Maiia    Campi    piacentino,  le    avea  gno  gl'interessi  della  monarchia  spa- 
approvate   nel     1609    la    congrega-  gnuola,     e  quantunque  avesse  spo- 
zione de'riti,  a  relazione  del  cardi-  sato    nel    i63i   Maria  Farnese    so- 
nai Bellarmino.    Immensi  vantaggi  rella  di  Odoardo    duca  di    Parma 
derivarono  a   Modena    colla  stabile  e  Piacenza,  fece  nel    i635  la  guer- 
residenza  de'  loro  principi,  che    ne  ra  ad  esso  per  compiacere  il  re  di 
accrebbero  il  lustro  con  ingrandir-  Spagna.  Questi  per  compenso  cede 
la,  con  edifizi    e    stabilimenti.     Le  al  duca    di     Modena    il    principato 
arti    e    le  scienze  fiorirono,    la  pò-  di  Correggio    nel    i636.  JXel   1639 
polazione  si    aumentò,  e  lo    splen-     trovandosi  Francesco  I  armato  per 
dorè  della  magnifica    corte  Estense     la  guerra  che  ardeva  tra  il  cogna- 
cagionò  ai    modenesi    infiniti     beni     to    e  Urbano  Vili,  gli  venne  de- 
ed    onori.    Cesare    mori    agli     11     siderio    di*  conquistar  Ferrara;  ma 
dicembre    1628,    lodato  per     dol-     il    legato    pontificio    ne    deluse    le 
cezza    e    clemenza ,    e  per  l'amore     mire    di   un  colpo  di  mano  ,    e  il 
dalla  pace    che   lo    rese  caro  a^suoi     duca    alTacciò    con    scritture    altre 
sudditi,    ma  mancante  di  risolutez-     pretensioni.     Il     Papa    domandò  il 
xa  e    vigore     negli    alFari.     Alfonso     passaggio  di  sue     milizie  per  occu- 
III    primogenito    gli  successe,    che     pare  Parma  e  Piacenza,  onde   far- 
aveoik)   nel    1G08    sposato    Isabella     gli  conoscere   che    non  solo  poleval 


MOD 

difendere  FeiTara,  ma  anche  aggre- 
dire, ed  ebbero  luogo  alcune  inva- 
sioni del  territorio  modenese,  per- 
chè il  duca  con  denaro  e  truppe 
spalleggiava  il  Farnese.  Inoltre  Ur- 
bano Vili  fortificò  i  confini  e  pre- 
se altre  provvidenze,  sebbene  nel 
dicembre  i64i  creò  cardinale  Ri- 
naldo d'Està  il  fratello,  ad  istanza 
dell'imperatore;  fu  vescovo  di  Reg- 
gio, e  morendo  nel  1672  fu  sepol- 
to nella  chiesa  de'cappuccini.  Nel 
1644  f*^  conchiusa  la  pace  tra 
Urbano  Vili  e  il  duca  Odoardo 
Farnese  in  Venezia,  sottoscrivendo- 
la pel  duca  di  Modena  il  marche- 
se Tassoni,  laonde  i  forti  eretti 
dai  papalini,  dai  veneti  e  dal  du- 
ca di  Modena  ne'confini,  si  dovet- 
tero distruggere,  tranne  Forte  Urba- 
no dal  Papa  ristabilito,  e  posto 
tra  Bologna  e  Modena,  di  cui  fa- 
cemmo cenno  a  Milizia  Pontificia. 
In  seguito  Francesco  I  cessò  di 
tenere  le  parti  della  casa  d'Austria 
per  farsi  partigiano  della  Francia, 
per  cui  quando  il  fratello  cardinal 
Rinaldo  richiese  a  Ferdinando  III 
la  protezione  dell'impero  presso  la 
santa  Sede,  n'ebbe  ripulsa,  ed  ot- 
tenne in  vece  quella  di  Francia, 
come  dicemmo  nel  voi.  XXXVI, 
p.  i5  del  Dizionario,  ove  ripor- 
tammo la  gravissima  vertenza  tra 
il  cardinale  e  1'  ambasciatore  di 
Spagna,  troncata  da  Innocenzo  X. 
Malgrado  alle  avversità  cui  sog- 
giacque Francesco  I  nel  1649  per 
mostrarsi  contrario  alle  due  case 
d'Austria,  restò  fedele  ai  francesi 
sino  al  termine  di  sua  vita,  pas- 
sando nel  1654  a  terze  nozze  con 
d.  Lucrezia  figlia  di  d.  Taddeo 
Barberini  pronipote  d'Urbano  Vili, 
cui  Innocenzo  X  fece  magnifici 
doni,  insieme  alla  iosa  d'oro  be- 
nedetta. Il    duca    quindi  fece  spo- 

VOL.    XLV. 


MOD  3o5 

sare  nel  i655  a  suo  figlio  Alfon- 
so IV  la  contessa  Laura  Marti- 
nozzi  di  Fano,  nipote  del  celebre 
cardinal  Mazzarini,  onnipotente  nel- 
la corte  di  Francia,  e  si  dichiarò 
apertamente  nella  guerra  tra  quel- 
la potenza  e  casa  d'Austria  allea- 
to della  prima  e  della  casa  di  Sa- 
voia, Creato  generalissimo  degli  e- 
serciti  francesi  in  Italia,  prese  Va- 
lenza agli  spagnuoli  nel  i656,  e 
Mortara  nel  i658.  Devastò  il  du- 
cato di  Mantova  ed  il  Milanese, 
e  sah  in  riputazione  di  buon  capi- 
tano; in  pari  tempo  si  fece  ama- 
re da'  suoi  sudditi,  e  sviluppò  per 
l'amministrazione  come  per  la  guer- 
ra talenti  che  per  lungo  tempo 
erano  rimasti  occulti.  Mori  a'  i4 
ottobre  i658  in  conseguenza  del- 
la malattia  contratta  all'assedio  di 
Mortara,  d'anni  48,  lasciando  tre 
figli,  il  cui  primogenito  Alfonso  IV 
gli  successe. 

Ereditò  il  duca  anche  il  coraan» 
do  degli  eserciti  francesi  in  Italia, 
ma  quando  il  cardinal  Mazzarini 
previde  vicina  la  pace  tra  la  Fran- 
cia e  la  Spagna,  consigliò  segreta- 
mente Alfonso  IV  di  trattarla  pel 
primo.  Il  duca  obbedì  e  sottoscris- 
se a'  4  niarzo  1 659  una  pace  par- 
ticolare colla  Spagna,  che  fu  con- 
fermata dal  trattato  de'  Pirenei  del 
7  novembre,  nella  quale  s' innesta- 
rono le  pretese  del  duca  sulle  val- 
li di  Comacchio  [Fedi),  indi  nel 
i66o  accadde  in  Roma  grave  tram- 
busto, in  cui  vi  fu  compromesso  il 
cardinal  Rinaldo  ed  i  nipoti  di 
Alessandro  VII,  cioè  de'birri  e  corsi 
contro  r  ambasciatore  di  Francia 
[Fedi),  Il  fratello  del  duca,  Almeri- 
co d'Este,  cui  il  cardinal  Mazzari- 
ni destinava  sua  nipote  la  famosa 
Ortensia  Mancini,  e  l' eredità  delle 
immense  sue  ricchezze,  fu  rapito  a 
20 


3o6  MOD 

Paio  da  una  malaltia  nel  1660, 
meolre  faceva  la  guerra  a'  tuiclii. 
Alfonso  IV  non  gli  sopravvisse  due 
anni,  e  morì  a'  16  luglio  i66a  di 
anni  28  di  gotta,  lasciando  due  fi- 
gli, Francesco  11  che  gli  successe, 
e  Maria  Beatrice  poi  sposa  di  Gia- 
como li  re  d' highilterx'a.  La  so- 
rella del  defunto  ,  principessa  E- 
leonora,  chiarita  delle  vanità  del 
mondo,  nel  1674  si  fece  monaca 
in  Modena  nel  monastero  delle  car- 
melitane scalze,  poco  prima  fabbri- 
cato dall'insigne  pietà  di  d.  Matil- 
de Bcnlivoglio;  prese  il  nome  di 
suor  Mai'ia  Francesca,  e  poi  nel 
1689  fondò  in  Reggio  un  monastero 
dell'ordine  suo,  morendo  in  Modena 
nel  I  722  in  odore  tale  di  santità  che 
ne  fu  formato  processo.  Francesco 
II  rimase  sino  al  1676  sotto  la  tu- 
tela e  reggenza  di  sua  madre  Lau- 
ra Martinozzi,  il  cui  governo  saggio 
e  mite  la  fece  prediligere  dai  suoi 
popoli.  Dimostrò  un  animo  più  che 
virile,  assunse  ministri  capaci  e  lea- 
li, e  informò  alla  religione  e  alla 
bontà  de' costumi  il  figlio.  Questa 
principessa  fu  sul  punto  di  rompe- 
re guerra  alla  duchessa  reggente  di 
Mantova  per  assicurare  i  suoi  di- 
ritti sopra  alcune  isole  del  Po,  tra  i 
due  stati,  ma  solo  ebbero  luogo  al- 
cune energiche  dimostrazioni.  Nella 
pace  di  Pisa  del  1664  si  fecero  di- 
versi accordi  tra  il  duca  e  Alessan- 
dro VII  su  Comacchio,  riportali  al- 
l' articolo  Ferrara,  Ira'quali  la  ca- 
mera apostolica  cede  in  Roma  un 
jialazzo  al  duca,  e  assunse  il  mon- 
te Estense  formato  a  carico  de'du- 
clii  di  Modena.  La  duchessa  edifi- 
cò basiliche,  palazzi,  baluardi.  Tra 
le  istituzioni  religiose  la  più  cele- 
bre si  fu  il  monastero  della  Visita- 
zione da  lei  fondato  alle  Salesiane 
uel   1670,    e  dotalo   largamente,  e 


MOD 

r  erezione  del  non  meno  sontuoso 
tempio  di  s.  Francesco  di  Sales,  o- 
ve  fu  solita  raccogliersi  in  lervoro- 
se  orazioni  per  implorar  pace  al- 
l'anima del  marito,  e  prosperità  al 
figliuolo.  Essendo  in  Modena  fieris- 
sirae  discordie  tra  la  nobiltà  e  il 
popoloj  la  duchessa  ripurgò  la  città 
e  lo  stato  d'ogni  feccia  d'uomini; 
infrenò  pure  la  prepotenza  de'feu- 
datari  che  straziavano  i  vassalli,  per 
cui  tra  le  lodi  che  giustamente  gli 
furono  tributate,  venne  tacciata  di 
indole  troppo  fiera  e  inesorabile  in 
chi  avesse  osato  oIFendere  la  mae- 
stà del  governo,  ola  suprema  au- 
torità, di  cui  fu  gelosa  custode. 
Francesco  II  non  volendo  più  ri- 
conoscere la  reggenza  della  madre, 
questa  si  ritirò  in  Roma  per  viver- 
vi ritirata  e  quieta  a'  19  luglio 
1687.  Tra  le  opere  di  pietà  ivi  e- 
sercitate  nomineremo  la  scuola  fon- 
data da  lei  per  le  fanciulle  nel  mo- 
nastero delle  Orsoline  coU'approva- 
zione  d' Innocenzo  XI,  e  tutt'  ora 
esistente  :  questo  Papa  la  chiamò 
in  un  breve,  idea  delle  cristiane 
eroine,  e  il  predecessore  Clemente 
X,  specchio  delle  principesse  dii'ote. 
Il  duca  Francesco  II  visitò  in  Roma 
la  madre  prima  della  di  lei  morte,  e 
poscia  onorò  con  titolo  di  duca  e  be- 
neficò i  Martinozzi  suoi  parenti,  ed 
altrettanto  fecero  la  suddetta  regi- 
na d'Inghilterra  e  Giacomo  III  ; 
ed  eslinlasi  l'illustre  famiglia  in 
Fano  nel  1756,  successe  per  testa- 
mento la  nobilissima  de'  conti  di 
Montevecchio  di  s.  Croce,  sì  nei  ti- 
toli che  nei  beni,  in  un  al  bellissi- 
mo palazzo  Martinozzi  in  Fano.  Il 
duca  Francesco  li  di  temperamen- 
to debole  e  malaticcio,  che  gì' im- 
pediva applicarsi  agli  affari,  uscito 
che  fu  di  tutela  dalla  madre  affidò 
la  sua  autorità   pressoché    intera  a 


MOD 

suo  fratello  naturale  d.  Cesare,  il 
quale  per  tenerlo  meglio  nella 
sua  dipendenza,  Io  trattenne  lungo 
tempo  dall' ammogliarsi  :  alla  line 
Francesco  li  nel  1692  sposò  Mar- 
gherita Farnese  figlia  di  Ranuccio 
Il  duca  di  Parma,  e  mori  senza 
prole  a'  6  settembre    1694. 

Per  l'estinzione  del  ramo  primo- 
genito della  tlimiglia  Estense,  fu  cliia- 
iiiato  al  trono  ducale  di  Modena  il 
cardinal  Rinaldo  d' Esle  dell'ordine 
de'diaconi,  zio  del  defunto,  che  col- 
r  autorità  del  Cardelia  chiamammo 
alla  sua  biografia  fratello  di  Fran- 
cesco IIj  e  con  quella  del  Novaes, 
nipote  dell'altro  cardinale  di  tal 
nome,  e  cognato  di  Giacomo  II  re 
d'  Inghilterra;  ma  piuttosto  sembra- 
ti hutello  di  Alfonso  IV,  e  figlio 
di  Francesco  I  e  di  Lucrezia  Barbe- 
rini, come  lo  afferma  il  Muratori, 
il  quale  dice  che  Innocenzo  XI  gli 
inandò  la  berretta  rossa  in  Mode- 
na pel  marchese  Pietro  Isimbardi. 
Il  cardinale  non  essendo  iniziato 
negli  ordini  sacri,  rinunziò  la  sacra 
porpora,  sposando  poscia  Carlotta 
Felicita  di  Rruiiswick  figlia  del  du- 
ca d'  Annover  ;  in  tal  modo  i  due 
rami  della  casa  d'Este,  separati  fi- 
no dal  1070,  furono  riuniti  per  tal 
matrimonio.  Avendo  poi  Amalia 
Guglielmina  sorella  della  duchessa 
sposalo  in  Modena  per  procura 
Giusc]ipe  I  re  de'romani,  Innocen- 
zo XII  spedi  a  Modena  per  le- 
gato il  cardinal  Jacopo  Roncompa- 
gni  arcivescovo  di  Bologna,  per  pre- 
sentarle la  rosa  d'oro  benedetta 
ed  altri  cospicui  doni.  Il  duca  Ri- 
naldo the  celebrò  lo  sposalizio  en- 
trò nell'alleanza  della  casa  d'Au- 
stria durante  la  guerra  della  suc- 
cessione di  Spagna  ;  ma  ben  to- 
sto tutti  j  suoi  stati  -vennero  in- 
vasi   dai  francesi,    ed  egli  riparò  a 


MOD  307 

Bologna  per  attendere  l'esito  d'una 
guerra  alla  quale  non  prendeva 
parte.  Nel  1708  Clemente  XI,  neu- 
trale a  tal  guerra,  s'interpose  a  fa- 
vore del  duca  Rinaldo  con  Luigi 
XIV  re  di  Francia,  e  con  Filippo 
V  re  di  Spagna,  con  qualche  suc- 
cesso, benché  poi  ebbe  motivi  di 
lagnarsi  di  Rinaldo.  Nel  1704  il 
duca  si  portò  in  Roma  sotto  il  no- 
me di  conte  di  Sassuolo,  distinta 
terra  del  ducato  motlenese,  ceduta 
da  Ercole  I  alla  famiglia  Pio  in 
compenso  d'una  parte  della  contea 
di  Carpi,  mentre  il  castello  da 
Francesco  I  era  slato  ridotto  a  mae- 
stoso palazzo  con  giardini.  (iVel  1784 
fu  stampata  la  Sposizione  delle 
pitture  in  muro  del  ducale  palazzo 
di  Sassuolo,  villa  de^ principi  Esten- 
si di  Modena).  Rinaldo  fu  allog- 
giato nel  palazzo  Barberini,  e  que- 
sta casa  s' interpose  col  Papa  per 
le  dilfereoze  da  qualche  tempo  in- 
sorte tra  loro.  In  seguito  Clemen' 
te  XI  ammise  il  duca  piìi  volte  al- 
la sua  udienza,  e  questi  parli  da 
Roma  soddisfallo. 

JModena  eh'  era  stata  presa  nel 
1 702  pel  re  di  Spagna  dai  france- 
si, questi  dovettero  abbandonarla 
nel  novembre  1706  per  le  forze 
imperiali  che  \i  ristabilirono  il  du- 
ca, il  quale  acquistò  poi  il  ducato 
di  Mirandola.  L' imperatore  tentò 
fargli  restituire  da  Clemente  XI  la 
contea  di  Comacchio,  per  le  ragio- 
ni delle  investiture  imperiali  the 
aveano  gli  Estensi,  anzi  il  duca  Ri- 
naldo giudicò  propizia  1'  occasione 
per  riacquistare  ancora  il  ducato 
di  Ferrara,  e  persuase  il  cognato 
Giuseppe  I  ad  impadronirsi  di  Co- 
macchio e  suo  contado,  ciò  che  si 
efFetluò  a  tenore  de'  racconti  fatti 
altrove,  massimamente  a  quell'arti- 
colo, ed  a  quello  di  Ferrara.  Cle- 


3o8  MOD 

mente  XI  si  Vide  coslretlo  a  soste- 
«ere  le  ragioni  della  camera  apo- 
stolica, colle  armi  e  colia  penna  ; 
tutto  si  accomodò  con  trattati,  ma 
Comacchio  restò  in  deposito  agl'im- 
periali, con  poca  soddisfazione  del 
duca  di  Modena.  Non  potendosi 
differire  dagl'imperiali  la  restituzio- 
ne  di  Comacchio  e  suo  territorio 
alla  santa  Sede,  per  le  rimostranze 
fatte  pure  da  Innocenzo  XIII  e 
Benedetto  XllI,  a  questo  nel  1725 
ne  ordinò  la  restituzione  Cario  VI, 
dichiarando  però  di  non  intendere 
pregiudicare  il  duca  di  Modena,  per 
le  ragioni  che  potesse  avervi.  Una 
nuova  guerra  avendo  ricondollo  nel 
I734gli  eserciti  francesi  in  Italia  per 
regolare  la  successione  Fainese  al 
ducato  di  Parma  e  Piacenza,  e  rista- 
bilire il  regno  di  Napoli,  reputando- 
si il  duca  favorevole  all'imperatore, 
gli  stati  di  Modena  e  Reggio  furo- 
no con  loro  danno  di  nuovo  occu- 
pati dai  francesi  per  capitolazione  nel 
mesedi  luglio,  ed  il  duca  colla  sua  fa- 
miglia tornò  per  diie  anni  al  suo 
asilo  di  Bologna.  Rientrato  nella 
sua  capitale  nel  maggio  lySG,  vi. 
morì  a'26  ottobre  1737  d'anni  82. 
È  da  notarsi  tra  le  altre  sue  belle 
azioni  la  fondazione  dell'ospizio  dei 
poveri  d'  ambo  i  sessi,  eh'  ebbe  o- 
rigine  nel  1695,  Essendo  vacata  la 
contea  di  Novellara  e  Bagnolo,  l'im- 
peratore Carlo  VI,  in  contempla- 
zione delle  sue  benemerenze,  gliene 
die  l'investitura  gratuitamente.  Suo  fi- 
glio Francesco  III  gli  successe,  la 
di  cui  nascita  ,  tra  le  altre  feste  , 
era  stata  celebrata  con  un  insigne 
carosello  di  armeggiamento  a  ca- 
vallo :  delle  sue  tre  figlie  una  so- 
la era  stata  maritata,  ed  era  vedo- 
Ta  del  defunto  duca  di  Parma. 
Francesco  IH  avea  sposato  Carlotta 
Agiae    figlia    del    duca  d'  Orleans 


MOD 

Filippo,  e  ne  avea  avuto  già  due 
figli  e  quattro  figlie.  Era  a  Vien- 
na quando  mori  il  padre,  ed  avea 
fatta  una  campagna  contro  i  tur- 
chi. Appena  tornato  in  Modena  si 
sforzò  di  ristabilire  le  finanze  dello 
stato,  rovinate  dalle  precedenti  guer- 
re, di  cui  la  Lombardia  era  slata 
il  teatro,  e  fece  nel  1741  sposare 
a  suo  figlio  Ercole  III  Rinaldo, 
Maria  Teresa  Cibo  duchessa  di  Mas- 
sa e  Carrara,  estendendo  per  tale 
parentela  gli  stali  della  casa  d'  E- 
ste  fino  al  mare  Mediterraneo.  Ma- 
ria Teresa  era  primogenita  di  Al- 
derano  Cibo  duca  di  IMassa  e  prin- 
cipe di  Carrara,  e  di  Ricciarda  Gon- 
zaga figlia -di  Camillo  III  conte  di 
Novellara  e  Bagnolo:  una  delle  due 
sue  sorelle,  Marianna  Melilde  Cibo 
Malaspina,  nel  164.8  sposò  il  prin- 
cipe d.  Orazio  Albani  pronipote 
di  Clemente  XI. 

La  guerra  che  poco  dopo  si 
accese  in  Europa  contro  Maria 
Teresa  d'Austria  ,  per  la  succes- 
sione austriaca,  espose  lo  stalo  di 
Modena  a  nuovi  guasti  ;  la  capi- 
tale fu  occupata  nel  giugno  1747 
dai  savoiardi,  ed  il  sovrano  venne 
obbligato  allontanarsene.  Francesco 
MI  accettò  il  comando  degli  eserci- 
ti spagnuoli  in  Italia;  fece  con  es- 
si valorosamente  la  guerra  nello 
stato  pontificio,  nel  regno  di  Napo- 
li, nel  Milanese,  nella  Liguria,  e 
nel  Piemonte;  ma  frattanto  i  suoi 
stati  vennero  occupati  dagli  eserci- 
ti, o  da  quelli  del  re  di  Sardegna; 
e  quando  vi  rientrò  in  virli^i  del 
trattato  d'Aquisgrana  nel  1748,  li 
trovò  rovinati ,  impoveriti  e  spo- 
polati pel  lungo  soggiorno  de'  ne- 
mici, e  per  le  frequenti  contribu- 
zioni che  imposero.  Nel  1752  Fran- 
cesco III  conchiuse  un  tralliilo 
coli' imperatrice  Maria  Teresa  d'Au- 


i 


M  OD 

stria  come  ducliessa  di  Mantova,  in 
cui  si  convenne  che  le  isole  del 
Po,  dove  questo  fiume  forma  con- 
fine fra  i  due  stali,  dovessero  ap- 
partenere a  quella  delle  due  sovra- 
nità, al  continente  della  quale  si 
trovassero  di  tempo  in  tempo  più 
\icine  in  conseguenza  delle  varia- 
zioni del  corso  del  fiume  :  verifica- 
tasi tale  circostanza  di  ffitlo  nel 
i847j  le  due  isole  di  s.  Simeone 
e  Vialardi  furono  aggregale  al  ter- 
ritorio di  Mantova.  Nel  1758  U 
duca  111  fallo  governatore  di  Mila- 
no, con  Carlo  conte  di  Firmian  per 
ministro  plenipotenziario.  Tra  i  be- 
ni allodiali  che  gli  Estensi  possede- 
vano nel  Ferrarese,  in  primo  luogo 
figurava  la  Mesola,  ma  Francesco 
III  la  vendette  a  Francesco  I  im- 
peratoi'e  nel  lySp,  il  quale  v'in- 
nalzò coir  imperatrice  sua  moglie 
Maria  Teresa  magnifica  chiesa,  la 
quale  per  la  sua  bellezza  e  archi- 
teltura  è  la  meraviglia  de'foraslie- 
ri,  compila  poi  e  perfezionata  da 
Pio  Yl  quando  acquistò  la  Mesola:  di 
tutto  parlammo  nel  voi.  XXIV,  p. 
44  e  i63  del  Dizionario  .  Nel 
1768  il  duca  di  Modena^  incomin- 
ciò a  far  segreti  preparativi  per  ten- 
tar la  ricupera  di  Ferrara,  ma 
Clemente  XI  li  ne  accrebbe  i  presi- 
dii,  e  col  mezzo  di  della  impera- 
trice fece  cangiar  pensiero  a  Fran- 
cesco III.  Con  questi  il  Papa  si 
querelò  colla  lettera  Jam  dia  filius, 
de'  24  sellembre,  presso  il  Guerra, 
Epit.  Bull.  t.  II  ,  p.  397,  perchè 
in  un  suoeditlo  de'7  giugno  avea  in- 
famato il  capo^della  Chiesa  per  non 
avergli  approvato  alcuni  dazi  impo- 
sti agli  ecclesiastici  de'suoi  stali,  sop- 
primendo ancora  alcuni  conventi 
senza  la  pontificia  facoltà'.  Doman- 
dò quindi  il  duca  tale  licenza,  col- 
r  esempio  della  bolla  Jnstaurandae 


MOD  309 

d' Innocenzo  X,  in  cui  si  ordinò 
nel  i652  la  soppressione  di  alcuni 
piccoli  conventi,  ma  non  gli  fu  ac- 
cordala pel  modo  dell'inchiesta.  Va- 
riala che  fu,  si  accordò  al  duca  la 
coticessione,  in  vigore  della  quale 
nel  ducato  di  Modena  vennero  sop- 
presse alcune  case  religiose,  com- 
presa la  celebre  abbazia  di  Nonan- 
tola  de'monaci  cistcrciensi.  France- 
sco HI  meritò  alcuna  gloria  per 
la  prolezione  che  accordò  ai  lette- 
rati, fra' quali  Muratori  e  Tirabo- 
schi  sommi  nell'italiana  erudizione^ 
lullavolta  si  taccia  d'aver  arresta- 
to la  prosperità  rinascente  de'suoi 
sfati  per  la  gravezza  delle  contri- 
buzioni che  impose,  e  pel  cattivo 
sistema  di  sue  finanze.  Morì  d' an- 
ni 82  a'  23  febbraio   1780. 

Ercole  IH  Rinaldo  suo  figlio  gli 
successe  in  età  avanzata,  e  dal  suo 
matrimonio  con  la  duchessa  di  Mas- 
sa non  avea  avuto  che  la  sola  fi- 
glia Maria  Beatrice,  che  a' «4  ot- 
tobft  177 1  erasi  sposala  all'arci- 
duca Ferdinando  d'Austria,  eletto 
in  quella  occasione  governatore  e 
capitano  generale  de'ducali  di  Mi- 
lano e  di  Mantova,  dalla  sua  ma- 
dre Maria  Teresa  di  cui  era  terzo- 
genito. Ercole  HI  ammassò  tesori 
considerabili,  ma  tal  gusto  d'accu- 
mulare alienò  l'animo  de' sudditi, 
e  forse  li  dispose  a  desiderare  mia 
rivoluzione,  sebbene  non  mancasse 
di  erigere  magnifici  edifizi,  utili  o- 
pere  e  benefici  stabilimenti.  I  fran- 
cesi profittarono  del  malcontento  con 
macchinazioni,  laonde  il  duca  Ercole 
III  agli  8  maggio  1 796  comparve 
in  E'errara,  avendo  inviato  il  suo 
tesoro  pel  Po  a  Venezia,  ove  si  po- 
se in  salvo,  giacché  i  commissari 
francesi  in  Reggio  ed  in  Modena 
aveano  intimalo  una  contribuzione 
a  que'popoli.  Frattanto  il  a5  ago- 


3io  MOD 

$to  1796  il  popolo  di  Reggio  ope- 
rò uiì  primo  movimento  insiin-e- 
zionale,  che  il  debole  e  mal  ani- 
mato presidio  non  fu  in  istalo  di 
reprimere,  e  si  compose  un  reggi- 
mento temporaneo  con  forma  re- 
pubblicana. Egual  tentativo  si  cer- 
cò di  operare  in  Modena,  ma  i  sol- 
dati poterono  sostenere  il  nome  du- 
cale ;  questo  avvenimento  ravvivò 
le  speranze  di  Ercole  III,  Ma  il 
general  Bonaparte  non  tardò  a  Irar 
partito  dal  turbamento,  e  dichia- 
rando di  prendere  sotto  la  sua  pro- 
tezione e  delle  armi  francesi  gli  a- 
bitanli  degli  stati  Estensi,  ne  invase  i 
dominii  e  la  capitale,  ove.  si  recò 
personalmente  a  rovesciare  il  trono 
ducale,  nel  qual  trambusto  la  bella 
statua  equestre  dell'  esule  sovrano 
fu  dalla  plebe  abbattuta.  Quindi 
appresso  i  congressi-,  di  Modena  dei 
16  ottobre,  e  de'27  dicembre  1796 
di  Reggio,  si  organizzò  la  repubbli- 
ca Cispadana,  della  quale  i  paesi 
del  Modenese  fecero  parte,  inctnpo- 
rati   poscia  alla  Cisalpina. 

Nel  1799  il  deironizzalo  Pio  VI 
venendo  condotto  prigione  in  Francia, 
avendo  pernottato  a  Bologna  il  3i 
marzo,  procedette  per  Modena  mal 
ricevuto,  al  modo  che  narra  il  Bal- 
dassarri,  Relazione  de  palimend  di 
Pio  VI,  t.  II,  p.  9.8  e  seg.,  e  dovette 
smontare  dopo  mezzodì  al  gi'ande  al- 
bergo presso  la  porla  della  città  ve- 
nendo da  Bologna,  cioè  di  peso  fu 
levato  dalla  carrozza,  e  portalo  a 
braccia  d'uomini  nella  sua  stanza.  Ivi 
il  modenese  cardinal  Livizzani  avea 
fililo  apparecchiare  l'occorrenle  pel 
Papa  e  famiglia  ;  e  venne  ad  os- 
sequiare r  infelice  sovrano,  facendo 
altrettanto  il  vescovo  di  Modena 
Cortese  che  gli  baciò  la  mano  pian- 
gendo. 11  cardinale  era  vestito  di 
i:tirto  da  prete,  senza  calze  e  berret- 


MOD 

tino  rosso,  per  divieto  della  mtini- 
cipalità.   Mentre  il  Pontefice  dormi- 
va, dagli   urli    svegliatosi,  ne  restò 
tuibatissimo;   ma  alenili   buoni   mo- 
denesi   assicurarono    subito    che    il 
tumulto  proveniva    da  cosa  teatra- 
le.   Monsignor    d' Esle    vescovo  di 
Reggio  avea  preparato    il  suo    epi- 
scopio  per  ricevervi   il   santo  Padre; 
ma  temendosi   in  quella  città  catti- 
va accoglienza  dai  fanatici  repubbli- 
cani,  il   Papa  uscì  di  buon'ora  da 
Modena  il   primo  di  aprile  alla  vol- 
ta  di   Parn)a,  con  pioggia  forte.   Il 
vescovo    di    Reggio  si    fece  trovare 
nella  cospicua  sua  pieve  di  Modelo- 
na,   supplicando  il  Papa  di  onorare 
quella  canonica  e    ristorarsi  ;  1'  in- 
vito fu  accettato,  l'accoglienza  non 
poteva  essere    più    cordiale    e  rive- 
rente, e    Pio  VI    dopo  due  ore  di 
grato    riposo    e    rifocillamento,  be- 
nedetto il  popolo,  proseguì  il  viag- 
gio   sempre  piovendo.    Nello   stesso 
anno     «799   1'  esercito    francese    di 
Macdonald  reduce  da  Napoli,  sboccò 
nella  Lunigiana  Toscana  nella   Val 
di  Taro   per  battere  i  corpi  austria- 
ci di  Hohenzollern  e  Klenau,   e  do- 
po le  scararauccie  del  io  e  i  r  mag- 
gio, avvenne  nel    17.   giugno  la  san- 
guinosa   battaglia  del    Panaro,  ove 
il    primo    de'  due  generali    tedeschi 
resi?)   interamente  sconfitto,  e  Itilto 
sarebbe  stato  per  gli  alleati  perdu- 
to, se  non  avesse  il    secondo  soste- 
nulo  con   rara  intrepidezza   la   lotta 
perigliosa.   Gli  emigrati   francesi,  de- 
nominati i  cacciatori  di'Bussy,  circon- 
dali per  ogni  banda  dai  repubblicani, 
in  numero  di  cinquanta  con  disperato 
sforzo  vollero   aprirsi   un  varco,    fe- 
cero prodigi  di  valore,  e  giunsero  a 
ferire  lo  stesso  generale  Macdonald 
colto  alla  sprovvista,  ma  soli  sette  di 
quel  numero  giunsero    vivi  ai    pri- 
mi  posti  austriaci  delia  Mirandola. 


MOD 

Avendo  gli  austro  russi  occupalo 
Modena  e  Reggio,  cacciandone  i 
galli-cisalpini,  dopo  la  battaglia  di 
MarengOj  de'  i4  giugno  1800,  i 
francesi  ricuperarono  questi  dominii. 
Ercole  III  era  stato  spogliato  dei 
suoi  stati  pel  trattato  di  Campo- 
formio  de'  ij  ottobre  1 797  ;  nm 
per  quello  di  Luneville  degli  8  feb- 
braio 1801,  la  Brisgovia  e  V  Or- 
tenait  furono  promessi  dall'  Austria 
ni  duca  in  compenso,  secondo  il 
precedente  tratlalo.  La  Brisgovia 
o  Brisgnu  è  un  antico  territorio  di 
Germania,  nella  parte  meridionale 
della  Svevia,  fra  la  foresta  Nera  ed 
il  Reno,  con  Friburgo  [Vedi)  per 
capitale,  e  prima  lo  era  Brisacco, 
comprendendo  Limburgo  ove  nac- 
que il  progenitore  della  casa  d'Au- 
stria Rodolfo  d' Absburgo.  Paese 
fertile  che  con  titolo  di  langraviato 
appartenne  ai  primi  duchi  di  Zali- 
ringen,  indi  ai  conti  di  Hochberg, 
e  poi  ai  conti  di  Fiirstemberg.  U- 
go  nel  iSGy  la  vendè  ad  Alberto 
e  Leopoldo  duchi  d'Austria,  Cedu- 
ta a  Ercole  111,  pel  trattato  di  Pres- 
burgo  de'26  dicembre  i8o5  fu  an- 
nessa al  granducato  di  Baden,  e  sof- 
frì varie  divisioni.  h'Ortenan,  un  tem- 
po Mortenaii,  fertile  paese  di  Ger- 
mania nell'antico  circolo  di  Svevia, 
fra  il  Reno  e  la  Selva  Nera,  l'UlF- 
gau  e  la  Brisgovia.  Separato  in  can- 
toni e  baliaggi,  era  diviso  fra  l'im- 
peratore, i  margravi  di  Baden,  i 
principi  di  Fiirstemberg  ed  i  conti 
di  Leyen.  Dopo  aver  fatto  parte 
alle  indennizzazioni  accordate  al  du- 
ca di  Modena,  fu  poi  compreso  nel 
ducato  di  Baden  :  Ortenberg  era 
il  capoluogo  della  parte  posseduta 
dall'imperatore,  con  castello  poi  ro- 
■vinato,  ed  Offenburg  è  la  città  ca- 
pitale del  presente  circolo  Rintzig. 
Intanto  i  dominii  Estensi  formarono 


MOD  3ii 

parte  delle  repubbliche  Cisalpina  e 
Italiana,  e  formato  il  regno  italico, 
cogli  stati  ducali  si  formarono  i 
due  dipartimenti  deL  Panaro  e  del 
Crostolo.  Ercole  III  morì  nel  1799 
in  Trieste,  prima  di  godere  della 
sovranità  di  Brisgovia  ;  ne  divenne 
però  duca  il  genero  Ferdinando  ar- 
ciduca d*  Austria,  zio  dell'  impera» 
tor  Francesco  I,  morto  a'24  dicem- 
bre 1806.  La  vedova  Maria  Bea- 
trice d'Este,  dopo  la  rovina  di  sua 
famiglia  si  ritirò  a  Vienna,  ove  la 
figlia  Maria  Luisa  Beatrice  sposò  il 
detto  imperatore  suo  cugino,  e  morì 
ai  7  aprile  1816.  Altri  figli  di  Fer- 
dinando e  Beatrice  Vittoria  furono: 
Maria  Teresa  regina  di  Sardegna; 
r  arciduchessa  Maria  Leopoldina 
maritata  all'elettore  palatino;  Fran- 
cesco IV  poi  duca  di  Modena;  Fer- 
dinando arciduca  feld- maresciallo  di 
Austria,  proprietario  del  reggimen- 
to d' ussari  n.  3.  e  del  reggimento 
imperiale  russo  d'Isum,  già  gover- 
natore civile  e  militare  di  Galizia  e 
Lodomiria;  e  Massimiliano  arciduca 
generale  d'  artiglieria  d'  Austria, 
proprietario  del  reggimento  d'  in- 
fanteria n.  4>  e  gran  maestro  dell'or- 
dine Teutonico  nell'impero  d'Austria. 
Maritatosi  Francesco  IV  nel  1812 
a  Maria  Beatrice  figlia  di  Vittorio 
Emanuele  re  di  Sardegna,  nacque- 
ro r  arciduchessa  Maria  Teresa  ; 
Francesco  V  regnante  duca  di  Mo- 
dena, che  nel  1842  si  sposò  alla 
duchessa  Aldegonda  regnante,  figlia 
dell'odierno  re  di  Bavieia  ;  Ferdi- 
nando arciduca,  maggiore  generale 
al  servizio  dell'Austria,  brigadiere 
d'artiglieria,  proprietario  del  reggi- 
mento d' infanteria  n.°  26  ed  an- 
cora del  battaglione  de'  cacciatori 
del  Frignano;  e  l'arciduchessa  Ma- 
ria Beatrice. 

Riprendendo   la  cronologica  nar- 


3ia  MOD 

razione  ,  allorché  Pio  VII  si  re- 
cò nel  i8o4  a  Parigi,  onorò  di 
sua  presenza  Modena  :  a  Pieve, 
Pelago  o  Pievelago  fu  ossequiato 
dal  marchese  Stampa  di  Sonci* 
no  prefetto  del  palazzo,  a  Panilo  da 
monsignor  Cortese  vescovo. di  Mo» 
dena  e  dal  conte  Giuliano  Marchi- 
sio deputato  del  Panaro.  A'  9  no- 
vembre entrò  in  Modena,  incontra- 
to un  miglio  avanti  dalle  autorità, 
da  immenso  popolo,  al  suono  delle 
campane,  tra  le  salve  dell'attiglieria 
e  gli  evviva,  scortato  da  usseri  mo- 
denesi. Nel  duomo  ricevè  la  bene- 
dizione col  ss.  Sagramento  ;  nell'e- 
piscopio desinò  e  poi  ammise  al 
bacio  del  piede,  partendo  per  Reg- 
gio alle  due  pomeridiane,  recando- 
si a  pernottare  a  Parma.  Reduce 
da  Parigi  nel  i8o5,  Pio  VII  a' 3 
maggio  da  Reggio  ritornò  a  Mode- 
na, incontrato  lunge  un  miglio  dal- 
la primaria  nobiltà,  dalle  autorità, 
avendo  guarnito  la  truppa  tutte  le 
strade  sino  all'episcopio  ov'era  pre- 
pai'ato  r  alloggio.  Il  Papa  ricevè 
nella  cattedrale  dal  vescovo  Corte- 
se la  benedizione  col  ss.  Sagramen- 
to, indi  saPi  al  suo  appartamento, 
ossequiato  dal  popolo  modenese  in 
modo  inesprimibile.  Nelle  due  sere 
che  vi  restò  la  città  fu  illuminata 
magnifìcamenle.  La  mattina  seguen- 
te celebrò  messa  alia  cattedrale,  be- 
nedl  solennemente  il  popolo  dalla 
loggia  dell'  episcopio,  indi  ammise 
al  bacio  del  piede  le  dame.  Dome* 
nica  5  maggio  dopo  aver  celebrata 
e  ascoltata  la  messa.  Pio  YII  parti 
da  Modena  verso  le  8  antimeridiane, 
corteggialo  dalle  autorità,  ed  accla- 
mato da  tutti,  pernottando  a  Loiano 
nel  casino  Massa,  dirigendosi  nella 
seguente  mattina  per  Firenze.  Tan- 
to si  legge  nei  numeri  92  e  89  dei 
Diari   dì  Roma  del  i8o4  e  i8o5. 


MOD 

Distmtta  nei  primi  del  18 r4  la 
potenza    di  Napoleone,  gli  ecclesia- 
stici ed  i  sudditi  degli  stati  romani, 
esiliati     e  deportali    per  la    fedeltà 
al  loro  sovrano  e  alla  Chiesa,  si  ac- 
cinsero a  ritornare  in  Roma  ed  al- 
tri dominii  pontificii.    Pel  loro  pas- 
saggio per  Modena  ivi  si  formò  una 
società,  onde    procurar   loro    allog- 
gio,   mantenimento,    elemosine    per 
la  messa,  soccorsi  di  medici  e  chi- 
rurghi, e  carrozze   sino  a  Bologna. 
Questa  generosa  pietà  de'modenesi , 
esercitata  da  essi    con  commovente 
gara,  la  storia  ha  registrato  con  pa- 
role di  edificazione    e    d' indelebile 
gratitudine.  Jl  re  di  Napoli  Murai 
occupò  gli  stati  Estensi  iu  nome  dei 
collegati  colie  truppe  napoletane,  al- 
le   quali    successero    le   austriache , 
sotto    il    governamenlo    del    conte 
Stubenberg  pel  duca  Francesco  IV. 
11  ducato  di  Massa-Carrara  che  Na- 
poleone aveva  eretto    nel   1806  in 
feudo  fniperiale,    coli' assegnarne  la 
amministrazione  governativa  (per  la 
quale  fu  riunito  a  quella  della  Gar- 
fagnana  tranne    Barga)  alla  princi- 
pessa di  Lucca  di  lui  sorella,  ritor- 
nò a  casa  d' Este,  prendendone  pos- 
sesso per  l' arciduchessa  Maria  Bea- 
trice   il  conte  Ccccopieri    ne*  primi 
di  maggio   1 8 1 4  ;  quindi    l' arcidu- 
chessa   sostenne    nel    congresso    di 
Vienna  i  diritti  di  sua  famiglia,  ed 
acconsenll  che  il  ducato  di  Modena 
si  dasse  all'  arciduca  Francesco  IV 
suo  figlio.  Laonde   dopo  l' abolizio- 
ne   del    regno    italico,    per    atti  di 
quel  congresso  a' 9  giugno   181 5  fu 
restituito  all'arciduchessa  il  ducato 
di  Massa-Carrara,  e  coli'  articolo  98 
riconosciuto    in    duca    di     Modena 
Francesco  IV,  ed    erede  dell'  altro 
ducato    che   poi    consegui    quando 
colla   morte  dell'arciduchessa   si   e- 
stinse  la  celebre  e  nobilissima  prò- 


MOD 

sapia  Estense.  Fu  inoltre  convenu- 
to che  quando  i  principi  regnanti 
di  Lucca  ricupereranno  il  duca- 
to di  Parma,  quello  di  Lucca  sa- 
rà incorporato  alla  Toscana,  salvo 
alcuni  dislrelli  che  si  aggiungeran- 
no al  ducato  di  Modena,  al  quale 
da  ultimo  fu  ceduto  il  territorio  di 
Castiglione  in  Garfagnaua,  circon- 
dato dagli  stati  Estensi. 

RestituendosiPio  Vllnel  i8i4alla 
sua  sede,  passò  negli  ultimi  di  marzo 
per  Modena,  ed  ornate  le  strade  di 
tappezzerie  e  di  fiori,  i  modenesi  ne 
guidarono  la  carrozza  alla  catte- 
drale ove  fu  cantato  il  Te  Deurn. 
11  vescovo  Cortese  V  ebbe  ospi- 
te nell'  episcopio  diversi  giorni  , 
dal  cui  balcone  il  Papa  spesso  be- 
nedì  il  popolo,  e  poscia  seguitò 
il, viaggio  per  Bologna,  ove  giun- 
se a' 3 1  marzo.  Il  ritorno  poi  del 
duca  Francesco  IV  in  Modena  fu 
un  vero  trionfo,  perchè  i  figliuo- 
li riacquistarono  il  padre,  ed  uno 
de'  più  illuminati,  religiosi  e  bene- 
fici sovrani.  Nel  i8i5Pio  VII  par- 
li da  Roma,  quando  il  re  Murai 
domandava  il  passaggio  delle  sue 
truppe,  e  si  recò  a  Genova  ed  a 
Torino.  Di  ritorno  da  quest'ultima 
capitale,  giunse  a  Modena  a'24  mag- 
gio, alloggiato  nel  palazzo  ducale 
splendidamente,  e  nel  di  seguente 
intervenne  alla  solenne  processione 
del  Corpus  Domini,  incedendo  con 
torcia,  presso  il  Venerabile  portato 
dal  vescovo  Cortese,  in  mezzo  ai 
cardinali  Litta  e  Pacca.  Questo 
cardinale  nella  Relazione  di  tal  viag- 
gio a  p.  120  descrive  così  il  sog- 
giorno del  Papa  in  Modena.  »  Nel- 
la festa  del  Corpus  Domini  il  Pa- 
pa ch'era  giunto  a  Modena  il  gior- 
no innanzij  intervenne  alla  solenne 
[»rocessione  del  Corpus  Domini,  an- 
dando a  piedi  dietro  il  Venerabile, 


Il  OD 


3i3 


seguito  dal  duca  Francesco  IV  e 
dalla  duchessa  sua  moglie  con  tutta 
la  corte.  Que'  pii  ed  amabili  sovra- 
ni, dopo  essere  rientrati  nella  chie- 
sa colla  processione,  prevennero  il 
santo  Padre  nel  ritorno  al  palazzo 
ducale,  e  trovatisi  a'piedi  delle  sca- 
le vollero  essi  stessi  aprire  lo  spor- 
tello della  carrozza,  e  accompagna- 
re sua  Santità  all'  appartamento 
ove  dimorava.  Nel  breve  soggiorno 
fatto  in  quella  città  diedero  quei 
principi  al  Papa  tutti  gli  attestati 
di  venerazione,  di  rispetto  e  di  fi- 
liale ajQfezione.  Io  ebbi  in  quella 
circostanza  la  sorte  di  abboccarmi 
col  duca,  e  sentii  dalla  sua  bocca 
savissimi  discorsi  sulla  condotta  po- 
litica da  tenersi  in  que'difficili  tempi 
da  tutti  i  sovrani  d'Italia,  che  mi 
fecero  concepire  alto  concetto  della 
sua  augusta  persona,  e  fin  d'  allo- 
ra previdi  che  sarebbe  egli  stato 
quel  gran  principe,  cui  ora  l'Italia 
applaude  ed  ammira  nel  ^governo 
de'  fortunati  suoi  dominii.  Neil'  ot- 
tava della  festa  era  il  Papa  a  Fi- 
renze ".  Pio  VII  a'27  maggio  par- 
tì da  Modena,  pernottò  in  Pistoia, 
e  passò  a  Firenze. 

Francesco  IV,  principe  polente 
per  accorgimento  e  per  fortezza  di 
animo,  modello  de'  principi  saggi 
e  religiosi,  padre  benefico  e  vigi- 
lante de'  suoi  popoli,  la  storia  ne 
registrerà  le  gesta  a  caratteri  in- 
delebili siccome  ministra  imparzia- 
le della  verità.  Questa  per  quanto 
vogliasi  oscurare  per  l'  influenza 
d'interessati  pregiudizi,  più  presto 
o  più  tardi  trova  immancabilmen- 
ta  la  via  per  giungere  alla  pubblica 
luce,  e  si  presenta  ne'  suoi  veri  co- 
lori all'estimazione  dei  giusti  e  dis- 
appassionati, con  iscorno  e  confu- 
sione de'maligni  detrattori.  Lascian- 
do dunque  ad   altre  penne  tal  glo- 


3i4  MOD 

via,  solo  per  debito  di  profonda 
gratitudine  per  essersi  degnalo  gra- 
ziosamente accettare  la  dedica  di 
questo  mio  Dizionario  con  porlo 
sotto  i  suoi  validissimi  auspicii,  ciò 
clie  vanto  a  mio  grand'  onore  e 
confusione  ;  ed  eziandio  per  indis- 
pensabile omaggio  alle  sue  rare 
virtù  e  sublimi  qualità,  accennerò 
brevemente  le  cose  principali  che 
distinsero  un  principe,  che  più  va- 
sto impero  meritava  onde  felici- 
tarne i  fortunati  sudditi,  poiché  fu 
più  padre  che  sovrano.  Francesco 
IV  dopo  le  severe  lezioni  avute 
alla  scuola  delle  avversità  durante 
il  dominio  Napoleonico,  al  ristabi- 
limento della  pace  generale  assunse 
il  governo  de'  suoi  stati.  Dopo  aver 
regolate  tutte  le  materie  concer- 
nenti il  buon  governo  del  suo  po- 
polo con  saggie  e  provvide  leggi  o 
disposizioni,  egli  rivolse  le  sue  pri- 
me cure  al  riprislinamento  delle 
comunità  religiose ,  e  a  ridonare 
al  divin  culto  la  maggior  parte 
delle  chiese  convertite  ad  uso  pro- 
fano, restaurandole  a  proprie  spese. 
Laonde  ben  presto  ne'  suoi  domi- 
tiii  si  videro  monasteri  e  conventi 
d'ambo  i  sessi  degli  ordini  di  s.  Be- 
nedetto, di  s.  Ignazio,  di  S.Francesco 
d'Asisi,  di  s.  Domenico,  di  s.  Fran- 
cesco di  Sales,  di  s.  Vincenzo  de  Pao- 
li, e  di  s.  Alfonso  de  Liguori  :  (juindi 
i  monasteri  di  monache  si  occuparo- 
no neir  educazione  delle  giovinette, 
essendo  una  delle  principali  solle- 
citudini del  duca  la  religiosa  e 
morale  educazione.  A  tale  effetto 
riapri  i  collegi  de' gesuiti  a  Mode- 
na e  in  Reggio,  e  due  case  di  e- 
ducazione  dai  medesimi  dirette;  e 
perchè  a  Modena  non  era  capace 
che  di  ottanta  convittori,  fece  fab- 
bricar dalle  fondamenta  il  magni- 
fico collegio  coavilto   di  s.    Chiara 


MOD 

di  «no  prirato  peculio,  col  qnale 
mantenne  molti  convittori  della  clas- 
se media.  Nel  convitto  però  di  Reg- 
gio si  ammettono  nobili  degli  stali 
Estensi  e  forastieri.  A  Massa  Ducale 
fu  aperto  altro  collegio  di  gesuiti  ; 
e  nel  collegio  de'  nobili  di  Modena 
parecchi  alunni  furono  mantenuti 
dalla  munificenza  di  Francesco  IV. 
Qui  noteremo  che  negli  stati  Estensi 
sonovi  parecchi  convitti  per  gli  stu- 
denti di  legge,  medicina  e  matemati- 
ca, e  seminari  vescovili;  che  in  Mo- 
dena evvi  r  accademia  de'  paggi  pei 
giovani  nobili  alti  al  servigio  pub- 
blico e  del  sovrano,  ed  una  celebre 
scuola  di  matematica,  i  quali  due 
stabilimenti  sono  sotto  la  protezio- 
ne dell'arciduca  Massimiliano,  il 
quale  insieme  col  fratello  arciduca 
Ferdinando,  ha  speso  grandi  somme 
per  molti  pubblici  stabilimenti  degli 
stali  di  Modena,  come  di  quelli  del- 
l'Austria: questi  due  principi,  de- 
gni germani  di  Francesco  IV,  in 
diversi  tempi  resero  grandi  servigi 
alla  Chiesa  ed  allo  sialo.  Nell'eccel- 
lente scuola  di  veterinaria  di  Mo- 
dena, con  gabinetto  o  museo  zoo- 
logico, si  vede  lo  scheletro  del  de- 
striero cavalcato  diiU'  arciduca  Fer- 
dinando lodato,  quando  alla  batta- 
glia d'  Dima,  il  prode  principe  col- 
la spada  alla  mano  ed  alla  testa 
di  alcuni  squadroni  di  cavalleria 
austriaca^  si  apri  la  strada  attra- 
verso le  iuimense  forze  di  Bona- 
parle  che  avea  del  tutto  circondale 
le  truppe  tedesche. 

Fra  i  pubblici  stabilimenti  che  e- 
sistono  negli  stati  Estensi,  e  che  deb- 
bono la  loro  istituzione  a  France- 
sco IV,  ricorderemo  i  seguenti  ap- 
partenenti alle  classi  di  beneficen- 
za e  carità.  11  bellissimo  spedale 
delle  suore  di  carità  in  Modena , 
che  furono  pure  poste  ia  quello  di 


MOD 

Reggio  aomenlalo  d'una  gran  stila 
a  spese  del  duca.  La  casa  di  edu- 
cazione di  s.  Paolo,  ove  sono  edu- 
cate e  mantenute  le  zitelle  povere 
e  abbandonate.  L' istituto  delie  sor- 
do mute,  ove  le  alunne  sono  per- 
fettamente istruite.  Le  pubbliche 
scuole  di  carità  dirette  dalle  figlie 
di  Gesù,  per  le  fanciulle  delle  clas- 
si più  basse,  venendo  mantenute  di 
vitto  le  più  povere  e  abbandonate. 
L' orfanotrofio  di  s.  Bernardino,  i 
cui  fanciulli  erano  nella  più  parte 
educati  a  spese  del  duca  nelle  arti 
meccaniche  ed  anco  liberali  ,  ed 
appartengono  alla  congregazione  di 
s.  Filippo  Neri,  la  quale  esiste  in 
diversi  luoghi  de'  dominii  Estensi. 
Mantenne  Francesco  IV  poveri  o- 
perai  ne'Iavori  pubblici,  anzi  la  sua 
beneficenza  si  estese  pure  co'fora- 
stieri,  avendo  periodicamente  soc- 
corso portoghesi ,  spagnuoli ,  fran- 
cesi, ec,  emigrati  da'  loro  paesi  in 
conseguenza  delle  ultime  rivoluzio- 
ni che  hanno  afflitto  l'Europa.  A 
suo  conto  fece  costruire  un  Caio 
boario,  con  magnifico  e  bel  por- 
lieo  e  vaste  sale,  pel  bestiame 
cornuto  condotto  nel  mercato  set- 
timanale in  Modena,  di  gran  van- 
taggio per  l'agricoltura  e  commer- 
cio; altio  simile  foro  boario  edi- 
ficò in  Reggio.  E  qui  non  è  a  di- 
re le  periodiche  limnsìne  e  mine- 
stre fatte  distribuire  a' poveri,  e  le 
provvidenze  prese  a  prevenire  l'o- 
ziosità; come  le  pensioni  assegnate 
a  molte  famiglie  cadute  in  miseria, 
distribuendo  soccorsi  eolle  sue  ma- 
ni nelle  pubbliche  udienze  de'gio- 
ved"i  e  domeniche.  Dichiarò  perpe- 
tuo il  monte  annonario,  dove  pel 
ben  essere  de'sudditi  sono  conser- 
vati pei  tempi  di  carestia,  ne'de- 
positi  di  diversi  capoluoghi  degli 
Stati  Estensi  più  di  18,000  sacca  di 


MOD  3 1 5 

frumento  ;  aooo  di  maiz  ;  8000 
di  riso;  i  a, 000  di  castagne,  e  1000 
di  fagiuoli;  i  quali  magazzini  fu- 
rono comprati  di  privata  moneta 
del  duca  per  impedire  nionopolii: 
da  essi  ricevono  i  sudditi  senza 
interesse,  tutto  il  grano  che  chie- 
dono ,  restituendolo  dopo  il  rac- 
colto. Protesse  singolarmente  l'a- 
gricoltura, e  fece  immense  pianta- 
gioni nelle  montagne  di  sua  pro- 
prietà, per  supplire  alla  m.Micanza 
di  boschi  e  combustibili.  Diminuì 
i  dazi,  e  fu  largo  per  tultociò  che 
riguardò  il  decoro  del  cullo  divi- 
no. La  sua  generosità  Francesco 
IV  non  la  restrinse  ai  suoi  stati: 
tu  munifico  colla  casa  di  novizia- 
to de'gesuili  di  Verona  ;  nell'Un- 
gheria ,  a  Vienna,  a  Venezia,  e 
principalmente  nelle  vicinanze  del- 
la sua  villeggiatura  del  Catiijo  nel 
rci^no  Londiardo  -  Veneto,  molte 
famiglie  riceverono  o  stabili  pen- 
sioni ,  o  considerabili  caiità  dalla 
sua  illimitata  pietà.  Il  Catnjo  o 
Caltaggio  è  un  villaggio  della  pro- 
vincia di  Padova,  distretto  di  Bat- 
taglia ,  ov'è  celebre  il  luogo  di 
delizia  appartenente  già  alla  famì- 
glia Obizzi,  ed  oggidì  ai  duchi  di 
Modena,  ridotto  da  Francesco  IV 
più  ameno  e  sontuoso,  degna  vil- 
leggiatura di  qualunque  monarca. 
Le  arti  liberali  e  le  scienze  furo- 
no egualmente  protette  e  incorag- 
gile, anco  con  visitare  i  pubblici 
stabilimenti  ove  sono  insegnale,  e 
quando  uno  studente  o  un  artista 
di  belle  speranze  e  di  buona  con- 
dotta gli  era  presentato,  il  prin- 
cipe da  mecenate  lo  mandava,  ter- 
minati gli  studi,  a  viaggiare  nelle 
principali  città  d'Europa  per  me- 
glio perfezionarsi  a  sue  spese.  Nel 
vói.  XXIX,  p.  288  del  Dizionario 
riportamiuo    il  decreto    con  cui  il 


3i6  MOD 

duca  ammettendo  l'oi'dlnc  geroso- 
limitano ne'vsuoi  stati  fondò  due 
comuieude,  una  nella  provincia  di 
Modena,  l'altra  in  quella  di  Reg- 
gio. 

Francesco    IV  ,    principe    pieno 
d'ingegno  e    di  erudizione,    dotato 
d'incomparabile  fermezza    di  carat- 
tere,   sempre    disposto  ad    atti    di 
magnanima     e      caritatevole     bene- 
volenza, giusto,  intrepido,  patrono 
della  buona   causa  e  della  vera  re- 
ligione, si  rese  altamente  rispettato 
pe' suoi  meriti  personali,  come  per 
le  prerogative  dello  splendor  de'na- 
tali.     Semplice    e    frugale    godette 
nella    sua  veramente  patriarcale  fa- 
miglia   un'  invidiabile  pace    e    con- 
cordia, e  restò    inconsolabile  quan- 
do la  ben  degna  archiduchessa  sua 
consorte  Maria  Beatrice  Vittoria  mo- 
rì a'  i5  settembre  i84o.  Questa  in- 
comparabile   sovrana  seppe  ispirare 
agli  esemplari  suoi  figli  i  sentimenti 
della    più    pura    e    sincera     pietà. 
Francesco  IV  terminò  i  suoi  gior- 
ni  in  Modena  a'2  r   gennaio   1846, 
e    fu    pianto     qual    propugnacolo 
della  quiete  d'Italia.  Gli  successe  il 
primogenito  regnante  duca   France- 
sco V,     dotato  di  eccellenti  qualità 
di  cuore  e  di    mente  ,  degno  figlio 
di    SI  glorioso  sovrano,   sotto    i  cui 
auspicii  fin    dal    i845    venne    isti- 
tuita   in    Modena    una    società    di 
incoraggimento    per   gli    artisti   del- 
lo   stato    anche   domiciliati    ali'  e- 
stero.  Dipoi  a'  7    novembre    1846 
l'arciduchessa  Maria  Teresa  sorella 
del  duca,    si    congiunse    in  matri- 
monio col    serenissimo    real    conte 
di  Chambord,  ossia  il  principe  En- 
rico   Carlo    di     Borbone    duca    di 
Bordeaux,  in  favore     del  quale   ri- 
nunziarono    la  corona  di     Francia 
Carlo  X    e     il    suo  figlio     Delfino, 
indi  nel    1847  a'6  febbraio  eguaU 


MOD 

mente  si  celebrò  il  matrimonio 
dell'altra  sorella  del  duca,  l'arci- 
duchessa Maria  Beatrice,  col  real 
infante  di  Spagna  d.  Giovanni  di 
Borbone,  fratello  del  conte  di  Mon- 
temolin,  a  cui  il  padre  l'infante 
d.  Carlos  conte  di  Molino  cedette 
i  suoi  diritti  alla  corona  di  Spa- 
gna :  il  duca  regnante  festeggiò  gli 
sponsali  con  eseguire  un  brillante 
torneo  con  alcuni  cavalieri  ,  alla 
presenza  del  genitore  dello  sposo  e 
sua  reale  consorte. 

La  fede  cristiana  fu  predicata  a 
Modena  da  s.  Dionigi  l'Areopagita 
e  suoi  discepoli,  l'anno  93,  o  se- 
condo altri  da  s.  Apollinare  apo- 
stolo di  tutta  r  Emilia,  come  ri- 
porta r  Ughelli ,  Italici  sacra  to- 
mo II,  pag.  78;  quindi  poco  do- 
po fu  eretta  la  sede  vescovile  suf- 
fraganea  di  Milano,  indi,  per  volere 
di  Valeriano,  di  Ravenna,  da  cui  la 
sottrasse  Gregorio  Xlll  per  sotto- 
porla nel  1.582  a  Bologna  sua  pa- 
tria, quando  l'elevò  a' io  dicembre 
al  grado  di  metropoli,  di  cui  è 
tuttora  sutfraganea ,  ciò  che  con- 
fermò Pio  VII  nel  i8o3,  nel  con- 
cordato che  conchiuse  colle  repub- 
bliche italiane.  Il  primo  vescovo 
di  Modena  fu  Cleto  romano  di 
nascita  ,  destinatovi  da  s.  Dionigi 
verso  l'anno  io3:  consacrò  e  de- 
dicò al  principe  degli  apostoli  s. 
Pietro  un  antico  tempio  di  Giove,  e 
mori  dopo  aver  condotto  una  vita 
santa  e  laboriosa.  Ignoransi  i  nomi 
de'suoi  successori  fino  al  SSg,  nel 
quale  anno  governava  la  chiesa  di 
Modena  Dionigi  prelato  zelantissi- 
mo per  la  gloria  di  Dio  e  per  la 
conversione  del  suo  popolo,  essen- 
dovi ripullulata  1'  idolatria  sotto 
l'impero  di  Costante  fautore  degli 
ariani.  Antonio  di  lui  successore 
nel  358,  ordinò  diacono  Geminia- 


MOD  MOD  3i7 
Mo,  che  alcuni  scriltori  dicono  na-  ta,  o  per  Una  cecità  di  cui  furono 
to  in  Modena,  e  precisamente  nel  colpiti  i  nenaici,  onde  uscirono  su- 
castello  di  Cognento,  siccome  do-  bito  dalla  città:  questo  fatto  viene 
tato  della  più  ingenua  umiltà  e  contrastato  da  quelli  che  asseri- 
sublimi  virtù,  esercitato  nelle  ec-  scono  che  nel  4^^  s,  Geminiano 
clesiastiche  discipline  j  e  carissimo  era  già  divenuto  cittadino  del  eie- 
ai  suoi  concittadini.  Jl  novello  dia-  lo.  La  liberazione  però  di  Modena 
cono  con  zelo  servi  il  vescovo  nel-  da  tanto  infortunio,  se  non  fu  nel 
la  predicazione  e  nel  sacro  ministe-  tempo  che  Geminiano  viveva,  certo 
ro  dell'altare.  Morto  il  buon  servo  è  che  fu  per  la  sua  intercessione  s 
di  Dio,  l'esimio  Antonio,  convoca-  innanzi  al  trono  di  Dio,  e  lo  af- 
ronsi  clero  e  popolo  per  eleggerne  ferma  l'annalisla  Rinaldi.  Per  gra- 
il  successore,  e  tutti  gli  occhi  e  titudine  i  modenesi  al  loro  santo 
voti  furono  rivolli  verso  di  Gemi-  vescovo,  rinnovano  ogni  anno  la 
niano,  che  se  ne  fuggì  a  nascon-  festiva  memoria  di  tal  liberazione, 
dersi  ne'boschi  di  Cadiana;  ma  sco-  chiamandola  festa  della  vittoria  di 
perto  da  alcuni  pastori,  ne  fu  da-  s.  Geminiano.  Intanto  l'ariano  Au- 
to avviso  a'  modenesi,  i  quali  vi  senzio  di  Milano  seminando  i  suoi 
accorsero  lieti,  e  lo  ricondussero,  errori  per  quasi  tutta  la  Gallia 
benché  ripugnante,  alla  città,  do-  Cisalpina,  energicamente  adoperossi 
ve  fu  ricevuto  fra  mille  applausi.  Geminiano,  perchè  l'eresia  non  con- 
Assoggettossi  al  gran  peso  dell'e-  laminasse  i  suoi  fedeli,  e  col  divi- 
piscopato,  venne  confermato  dal  no  aiuto  vi  riuscì.  Pieno  di  meri- 
sommo  Pontefice,  e  consecrato  dal-  ti  s.  Geminiano  volò  in  paradiso 
l'arcivescovo  di  Ilavenna,  Prima  a'3i  gennaio  887  circa,  tenendo 
cura  di  Geminiano  fu  quella  di  deposto  nella  cattedrale.  Tutta  la 
purgare  la  città  dai  superstiti  a-  città  fin  d'allora  l'invocò  per  suo 
vanzi  dell'idolatria,  e  con  virtuosa  protettore  e  principale  patrono,  a- 
pazienza  ne  conseguì  l'intento;  vendo  Dio  onorato  la  tomba  del 
governò  la  sua  chiesa  con  assidua  santo  con  frequenti  miracoli.  Dal- 
vigilanza  ed  esemplarità  ,  e  fu  il  la  vecchia  rovinosa  basilica,  furo- 
padre  de' poveri.  Opinano  diversi  no  poi  da  Dodone  sup  successore 
storici ,  che  verso  questo  tempo  trasportate  le  venerabili  sue  ceneri 
accadesse  la  funesta  invasione  di  l'anno  11 06  nella  nuova  cattedra- 
Attila  re  degli  unni  in  Italia,  e  le  li  3o  aprile.  Il  vescovo  di  Mo- 
che  movendo  quel  re  verso  Mode-  dena  Silingardo  lasciò  scritta  una 
na,  gli  andasse  incontro  il  vescovo  lunga  leggenda  di  s.  Geminiano, 
Geminiano,  ad  implorar  la  salvez-  riportan<k>ne  altre  notizie  il  Ve- 
za  del  suo  popolo  ;  e  che  all'aspra  driani  nella  Storia  di  Modenaj  il 
risposta  del  barbaro  Attila  ,  retro-  Tiraboschi  nelle  Memorie  storiche 
cedendo  il  vescovo,  ordinasse  che  modenesìj  l' Ughelli  che  lo  dice  di 
si  aprissero  le  porte  della  città,  e  Govella,  Rascharinae  gcntis  alu- 
che  si  lasciasse  entrare  col  suo  e-  mnits;  ed  alili,  come  i  Bollandisti, 
sercito.  Piamente  credesi  ancora,  che  ai  3i  maggio  riportano  la 
che  passando  il  re  per  le  contrade  sua  vita  d'un  anonimo  dell' Vili 
di  Modena  non  vi  facesse  alcun  secolo, 
male,  o  per  foltissima  nebbia  insor-         Teodoro,  allievo    di   s.    Ambro' 


3i8                   MOD  MOD 

gio,  succedelte  a  s.  Geminiano,  de-  alla  chiesa  di  Modena.  Solto  di  lui 
dico  la  chiesa  cattedrale  al  «no  s.  Anseitno  duca  del  Friuli  presso 
santo  predecessore,  e  njorì  nel  897,  Fananuin  nel  pago  di  Persicelo, 
tenendo  sepolto  in  detta  basilica,  che  territorio  del  contado  e  distretto 
fu  poi  arriccliita  di  preziosi  doni,  di  di  Modena,  edificò  un  monastero,  vi 
beni,  di  privilegi,  immunità  e  giù-  -si  fece  monaco  e  ne  fu  fatto  abba- 
risdi/ioni  per  munificenza  de'Papi,  te,  e  dopo  due  anni  divenne  la  ce- 
imperalori  ed  altri  principi.  Gè-  lebre  abbazia  di  Nonantola,  cinque 
miniano  II  fiori  verso  l'anno  4-^2,  o  sei  miglia  distante  da  Rlodena. 
.laonde  a  suo  tempo  si  attribuisce  Geminiano  HI  divenne  vescovo  nel 
1  aggressione  di  Aitila  su  Modena.  7^5,  alle  cui  istanze  confermaro- 
]Nel  477  divenne  vescovo  Gregorio  no  i  privilegi  e  ne  concessero  alla 
ordinalo  da  Giovanni  arcivescovo  chiesa  modenese.  Desiderio  ultimo 
di  Ravenna ,  che  morì  santamente  ve  de'  longobardi,  e  Carlo  Magno, 
nel  5oo.  Bassiano  o  Cassiano  gli  H  vescovo  Gisio  tivea  nell'Soo,  mo- 
fu  surrogato  nel  5o  1 ,  ornato  di  rendo  nell' 8  1 2  circa.  Adeodato  dei- 
profonda  erudizione  e  di  eminente  l'S  1  4  ottenne  da  Lodovico  I  il  Pio  la 
santità;  si  oppose  fortemente  con  lalifica  delle  grazie  che  godeva  la  sua 
altri  vescovi  dell'Emilia  al  re  Teo-  chiesa.  Giona  fiorì  nell'  85o;  Erni- 
dorico,  il  quale  ardì  convocare  un  do  neU'SGi,  cui  Lodovico  II  con- 
concilio a  Roma  contro  Papa  s.  fermò  le  precedenti  donazioni  e  pri- 
Siujmaco,  al  quale  e  ad  altri  in-  vilegi;  Leodoindo  o  Liudoino  in- 
tervenne Bassiano.  Non  si  conosco-  tervenne  al  sinodo  romano  deir876, 
no  i  vescovi  che  gli  successero  fino  e  l'imperatore  Guido  nell' 892  con 
al  680,  in  cui  occupava  la  sede  diploma  ratificò  le  dette  concessio- 
di  Modena  Pietro,  il  quale  solto-  ni.  Anche  Gamenulfo  deir898  con- 
scrisse al  sinodo  tenulo  allora  in  seguì  altrettanto  da  Lamberto  e  da 
Boma  dal  Pontefice  s.  Agatone.  Berengario  1,  il  quale  spedì  altro 
Flavio  Cuniberto  re  de'Iongobardi  diploma  nel  902  al  vescovo  Goffre- 
gli  concesse  amplissimi  privilegi  nel  do  che  fu  testimonio  delle  devasla- 
693.  Giovanni  fatto  vescovo  nel  zioni  cagionale  a  Modena  e  suo 
743  ottenne  da  Ildebrando  re  dei  territorio  dagli  ungari:  Berengario  1 
longobardi  la  chiesa  di  s.  Pietro  risarcì  i  danni  falli  dai  barbari, 
di  Città  Nuova ,  quarto  ab  uibe  e  per  l' intercessione  di  Pietro  ve- 
Miuina  lììilliario,  scrive  l'UgheHij  scovo  di  Reggio  concesse  a  Gofire- 
nohile  quondam  oppiiliim,  quo  post  do  il  pubblico  mercato  e  piena  giu- 
excisani  vctcrtm  Mulinatn  transfu-  risdizione  del  castello  da  lui  edifi- 
gerant  cives ,  come  notammo  su-  calo  presso  Città  Nuova  nel  lerri- 
periormenle.  Giovanni  ottenne  mol-  torio  di  Alodena.  Artlingo  vescovo 
li  privilegi  da  Rachis  re  de'  longo-  nel  94^  ricevè  da  Ugo  e  Lotario 
bardi,  e  terminò  le  lunghe  liti  che  re  d'  Italia  in  dono  una  corte  nel 
per  la  diocesi  erano  col  vescovo  di  confine  del  contado  piacentino.  Nel 
Bologna.  11  vescovo Lupicino nel  749,  94^  3'''"'  p'ivilegi  ottenne  il  ve- 
in  considerazione  de'sommi  suoi  me-  scovo  Guido  con  la  corte  di  Vi- 
viti, ebbe  confermati  da  Astolfo  re  taliana  colle  saline,  nel  contado  di 
de'  longobardi  lutti  i  privilegi  che  Comacchio;  e  da  Berengario  11  ed 
i  suoi  predecessori  aveano  accordali  Adalberto,  ad  istanza  del  marchese 


MOD 

Oclelbeilo  e  del  conte  Manfredo,  il 
territorio  di  Avereto  o  Rovereto,  o 
Città  Nuova;  Ottone  I  gli  confermò 
altre  possessioni,  e  vuoisi  che  eser- 
citasse eziandio  su  Modena  il  domi- 
nio temporale.  Gli  successe  Ildebran- 
do del  969,  a  cui  detto  imperatore 
concedè  un  privilegio.  Nel  978  fu 
tenuto  un  concilio  in  Modena  presie- 
duta dall'arcivescovo  di  Ravenna 
che  vi  ristabilì  la  pace  tra  Pietro 
e  Lamberto,  personaggi  distinti  di 
Germania.  Reg.  t.  XXV  ;  Labbé  t. 
IX  ;  Arduino  t.  VI.  Giovanni  ar- 
cidiacono di  Parma  diventò  vesco- 
vo di  Modena  nel  998  ;  fu  prela- 
to piissimo  e  generoso,  particolar- 
mente verso  gli  ordini  religiosi  ; 
fondò  in  Modena  ai  monaci  bene- 
dt'ltini  il  celebre  monastero  di  s. 
Pietro,  tuttora  fiorente,  cui  assegnò 
col  consenso  del  clero  una  gran 
parte  delle  rendite  del  suo  vesco- 
vato, riportandone  i  documenti  l'U- 
ghelli  a  p.  106  e  107.  Il  p.  Lu- 
bin,  ^bbatianim  Ilaliae,  liferisce 
a  p.  24'>,  the  il  vescovo  Giovanni 
nei  996  fondò  presso  la  chiesa  di 
s.  Pietro  nel  suburbio  di  Modena 
il  monastero,  il  quale  Federico  I  nel 
1159  prese  sotto  la  sua  prolezione; 
e  che  Urbano  111  nel  i  r86  conces- 
se all' abbate  l'uso  della  mitra,  dei 
sandali  e  guanti,  quindi  il  mona- 
stero venne  da  Eugenio  IV  nel 
1433  unito  alla  congregazione  di  s. 
Giustina  di  Padova^  laonde  passò 
alla  cassinese. 

Varino  già  primicerio  della  cat- 
tedrale di  Modena  fu  eletto  vescovo 
nel  ioo3  ;  nel  ioo5  confermò  e 
aumentò  i  beni  del  monastero  di  s. 
Pietro,  e  nel  1016  vi  aggiunse  la 
corte  di  Savignano,  che  il  re  Pi- 
pino avea  donato  a  s.  Geminiano. 
P«r  un  contagio  che  faceva  strage 
nella    diocesi  e  in  quella    di  Bolo- 


MOD  819 

gna,  furono  da  Nonantola  piesi  i 
corpi  de'  ss.  Teopompo  e  Genesio, 
e  portati  per  esse,  ed  il  morbo  ces- 
sò. Varino  Ingone  diventò  vescovo 
nel  1023,  confermò  le  donazioni 
del  monastero  di  s.  Pietro,  e  Cor- 
rado II  accordò  amplissimo  privi- 
legio alla  chiesa  di  Modena,  ne  di* 
chiaro  conte  della  città  il  vescovo, 
e  ratificò  quelli  che  godeva;  altre 
donazioni  fecero  Bonifacio  marche- 
se 4'  Toscanaj  e  Ricciarda  sua  mo- 
glie. Viberto  nel  io38  venne  de- 
stinato a  questa  sede:  col  consenso 
de'  canonici  e  di  detto  marchese 
die  in  enfiteusi  varie  possessioni  ai 
monaci  di  s.  Pietro.  Eriberto  di 
Modena  gli  successe  nel  io54,  il 
quale  col  permesso  dell'imperatore 
Enrico  IH  nel  secondo  anno  del 
suo  vescovato  incominciò  a  rifab- 
bricare la  città  quasi  distrutta:  si 
unì  poi  col  di  lui  figlio  Enrico 
IV  contro  s.  Gregorio  VII,  e  con- 
sacrò coi  vescovi  di  Bologna  e  di 
Treviso  l'antipapa  Giberto  o  Gni- 
berto  Correggia  col  nome  di  Cle- 
mente 111,  del  quale  molto  parlam- 
mo alla  biogiafia  di  quel  gran  pon- 
tefice e  ne'  luoghi  analoghi.  Morì 
Eriberto  nel  1094,  ma  s' ignora  se 
riconciliato  colla  Chiesa  o  scismati- 
co. IN' ci  1095  fu  vescovo  Benedetto, 
benefico  col  monastero  di  s.  Pietro; 
morto  nel  1097,  gli  fu  surrogato 
Egidio  che  visse  due  anni.  In  sede 
vacante  e  nel  1099  per  l' architet- 
to Lanfranco  s' incominciò  la  riedi- 
ficazione della  cattedrale,  la  quale  fu 
terminata  sotto  il  vescovo  Dodo  o 
Dodone,  che  vi  trasferì  dalla  vecchia 
il  corpo  di  s.  Geminiano  alla  pre- 
senza della  contessa  Matilde  signo- 
ra di  Modena,  la  quale  donò  alla 
chiesa  il  castello  di  Rocca  s.  Maria 
nel  1008  prò  mercede,  et  reinedio 
aniniae  suaej  ed    il    vcscoto    eoo- 


320  MOD 

cesse  !a  PLOCca  in  enfiteusi  per  cu- 
stodirla a  Raniero  Avvocali:  perle 
preci  di  quest'  ottimo  vescovo,  nel 
1122  Papa  Calisto  II  spedì  una 
bolla  riguardante  i  confini  della 
diocesi,  prendendo  sotto  la  sua  pro- 
tezione e  di  s.  Pietro  la  chiesa  di 
Modena,  per  la  sua  pace  e  stabi- 
lità, in  un  al  vescovo  e  successori. 
Mori  nel  1 135,  e  nell'  anno  seguen- 
te Ribaldo  ne  occupò  il  luogo;  ma 
nel  II 46  Eugenio  HI  privò  Mo- 
dena della  sede  episcopale,  perchè 
i  cittadini  in  onta  della  pontificia 
autorità  vessavano  l'abbazia  di  No- 
nantola.  Pentiti  i  modenesi  di  tali 
colpe,  il  Papa  li  reintegrò  del  seg- 
gio vescovile.  L'  arcivescovo  Mosè 
di  Ravenna  confermò  la  chiesa  di 
s,  Agnese,  che  il  predecessore  avea 
dato  a  Dodone.  Anastasio  IV  nel 
li 54  nominò  vescovo  il  cardinal 
Ildebrando  Grassi  bolognese,  che 
pacificò  co'  suoi  concittadini  i  mo- 
denesi ;  siccome  i  cardinali  hanno 
biografie  nel  Dizionario,  così  in 
esse  parliamo  delie  notizie  de'  car- 
dinali che  furono  vescovi  di  Mo- 
dena. Nel  ii57  era  vescovo  Enri- 
co, che  ottenne  da  Federico  I  un 
privilegio  per  la  sua  chiesa  e  dal 
Papa  Alessandro  III  la  conferma 
de' suoi  beni:  morì  nel  iiyS  e  gli 
successe  Ugo;  a  questi  nel  1778 
altro  Enrico,  e  nel  1 1 79  Ardizio 
o  Ardigone  che  fu  al  concilio  La- 
teranense  III:  sotto  di  lui  Lucio 
Hi  consacrò  la  cattedrale,  e  verso 
il  1188  Modena  venne  ampliata 
e  circuita  di  mura.  Nel  iigS  era 
vescovo  Egidio,  che  invesùvit  caiio- 
nicos  de  septem  conviviis  in  uno- 
quoque  anno ,  rpiscopus  consuevit 
praeslarc  cuni  omnibus  aliis  j'uri- 
biin  consuelis:  Innocenzo  III  nel 
1202  lo  trasferì  a  Ravenna,  Indi 
nel     1207    fu    dicliiaralo   vescovo 


MOD 

Martino,  cui  scrisse  detto  Papa,  e 
Federico  II  concesse  privilegi.  Va- 
cata la  sede,  il  capitolo  parte  eles- 
se Orlandino  Gumbula,  e  parte 
Manfredo  Pio:  Onorio  III  riprovò 
siffatte  elezioni,  e  nel  1222  gli  so- 
stituì il  suo  vice-cancelliere  Gu- 
glielmo di  Savoia  o  Piemonte  da 
lui  consacrato.  Il  vescovo  Gugliel- 
mo ricusò  ai  canonici  dare  il'  ca- 
vallo che  avea  cavalcato,  tornando 
in  città  dopo  la  sua  consagrazione, 
onde  vi  fu  grave  controversia,  per- 
chè ledeva  la  consuetudine  ;  come 
pure  ricusò  imbandire  nell'episco- 
pio ai  canonici  i  sette  annui  con- 
viti, ma  dagli  eletti  arbitri  per  la 
questione  fu  deciso  in  favore  dei 
canonici.  Onorio  III  concesse  a  Gu- 
glielmo facoltà  d' assolvere  gli  sco- 
lari studenti  di  Modena,  qici  se  le- 
viter,  et  sine  livore  percusserint^ 
donde  ricavasi  esservi  a  quel  tem- 
po già  studio  pubblico  in  Modena. 
Federico  II  ratificò  il  privilegio 
da  Enrico  VI  suo  genitore  accor- 
dato al  vescovo  di  Modena,  il  qua- 
le ottenne  dall'imperatore  di  rie- 
dificare il  castello  di  Ponteduce 
nella  diocesi  di  sua  pertinenza,  ed 
investì  della  Rocca  di  s.  Maria  i 
nobili  di  Balugola.  Guglielmo  ri- 
nunziò nel  1233,  e  chiaro  per  le- 
gazioni apostoliche  fu  poi  creato 
cardinale. 

Nel  J2  34  dal  clero  e  popolo  di 
Modena  fu  acclamato  vescovo  Al- 
berto Boschetti  domenicano,  nobi- 
le modenese,  e  confermato  da  Gre- 
gorio IX.  Straziando  la  diocesi  i 
guelfi  ed  i  ghibellini  protetti  da 
Federico  lì,  l'ottimo  pastore  fu  co- 
stretto uscir  da  Modena,  e  rifu- 
giarsi in  Bologna,  ed  il  Papa  punì 
la  città  coir  interdetto.  Terminati 
i  disordini  e  le  civili  discordie, 
Alberto  ri  patrio,  dopo  che  Modena 


MOD 

era   stata    assoluta    dalle    censure. 
Reduce  Innocenzo   IV    dal  concilio 
di  Lione  II,  il  vescovo  gli  die  ma- 
gnifico   ospizio;     introdusse  Alberto 
in  Modena  i  suoi  domenicani,  i  fran- 
cescani e  gli  eremitani  agostiniani. 
Fiori  al  suo    tempo  il  b.  Gerardo 
Eangoni    francescano  ;     pili     templi 
restaurò,  stabili  oblazioni  a  s.  Ge- 
miniano,  e   compianto    morì  in  o- 
dore  di  santità  nel   1264.  Gli  suc- 
cesse Matteo    della    nobile  famiglia 
Pio,  canonico  della  cattedrale,  ch'e- 
mulo delle    sue     virtù    governò  la 
chiesa  con    sommo  zelo  e  procurò 
estingueie  il    fuoco    delle    ostinate 
dissensioni    de'  guelfi    e    ghibellini 
di  nuovo  ravvivate.  Fondò  l' ospe- 
dale di  s.  Pietra   in    Isola,  e  morì 
santamente    nel    1280.    li    capito- 
lo elesse  a    succederlo  Ugolino  Bo- 
schetti, altri  Manfredo  arciprete  di 
Baiona  diocesi    di  Modena;    questi 
rinunziò,  V  altro    poco  dopo  morì. 
Nicolò  III  commise  il  governo  del- 
la chiesa  al  vescovo  di  Fermo,  in- 
di Martino  IV   di    sua  autorità  nel 
1281   nominò  Ardizio   Conti  mila- 
nese, peritissimo,  primicerio  in  pa- 
tria, difensore  della    ecclesiastica  li- 
bertà; morì  in   Milano    nel    1286 
lasciando  la  mitra  preziosa  e  il  ba- 
colo    alla    sua    chiesa.    Breve   fu  il 
vescovato  di    Bartolomeo  Boschetti 
nobile  modenese.  Nel    1287  diven- 
ne   vescovo    fr.    Filippo    Boschetti 
francescano,  erudito    nelle  divine  e 
umane  lettere  :  sotto  di  lui  Mode- 
na si  die  agli    Estensi,  e  morì  nel 
1290.  Giacomo  da  Ferrara,  che  il 
Marini    chiama    medico,    fiorì    nel 
1290,  e  morì    nel    i3ii:    combinò 
la    controversia    col    feudatario    de 
Balugola  super   palafreno   episcopi, 
et   super  equo,    et   armis  facientis 
duellum  j  e  confermò  le  istituzioni 
degli  spedali  della  diocest  Ne  occu- 

VOI,.    XLV. 


MOD  321 

pò  la  sede  il  modenese  Bonadamo 
Boschetti  canonico  della  cattedrale, 
con  plauso  comune  per  la  sua  pro- 
bità. Fu  al  concilio  generale  di  Vien- 
na, e  ripatriando  a  cagione  de'ghi- 
bellini  dovette  ritirarsi  da   Modena 
colpita   dalle   censure   di    Clemente 
V,  e  polvi  morì  nel   i3i4-  Nel  se- 
guente   anno  divenne    vescovo  Bo» 
nincontro  di  Floriano  della  diocesi, 
arciprete    della    cattedrale,    insigne 
per  dottrina  ;  introdusse  i  carmeli- 
tani e  morì  nel  i3i8.  Divisi  i  ca- 
nonici   nel     sostiturgli    Matteo    di 
Gorsano    e  Guido    de  Guisci,  que- 
sto riconobbe  Giovanni  XXII  ;  ri- 
nomato   giureconsulto,    celebrò   nel 
i320  il  sinodo  e  vi  statuì  salutife- 
re  leggi,    aumentando    il    Papa    la 
mensa  vescovile  con  unirvi  la  par- 
rocchia di  s.  Pancrazio;  traslato  nel 
1337  a  Concordia,  gli  successe  Bo- 
nifazio da  Modena  canonico  di  Vi- 
cenza. Nel   1 340  passò  a  Como,  on- 
de  venne   surrogato  fr.    Alamanno 
Donati  nobile  fiorentino,  dottissimo 
teologo,  già  vescovo  di  Soana,  che 
morì  nel  f352.  Aldobrandino  figlio 
del    marchese  Rinaldo    III  d' Este, 
da   Adria  fu  traslocato  a  Modena  : 
costrusse    in  cattedrale    la   cuppella 
di  s.  Tarasio,  ove  Amedeo  VI  con- 
te di  Savoia    offrì  una  lampada  di 
argento  alla  Madonna  della  Colon- 
na   con   fondo    pel    lume.    Al    suo 
tempo  Filesio    eresse  sopra  la  por- 
ta  maggiore  la   statua  di  s.   Gemi- 
niano,  e  al    campanile  fu     aggiun- 
ta la  quarta  campana.  Passato  alla 
sede  di  Ferrara,  nel   i38o  gli  suc- 
cesse Guido  de  Baisio  canonico  del- 
la cattedrale,  uditore  di  rota  e  le- 
gato dell'I nsubria,    perito  nelle  leg- 
gi.   Morì  nel    i382,    e  fu    nomina- 
to l'agostiniano  fr.  Dionisio  Resta- 
ni modenese,  dotto,  probo  ed  esem- 
plare d'ogni  virtù,  che  cessò  di  viveie 
21 


Saa  MOD 

nel  i4oo.  Successivamente  vennero 
falli  vescovi:  Pietro  Boiardo  ferra- 
rese, traslato  alla  patria  ;  nel  i4oi 
Nicola  Boiardi  proposito  della  cat- 
tedrale di  Ferrara,  che  fece  utili 
costituzioni  pel  clero,  morto  nel 
i4i4  5  Carlo  Boiardi  che  interven- 
ne al  concilio  di  Firenze  ;  nel  i436 
Scipione  de  Mainenti  ferrarese,  dot- 
tissimo in  erudizione,  ch'eresse  nuo- 
vamente nel  capitolo  la  dignità  di 
maestro  delle  scuole,  morto  nel 
i444  >  Giacomo  Antonio  della  Tor- 
re della  diocesi  di  Modena,  ma  me- 
glio noi  col  Marini  lo  chiameremo 
Gio.  Antonio  de  Masolini  vescovo 
di  Reggio  nel  1439,  dottore  in  ar- 
ti e  in  medicina,  hic  comitis  priti- 
cipisque  muiinensis  tilulo  condeco- 
ratits  est;  intervenne  al  congresso 
di  Mantova  adunato  da  Pio  II  ; 
nel  146  3  passò  a  Parma,  e  nel 
1476  a  Cremona. 

Neil'  anno    i463    da    Parma  fu 
qui   trasferito    Delfino    di    Pergola, 
che    morto  nel    i465,  gli    successe 
Nicola  Sandonnini  lucchese,    già  se- 
gretario di  Paolo    li  e  suo  vicario 
nell'abbazia  di  Monte  Cassino;   per 
cinque  anni  gliene  impedii  il  possesso 
come  lucchese   il  duca    Borse  ;  ce- 
lebrò il  sinodo  con  ottime  costitu- 
zionij    e  riedificò    dai    fondamenti 
r  episcopio.  Sisto  IV  lo  fece  nunzio 
in  Francia,  trasferito    a  Lucca   nel 
i479-  Venne  sostituito  Gio.  Andrea 
Bociaci  di  Reggio,  ornalo   di  virtù 
e    singoiar    dottrina  ;    fu    legato  di 
Sisto  IV  in  Sicilia  e  Savoia,    e  di 
Ercole  I  ad  Innocenzo  Vili   ed   A- 
lessandro  VI.  Benemerito  e  pruden- 
te pastore,  al  palazzo    vescovile    ag- 
giuse  la  parte  aquilonare.  Morto  nel 
1497,  venne    eletto    Gio.   Battista 
Ferrari  di  Modena,  canonico  della 
cattedrale,    datario    e    reggente    di 
caocelleria,  crealo  caiUioale  da  A- 


MOD 

lessandro    VI  di    cui  era    stato   fa- 
migliare ;  per  sua  morte  nel   i5o2 
il  fratello  Francesco    occupò  il  suo 
luogo,  lodato   per  pietà  e  per  quan- 
to fece  allorché  la  patria  solTrì  con- 
tagio, fame  e  terremoto.  Nel    ì5oj 
ebbe    questa    chiesa    in    commenda 
coli' abbazia  di   Nonantola  il  cardi- 
nal Ippolito  ù'Este  I,  sino  al  iSig 
o   i520  in  cui  mori  :  ne  fu  sulFra- 
ganeo  il   modenese   Tommaso   For- 
no vescovo  titolare.  Leone  X  grato 
air  ospitalità  ricevuta  in  casa  Ran- 
goni,  nel   iScy  creò  cardinale  Er- 
cole Rangoni,  e  nel    iSig  vescovo 
della  patria.  Fatto  nel    iSay  Pirro 
Gonzaga    vescovo    di    Modena,    e 
cardinale  da  Clemente  VII,  ebbe  a 
suffraganeo  F.  Vincenzo  Cevola  ve- 
scovo  di  Gerapoli;    indi  nel    1529 
gli  sostituì  Giovanni  dei  conti  Mo- 
roni  milanese,  in  età  giovanile;  ma 
il  cardinal  Ippolito  (VEsleU,  al  quale 
era  stato  promesso  dal  Papa  questo 
vescovato,  ne  prese  possesso  e  occu- 
pò i  beni  ;  finché   lì  Moroni  paci- 
ficamente   l'occupò  nel    i532,  po- 
scia creato  cardinale   da  Paolo  III 
pei  suoi  grandi    meriti.  Sollecito  ed 
ottimo  pastore,  celebrò    tre  sinodi, 
eresse   il  seminario,  e  il  monastero 
per  le    convertite,   introducendo  in 
Modena    i  gesuiti  ed  i   cappuccini. 
Occupato  nelle  principali  legazioni, 
due  volte  rinunziò  con  regresso  la 
sede;    s.    Carlo  Borromeo   lo  volea 
Papa,    ma  morì    decano    del  sacro 
collegio  nel   i58o.  Fr.  Egidio    An- 
drea de  Foscarari  nobile  bolognese, 
domenicano    e    maestro    del    sacro 
palazzo,    per   cessione    del  cardinal 
Moroni  nel    i55o  fu  fatto  vescovo: 
fondò  il  monte    di  pietà  ed   eresse 
un  conservatorio  di  donzelle.  Inter- 
venne al  concilio  di  Trento,  e  per 
la  sua  profonda    dottrina  fu    detto 
arca  di  scieu^a,  corresse  il  mc&sulc 


M  OD 

e  breviario  rotnano,  e  concorse  al- 
la compilazione  del  catechismo  ro- 
mano ;  morì  lotlatissirao  per  pru- 
denza e  candore  di  costumi  nel 
i564.  Fr.  Sisto  Visconti  nobile  di 
Como,  domenicano  assai  dotto,  per 
nuova  cessione  del  cardinal  Moro- 
ni,  nel  1 57 1  ebbe  questa  chiesa 
che  prudentemente  amministrò.  Nel 
i58i  il  duca  Alfonso  II  lo  spedi 
in  Ispagna,  nel  qual  tempo  presso 
la  parrocchia  di  s.  Barnaba  fu  eret- 
to il  convento  ai  minimi  di  s.  Fran- 
cesco di  Paola,  morendo  nel  i5go. 
Keir  anno  seguente  gli  successe  il 
cardinal  Giulio  Cannili  ferrarese  : 
restaurò  la  cattedrale  demolendo  il 
coro  che  la  deformava,  e  morì  nel 
1592.  Clemente  Vili  nel  i5g3  vi 
traslalò  da  Piipatransone  Gaspare 
Silingardo  modenese,  che  poi  spedì 
nunzio  ad  Enrico  IV  :  pubblicò  il 
catalogo  de'  vescovi,  e  quanto  ad 
essi  appartiene.  Morto  nel  1607, 
Paolo  V  gli  sostituì  fr.  Lazzaro  Pel- 
lizzari  di  Borgo  s.  Donnino,  dome- 
nicano, teologo  del  duca,  traslato 
da  Nusco,  di  souima  pietà.  Gli  suc- 
cessero, nel  1610  Pellegrino  Ber- 
tacchi  modenese  ;  nel  1628  Ales- 
sandro de' conti  Rangoni  modenese, 
referendario  e  virtuoso  ;  nel  1640 
Opizo  d' Este  figlio  di  Alfonso  III 
duca  di  Modena  ;  nel  1640  Rober- 
to Fontana  modenese  ;  nel  i655 
Ettore  Molza  nobile  modenese,  ar- 
ciprete della  cattedrale;  nel  1679 
Carlo  Molza  nobile  modenese,  ab- 
bate benedettino;  nel  1691  Lodo- 
vico Masdoni  nobile  modenese,  na- 
to in  Finale,  governatore  di  Rieti; 
nel  1717  Stefano  Fogliani  nobile 
modenese,  nato  nella  diocesi  di 
Reggio,  canonico  della  cattedrale  e 
■vicario  generale  di  Modena,  col 
quale  neir  Italia  sacra  si  termina 
la  serie  de'vescovi  di    Modena,  che 


MOD  323 

noi  proseguiremo  colle  annuali  Nò- 
tizie  di  Roma,  ij^'ò  Ettore  Molza 
modenese,  de'  marchesi  di  Fellina 
e  conti  di  Mondra.  1745'  Giuliano 
Sabbatini  delle  scuole  pie,  di  Fana- 
no  abbazia  di  JXonanlola  nullius, 
traslato  da  Apollonia  in  parlihiis. 
f/Sj  Giuseppe  Maria  Fogliani  del- 
la diocesi  di  Reggio.  1786  Tibur- 
zio  de'  marchesi  Cortese  modenese, 
che  per  circa  otto  lustri  con  som- 
mo zelo  governò  questa  illustre 
chiesa,  con  quelle  splendide  bene- 
merenze e  virtù,  che  il  eh.  d.  Gae- 
tano Monfagnani  celebrò  con  Elo- 
gio storico,  Modena  i836  per  G. 
Vincenzi  e  compagno  .  Nei  due 
anni  e  più  che  monsignor  d'  E- 
ste  vescovo  di  Reggio  e  abbate  di 
Nonantola  dovette  esentarsi  dalle 
due  diocesi,  al  prelato  ne  affidò  la 
cura,  e  quando  l'abbazia  fu  unita 
in  perpetuo  a' vescovi  di  Modena, 
egli  fu  il  primo  perpetuo  abbate 
commendatario  di  Nonantola.  Pub- 
blicò colle  slampe  varie  omelie,  ap- 
partenne all'accademia  de  Dissonan- 
ti, ed  arricchì  colla  sua  privata  bi- 
blioteca il  seminario.  1824  Giusep- 
pe de*  marchesi  Sommariva  di  Lo- 
di. i83o  Adeodato  Caleflì  abbate 
benedettino,  patrizio  di  Modena  e 
di  Carpi  ove  nacque,  dalla  qual 
chiesa  fu  traslato.  Per  sua  morte 
Gregorio  XVI,  nel  concistoro  dei 
12  febbraio  i838,  dichiarò  l'odier- 
no vescovo  monsignor  Luigi  Reg- 
gianini  di  Modena,  già  rettore  del 
seminario,  che  provvidamente  e  con 
lode  governa. 

La  cattedrale,  di  gotica  struttu- 
ra, è  dedicata  a  Dio  ed  alla  Beata 
Vergine  Assunta,  sotto  l' invocazio- 
ne di  s.  Geminiano,  con  fonte  bat- 
tesimale. Il  capitolo  si  compone  di 
due  dignità,  prima  essendo  l' arci- 
prete, cui  è  aUìdata  la    cura    delle 


3^4  MOD 

anime,  die  si  esercita  da  un  cap- 
pellano curalo,  coadiuvato  da  Ire 
preti;  di  sedici  canonici,  comprese 
le  prebende  del  teologo  e  del  peni- 
tenziere ;  di  nove  mansionari  e  di 
altri  preti  e  chierici  addetti  al  ser- 
vigio divino.  L'episcopio  è  prossi- 
mo alla  cattedrale.  Wella  città  vi 
sono  altre  sette  chiese  parrocchiali 
col  ballislerio,  e  la  chiesa  di  s. 
Maria  in  s.  Agostino  è  pure  col- 
legiata. Vi  sono  cinque  case  reli- 
giose, quattro  monasteri  di  mona- 
jiache,  tre  conservatorii,  un  orfa- 
notrofio, la  pia  casa  delle  figlie  del- 
la carità  per  gì' infermi,  due  ospe- 
dali, il  monte  di  pietà,  ed  il  semi- 
nario cogli  alunni.  La  diocesi  si  e- 
fitende  in  circa  i5o  miglia,  con 
172  parrocchie.  Ogni  nuovo  ve- 
scovo è  tassato  ne' libri  della  ca- 
mera apostolica  in  fiorini  i5o,  es- 
sendo le  rendite  della  mensa  circa 
3ooo  scudi.  Questo  è  lo  stato  se- 
condo r  ultima  proposizione  conci- 
storiale. Il  p.  Lubin  citato,  regi- 
strò a  p.  244  f^  seg.  le  seguenti 
abbazie  o  monasteri  della  diocesi 
di  Modena.  S.  Maria  della  Miseri- 
cordia nel  suburbio,  di  monache 
già  esistenti  nel  1479,  in  cui  Ales- 
sandro VI  nel  i5oo  pose  i  cistcr- 
ciensi. S.  Girolamo  de' canonici  re- 
golari di  s.  Agostino,  della  congre- 
gazione di  s.  Salvatore  di  Jlologna, 
esisteva  nel  i49^'  SS.  Trinità  nel 
suburbio,  priorato  antico  de'  cano- 
nici lateranensi  del  i5i7,  traslato 
in  città  in  s.  Maria  d' Asseribus 
nel  i53o,  fatta  abbazia  nel  i56G 
da  8.  Pio  V.  S.  Andrea  di  Mode- 
na de*  benedettini.  S.  Ruffino  nel 
suburbio  de'beuedellini.  S.  Maria  di 
Valle  Verde  delle  monache  del- 
l' ordine  di  s.  Benedetto,  congrega- 
zione delle  serve  di  Maria,  mona- 
stero   fondato    nei     1268    dalla  b. 


MOD 

Santuccia  Terrabotti  di  Gubbio. 
S.  Maria  de  Mutino  o  Mutinis,  o 
s.  Angelo  di  Sasso.  S.  Maria  de  Mu- 
toro.  Abbazia  di  Mirti to.  Di  quel- 
la celebralissima  di  Nonantola,  il 
p.  Lubin  ne  tratta  a  p.  2^9,  e 
noi  ne  diamo  il  seguente  breve 
cenno. 

Nonantola.  Terra  murata  del  du- 
cato di  Modena,  da  cui  è  lontana 
circa  sei  miglia,  presso  il  territo- 
rio bolognese,  capoluogo  di  cantone 
sulla  destra  del  Panaro,  in  vicinan- 
za della  Muzza  che  vi  forma  un'i- 
sola, che  credesi  fosse  la  famosa 
detta  del  Triumvirato.  Conia  circa 
1800  abitanti.  La  fondò  s.  Ansel- 
mo duca  del  Friuli,  che  abbrac- 
ciato lo  stalo  monastico,  l' eresse 
sotto  il  titolo  di  s.  Silvestro  I  Papa 
e  la  regola  di  s.  Benedetto,  la  cui 
chiesa  consagrò  Sergio  arcivescovo 
di  Ravenna  in  onore  di  Dio  e  de'ss. 
Pietro  e  Paolo:  questa  fondazione  nel 
753  la  stabili  Astolfo  re  de'longobar- 
di,  cognato  del  santo,  che  ne  diven- 
ne primo  abbate  di  millecentosetle 
monaci.  Successivamente  Papi,  im- 
peratori ed  altri  principi  1'  arric- 
chirono di  privilegi  e  di  beni;  fu 
dichiarata  l'abbazia  immediatamen- 
te soggetta  alla  santa  Sede,  e  nul- 
liiis  dioecesis.  Venne  chiamala  au- 
gusta e  reale  abbazia,  ed  antica- 
mente dipendeva  dai  soli  imperato- 
ri o  re.  Nel  territorio  di  Modena 
e  ne' circostanti  luoghi  vicini  più 
castella  divennero  signorie  dell'ab- 
bazia, sulle  quali  gli  abbati  eserci- 
tarono dominio  temporale  e  spiri- 
tuale, il  quale  ultimo  solo  restò 
coir  andare  de' secoli.  Molli  furono 
quindi  i  monasteri  che  gli  abbati 
di  Nonantola  fabbricarono  in  pa- 
recchi luoghi  con  abbazie  loro  sog- 
gette. Il  castello  anticamente  fu 
soggetto    ai    bolognesi.    L*  Uglielli 


MOD 

confuta  Leandro  Alberti,  che  nella 
Descrizione  cV  Italia  scrisse  che  vi 
fu  sepolto  Adriano  I,  mentre  que- 
sti fu  tumulato  nella  basilica  vati- 
cana. Scrisse  il  p.  Giacobbe  nella 
sua  Bibl.  de  Pont.  p.  21 3,  che 
il  corpo  di  s.  Silvestro  I  fu  da  Ser- 
gio Il  donato  alla  chiesa  de' ss. 
Silvestro  e  Martino  ai  Monti  ;  ma 
bensì  s.  Paolo  I  lo  collocò  nella 
Chiesa  dì  s.  Silvestro  in  Capite 
[Vedi).  Altri  sostennero  che  il  Pa- 
pa Stefano  II  detto  III  donasse  nel 
753  il  corpo  di  Silvestro  I  ad  A- 
stolfo  re  de'  longobardi  ed  a  s. 
Anselmo,  e  lo  afferma  il  Muratori, 
Dissert.  t.  Ili,  diss.  58;  e  nell'o- 
puscolo della  fondazione  del  mo- 
nastero di  Wonantola,  da  lui  inse- 
rito nel  t.  I,  par.  II,  Rer.  Ital.,  se 
ne  legge  la  bolla  di  donazione. 
Forse  qui  s*  intenderanno  per  cor- 
po alcune  reliquie,  ed  in  tal  ma- 
niera si  possono  accordare  le  di- 
verse opinioni.  Per  la  singoiar  pie- 
tà de*  monaci,  questo  insigne  mo- 
nastero divenne  anche  per  la  sua 
ricchezza  uno  de' primi  d'Italia; 
ma  la  gran  copia  de'  beni  fu  ca- 
gione di  sua  rovina,  e  talvolta  gli 
imperatori  conferirono  l'abbazia  a 
degli  illegìttimi  abbati.  Passando 
in  Francia  Adriano  III  per  abboc- 
carsi con  Carlo  il  Grosso,  morì  a 
s.  Cesario  agli  8  luglio  885,  e  fu 
sepolto  nel  monastero  di  Nonan- 
tola,  come  riporta  il  Muratori,  y4n' 
nali  all'  an.  885:  veggansi  i  Bollan- 
disti  agli  8  luglio,  §  3,  p.  (>47'  Aven- 
do Adelardo  vescovo  di  Verona  otte- 
nuto da  Carlo  il  Calvo  la  ricca  ab- 
bazia, Giovanni  Vili  lo  scomunicò 
ncir877.  L'abbazia  nell' 899  fu 
da  un  incendio  devastata,  ed  i  suoi 
monaci  si  resero  assai  benemeriti 
per  averla  riedificala,  come  aveano 
ridotto  a    coltivazione    il    palustre 


MOD  3i5 

terreno,  e  per  la  propagazione  del- 
le scienze.  La  preziosa  collezione 
de'  manoscritti  antichi,  e  la  sua 
iicchissima  biblioteca,  sebbene  sof- 
frirono grave  guasto  nell'invasione 
ungarica,  furono  poi  riordinate  ed 
accresciute  di  codici  rarissimi^  ma 
alcuni  abbati  commendatari  dila- 
pidarono r  archivio.  Ugo  re  d' Ita- 
lia concesse  l' abbazia  a  Manasse 
suo  figlio  o  parente  di  pessime  qua- 
lità. L' ottenne  pure  da  tale  re  il 
vescovo  di  Modena  Guido  del  94^1, 
vinto  dalla  cupidigia  di  possederla, 
e  gli  fu  confermata  nel  963  da 
Ottone  I.  Occupò  poi  l' abbazia 
Uberto  vescovo  di  Parma.  Giovan' 
ni  XVI  detto  XVIII  (Vedi),  che 
nel  997  divenne  per  la  sua  ipo- 
crisia antipapa,  era  stato  abbate 
di  Nonantola  e  vescovo  di  Piacen- 
za, conferitagli  nel  982  da  Ottone 
lì.  Dipoi  Alessandro  II  ad  istanza 
dell'abbate  Landolfo  concesse  al- 
l'abbazia amplissimi  privilegi.  La 
contessa  Matilde  signora  di  Nonan- 
tola, fece  copiosi  e  preziosi  doni  al 
monastero,  pure  vide  gli  abitanti 
ribellarsi  al  suo  dominio;  ed  i  beni 
allodiali  che  possedeva  nel  Ferrare- 
se, con  pontificio  beneplacito  li  la- 
sciò air  abbazia.  Divenula  Nonan- 
tola signoria  di  casa  d'  Este,  ed  es- 
sendo venula  iu  potere  de' bologne- 
si, al  marchese  Nicolò  III  fu  resti- 
tuita dopo  il  141  !•  Garone  suo 
abbate,  fratello  e  ambasciatore  di 
Corso  d'Este,  si  recò  al  congresso 
di  Mantova,  ed  esibì  a  Pio  li  per 
la  guerra  contro  il  turco  trecento- 
mila fiorini  d'oro.  Nel  i5i3  nel- 
r  abbazia  vi  furono  introdotti  i  ci- 
slerciensi,  e  ridotta  in  commenda, 
quale  fu  conferita  a  molti  cardi- 
nali ed  a  molti  della  famiglia  d'E- 
ste. Allorché  Clemente  Vili  ricu- 
però il  ducato  di  Ferrara,  si  con- 


3a6  MOD 

venne  cogli  Estensi,  che  i  beni  pre- 
cariali dell'  abbazia  Nonantolana  il 
Papa  li  cedesse  alla  città  di  Mode- 
na, e  a  quei  di  Nonanlola,  conforme 
alla  Bonifaciana,  concesse  il  Ponte- 
fice poterli  appropriare  come  be- 
ni liberi  al  cinque  per  cento.  Per 
la  guerra  di  Urbano  Vili  con- 
tro il  duca  di  Parma,  a' 19  luglio 
1643  il  cardinal  Antonio  Barberi- 
ni fece  assediare  Nonantola  dalle 
milizie  pontificie;  ed  a  fronte  del 
valore  del  porporato,  l'esei'cito  du- 
cale le  sbaragliò.  Ad  istanza  del 
duca  di  Modena  Francesco  111,  nel 
1768  Clemente  XI li  soppresse  que- 
sta celeberrima  abbazia.  Dipoi  per 
un  accordo  fatto  nel  i8o3  tra  Na- 
poleone ed  il  Papa  Pio  VII,  alla 
morte  del  suo  abbate  commenda- 
tario Francesco  Maria  d'Este  ve- 
scovo di  Reggio,  dovea  rimanere 
l'abbazia  in  perpetuo  abolita.  A  ta- 
le pericolo  soccorse  provvidamente 
il  duca  Francesco  IV,  il  quale  ot- 
tenne dallo  stesso  Pontefice  nel 
1821  la  revoca  di  tal  soppressio- 
ne, e  che  fosse  in  perpetuo  sogget- 
ta ai  vescovi  di  Modena^  colla  co- 
stituzione Componendis  ecclesìasù' 
cis  rehus^  de'  2  3  gennaio.  Morto  il 


MOD 

commendatario  d'Este,  nel  182-2 
il  vescovo  Cortese  pel  primo  lu 
vescovo  di  Modena,  e  insieme  ab- 
bate di  Nonantola,  che  perciò  l'ab- 
bazia e  diocesi  rinacque  a  nuova 
vita.  I  nonantolani  ne  furono  lie- 
tissimi, ed  accolsero  con  splendide 
feste  il  vescovo,  quando  si  recò  a 
prendere  possesso  dell'abbazia  e  dio- 
cesi, della  quale  poi  intraprese  la 
visita.  Richiamò  monsignor  Cortese 
alla  sua  aulica  istituzione  il  semi- 
nario di  Nonantola,  lo  forni  di  scuo- 
le filosofiche  e  teologiche,  e  ricbia- 
mò  in  vigore  uno  statuto  del  car- 
dinal Alessandro  Albani  abbate  com- 
mendatario, pel  quale  tutti  i  chier 
rici  dell'abbazia  di  buone  speranze, 
almeno  un  anno  prima  di  essere 
promossi  al  suddiaconato,  debbono 
entrare  alunni  nel  seminario  della 
propria  diocesi,  come  praticasi  in 
molte  chiese  singolarmente  di  Fran- 
cia. Girolamo  Tiraboschi  ci  diede: 
Storia  dell'augusta  badia  di  s.  Sil- 
vestro di  Nonantola,  aggiuntovi  il 
codice  diplomatico  della  medesima 
illustrato  con  note,  Modena  1784- 
Se  ne  legge  un  estratto  nel  Gior- 
nale ecclesiastico  di  Roma,  tom.  II, 
pag.  2o5. 


FINE    DEL     VOLUME    QUADRIGESIMOQUINTO. 


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286092 


XL 


1   BX  841  .n67 

1840 

sncR 

Moronl,  Gaet 

ano. 

1802-1883. 

Di  z  ionar  i  o  d 

i  erud 

Izione 

storico-ecc 

les  i  as 

t  i  ca 

AFK-9455  (awsk)